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    Pezzi di storia

Il saccheggio di Rapallo del 4 luglio 1549
di Arturo Ferretto

Il Mare – 9 + 16 + 23 febbraio + 1 marzo 1924

Dragut corsaro minacciava, ed il pensiero suo era quello di saccheggiare Rapallo. Infatti riuscì a metterlo in esecuzione.
Il 25 aprile del 1549 il Doge ed i Senatori trasmettevano ai Giusdicenti della Riviera Orientale questa lettera circolare: pirata
«Essendosi partito l'Ill.mo Sig. Principe Doria con le sue galere e intendendosi che Dragut ha da uscir fori a danni de cristiani, e per li avisi già avuti già allora d'adesso potria essere uscito, e parendone conveniente cosa dar gli ordini che si diranno apresso, comandemo in virtù di questo ad ogni nostro ufficiale e sudditi de l'una e l'altra Riviera che sieno molto vigilanti in far le guardie solite e raddoppiate, facendone li soliti segno di netto e brutto talmente che l'un loco risponda all'altro, e quando comparissero li vascelli di Drogut, li quali è detto che sono da ventisette in circa in quello logo dove facesse danno e si fermasse si farà in le montagne e luoghi sospesi dello logo predetto, se fosse di giorno, molti fumi; se di notte molti fuochi distinti l'un dall'altro e li continueranno, perché a questi segni s'intenderà che quell'armatam sii in lo detto logo, e gioverà saperlo sì per darli soccorso come anco per altri degni rispetti, persuadendo ad ognuno delli abitanti alle marine a ritirare tutta la parte delli loro beni, che possono insieme, con li vecchi, e putti discosti dal mare acciocché in caso di bisogno il resto possa così difendersi come ancora andare al soccorso del vicino».
Il corriere a cavallo giunse colla notizia trepidante a Recco il 27 aprile, e nello stesso giorno fu a Rapallo, Chiavari, e Sestri. L'indomani fu a Moneglia e a spron battuto in tutti i paesi, sino alla Spezia.

Dragut, chiamato anche Turghud Alì, Turghut Reis, Darghout Rais, Turhud Rais, Dargut nacque in un villaggio vicino a Bodrum (città turca, un tempo Alicarnasso) nel 1485 da una povera famiglia contadina.
Nel 1540 fu catturato in Corsica da Giannettino Doria e consegnato ad Andrea Doria, che lo fece incatenare come galeotto ai remi della sua nave ammiraglia per quattro anni; fu poi venduto come schiavo e liberato pochi anni dopo dietro pagamento di un ingente riscatto.
Nel 1544 il comandante della flotta ottomana, Khayr al-Din Barbarossa, si ritirò e gli lasciò il comando; successivamente diventò viceré di Algeri, pascià (signore) di Tripoli e di al-Mahdiyya (città costiera della Tunisia).
Famoso per la spietatezza delle sue azioni, imperversò nelle coste del Mediterraneo (nel 1563 risalì anche l'Adriatico fino ad Ancona).
Morì il 18 maggio 1565 colpito da una scheggia di pietra durante l'assedio di Malta.
La leggenda vuole che alla "Cala dell'Oro" Dragut abbia nascosto in una grotta il tesoro frutto delle razzie perpetrate a Recco e Camogli: secoli dopo il suo spettro fu visto arrivare di notte per recuperare i forzieri e volatilizzarsi su un vascello fantasma.

E il 20 maggio del 1549 il Senato scriveva a Pietro Calvo Senestraro, podestà di Rapallo:
«Si vuol temere ogni cosa perché il timore si cura. Vanno a torno queste cose del Dragut, e ne vien detto che Portofino è esposto a evidentissimo pericolo, non essendovi restato se non pochi uomini e vecchi, e che non si fa guardia alcuna e che vi sono deputati due vecchi che tutto il dì zappano e poi la notte in cambio di far la guardia dormono. Pertanto voi ve li trasferirete in persona e vederete il castello, che guardie vi si facino e di quelle, che averà bisogno e di tutto ben instrutto ci darete subito avviso. Frattanto ordinerete le guardie in modo che non possano essere colti all'improvviso».
Tremano le vene e i polsi di messer Giacomo Giustiniani, il quale il 20 maggio scrive da Chiavari al Senato:
«Avemo in nome delli Commissarii sopra le cose del Dorgut scritto al Podestà di Rapallo che ne mandi qui colui che fa li fochi in Codemonte per prendere il contrasegno e confrontarlo con quello di Manara. Ha ricusato».
Il Doge ed i Senatori sono in un indicibile orgasmo, e il 21 maggio inviano a Recco, a Rapallo, a Chiavari, a Sestri Levante, a Moneglia ed altrove la seguente:
«Sarete tutti avvisati come lunedì passato che fu alli tredici le galere del Sig. Principe passarono sopra Sestri e che venivano a ponente: per nostro dire si fa certo giudicio che il Dragut corsaro fusse passato prima a ponente. Per questo ognuno può stare con gran timore che il detto corsaro vadi in qualche loco in terra della riviera. Per tanto ognuno resta avvisato del gran pericolo che si corre, e voi capitani, podestà e giusdicenti fate far le guardie vigilanti e custodie, perché si pò temere assai che non siate colti una notte alla sprovveduta, perché esso Dragut ha ventitré vascelli e può mettere mille uomini a terra».
Il Podestà di Rapallo, se era recato a Portofino per ottenere agli ordini ricevuti, e il 23 maggio trasmetteva il seguente rapporto al Senato:
«Quel medesimo giorno che ebbi la di V.S. Ill.me del 20 e giusto l'ordine di quelle mi trasferii in lo loco di Portofino e andsai in el Castello, quale per natura del sito è forte, e per un effetto tale da scorrere e fortissimo. Ivi sono pezzi due di artiglieria con poca polvere e balle venti: altro non vi è dentro e ordinai a quei uomini, quali sono rimasti in loco, che sendovi il bisogno riducano le loro donne, figli e vecchi. Volli sapere quanti uomini vi sono e ne trovai sessanta tra i quali un terzo sono vecchi, e la notte non vi resta da quattro o cinque uomini, atteso che il restante vanno tutti a pescare, ed ogni notte son fuori leudi venti in circa, quali restano assai buona guardia al paese; non ostante questo ordinai che ogni notte dovessero mettere uomini quattro in guardia e due altri soprastanti a dette guardie quali avessero causa di andare tutta notte per la terra rendendo quel che è di bisogno. Io sarei bene di opinione, andando questi sospetti atorno, parendo così a V.S. Ill.me mandarvi un capo con sei soldati per tenerli vigilanti e metterli ad ordini ai bisogni, perché quel loco resta assai la salvazione del golfo, abenché dal detto loco insino qui a Rapallo ogni notte abbia in guardia da uomini sessanta. Il patrone Francesco Costa, quale è in Portofino per carena di sua nave mi ha offerto polvere, artiglieria e uomini, li ho accettati, e così ordinai mettessero due pezzi di artiglieria in un luoco adattato e quattro altri smerigli in castello e li ho lasciato il contrasegno che, vedendo cosa alcuna tutto il golfo sarà avvisato in un tratto».
Il 31 maggio lo stesso podestà, non ottenendo risposta, scrive di nuovo in questo modo:
«Non mancherò di replicare a quelle, qualmente li giorni passati mi trasferii in Portofino, pur di ordine di V.S. Ill.me, quelle ragguagliandoli quanto in esso loco avevo ritrovato così di munizione, del castello, come di uomini nel luogo, e come avevo ordinato dovessero far doppie guardie per la suspicione, che continuamente si può avere del corsaro Draguto. Poi mi sono comparsi detti uomini di Portofino con dolersi del doppio carico, che dato gli aveva con assignarne loro ragione, con dire essi essere assai in povertà e al presente non ritrovarsi tutti loro uomini a casa e che in ciò volessi advertire. Io avea pensato, approssimandosi i tempi più sospetti, di mettere nel sudetto castello uomini quattro per la continua guardia, fra li quali fosse un bombardero, non deliberando altrimenti V.S. Ill.me mandarli quei pochi soldati che avea scritto e che il soldo di detti quattro uomini dovesse, pro rata, compartirsi fra tutto il capitaneato, atteso che il detto luogo di Portofino resta salvazione e guardia di tutti, e in ciò non ho voluto innovare cosa alcuna, insino a tanto non ne abbia avvertito V.S. Ill.me, dalle quali aspetterò novo ordine eseguendo quanto mi ordineranno».
In mezzo al palpito dei cuori giunge una lettera, che un povero sammargheritese, Giacomo Bullio, scrive da Algeri il 29 giugno del 1549. Il Nostro Bullio si firma «scrivano del Re d'Algieri» e scrive «a nome di tutti i cattivi» ossia i prigionieri al Doge ed ai Senatori.
Tale è la sua voce dolorante:
«Trovandoci qua circa centocinquanta povere persone genovesi schiavi di questo Re e d'altri particolari, che non abbiamo maniera alcuna di pagare tutta la somma del nostro riscatto, perché di qua per meno de scuti cento possono sapere V.S. Ill.me che uscire non se ne basta, ed a parte manca la metà, a chi più ed alla maggior parte la integra somma. Pertanto ci siamo umilmente mossi a supplicar quelle che ne vogliano avere pietà e mettere questa limosina fra tante altre, che usate a fare, che oltre che avranno premio da Dio, della limosina più maggiore avranno che saranno causa che nessuno della nazione di V.S. Ill.me non rinnegherà la fede sua, come fanno molti per diseredati, come quelli che non hanno mai speranza di uscire per via di riscatto da queste empie mani, e così sono abbandonati. Adunque umilmente vi preghiamo per amor di Cristo ne vogliate soccorrere come fanno di ogni provincia di Spagna li suoi; che ogni vascello, che viene in questo loco, di loro sempre ne portano trenta o quaranta, che riscattano con limosina, e così non d'altra parte si obblighiamo servire quelle sino che avremo vita adosso, e la maggior parte siamo marinari e ufficiali stati presi con le vostre navi, e non avendo speranza, salvo in Dio, e V.S. Ill.me quanto possiamo umilmente se le raccomandiamo».
E venne la volta di Rapallo.
Con il singulto nella strozza il 4 luglio del 1549 messer Calvo Senestraro, podestà di Rapallo, prende la penna e concitatamente scrive al Senato:
«Mi dole bene dare tal nova a V.S. Ill.me; tamen (tuttavia) al seguito non si può far altro. E' capitato qui questa mattina innanzi l'alba con vele ventuna, fra le quali era galere e galeote e fuste, e posto in terra tutta la fanteria in un poco spazio, che se non fosse stato le guardie di questo, tutti sarebbero stati preisi et io miracolosamente per due volte da loro scappato però con gippone a mala pena Dio laudato. Il danno seguito è assai. Ognuno è restato nudo. Dei morti e presi sono pochi, per quanto fino a qui posso intendere. Però alla giornata ne darò più distinto avviso a V.S. Ill.me, alle quali adesso più che mai mi raccomando umilmente».
Gli anni passati sulle colonne del Mare ho tratteggiato l'argomento, la cui trama si arricchisce di nuovi fili preziosi.
L'aggressione improvvisa del corsaro Dragut avea fatto fuggire le persone che credevano non Rapallo, ma Santa Margherita fosse stata la vittima. Infatti messer Lodisio De Franchi, podestà di Recco, scriveva lo stesso giorno al Senaro:
«Con gran dispiacere dico persone di Rapallo qui fuggite per l'insulto di fuste ventidue a Samta Margherita e attendendo qui a far nostre diligenze non mi estendo più».
La lettera del Giusdicente di Recco giunse prima di quella del Gisudicente di Rapallo, e il Doge ed i Senatori il 4 luglio, inviarono una circolare nella riviera di ponente, così concepita:
«Duce etc. Essendo stati ora con lettera del Podestà di Recco avvisati lui aver inteso da uomini fuggiti da Rapallo che ventidue fuste avevano fatto insulto a Santa Margherita, parendone necessario che al modo che si ha questa noticia si sappia per tutto massime in la Riviera di Ponente, se ne fa per questo noticia et ordinasi a tutti li Podestà et Ufficiali che faccino star ognuno ad ordine per guardarsi e soccorrersi un logo all'altro in caso di bisogno, facendo ritirar li vecchi, donne e putti e persone inabili in luoghi sicuri alla montagna, acciò non dieno impedimento alli altri, comandando a tutti li nostri sudditi e ognuno di quelli, che ubbidiscano rispettivamente alli Commissarii et Ufficiali loro sotto ogni grave pena in nostra dichiarazione, et advertisca ognuno ad essere molto ubbidiente, perché oltre che questo guarda all'istessa loro salute si darà ad ognuno disubbidiente acerbissime pene facendo ognuno li soliti segni diligentissimamente di notte e brutto, cioè di notte con fuochi e di giorno con fumi e ogni logo mandi con persona volando le presenti sino al suo vicino loco, sino a tanto che pervengano a S. Remo».
Il Senato, lo stesso giorno, mandò nella riviera orientale, quattro Capitani, così dandone la novella:
«Perché meglio resti provveduto e indirizzato il modo di guardarsi e difendersi ogni logo da qualsivoglia fastidio che fosse dato, perciocché si è inteso delle fusta, che si dicono essere in le parti di S. Margherita, si mandano li quattro infrascritti capitani cioè Giovanni dal Borgo, Geronimo Piacentino, Gregorio Roisecco e Alessandro da Castelnuovo, acciocché ognuno di loro ripartendosi in li loghi, che li parerà, possino far quel tanto che per indirizzo delle cose predette li parerà essere espediente. Si comanda per questo a tutti li sudditi nostri che in le cose concernenti questo e de sovra contenuto piglino quello indirizzo che si sarà dato da loro e faccino ciò che sarà espediente per loro e dal paese».
Il Podestà di Recco, il 4 luglio, mandò una seconda lettera al Senato, redatta in questi termini:
«Questa mattina ho advertito lor Signorie del dolente sinistro seguito a Rapallo: poi comparsero uomini da esso loco di Rapallo avemo inteso esserli del male assai feriti e morti gente e prigioni, il numero dei quali ancora non si è potuto intendere ad magnem. Hanno insultato il loco ad ore sette di notte e poi alle dieci partiti per Sancto Fructuoso a prender acqua secondo indicherò e in questo si partono alla volta de mare verso mezzogiorno e più presto a ponente che a levante, il che servi a noticia, quale armata di legni ventidue in l'Erba avemo inteso aver preso legni dodici in circa».
Al Podestà di Recco in quel frangente non pesò la penna, e stanca non gli cadde la mano, giacché quel giorno vergò quest'altra pagina, che inviò al Senato:
«Avemo scritto a Lor Signorie il seguito sino a qui poi sono giunti quattro Capitani li tre partiti senza dimora è stato qui il capitano Geronimo Piacentino a guardia nostra che assai caro ne è stato con qual si ordineranno tutte le cose opportune. Per la antedetta nostra abbiamo detto l'armata de infedeli partirsi, adesso pare si ritardi e facci poco camino alla volta di libeccio. Noi da canto nostro prima dell'ordine di lor Signorie a noi e a tutta la riviera dato, avemo mandato al monte femmine, putti e altre persone, e stamane cavalcai con uomini cento e più con ordine venissero delli altri alla volta di Rapallo, ma inteso alla montata di Ruta si era partiti, mutamo proposito e ciò serva a noticia delle lor signorie. Li sudetti tre Capitani uno per Rapallo uno per Chiavari l'altro per Sestri e faranno dimora fino a novo ordine di lor Signorie».
Il Podestà di Recco merita un elogio sincero per la celerità, colla quale mandò notizie ed informazioni in quel giorno malaugurato, e per il manipolo di uomini, inviati in soccorso a Rapallo.

Il primo, che abbia tramandato, colla data però errata del giorno, il saccheggio, commesso dall'orde barbaresche al nostro borgo di Rapallo, fu lo scrittore Iacopo Bonfadio, annalista, o per meglio dire, giornalista contemporaneo della Serenissima di Genova.
Dopo di lui, chi più e chi meno, con colori, più o meno foschi, esagerando, o diminuendo, in prosa ed in verso, in manoscritti, in monografie stampate, e in Guide, zeppe di strafalcioni, accennò alla grande iattura, che toccò alla patria nostra.
Dice il Bonfadio all'anno 1549:
«Dragute dalle sue caverne tacito esce ed occultamente navigando il giorno 6 luglio (errore per 4 luglio) poco avanti giorno, all'improvviso assale e mette tutto a sacco Rapallo, terra discosta da Genova venti miglia, non essendovi per negligenza e disunione dei terrazzani chi facesse guardie. Che orribile sembiante fosse allora di ogni cosa, che orrore e che miserabil fuga di persone di ogni età e dell'uno e dell'altro sesso, i quali così spogliati saltavano giù dai loro letti ognuno seco nell'animo non senza qualche sentimento di dolore, lo anderà immaginando e felici chiamerà quei popoli, i quali securi da così fatti periculi fermate hanno le abitazioni e i beni suoi in terraferma. Furono condotti via intorno a cento prigioni, tra le quali furono alcune vergini belle. Non vorrei già che in caso così miserabile e acerbo, raccontando io cose che possono muovere riso, paresse che io voglia scherzare e prendermi gioco; tuttavia non è da passar con silenzio il fatto egregio di un grazioso giovane; e per la modestia e onestà di quella non sapendo né sperare né partito pigliare, da acerbissima passione, siccome avviene nell'amore, trafitto, si consumava; non passava né giorno né notte che essa non udisse le meste querele di quello, il quale dal furore di così ria tempesta risvegliato, salta subito di casa lasciati il padre e la madre, e prestamente cammina alla casa dell'amata giovane, quella tutta per timore ispaventata piglia dal letto, attendendo nel presente pericolo gli altri di casa a salvare sé medesimi, e fuggendo dalle mani dei barbari salva la conduce nei monti vicini.
Così la bellissima giovane fuggì mercé d'amore il furore, che adosso ai miseri Rapallesi spinse la malvagia fortuna
».
Il Bonfadio non dà il nome del nostro eroe, ma Bartolomeo Paschetti, che tradusse le sue opere, pone in margine il nome di Bartolomeo Maggiocco.
La fidanzata apparteneva alla cospicua famiglia dei Giudice ed abitava nella via delle Saline. Pensando che parte dei turchi fossero passati dalla Porta delle Saline, il Maggiocco dovette necessariamente per salvare chi fu poi, e per lunghi anni moglie adorata e madre di numerosi figliuoli, trovarsi nel fervor della mischia.

Il saccheggio di Rapallo ebbe fuori il genovese dominio dolorose impressioni.
Il 4 luglio (sempre lo stesso giorno della disgrazia rapallese) il Senato scriveva ad Agostino Spinola e ad altri genovesi domiciliati a Valenza, e a Giovanni Lomellinom, e ad altri genovesi, domiciliati a Barcellona, le seguenti:
«Importando sommamente che li vascelli nostri e dove nostri abbino risico, che si ritrovano in quelle bande, che sono pur d'importanza massime in Alicante, Cartagena, Malica e tutta la costa, abbino noticia del male che avemo noi avuto, queste subito con corrieri a posta e modi certi e diligenti darete noticia a tutti li nostri vascelli, che oggi nel fare del giorno il corsaro Dragut con ventun vascelli, tra quali cinque galere molto grosse ben in ordine, il resto galeotte di diciotto uomini ha dato in terra nel golfo di Rapallo, preso diverse anime in esso luogo e a un'ora di sole si era già levato e tendeva verso ponente e adesso che sono ventitre ore resta qui sopra lo mare quindici miglia. La sua navigazione pare a ponente, però non si sa quello che abbi a fare».
E sempre il 4 luglio, il Senato inviava quest'altra Circolare:
«Essendo avvisati che ventidue fuste avevano fatto insulto a Santa Margherita, ancor che debba ragionevolmente esser questa notizia per tutta la Riviera di Levante per gli Commissarii ed Ufficiali presenti debbano esser fatte le dovute diligenze per guardie e difesa del paese e abitanti, nientedimeno si ordina per maggior cautela a tutti gli ufficiali che sieno molto vigilanti, perché siano di continuo fatti i segni di netto e brutto, cioè di giorno con fumo e di notte con fuochi al solito facendo le diligenze che si devono, perché ciascheduno stii ad ordine con le armi per diffendere il suo liogo, e soccorrere al vicino che avesse bisogno, facendo ritirare alquanto alle montagne li vecchi, donne, putti, e persone inabili, accioché non sieno a impedimento alli altri. Comandiamo a tutti li sudditi nostri che pienamente obbediscano li Commissarii et Ufficiali presenti, sotto ogni grave pena, in nostra discrezione, la quale saria acerbissima, tenendo quest'ordine alla sicurezza di loro stessi e salute del paese e vadano le presenti di loco con le poste e guardi ognuno ad usare grandissima diligenza».
Altri provvedimenti venivano presi lo stesso giorno dal Senato, colla tema di disgrazie peggiori.
Valga il seguente:
«Perché resti da per tutto riguardato il paese in modo che non seguino danni alli vascelli turcheschi con li quali si dice esser Dragut in numero di essi vascelli di ventitre, ellegemo il nobile Andrea Spinola del fu Quilico, commissario a Sturla, acciocché possa mettere ad ordine con li uomini di Sturla come di Quarto e circostanze e far che tutti pronti con le loro arme stieno facendo continue guardie apparecchiati per difendere il detto luogo e circostanze soccorrere et aggiustare li vicini in caso di bisogno, al quale effetto comandiamo a tutti gli uomini abitanti in li loghi predetti che al detto nostro Commissario in le cose pertinenti a quanto di sopra si è detto, ubbediscano sotto ogni grave pena».
Più veloci di quelle recate ora dal telegrafo, le notizie della disfatta rapallese, con colori esagerati, come del resto succede anche oggi, erano giunte dall'un capo all'altro delle due riviere ed aveano scosse tutte le corde dei cuori.
Il 4 luglio del 1549 i patrizi Lorenzo De Fornari e Marsilio Fieschi scrivevano da Savona al Senato:
«Oggi a ore ventidue in circa avemo avuto l'avviso di V.S. Ill.me che va di lungo sino a S. Remo e intesosi per esso come a bocca di Sebastiano Artuse, suo commissario, giunto qui alle 24 ore, il danno che ha patito Rapallo e il timore di Santa Margarita, perciò esecuzione delle sue mandatole prima prestissimo, avemo replicato con maggior pena i nostri ordini per tutti i luoghi del nostro Commissariato, e non meno provvisto qua di quello che n'è parso al proposito. Ora che sono tre ore in circa avemo lettere di Vado, per le quali siamo avvisati che la loro guardia del Cavo di Santo Stefano nel farsi notte aveva scoperto e visto ventidue vele, di che n'é parso debito nostro farne consapevole V.S. Ill.me».
Ai timori, non ancora cessati, altri se ne aggiungevano.
Il capitano Gerolamo Roisecco, un vecchio marinaio sammargheritese che tanta parte ha negli avvenimenti, che in quei tempi si svolgevano nelle due riviere, dotato di una intelligenza non comune, era giunto velocemente a Rapallo, perché il povero podestà, uscito appena vivo col suo gippone, dovea ritrovarsi a letto in qualche casuccia di Cerisola, di Borzoli o di Assereto, al coperto di futuri assalti e di risciacquate dei superiori genovesi.
Il Roisecco alle ore sei di notte del quattro, da Rapallo, informava di già in questo modo il Doge e i Senatori:
«Con il messo mandato per V.S. Ill.me quale capitò qui a ore cinque e meza, ho risaputo la di V.S. Ill.me de quattro, visto quanto V.S. Ill.me mi ordinano che vista la presente mi abbia a transferire in nel loco di Portofino con li quattro compagni denotati. Così per me domani mattina sarà eseguito quanto V.S. Ill.me mi hanno ordinato e con diligenza e bona custodia guarderò il castello e il loco sotto quelle forme, che mi si conviene. Capitai a ore diciannove, subito andai dal Signor Commissario per vedere li ordini che restavano in la guardia del detto loco, quali approvai e quindi in compagnia di cinquecento assieme ne parse di moltiplicare più numero di fanti per la guardia di detto loco e circostanze e queste facemo per lettere avute da Recco e Santa Margarita che il corsale Dragut dava a terra a Santo Frutuoso, e dubitando non calasse numero di gente in terra, e dubitando che non chiudesse il passo per Santa Margarita per dannificare quella attento alquanti rinegati di esso loco, pratici di quei sassi e per tale effetto fecemo la sudetta gran provisione di gente per poterla soccorrere bisognando la quale anche servirebbe per le circostanze: bisognando li altri due capitani, mandi per V.S. Ill.me subito che uno si transferì nel loco di Chiavari e l'altro di Sestri».
Quando i buoi per la magra vigilanza dei guardiani erano fuggiti; non mancò la grande oculatezza di chiudere la stalla.
In un baleno il capitano Alessandro Lazari, di Castelnuovo, era giunto a Sestri e alle ore due di notte di quel giorno quattro trasmetteva in questa forma notizia del suo arrivo al Senato:
«Circa alle ventitre ore sono giunto qua: et in vero ho trovato questo loco quasi abbandonato che la maior parte degli uomini insieme con le loro masnate s'erano absentati: non ho mancato subito giunto con comandamenti esortarli al venire; così ne sono venuti parte, ma sono pochi; non mancherò far quel tanto che in difesa di questo loco si potrà, e passata questa notte farli tornare, e così sino a novo ordine di S.E. starò provvedendo a quel tanto si potrà».
L'alba del cinque luglio spuntò, e le notizie vennero comunicate più esatte.
Messer Filippo Raimondi Pinello vicario di Chiavari scrive:
«Avemo dato avviso al Podestà di Sestri che metta subito in ordine una fregata armata con dieci o dodici uomini, acciò sieno avvertite dieci o otto navi che sopra quelli mari erano, per quanto si giudica, cariche di grano, e pensiamo tale avviso li sarà giovato, perché il Dragut dopo d'avere levato acqua a Santo Fritoso s'è drizzato verso levante in contra quelle navi. Dio sa quello che li difenda da sì crudele corsaro!
Si dice che quelli navilii sono non troppo in ordine, però non si sa se non per uno che l'ha sentito dire a Rapallo. Si stimava dovessero fare qui riscatto, e non avendolo fatto si fa giudicio che questo corsaro voglia ritornare sopra queste riviere
».
E lo stesso giorno fu trasmessa questa seconda pure da Chiavari:
«Stamattina ho scritto alle Ill.me S.V. e datole noticia come il perfido Dragut aveva assaltato il borgo di Rapallo, e, per quanto si diceva avere fatto gran danno così in le persone come in le robbe; s'è poi inteso come in le persone non vi era stato troppo danno, ma solamente morto il prevosto de la Torre e preso messer Gio: Andrea Giudice e Vincenzo Canessa con una donna e uno figliolino. Si può ringraziare Dio che non siano venuti qui, che contuttoché abbiamo usato ogni sforzo in far le guardie, si sono demonstrati molto negligenti, e ieri notte alle tre ore ricusavano farle con dire che a Rapallo non si facevano e che Dragut era preso e morto, simili parole e altre dicendo. Stamatina per la più parte sono fuggiti e usciti fuori con le loro masnate, molto spaventati, e appena si sono trovati li ufficiali della guerra con li Capitani. Quando s'è visto li turchi passare il monte, tutti si sono presentati con bravarie di parole, e molto male in ordine, chi senza arme, chi con gli archibusi disarmati, e chi senza quelli, lasciandoli in casa, né mai si vide tal confusione, né s'è mancato dare provigione a tutto, e repartire le genti in quattro capitani, e ciascuno di loro al suo quartero, e farne due per li borghi e ville e citare tutte le ville, talché qui dentro si ritrovano gente assai. Resta solo che abbino bon ordine e che non preteriscano quanto loro viene imposto: e stimo che non sarebbe male mandare qui uno uomo o due esperti nelle armi, acciò con bon ordine e maggior sicurezza si potesse guardare questo luogo. Me ne rimetto sempre alle Ill.me S.V.».
Queste preziose notizie vennero tesoreggiate dal Doge e dai Senatori i quali il giorno 5 scrivevano la seguente al Capitano della Spezia:
«Essendo ancora con li ventidue vascelli Dragut in questi mari e volendo provvedere, come conviene, per sicurezza di quelli vascelli che fossero per cammino e venissero da qualsivoglia parte; per questo si mandano le presenti al Capitano della Spezia con ordine che faccia far diligenza con fregata la quale vadi a torno sino a Livorno notificando ad ogni vascello che ritrovasse, che debba detenersi o ritirarsi dove li verrà più comodo secondo la parte in la quale le fusse o a Livorno, o sotto il castello di Lerici o a Portofino, per tanto che si abbi sicura notizia che si sieno li detti vascelli partiti da queste bande. Ordinasi per tanto a tutti li patroni, ufficiali e ciurma d'ogni vascello che osservino per salvezza loro e per bene publico quanto di sopra è detto, per quanto tengano cara la grazia nostra».
E con altra lettera avvertivano che i vascelli da remo visti erano «a quindici o venti migliasopra il monte e si tien per fermo che sii Dragut qual s'intertenga per continuare in far danno».
Quali impressioni esercitassero queste lettere nella nostra gente atterrita, è facile immaginare.
E da Recco a Sestri la gente fuggiva alle montagne, lasciando indifesa la spiaggia.

Messer Pietro Calvo Senestraro, podestà di Rapallo, era una specie di Don Abbondio, a cui nessuno poteva dare il coraggio, perché in fin dei conti il coraggio non si può comunicare a base di iniezioni ipodermiche. Ed anch'egli, se non sognò i bravi dai ceffi proibiti, vide i ghigni peggiori dei turchi, che l'avean ridotto quasi nudo, dai cui artigli erasi per ben due volte salvato.
Però, sia detto per la verità, nessun referto medico dice che avesse ricevuto anche una semplice graffiatura da quel nucleo di pirati, che erasi ancorato tra i due moli, che fiancheggiavano la Marina delle Barche, e che imboccando il vicolo si snodava alla Corte, ove era l'abitazione del Podestà.
I pirati erano entrati in casa sua, poi erano corsi a quella del reverendo Domenico Della Torre, prevosto della vicina chiesa di S. Stefano, e l'aveano ucciso.
E c'era da rabbrividire al solo ricordare quella tragica ora mattinale. Finalmente si decise ad aprire un finestrino della casuccia, ove si trovava, ispezionò l'orizzonte, da Capo Manara a Capo di Monte i custodi dei falò non faceano alcuna fumata, segno evidente che c'era netto, o, per meglio dire non c'era pericolo. Avea pur saputo che il capitano Roisecco dava ordini e contro ordini, che era già stato a Portofino, e che c'era un manipolo di persone, più di cinquecento, quante bastavano per la sua persona, onde messer Pietro si rinfrancò, Don Rodrigo, o per meglio dire Dragut erasene ito, uscì fuori andò alla corte, e finalmente scrisse, il giorno cinque, al Senato:
«Sendo accaduto lo eccesso che V.S. sanno, è parso a questi nostri borghesi che per sufragio di V.S. Ill.me per la ricuperazione di più robbe tanto lasciate per il Dragut per la marina, quanto ancora poi del bottino furono per diversi date. Del resto si è inteso che li uomini di Nervi, Recco, Camogli e ancora quelli di Savona, come ancora de altri lochi hanno di robbe fatto gran presa. Si ricorre da V.S. Ill.me quelle contentarsi di ordinare per il tanto che V.S. Ill.me parerà per ricuperazione di quelle».
Il Podestà di Rapallo non tornò su certi particolari che il Senato sapeva, e la sua lettera fu come uno scandaglio. Il Senato il 6 luglio promulgò la seguente circolare:
«Duce e Governatori etc. Intendendo che in la partenza delli Turchi dal logo di Rapallo sono state da diversi prese robbe così in lo detto loco come eziandio lasciate da detti turchi per la marina, spettanti a detti uomini di Rapallo ed essendo crudelissima cosa che alcuno debba tener ciò che spetta a chi ha patito tanto danno, volendo in ciò provvedere, si comanda ed ogni e singola persona, tanto di Rapallo, Camogli, Recco e Nervi come in qualsivoglia altro logo che debba dentro da otto giorni aver portato e consegnato al Podestà di detto loco di Rapallo qualsivoglia cosa che avesse preso come di sopra, o in altro modo fosse pervenuto alle sue mani, purché sia cosa che spetti alli detti uomini ed abbino essi uomini perduto in lo tempo del danno avuto da turchi e dal detto tempo in qua sotto ogni grave pena a nostro arbitrio. Avvertendo ciascheduno che così come il caso seguito è miserabilissimo, così ancora a chi al sudetto modo tenesse ciò che spetta a quelli poveri dannificati, saria data grandissima pena, fatte le debite considerazioni, sì che ognuno per far ciò che conviene a un cristiano e per schivare le pene predette guardi di non disubbidire questo nostro ordine. Ordinando al detto Podestà che facci diligenza d'intendere a chi spetta tutto ciò che li fosse portato e di subito senz'alcuna dilazione o intrico faccia restituire, ordinando alli rappresentanti le Comunità di Nervi, Bogliasco, Sori e Recco che ognuno di loro facci pubblicare il presente ordine, notando sotto averlo fatto e dando queste al presente portatore, acciò che le possa consegnare al Podestà di Rapallo».
Si presero pure provvedimenti per la Punta della Chiappa, i quali servivano di sollievoa Portofino ed a Recco, onde il 7 luglio messer Ludovico De Frauci, podestà di Recco, scriveva al Doge ed ai Senatori:
«Per l'imminenti pericoli si è fatto e si fa spese per nostro riparo tra le altre al Capodimonte, cioè alla Chiappa, avemo posto guardia, qual ne pare di grande importanza, così a noi come a tutta la riviera. E perciò impetremo da lor Signorie che concedino tale spesa sia fatta per noi come per li altri loci, cioè Saulo, Bogliasco, Nervi e altri loci, come è solito et altre volte concesso da lor Signorie».
E il Giusdicente di Recco si ebbe, l'otto luglio, questa in risposta:
«Ne par bene che provediate alla guardia della Chiappa del Monte, secondo che per le vostre fatte ieri ci scriveste, che poi si farà contribuire alla spesa quelli che ne pigliano sicurezza. Non mancate di fare per custodia di cotesto loco ogni diligenza, acciocché si possa continuare in laudare le azioni vostre, come certamente meritano d'essere laudate».
E davvero il Podestà di Recco merita un encomio per non essere stato pusillanime come il suo collega di Rapallo.

Cominciano a farsi sentire le note doloranti, e si elevano supplichee preci ai troni celesti e ducali.
Prete Giovanni Maria della Torre l'otto luglio del 1549 espone al Senato che in infortunio piratarum, fu ucciso prete Domenico della Torre, suo padre, prevosto di Santo Stefano di Rapallo.
Apro una parentesi per dire che quest'uomo non fu uno stinco di santo, perché da una monaca professa ebbe quel figlio, ora supplicante il Senato. Il Papa però avea perdonato il trascorso giovanile ed avea con una bolla speciale legittimato il neonato, e ciò avea fatto pure l'imperatore. Il Domenico era figlio del nobile Francesco della Torre del fu Giovanni, il quale accolse nella sua casa di Rapallo Massimiliano, imperatore d'Austria, e da esso fu nobilitato.
Allorché il giovinetto Raffaele Riario, nipote di Sisti IV il futuro celebre cardinale del titolo di S. Giorgio in Velabro, amico e mecenate di poeti e letterati, celebre sotto il nome di Vescovo di Ostia, rinunciò la prepositura di S. Stefano di Rapallo, che possedé in commenda dal 1474 al 1477, il Domenico della Torre fu il suo successore, e la tenne per settantadue anni, finché non lo colse il ferro turco.
Dovea essere vecchio e cadente. Avea goduto i favori di Papa Paolo III, che nel 1541 accordò ai della Torre il giuspatronato della chiesa di S. Stefano di Rapallo.
I turchi non erano penetrati nella casa del Prevosto, ma invece di essi era entrato il fratello Giacomo della Torre, il quale aveva asportato l'argenteria e tutto ciò che di bello e di buono vi si trovava.
Il figlio si lagnava per l'usurpazioni dello zio e chiedeva la restituzione di tutto. Il Giacomo, a sua volta, si lagnava che non dovea aggiungersi afflizione agli afflitti, e che nell'invasione turca era fuggito quasi nudo, che i pirati aveano rubato ogni cosa e gli avean portata via schiava una bambina di cinque anni, e, lasciato Rapallo, era venuto in Genova per provvedere alla sua liberazione.
Il Senato si trovava di fronte ad una questione di umanità. Poco dopo Bartolomeo Canessa, uno dei tanti tessitori di velluti, esponeva al Senato che i giorni passati avea ricevuto da Giovanni Gentile de Canario una quantità di seta per tessere velluto e fabbricarlo nei suoi telai di Rapallo, ma quei cani di turchi gliene asportarono 75 palmi del già tessuto, insieme a tutti i mobili di sua casa. Aggravato di famiglia, che stava morendo di fame, pregava che gli fosse pagato la rimanenza del velluto fabbricato, rifiutandosi a ciò fare il committente.
L'otto luglio il Doge così scriveva al Podestà di Rapallo:
«Fioretta, figlia del fu Gerolamo della Costa, e moglie del fu Francesco Boero qual fu morto l'altro giorno in la depopulazione di quel loco da infedeli, ci ha mosso a compassione vedendola aflitta per la perdita del marito, e non manco per il stimulo che ha dei creditori. Teme essa povera donna molto più gravata di prole che non sia espulsa da creditori fuor di un certo mulino e casetta dove abita. Il desiderio suo sarebbe goderla con suoi figlioli e che gli restasse per la detta sua dote».
Il Doge ingiungeva al Podestà di fare giustizia.
E giustizia pure, il 16 luglio, chiedeva al Senato Giorgio Devoto «abitatore in le ville di Santa Margarita di Rapallo» il quale esponeva:
«Avendo sentito il rumore che si faceva il dì della preda in Rapallo, con sue armi corse al loco, e non mancò ad esempio di bon vicino assalire uno dei mori del Dragut col quale in mare, distante per più di canne trenta, lo prese prigione non avendo già rispetto espor la vita sua in tanto perilio, cosa apresso cristiani degna di lode. Preso ch'ebbe detto moro e conduttolo nel borgo di Rapallo ad esempio di altri del loco che poco o nulla facevano stima di assalire detti infedeli, come secondo dice, avrebbero potuto fare, e prenderne anche de loro prigioni, non solamente si congratularono con esso lui di tal presa, ma Giovanni Viganego e Marchesino Canessa in disonore e vilipendio di esso supplicante e per loro grande invidia l'amazzarono, cosa di spregio e degna di rimedio. Dunque ricorre a quelle, pregandole con umiltà si degnino farli pagare la valuta di detto moro, acciò dieno esempio alli altri di villa che, sentendo simili stremiti, possino correre ed esporre lor vite a difesa di coloro che da simili infedeli fossero assaliti». ù
Sentasi la voce di Gregorio Canessa, che scuote le fibre del Senato in una seduta del 31 luglio:
«Espone umilmente a V.S. Ill.me i sfortunato e disconsolato Gregorio Canessa di Rapallo che essendo stato questi giorni passati preso e saccheggiato il detto loco di Rapallo dal maledetto Dragutte, non solamente li fu saccheggiata la casa e preso tutto quello che aveva, ma che è stato peggio li furono prese e fatte prigioni sette persone, la moglie con un figlio e una figlia, un fratello, due cognate ed una nipote, e desiderando riscattarle né pensando in altro si partì di qua in Provenza, per riscattarle, né lo poté fare, non essendo capitato detto Dragutte in Provenza. Ora essendo più che mai desideroso del loro riscatto ha fatto fermo proponimento andare dove si ritroverà detto Dragut o in Gerbi, o in qualsivoglia altro loco per riscattarli, e fra le sopradette sette persone essendoli una sua cognata chiamata Bianca Canessa, sorella di sua moglie e moglie di uno suo fratello assente già sono molti anni, e di quello non si ha notizia alcuna, la quale desidera riscattare come l'altre, né avendo modo alcuno riscattarla dal suo proprio essendo restato rovinato e distrutto e sforzato impegnarsi e spendere per il suo viaggio che inbtende fare dove saranno e far altre spese necessarie a detto effetto et essendo onesto che la detta Bianca per il detto suo riscatto e per la sua parte di quello che si spende resti obbligata a esso Gregorio, il che non pò fare detta Bianca, essendo schiava, e perciò esso Gregorio acciò non si manchi di riscattarla e che esca di mano di quei cani, ricorre a piedi di V.S. Ill.me devotamente pregandole che essendo questa cosa opera pia e santa, si vogliano degnare e decretare e ordinare che esso Gregorio riscattandola possa nei beni di detta Bianca conseguire il suo pagamento».
Un manipolo di turchi avea, come già dissi fatto impeto alle Saline, un altro alla Marina delle Barche, ed un terzo nella frazioncella, dove pulsava il cuore marinaresco di Rapallo, alle Nagge, che allora chiamavasi Stella.
Infatti il 4 agosto 1549 il notaio Francesco della Torre dichiara che Antonio Baliano e Raffaele Norero si esaminarono che, quando il pirata Dragut saccheggiò Rapallo, la casa dei fratelli Nicolò, Battista e Stefano Borzese fuori del borgo, alla Stella, fu pure saccheggiata ed anche la lor bottega nel borgo.
Il 3 settembre Pantaleo Canevale scriveva al Doge che nella preda, fatta dai pirati in Rapallo, era stata presa sua moglie Benedettola, sorella di Battista e di Gregorio Merello, ma che, avendola riscattata, chiedeva di poter disporre della sua dote; il 15 ottobre il Doge ed i Senatori scrivevano al Podestà di Rapallo di proteggere Maria e Pelegra «poverissime donne prese in la depopulazione fatta per Dragut in lo burgo di Rapallo» le quali dallo stesso Dragut erano state vendute in Barcellona e ivi riscattate da un gentiluomo genovese insieme con Isabella Beretta, altra rapallese rapita.
Il 5 novembre gli stessi Doge e Senatori scrivevano al Podestà rapallese di prendersi a cuore il lacrimevole caso di Mariola, vedova di Domenico Forte, di Portofino, la quale aveva il marito con due figli schiavi, uno dei quali, col marito, fu riscattato per 240 scudi, ma morirono entrambi in Sardegna, rimanendo ancor un figlio schiavo, ha pure altri tre figli e viene oppressa dai creditori, e per ciò la tuteli e induca i creditori a temporeggiare.

La teoria dei rapallesi schiavi non è chiusa ancora.
Il 26 [mese non indicato] del 1549 Simone de Casaregio di Rapallo, implora il Senato per il riscatto di Peretina, sua figlia, moglie di Pierino de Asola, abitante in Rapallo, rapita da Dragut, e che in Algeri fu venduta ad un rinnegato.
Viene di nuovo alla ribalta Gregorio Canessa, il quale il 30 maggio del 1550 si lamentava col Senato che erasi portato in Algeri per riscattare la cognata Bianca, e che aveva pure riscattato Pellegrina, moglie di Nicolò Bisaccia, sua nipote, ma che essendo ciò costato pericoli e spese, avea diritto ad un indennizzo.
Per questo sparò le sue cartuccie Nicolò Bisaccia, il 12 luglio, dicendo che per il riscatto della moglie lo zio Canessa faceva un illecito guadagno, e che si volesse guardare alla sua povertà, giacché nel saccheggio di Dragut, nudus evasit, era fuggito nudo.
In mezzo agli atti di desolazione trovo la parcella delle spese, presentata il 12 giugno del 1550 al Senato da Raffaele Bonfilio di Rapallo, che si portò in Algeri a redimere la moglie Catarinetta figlia del fu Giovanni Queirolo.
E' così concepita:
«Presentati a Salemo renegato per lo suo primo rescatto scudi 47; per spese fatte in Marsiglia in giorni ventiquattro uno scudo e lire quattordici; più per la cabella della porta scudi tredici e lire quattro; più per la cabella della marina lire quattordici; speso in Algeri per suo vivere e uno letto da dormire scudi cinque; per suo vivere da Barberia in Marsiglia in mesi tre e mezzo scudi uno e lire trentaquattro; al patrono della nave per il suo passaggio di Barberia in Marsiglia lire tre; spese in cammino da Marsiglia sino a Genova scudi due, lire una».
La redenzione della moglie era costata al tenero marito scudi settantasei e lire quaranta, per le quali entrava nell'integro possesso della sua dote.
Ancora il 10 luglio 1551 Mon. Egidio Falceta, vescovo di Caorle, vicario dell'Arcivescovo di Genova, dichiarava che nell'assalto, dato a Rapallo dagli infedeli, era stato ucciso Giacomo Airaldi, e che erano stati fatti prigionieri Pellegra, sua moglie, e Domenico lor figlio, onde rilasciava apposita commendatizia ad un altro figlio frate Raffaele, per chiedere alla carità della gente l'obolo per la redenzione dei suoi cari.

Allorché il truce corsaro Dragut, dopo il saccheggio di Rapallo, andò a rifornirsi d'acqua a S. Fruttuoso il capitano Roisecco avvertiva il Senato che alquanti rinnegati sammargheritesi, pratici di quei passi, erano a bordo delle fuste corsare, e dopo uno spazio di tempo Antonio Maria Spinola, commissario in Portofino scriveva al Senato:
«Li deputati del luogo di Santa Margharita mi sono stati a trovare e me hanno fatto intendere che si ritrova sopra questa armata turchesca uno di detto luoco nominato maranola, il quale può assai dal pascià di detta armata, come le S.V. Ill.me avranno inteso più ampliamente dal capitano Costa. Desideriamo di presentarlo di qualche rinfrescamento pensando che li dovesse giovare in oprare apresso il pascià che non fosse dato molestia al detto luoco di Santa Margarita. Prima di aver voluto provvedersi di quel che vogliono appresentare mi sono venuti a domandar licenza di potere quando saperanno di trovar detta armata di andarli a far detto presente. Io li ho risposto che ne darò adviso alle S.V. le quali mi ordineranno quel tanto si ha da fare in detto negocio».
Non so quale sia stato il responso dato dal commissario, ma i documenti suaccennati, che parlano di sammargheritesi rinnegati e di un sammargheritese, potente presso il pascià, che si cercava carezza con certi donativi di rinfrescamenti, potrebbero far supporre che il saccheggio di Rapallo non sia dovuto solo alla negligenza delle guardie, alle dissensioni intestine, alla misera oculatezza del Podestà, tutti elementi deleterii, ma un tantino pure alle informazioni dei rinnegati sammargheritesi.
E il saccheggio non si limitò soltanto al borgo di Rapallo, ma alle ville circonvicine.
Infatti, allorché il pontefice Pio V, con bolla del 3 ottobre 1568 soppresse il monastero di Vallecristi, ad istanza dell'arcivescovo Cipriano Pallavicini, era stato esposto alla Santa Sede che le monache aveano corso il pericolo parecchie volte dei turchi invasori, ché anzi «dall'immanissimo arcipirata Dragute» era stato circondato d'assedio e spogliato di ogni avere, se non che le suore erano state miracolosamente salvate.
I turchi aveano quindi imboccato la strada romana dei Muretti, ma per trovare il monastero, che giaceva romito ed appartato in fondo ad una valle incassata, occorreva la conoscenza della topografia, e questa solo potevano indicare i rinnegati e il maranola sammargheritese, il quale non per nulla era addentro alle segrete cose del pascià, e non per nulla gli si offrivano gli omaggi del luogo natio.

I timori non erano ancora cessati.
Si pensò molto ai cavi, ove si facevano le segnalazioni, e principalmente a quello del Mesco, che trasmetteva i segnali a quello di Manara e questo a sua volta a quello di Capodimonte, o Portofino.
Infatti l'undici luglio del 1549 il Senato scriveva ai Consoli di Vernazza, Corniglia, Manarola e Rimazore:
«Perché l'anno del 47 alli 13 di luglio si fece il decreto che avete a contribuire in la nova guardia, instituita sopra gli scogli di S. Amntonio del Mesco, e parimenti allo repartimento della spesa, che si fa sopra il detto cavo e gli fu apposta la clausola qualificatoria, sicome si è visto, e per quanto intendemo fu per noi richiamato. E' passato tanto tempo senza aver preso conclusione vedendo il pericolo grande per le disgrazie di questo can Dragut. Vi imponemo a tutti che senza tergiversare né senza dilacione abbiate a concorrere in detta spesacosì della nova instituita, perché così vogliamo».
Perché a Sestri Levante non succedesse quello, che era successo a Rapallo, il capitano d'arme Alessandro Lazaro, di Castelnuovo, avea innalzato il cavalletto per la tortura, del che il 20 luglio 1549 così ragguagliava il Senato:
«Alli giorni passati vedendo che quegli uomini erano alquanto negligenti nelle guardie e cose necessarie alla conservazione di questo loco, per terrore e anco per castigo che bisogna, feci mettere uno curlo overo martorio nel muro della casa di Martino de Morinello, per essere detta sua casa contigua al loco della corte in piazza e loco a mio giudicio ove meglio si potesse accomodare. Il medesimo giorno la moglie del detto Martino presuntuosamente tagliò la fune e gittolla in terra, più con comandamenti si pose a torno al suo loco. Il giorno seguente non mancò il detto Martino con maggiore pretensione e in mio dispregio gettare il tutto per terra e anco nascondere ogni cosa».
«Uomini della guardia di Camogli ne hanno referto che uno schifo con uomini quindici in circa de corsi fuggiti dalle fuste quali hanno preso due barche loro conserve da dieci in circa che è segusto ier mattina a due ore del sole, che abbiamo dato notizia a Rapallo, acciò anche loro notificano all'altri».
Il 23 agosto il Capitano Gerolamo Roisecco scriveva da Portofino al Senato:
«Stamattina a ore quindici avemo visto sopra Monelia parecchie vele del che non avemo potuto contare eccetto venti tre e paremo più grosse una dell'altra. Avemo fatto il contrasegno secondo l'ordine delle Ill.me V.S. come per il passato ne era stato ordinato. Per dover mio ho avisato alli mag.ci procuratori come una rota è rotta e mandateci il richiesto e due dozene di balle».
Lo stesso giorno il capitano Lazari di Castelnuovo scriveva da Sestri Levante:
«A questa ora ho ricevute due dell'Ecc. Principe Doria, con una fregata mandata a posta delle quali il tenore è come il Dragut due giorni e due notti si è partito di Corsica e che S.E. lo ha sempre seguitato senza scoprirsi, e per essere le ciurme quasi morte si riposerà alquanto e secondo disse la fregata in questo luogo, il numero delle galee sono 43 e sono discoste sino a sei miglia».
Più interessanti notizie furono il 26 agosto comunicate da Antonio Vignolo, podestà di San Remo, il quale scriveva:
«L'Ill.mo Sig. Principe con le galere a ore ventidue era sopra il nostro loco e navigava verso Provenza stretto con la terra; poi a ore ventitre in circa sopravenne un giovane d'anni quindici in circa di questo proprio loco, quale essendo captivo nell'armata turca preso li dì passati con la nave di Montano essendo detta armata sopra Caviroesi con lo aiuto di Dio si buttò in mare e campò fuggendo qui. Et io visto questo e udito quello che esponeva detto giovine di subito feci armare una fregata con detto giovine dentro et io in persona per volerlo condurre da S.E., ecosì sin ad ore due di notte, vedendo non poterlo giungere, me ne tornai indietro. Le nove che quello dice sono come il detto Dorghuto resta con vascelli diciasette, tra piccoli e grandi, perché li cinque altri vascelli del Zoppo non sono più con lui, perché li giorni passati ritrovandosi in Corsica il detto Zoppo con detti suoi vascelli ha abbandonato il detto Dorghuto. Della sua navigazione non ne sa dar conto. Anche dice che tutti li prigioni di Rapallo sono scaricati in Algeri e venduti. Di Gio: Andrea Giudice dice ancora essere lì, e avere fatto recapito de scudi 500. Il Bartolomeo Norero preso li giorni passati con sua nave dice essere nella capitania di esso Dorguto al remo».
Il giusdicente sanremasco c'informava adunque che gli schiavi fatti da Dragut in Rapallo erano tutti nel bagno di Algeri, e che sulla nave capitana del corsaro stava patron Bartolomeo, dell'illustre prosapia dei Norero.
A Chiavari «per li sospetti occorrenti» aveva il Senato trasmesso il capitano d'arme Gerolamo Piacentino con una compagnia di prodi, e i Consiglieri chiavaresi, quantunque ne fossero riconoscenti, il 31 agosto mandarono al Senato ambasciatore Giovanni Solari coll'incarico di dire che «questo loco è assai fornito e in ordine per la defensiva dal Dargut» ma che la spesa per il Capitano e compagni «resta a danno dei poveri e di poco profitto al loco».
Il golfo si andava fortificando, e il 23 novembre del 1549 il Doge, ad istanza dei Consiglieri di Sestri Levante e di Gio: Battista Federici accordava il permesso di fare una torre nell'isola, «per ridursi in tempo di sospetti d'infedeli», e il 22 dicembre ordinava, di cingere l'isola di un muro.
Nel gennaio del 1550 gli uomini di Rapallo e quelli di Santa Margherita iniziarono le pratiche per la fabbrica dei due castelli, che formano tuttora la nostra ammirazione e quella dei nostri forestieri.
Ne fu architetto e soprastante all'opera muraria di essi maestro Antonio de Carabo, uno dei tanti artisti cumacini, che seminarono di loro opere la nostra Liguria, e i due castelli rappresentano gli sforzi di nostra gente, intenta alla difesa contro l'adunco artiglio dei corsari.

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