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    Pezzi di storia

Costumi e usanze matrimoniali in Liguria
di Arturo Ferretto

Il Mare – 25 aprile 1916

Un contributo sammargheritese

L'amico mio carissimo Prof. Emilio Pandiani, con intelletto d'amore, ha illustrato la «Vita Privata Genovese del Rinascimento» ed il suo libro di miniatura pag.411 (e che fa parte del XLVII Volume degli Atti della Società Ligure di Storia Patria) fu dedicato «A Genova superbamente bella». Parecchie pagine pongono in rilievo i costumi e le usanze del matrimonio.
L'atto nuziale, scrive il Pandiani, fino alla seconda metà del secolo XV si compieva senza alcuna cerimonia, cioè religiosa, nondimeno serbava in tutto e per tutto il suo carattere di sacramento. Il matrimonio si contraeva generalmente in casa della sposa alla presenza di amici e parenti, dopo un banchetto, gli sposi erano interrogati da uno degli intervenuti, da un notaio, da un sacerdote, da un personaggio ragguardevole, non mai, almeno così pare, dal padre o da altro consanguineo; e prima ad essere interpellata era la fanciulla, la quale, come tutt'ora si usa nelle campagne, forse per modestia, o per pudore, si faceva ripetere la domanda due e anche tre volte, pronunziando quindi un timido sì, non avveniva così delle vedove che si rimaritavano, e di quelle donne per le quali il matrimonio veniva a sanare una posizione illegale, ché rispondevano subito alla prima. La stessa domanda veniva dopo rivolta allo sposo, che rispondeva più o meno francamente, secondo i casi.
Espresso il consenso, gli sposi si davano la mano, si abbracciavano e si baciavano, lo sposo metteva l'anello in dito alla sposa e in tal modo l'atto era compiuto.
Presso il volgo vigeva l'usanza che gli sposi, dopo il consenso, fossero aspersi di vino, del quale è naturale si facessero pure ampie libazioni. Questa benedizione degli sponsali, fatta col vino, e l'uso di considerare in tal modo valido il matrimonio, si mantenne per lungo tempo fra il popolo, non ostante le prescrizioni del Concilio di Trento.
Talvolta il matrimonio contraevasi specialmente da parte del coniuge, per procura, e doveva constare in un atto pubblico, o in una lettera, che s'inseriva nell'istrumento notarile. Le formalità erano le stesse, però al rappresentante dello sposo era solo permesso di abbracciare la sposa, non di baciarla, e l'atto doveva essere sempre ratificato, vale a dire rinnovato con le rituali cerimonie. Concluso il matrimonio, seguivano altri banchetti, che, con gli anni, crebbero di numero e di lusso e fu necessario l'intervento del legislatore per porvi riparo.
Nel 1449 fu sancito infatti che nella casa della sposa i conviti fossero due soli; al primo dei quali lo sposo poteva invitare uno o due amici, al secondo non più di otto; e poiché gli invitati recandosi a tali feste facevano grande sfoggio di fiaccole, fu ordinato che il numero di esse non fosse superiore alla metà dei convitati, ai quali era pure vietato di mandare doni e di riceverne.
Allo sposo soltanto era concesso di portare ramoscelli e borse, contenenti molto probabilmente le nocciole da distribuirsi lungo la via, secondo l'antichissimo costume.
Terminati i conviti nuziali, avveniva la traductio, l'andata cioè della sposa alla casa dello sposo, e tale atto dava sanzione al matrimonio, poiché ne prendeva notizia tutta la cittadinanza; se trattavasi di famiglie illustri e ricche, gli sposi erano accompagnati da concerti musicali e da grande corte di parenti e di amici, di paggi e di servitori. Accorreva allora il popolo e si accalcava intorno per ammirare la sposa, mentre il vicinato dalle finestre acclamava, applaudiva e mandava addii! Ma anche questo accorrere e vociare deve aver turbato i sonni del legislatore, perché nel 1571 si emanò l'ordine che le spose non fossero accompagnate da più di dodici cittadini e da quattro servi, compreso il paggetto.
Il altre regioni d'Italia era costume che, recandosi la sposa a canto del marito, si fingesse da amici e da parenti di essa d'impedirnela, facendo il così detto serraglio, dal quale la sposa poteva liberarsi dando un pegno, che veniva riscattato dal consorte. La somma del riscatto si spendeva poi dalla brigata in cene ed altre allegrie; se la sposa rifiutava il pegno, e il corteggio cercava di forzare il passo, nascevano collutazioni, nelle quali la donna poteva essere rapita e lo sposo obbligato, per riaverla, di venire a patti.

L'uso del serraglio era pure in voga nella nostra Santa Margherita.
Tolgo dagli atti del notaio sammargheritese Gio: Domenico Quaquaro, che conservansi all'Archivio Distrettuale di Chiavari alcune attestazioni giurate del 2 febbraio del 1667.
Mi valgo di quella di Battista del fu Gerolamo Costa, d'anni 48, il quale così parla:
«So che quando si maritarono le figlie del nobile Gio: Antonio Quaquaro notaro, una nel nob. Gio: Andrea Arena e l'altra nel spettabile Gio: Ambrogio, vi erano molti del presente luogo di Santa Margarita che volevano far ricattare detti sposi con trattenere le spose sino che avessero sborsato detto ricatto, conforme è l'usanza del luogo, et io ero uno di quelli che avevo da essere in compagnia con li altri, e dico che Pantaleo Orero ne trattenne con averne condotto molte volte all'osteria o pagato da mangiare e da bevere, acciò non innovassimo cosa alcuna, perché temeva che ci potesse seguire qualche disgusto».
Gio: Domenico de Ambrosio, d'anni 23, dice:
«So che quando si maritarono le figlie del nob. Gio: Antonio Quaquaro notaro, mio zio, una nel nob. Gio: Andrea Arena e l'altra nel nob. Gio: Ambrosio Costa sono andato diverse volte sotto le finestre della casa del detto nobile Gio: Antonio con li suonatori a far suonare, e due volte il detto nob. Gio: Ambrogio Costa ne fece chiamare che andassimo a suonare e ballare una volta nel portico, l'altra in sala di detta casa, e poi ne dicevano detti sposi che andassimo all'osteria a mangiare et a bevere alle loro spese, perché essi darebbero soddisfazione, e così vi andavamo e lasciavamo la spesa a conto di detti sposi come ne avevano ordinato, e alla detta osteria che è di Bernardo Bolla vi dormivano detti sposi e come anco il fratello di detto Sig. Gio. Ambrosio che si chiama Gregorio. So ancora che quando alla mattina detti sposi erano levati, si faceva colazione in loro compagnia e non si faceva di conto per il che ogni cosa restava alle spese di detti sposi».
A Genova questi scherzi poco graditi, pare si tentassero durante i tre giorni di feste che seguivano all'andata della sposa nella casa dello sposo e, per togliere gli inconvenienti, talora gravissimi ai quali davano luogo, venne emanata nel 1440 e nel 1487 la inibizione di condurre via dalla casa dello sposo, o di nascondere la sposa, prima che il matrimonio fosse consumato e la proibizione allo sposo di tenere corte imbandita oltre i tre primi giorni stabiliti; cioè la domenica, il lunedì e il martedì; e ciò prova che la traductio generalmente avveniva di sabato o di domenica.
Il Saccetti in una sua novella (nov. CLIV) accenna a queste usanze genovesi e racconta che le nozze di Genova durano quattro dì «e sempre si balla e si canta».

Ciò che succedeva a Santa Margherita, era un nonnulla in confronto di ciò che succedeva in altri paeselli liguri.
Girolamo Rossi nel suo Glossario Medioevale Ligure, riferisce che lo Statuto di Lingueglia, dell'anno 1430, ha un capitolo proibente l'uso di gettar pietre in chiesa, quando gli sposi andavano a ricevervi la benedizione, e, terminata essa, l'uso di percuotere con pugni lo sposo.
A San Remo ed Albenga si usava gettar pietre, aranci ed altre cose contro gli sposi, inginocchiati all'altare.
A Levanto (come risulta dagli Statuti del 1529) venne espressamente proibito di rompere piatti e orciuoli durante i pranzi nuziali e di gettare i cocci contro gli sposi.
Non v'ha dubbio, soggiunge il Rossi, che debbano essere riguardati questi fatti come reliquie dell'antica rappresaglia dei competitori contro il vincitore nella lotta d'amore.
E sono pur noti gli usi di alcune provincie dell'Umbria, della Calabria e della Sicilia, dove nelle campagne si gettano addosso agli sposi nocciole o frutta secche, e se ne attraversa la entrata in casa con scope e bastoni.

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