Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Filologia spicciola
di Attilio Regolo Scarsella

Il Mare – 25 novembre 1933

Non occorre incomodare le ombre del Vico, del Tommaseo, degli altri filosofi della filologia, né quelle del Muratori, del Bianchini, dei grandi investigatori di origini, e neppur quelle di Graziadio Ascoli, di Alfredo Trombetti e dei più solenni maestri della glottologia (quante e quali glorie, e tutte di casa nostra!) per chiave restare persuasi che le parole nostre, come gli uomini che le creano e come gli oggetti di esse significati, hanno una loro vita, e, al pari di quelli, nascono e muoiono, ma spesso lasciano di sé qualche traccia, così che a chi sappia riesumarle ed interrogarle, come si fa per le tombe e i monumenti dei popoli antichi, rivelano intiere civiltà che senza di loro sarebbero ignorate per sempre.
E' bastato ritrovare le radici di poche parole - casa, aratro, mulino, cavallo, e simili – per stabilire l'unità del ceppo da cui sono germogliate le nazioni indo europee, e ricostruire la civiltà di quel popolo vissuto più di trenta secoli addietro.
Io qui vorrei mostrare che il nostro dialetto ha anch'esso un suo campo di scavi, e dare un saggio delle scoperte che vi si possono fare, dell'utile e del piacere che se ne può trarre.
Quanti siamo ancora a ricordare che cosa fosse la Merìa?
Eppure in queste tre sillabe stanno condensati dieci anni di storia: e che storia! Nientemeno che quella dell'annessione di queste terre all'Impero Francese (1805-1814); il tempo cioè in cui la Liguria doveva diventare per forza e alla svelta un dipartimento francese: francese di nome, di costituzione, di cuore, di lingua. E' un periodo che merita da solo un articolo.
In attesa di farlo, basti qui notare che allora il municipio prese il nome di mairie, e il sindaco quello di maire; donde nel nostro dialetto un bisticcio che la decenza vieta di riprodurre, ma che ogni buon genovese può facilmente indovinare.

articolo ottenuto per cortesia della sig.a Gianna Vinelli

Ora se Dio vuole la merìa se n'è andata; e già prima se n'era andata un'altra parola, la cui derivazione dal francese aveva in parte sanato, usandola, il nostro Machiavelli.
Chi oggidì capirebbe se uno gli dicesse di andare dallo stapulê? Eppure voi che fumate, voi che scrivete lettere, voi che fate la spesa di casa, ci andate ogni momento per comprare il sale, il francobollo, le sigarette: ché appunto la rivendita di sale indicava questa parola, la quale era a noi rimasta dai tempi quando i Francesi non di Napoleone, bensì di Carlo VIII (ma gli uni valevano gli altri) correvano l'Italia a far la guerra col gesso, e si fermavano nelle étapes; donde poi la nostra stàpula, che era per l'appunto un magazzino dove si vendeva di tutto, ma specialmente il sale. Questo poi molte volte mancava, sopratutto quando i nostri pescatori facevano qualche grossa pescata di acciughe da salare; e allora erano richiami e proteste degli Agenti all'Ufficio di S. Giorgio, che ne era il provveditore.
Ce n'è una parola che spande intorno a sé un buon odore di maccheroni col sugo, di carne di maiale, di dolciumi e di vino: è l'antico denâ, che denotava il Natale; come chi dicesse il desinare per eccellenza, l'unico in cui la povera gente poteva satollarsi di carne e di ghiottonerie, per acquistare le quali si veniva la vigilia in città dai villaggi con sacchi e corbe.

orcio giaretta

Ora la parola sopravvive solo in qualche proverbio dei nostri contadini, come quel: da denâ a S. Stéa, per indicare cosa di poca durata, che Dante tradusse coi noti versi:

… a mezzo novembre
Non giunge quel che tu d'ottobre fili.

Ma non una parola sola bensì un'intera famiglia ce n'è che va scomparendo sotto l'incalzare della civiltà. Giorni sono un mio amico, torinese, affetto anche lui dalla mania delle anticaglie, mi corre incontro e: «Sai, - mi dice. - Ho comprato un'anfora di bronzo». Un'anfora di bronzo! Diamine! Andiamo a vederla. Oh! giusti numi! trovo una stagnêa di rame, di quelle che fino ad una ventina d'anni fa servivano per trasportare l'acqua dei pozzi alle nostre case; ed era pagata un soldo il viaggio a certe povere donnette che ci vivevano su.
Ora tubi e rubinetti e contatori hanno scacciato le stagnêe, i giaretti, i trâxi, i rüxentaê, che se ne son rifatti, passando dalla cucina, dove servivano a qualche cosa, nel salotto, dove non servono più a niente.

oliera stagnêa

E queste e tante altre sono parole comuni alle tre città consorelle; ma ciascuna di esse aveva poi usi ed oggetti peculiari, e quindi parole sue proprie per designarli: scomparsi quelli, anche le parole sono scomparse o vanno scomparendo.

secchio rüxentaê

Rapallo che, nella sua lunga vita di regina del golfo che da lei ha nome, conobbe vicende assai, dentro e fuori delle sue mura, può di tali vicende trovar prova e illustrazione in molte parole del suo vernacolo, e della sua toponomastica. Ne cito una sola.
Io sapevo che presso la foce del Bòlago [Bolago, Borago, Boatto o Boate] e, prima che questo, sul principio del secolo scorso, fosse deviato per far luogo alla strada carrozzabile, c'era un posto chiamato arbaèti.
Il mistero di questa parola mi tentava. Sentivo che, attraverso una forma arbaletti, (come nesàine da nelle saline), doveva essere parente del francese arbalète, che vale balestra. Sapevo che i balestrieri genovesi erano famosi e ricercati; ma come provare codesta parentela? Ed ecco un giorno mi vien sott'occhio la notizia che nel '300, dovendosi assoldare balestrieri per conto del re di Francia (forse quei diecimila che furono poi massacrati nella battaglia di Crécy), si era fatto a Rapallo una specie di campo di concentramento. Il mistero fu subito spiegato: gli arbaèti erano un ricordo lasciato Taganrog ai Rapallini dai Commissarii di Filippo VI.
A S. Margherita un'industria abbastanza proficua era quella di provvedere la zavorra ai bastimenti, specie a quelli che andavano nel Mar Nero; i quali, giunti colà, scaricavano i nostri sassi (lo sa il porto di Taganrog che ne è rimasto interrato) e caricavano il grano che in quegli emporii confluiva da tutta la Russia [il porto di Taganrog, sul Mar d'Azov, fu base della Marina imperiale russa: diede il nome al pregevole grano duro coltivato nelle zone del Mar Nero, che lì veniva imbarcato]. Orbene quei sassi erano chiamati scopui, con evidente derivazione dal latino scòpuli, che vale propriamente scogli sul mare; e la operazione del raccoglierli si chiamava scopuezâ. Ora la Russia non riceve più sassi né più manda via grano (caso mai preferirebbe il viceversa): e a S. Margherita non si scopuèza più.
E a Portofino chi sa ancora che cosa fosse l'aiáttu? Eppure con che ansia era atteso, quando non c'era la carrozzabile, il battello a quattro remi del vecchio Basciàn, che faceva il servizio di posta da S. Margherita, e che, per affermare la sua preminenza sugli altri gozzi, s'era appropriato quel nome derivandolo dall'inglese yacht.
Ma c'era di meglio. Il Santo Patrono di Portofino, come si sa, è S. Giorgio. Ai giorni nostri la sua festa è diventata una Sagra come tante altre: o tutt'al più distinta perché, novanta su cento, quel giorno piove e tira vento. Ma nei tempi andati era tutt'altra cosa. Famoso il gran falò della vigilia, sulla Piazza, tra spari di cannoni e mortaretti; famosissima la rappresentazione di un grandioso dramma popolare che abbracciava tutta la vita del glorioso Martire, con personaggi a dozzine e gran sfoggio d'elmi e scudi e brandi, tutti, si intende, di legno e carta pesta. Molti Portofinesi sapevano a memoria qualcuno dei sei o sette atti del dramma.
E di questi Portofinesi ne ho conosciuto io uno che, a' suoi verdi anni, essendo bellissimo giovinetto, aveva sostenuto in quel drammone, la parte della Principessa di Cappadocia. Vi lascio dire che spasso, ora che, varcata la sessantina, la sua faccia, riarsa dai venti e dalla salsedine, portava impresse tutte le burrasche del Golfo Leone, e la lanugine dell'adolescenza era diventata una certa barba che pareva un cespo di scopa del nostro Monte, vi lascio dire che spasso a sentirgli declamare (voce in falsetto, mani sul cuore, occhi al cielo) i versi con cui la Principessa dichiarava il suo amore al «Cavalier de' Santi»!
E sapete come si chiamava tutto quel po' po' di roba?
- A scighirindan-na.
Provate voi a trovarne l'etimologia. A me non m'è riuscito.

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