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    Pezzi di storia

Nicolò Schiattino, Duca di Vizzini, e la sua famiglia (4)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 14 novembre 1925

(precedente)

Gli Schiattino aveano già beneficate tutte le chiese sammargheritesi. Rimaneva ancora quella di San Nicolò, volta ora a pubblico ospedale, e dopo cinque giorni dall'elargizione per la chiesa di Santa Margherita, pensò ai padri agostiniani. Essi aveano intenzione di costruire un chiosco decente avanti il loro convento, ma stemma agostiniani esposero al Duca di Vizzini che non potevano ottenere il compimento dei loro desiderii, se non veniva cesso loro il terreno di proprietà del Duca. L'Angelo Maria, d'incarico del padre, annuiva alla loro richiesta, e cedeva ai padri un terreno lungo 143 palmi, largo palmi 9 verso borea, e verso mezzogiorno quanto durava il monastero; per il qual gesto nobile i P.P. Stefano Maria Borzino, priore, Giacomo Sardo, vicario, ed i frati Gerolamo Blanco e Francesco Maria Borzino promettevano di apporre, a ricordo del fausto evento, una lapide marmorea con epigrafe, che traduco dal latino:
«All'Ill.mo Don Nicolò Schiattino, Duca di Vizzini, che per l'ampiamento della clausura del nostro Cenobio cedette liberamente gran parte della sua villa confinante, i rev. Padri memori di tal benefizio, ebbero cura di gettar nella Chiesa una lapide marmorea e di dir messa ogni anno nel giorno della Concezione per l'anime sua e dei suoi successori, rendendole partecipi di tutte l'orazioni e dell'opere buone».
La donazione e la promessa trovandosi, sotto la data del 22 luglio 1669, negli atti del notaio Gio. Domenico Quaquaro.
E se negli Schiattino non fece difetto mai l'amore della religione, non furono ad altri secondi nell'amare la patria.
Il 2 dicembre del 1672, inasprendosi le relazioni tra Genova e il Duca di Savoia, l'Angelo Maria Schiattino esponeva al Senato che «nel corso dei suoi anni nulla più ha desiderato che di rendersi abile per servire alla sua patria con dargliene in ogni tempo veri attestati» onde nell'occasione presente offriva se stesso al Senato con una compagnia di cento soldati.
Era il fiore dei giovani sammargheritesi, che venivano in buon punto per servire la patria.
La morte, che a nulla perdona, tagliò lo stame della vita della Duchessa di Vizzini, nobil donna Livia Viale, sposa e madre modello, che durante le assenze del marito e del figlio, tenne sempre egregiamente le redini dell'azienda vasta, dando e prendendo soldi a mutuo, comprando e vendendo, e trasmettendo ingenti somme alle fiere nostre e a quelle di Francia.
Morì in Genova nel palazzo Schiattino in Sosilia, il 24 gennaio del 1674, ed il suo corpo fu trasferito a S. Giacomo di Corte e nei registri mortuari di quella parrocchia è detto che morì ottuagenaria.
Il figlio volle ancora beneficare la chiesa, che aveva accolta la salma materna, e il 7 marzo del 1674 donava al Rev. Benedetto Roisecco, rettore, e a Benedetto Lavaggi e Marco Antonio Bertollo una partita di reliquie, tra le quali:
«La testa di San Sinforiano martire, la testa di S. Vittoria v. e m., osso di una coscia di S. Ursino m., osso di una coscia di S. Vincenzo m., fusello minore di una gamba di S. Lucio m., un pezzo di anca di San Antonino m., un pezzo dell'osso sacro di S. Leonino m.».
Erano state autenticate dalla Curia Arciv. di Genova il 31 maggio e 3 luglio del 1662, ed ora venivano riposte nella finestra dell'altare del coro, con un ornamento «di pietra in Lavagna e col portello di legno, e che la chiave rimanga presso di sé e di suo figlio Nicolò Maria».
Né cessarono ancora le beneficenze.
L'8 aprile del 1674 il rev. Giorgio Ottaggio, arciprete, e Giuseppe Bertollo, Gregorio de Bernardi, Pietro Roisecco e Gio. Battista Giudice, priori e massari della chiesa di S. Margherita, dichiaravano di:
«sapere il pio desiderio dell'Ill.mo Sig. Nicolò Schiattino, Duca di Vizzini, che è di far erigere ossia fabbricare un altare in detta Chiesa ad effetto di dotarlo di una messa quotidiana perpetua, e provvedendolo delle cose e apparati necessarii e sentita l'instanza che prima di adesso a essi M. Rev. S. Arciprete e Sig. Priori e Massari a tale effetto è stata fatta dall'Ill.mo Signor Angelo Maria Schiattino, figlio del detto Ill.mo Signor Nicolò suo padre, a nome suo per la concessione del sito necessario al fine et effetto sudetto volendo perciò essi aderire alla sudetta richiesta ricordevoli massime delli molti e grati beneficii che tanto dal detto Ill.mo Sig. Nicolò padre quanto ancora dal detto Ill.mo Sig. Angelo Maria figlio sono stati fatti in diversi tempi alla detta chiesa».
Onde gli davano:
«Il luogo ossia sito dalla parete ossia lato destro della luiccociata di detta Chiesa, quale detto Ill.mo Sig. Nicolò dsarà tenuto ed obbligato far finire a sue proprie spese compreso il pavimento, ed in esso sito potrà e sarà obbligato detto Ill.mo Sig. Nicolò far erigere ossia fabbricare detto altare e ponere affisso al muro del sudetto sito l'ancona ed altri ornamenti e fornimenti necessarii et opportuni, alfine che si possano celebrare le messe all'altare predetto come sopra da ergersi, quali ornamenti sarà lecito farli fabbricare tanto di marmo, quanto di qualsivoglia altro materiale che meglio parerà, come ancora fatti che saranno variarli detto materiale in un altro, una o più volte, a fine sempre di accrescere e non sminuire, e non movendo né alterando però mai la muraglia massime del detto sito e l'architettura del luogo e modello in quali al presente si ritrova e con facoltà ancora di potere a suo beneplacito far fabricare una sepoltura in detto pavimento, con condizione che detto altare debba essere in perpetuo provvisto dal detto Ill.mo Nicolò eredi e successori, di palii, pianete, tovaglie, candelieri, fiori, cera e altre cose necessarie per la celebrazione della messa da farseli quotidianamente in perpetuo».
Dalla grande messe di documenti che conosce l'attuale arciprete Francesco Rollino, non risulta che gli Schiattino abbiano eretto altari in quella parrocchia.
Si tratta forse della cappella della S.S. Trinità, ove è il quadro di S. Nicola di Bari in atto di far orazione.
L'atto, che tolsi dai protocolli del notaio Gio. Domenico Quaquaro non ha altre prove che si possano attingere negli Archivi del Comune e della Parrocchia di S. Margherita.
Gli Schiattino in quell'anno, all'11 maggio, ospitarono Gio. Battista Spinola, Arcivescovo di Genova, il quale pochi giorni prima decorava del titolo di prepositura la rettoria di Corte, dando pure l'assenso all'erezione di una collegiata insigne.
Mi mancano ulteriori traccie e, solo al 25 maggio del 1682, trovo che nel portico della canonica sammargheritese, dove avea eretto il banco il notaio Quaquaro, si presentava la nobile signora Marzia, moglie di Angelo Maria Schiattino, e dettava le sue disposizioni testamentarie. Desiderava esser sepolta nella sacrestia dei P.P. di S. Francesco di Castelletto nella tomba paterna, ma, se la morte la coglieva a S. Margherita, voleva essere sepolta a Corte nella tomba del suocero; lasciava L.800 alla chiesa di S. Margherita e 200 alla Madonna della Rosa, legava in ultimo a Nicolò Maria Schiattino, figlio di suo marito, L.30.000, donatele dal suocero per dote.
Visse ancora cinque anni, ed un colpo apopletico la tolse di vita in Genova nella casa di Sosiglia il 14 ottobre del 1687, e l'atto steso nel registro mortuario di N.S. delle Vigne dice che il 18 settembre ebbe tomba desiderata in Castelletto.
Non ebbi la sorte di rintracciare la morte di Nicolò Schiattino, che non figura nei registri della parrocchia di Corte, che ho attentamente esaminati. Morì forse a Palermo, non prima dell'11 maggio del 1674. Il testamento della nuora il 25 maggio del 1682 lo dice già morto.
Ho chiesto notizie in proposito al R. Archivio di Stato di Palermo e mi risposero:
«Dai documenti di questo Archivio si rileva che Nicolò Schittini ebbe due figli: Angelo e Giovanni Battista. Angelo muore senza figli a 23 febbraio 1688. Da Giovan Battista, morto il 22 settembre 1692, nacquero Ignazio, morto il 12 agosto 1693, e Brigida in del Carretto. Ignorasi la data della morte di Nicolò: però quel che si rileva dall'investitura di detta Brigida, presa a 10 luglio 1746, è che né Angelo, né Giovan Battista, né Ignazio presero investiture. In quanto poi al Mercato Alba, cui la S.E-. accenna, si tratta del feudo Marcatobianco, del quale nessuno della famiglia Schittini ottenne privilegio o investitura per compra fattane da altro casato».

Ho incastonato in mezzo ad un quadro ricchissimo la figura di Nicolò Schiattino, duca di Vizzini, e dei suoi collaterali.
Tutte le virtù che aveano i grandi mercanti genovesi, che facean parte del patriziato, avvedutezza, intelligenza, operosità, bontà accompagnata da un gran sentimento per la religione, si eran date convegno in quel Duca, lustro e decoro di S. Margherita.
L'ultimo discendente - Gerolamo Schiattino - ricordo ancora praticare la casa mia, essendo amicissimo e compare del defunto mio padre.
Alta, atletica e veneranda figura, avea nel portamento e nel volto i tratti dell'antica nobiltà e, celiando, diceva che era figlio di una parigina (la mamma sua era di Paragi), discendente di un Duca e nato a Corte. La malattia atavica dei commerci l'avea attratto nella sua orbita seducente, e negoziò pizzi, ponendo in mostra tutte le virtù che avea il suo antenato; e le sue pronipoti Queirolo onorano tuttora la patria colla vecchia industria dei pizzi, che avea reso celebre e celebrato Gerolamo Schiattino.
Gli amici Ambrogio, Federico, Gerolamo, Nicolò ed Alberto Cuneo e le loro sorelle, Gerolamo Queirolo e le sue sorelle, esultino che nel patrio medagliere brilla di luce, che non patisce tramonto, l'antenato illustre del loro nonno materno, che fu il segno visibile e onorato d'un lavoro ardente e d'una forza vittoriosa.


Dottori in medicina e filosofia della famiglia Schiattino
di Arturo Ferretto

Il Mare – 6 febbraio 1926

Il Sacerdote Fedele Luxardo sammargheritese, professore nel Seminario Vescovile di Sarzana, stampò nel 1857 le «Memorie Storiche del Borgo e Comune di Santa Margherita», troppo smilze, perché il Luxardo non si diede cura di compulsare l'Archivio della Comunità, come fecero Mons. Francesco Rollino e l'avv. Prof. Attilio Scarsella, e nemmeno l'Archivio di Stato in Genova.
Al sacerdote letterato siamo però riconoscenti di aver radunate, come direbbe l'Alighieri, le membra sparte, e scolpisce una pagina intorno a Nicolò Schiattino «stato ai nostri giorni di gran nome tra i professori».
Così scrive di lui Raffaele Soprani, nel 1667, (Scrittore della Liguria e parimente della Marittima). Agostino Oldoino (nel 1680) dice che fu medico «di prima nota e chiaro per l'eloquenza».
Fu medico, filosofo e letterato, stampò, scrive il Luxardo «un'orazione che s'intitola il Doria; ed altro non è che un elogio di Giovanni Stefano Doria doge della nostra repubblica. Compose anche un altro lavoro letterario; e fu: Giudizio in tre lettere sopra il titolo dell'apologia di Sapricio Saprici in difesa dell'Adone del cavalier Marini contro il Telescopio del cavaglier Stigliani. Tutti gli studiosi della storia letteraria genovese sanno che il ventimigliese Angelico Aprosio ha pubblicato alcune scritture in difesa del famigerato poema del Marini sotto il pseudonimo di Sapricio Saprici. Questa ultima opera giace inedita nella biblioteca aprosiana di Ventimiglia. Un medico e letterato di chiaro nome, che meritò l'elogio del Soprani e dell'Odoino, non dovea essere dimenticato in questa storia municipale».

Il medico Schiattino, cugino, in primo grado, del suo omonimo, duca di Vizzini, e che già ho illustrato, era figlio di un Gio: Battista, parimente medico, abitante in Genova presso la Chiesa di S. Cosimo, e come teste il Gio: Battista presenziò il testamento, fatto il 10 settembre del 1602, dal medico sammargheritese Gio: Agostino Contardo, ed il testamento, fatto il 10 maggio del di lui figliuolo, dottore in legge Agostino Contardo, e da questi eletto suo esecutore testamentario.
I meriti suoi non isfuggirono al Senato, che, con decreto del 5 dicembre del 1628, lo chiama figlio del fu signor Nicolò, dottore in filosofia e medicina, «nato in luogo onesto» e «fornito di ottimi costumi», e si ascolti col capo coperto al cospetto dei Collegi del Senato e dei Procuratori e degli altri Magistrati della Repubblica, e si accolga come gli altri cittadini nobili».
Il nobile dottore, che poteva tenere il berretto in testa alla presenza del Doge, e delle altre autorità dimenticava bene spesso i quarti di nobiltà, giacché il 12 maggio del 1631 consegnava a Vincenzo Devoto ventisette pecore in socida, e questi prometteva di aumentarle ogni anno di quattro agnelle, ed in fine di cinque anni, ripartirle e dividere il frutto.
Era partecipe della tonnara, che nel 1628, era stata concessa agli uomini di Pagana, e il 12 aprile del 1634 avea preso in affitto una terra con casa al Paxo, di proprietà di Virginia Verdura, vedova del nobile Giuseppe Soflia, la magnifica vileggiante al Paxo, ora proprietà degli Oliva.
Il dottor Gio: Battista Schiattino ne divenne in seguito il padrone. Il 3 novembre del 1634 sette degli otto consiglieri della Comunità di Santa Margherita, conoscendo che il Senato, con decreto del 3 giugno del 1626,avea concesso a detta Comunità di gettar la tonnara, costituivano procuratore il predetto medico a presentarsi al cospetto del doge, implorando altro privilegio, essendo spirato il termine assegnato.
Per la tonnata di Pagana, della quale era partecipe, lo Schiattino (come da atto del 30 giugno 1638) avea comprato col suo peculio «cinquanta grosse e tre quarti di una altra grossa di filo di sparto per fabbricar detta tonnara che si butterà in mare fra breve et uno cantaro et una libra e mezzo in peso di spago per fare la porta di detta tonnara».
Gli altri soci promettevano dargli L.1174, importo delle spese incontrate.
Il dottor Nicolò Schiattino morì prima del padre.
Fece testamento il 21 gennaio 1640 e dichiarò che il suo matrimonio con Maria del fu Pietro de Benedetti era stato celebrato in Anversa, avendo ricevuto dal suocero 2500 fiorini, per la dote, e che egli trasmetteva alla sposa con una croce di rubini, tempestata di altre pietre preziose.
Le ultime volontà furono dettate in Genova nella sua abitazione posta nella contrada di S. Giorgio (Piazza dei Giustiniani) e da esse risulta che esercitò l'arte salutare nel Belgio ed in Genova, mentre il padre continuava ad esercitarla in Santa Margherita.
Questi, il 23 aprile del 1650, scriveva al Senato:
«Questa mattina nella piazza di S. Bernardo sono stato assaltato dal m. Nicolò Soffia, soldato della compagnia di capitan Mottino, mi ha dato molti schiaffi e pugni e ferito nel fronte senza averle avuto occasione alcuna, essendo egli soldato con l'arme pubbliche, io vecchio di anni ottanta ed ammalato non posso difendermi da lui essendo massime per gli ammalati che ho in cura astretto uscir di casa».
Dal contesto della supplica risulta che il nobile dott. Gio: Battista Schiattino era nato circa l'anno 1570.
E il 2 maggio del 1650 scriveva di nuovo al Senato:
«Lo spett. Gio: Battista Schiattino medico per compiacere ad amici ha da fare qualche promessa verso l'Ill.ma Casa di S. Giorgio, supplica perciò V.V. S.S. Ser.me a concederli bailia che per occasione di esse promesse e sigurtà da farsi e possa per cinque anni rinunciare al privilegio del suo dottorato medicinale».
L'ottuagenario dottore credeva di vivere ancora, ma si ammalò e il 20 giugno 1651, trovandosi in Genova, nella sua abitazione della Piazza dei Giustiniani, sotto il magistero del not. Gio: Francesco Zerbi dettava l'ultime disposizioni testamentarie, scegliendo la sepoltura nella chiesa di S. Domenico, coll'obbligo della celebrazione di due messe cantate agli altari di N.S. del Rosario e di S. Domenico Soriano, ed una nella chiesa di S. Agostino, lasciando esecutrice la nuora Maria, vedova del figlio dott. Nicolò, cui affidò la tutela di un altro figliuol suo «privo di moto, di paralesi nelle gambe».
Lasciò L.6000 per ognuna delle tre nipoti Cecilia, Anna Maria e Cristina, figliuole del defunto dott. Nicolò, e qualora morissero, dovranno succedere nell'eredità i loro fratelli Gregorio e Giacomo Maria: L.300 alla nuora Maria, assicurandola nella casa e villa del Paraxo, posta, come oggi, nel confine della parrocchia di Pagana.
Se questa assicurazione non le fosse garbata, poteva farla altrove, dichiarando che la sua eredità consisteva in mobili di casa, ori e argenti, merci e crediti nel Bisagno nel luogo detto il follo, a Struppa nel luogo detto al Prato, case e ville situate in S. Margherita con tutte le suppellettili, olio, vino, tine, botti 400 capi di bestiame in dette ville, nella villa, la Grande, ossia Fabbrica, con tre case, con boschi di castagne e di roveri, contigui a Nozarego, nella villa e casa di Belvedere con castagneti e boschi, in quelle delle parrocchie di S. Margherita e di S. Siro nel luogo detto il molino degli Schiattino con il bosco posto ivi, presso il molino dei Malaspina.
Erede usufruttuaria costituì la moglie e proprietarii i due nipoti ed il genero Sebastiano Anfosso.
Fece ancora un codicillo il 22 giugno, e il 30 giugno la nuora cominciava a redigere l'inventario dei beni.
Gli arredi della casa, le vesti, la biancheria son descritti a meraviglia.
Essendo lo Schiattino un negoziante all'ingrosso, la sua casa ne rigurgita.
Cortinaggi con frangie di raso, «scozari di Cambray con li suoi pizzi», cinque coltri di seta gialla e cremesina, due robbe di velluto, due robbe di teletta lionata; una camicetta di damasco cremesino; ritratti di diversi maestri; un ritratto del fu Sig. Nicola e un altro dell'arcivescovo Schiattino; dodici d'imperatori ordinari; dodici di medici, e potrei scegliere ancora, anche per la storia degli arnesi di cucina.
Ed ecco le gioie:
«Una rosa di diamanti 29; un paro di pendenti con perle 28; un altro paro con granate 10; un altro paro con corniole 20; un paro di pendenti d'oro con cristalli 20; un altro paro simile con pastiglie 10; un anello d'oro con diamante di valuta; uno stuccetto con guarnizione d'argento, un reliquiario d'argento sopra indorato».
E le argenterie:
«Un bassiro o stagnera con quattro candelieri d'argento, pesano libbre tre e onze cinque: più un saliere, succariero, peverello con un piccolo saliero d'argento, pesano libbre due et onze cinque; due vasi di argento in peso libbre tre e onze sei; due boglioli d'acqua benedetta col Cristo con un paniretto d'argento, libbre tre; una dozzena di cucchiari con una dozzena de forsine e due para di moche d'argento, pesano libbre due ed onze nove; mezza dozzina di coltelli con il manico di argento d'osso libbre 25».
Né si possono dimenticare gli artistici pizzi, attualmente ricca industria di Portofino, Paraggi, Santa Margherita, Pagana e Rapallo.
E si trovano:
«Pizzetti negri di seta piccoli, guarnizioni p.200 a soldi 3 il palmo, e più palmi 2470 pizzetti neri a s.3 il palmo, quali ha mandato in Spagna per farne esito insieme con ventidue manti».
I nipoti eredi proprietarii ma non usufruttuarii, Gregorio (d'anni 19) e Giacomo Maria (d'anni 17) venivano denunciati dalla lor madre Maria al Senato perché «passati da furori giovanili» le mancavano di rispetto, e piene le teste di grilli l'avrebbero spogliata volentieri per accasarsi, onde chiedeva rimedi, pensando che se non fosse ricorsa al Senato, avrebbe mancato a se stessa.
Una figlia del dott. Nicolò Schiattino, per nome Maria Maddalena, avea sposato il nobile Giuseppe Gavi, famiglia che si trasmise il consolato di Livorno per due secoli. Fece testamento il 24 dicembre del 1648 lasciando «due robbe di teletta di color di fuoco e leonato» alla sorella Cecilia, che diventò moglie di Giuseppe Cammel, console della nazione francese in Genova.
Per l'inadempimento del legato, nel luglio del 1653, erano in lite i due cognati.
Nel 1656 il Gregorio Schiattino, dottore pure in medicina era già morto; l'8 gennaio del 1659 sua madre donava al figlio Gio: Agostino e alla figlia Anna Maria, che prediligeva, parecchi beni intorno al Paraxo, il 24 marzo del 1663 facea testamento il figlio Giacomo Maria, che volle essere sepolto a S. Giacomo di Corte, nella tomba Schiattino, o in quella della stessa famiglia in S. Domenico a Genova.
Lasciò una rosa di diamanti alla moglie Ortensia, figlia del fu Gio: Carlo Savignone, ed eredi proprietarii i figli Nicolò, Chiara e Maddalena.
Fece altro testamento il 7 gennaio 1666 e rese partecipe dell'eredità un altro figlio per nome Gio: Battista.
Morì poco prima del 5 luglio di detto anno, e la moglie Ortensia fece l'inventario e tra gli oggetti elencati noto «due banchettine da sedere li figliuoli quando fanno li pizzetti, e due sgambelletti per tenere sopra li balloni parimente per figlioli».
Trovo pure che il 12 aprile del 1671 moriva Cristina, figlia del fu dottor Nicolò Schiattino, e moglie di Zaccaria Forte di Portofino, senza lasciar prole, ed era ancor viva la madre Maria de Benedetti.
Non ho seguito più la successione dei discendenti di questi medici del casato Schiattino, che colla loro scienza fecero onore alla lor culla natia.


La Gazzetta di Santa ha pubblicato, il 29 aprile 2016, l'articolo "Gerolamo Schiattino, pittore", nato a Santa Margherita il 16 maggio 1816.

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