Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Burrasche
di Attilio Regolo Scarsella

Il Mare – 29 ottobre 1932

L'altro giorno, quando ci fu quel simulacro di maltempo, con vento da scirocco, che tenne a casa per un giorno i nostri pescatori, mi trovai a passare sotto il Castello.

foto 1 (foto della raccolta Renato Dirodi)

Due signori stavano lì contemplando i flutti che, senza neppur osare di affacciarsi al marciapiede della strada, s'infrangevano contro gli scogli. I due signori si scambiavano le loro impressioni:
- Che tempo! – diceva l'uno.
- E' proprio una tempesta, - fece l'altro.
E apparivan rapiti nella innocua terribilità dello spettacolo. Evidentemente si trattava di due Milanesi in mare, che di burrasche non avevano mai visto altre che quelle artificiali nel laghetto del Luna Park a Milano.
Le vere burrasche non è molto piacevole stare a contemplarle dalla passeggiata a mare. E con quelle veramente classiche, che possono aspirare all'onore di chiamarsi tempeste o, più ancora, di fortune, non è piacevole nemmeno starle a contemplare dal sovrastante piazzale del Convento dei Cappuccini.
Ma queste non capitano tanto facilmente; e quando capitano lasciano segni profondi e lungo ricordo nella memoria degli uomini. Di tali anche S. Margherita ne ricorda parecchie; qualcheduna comune a tutta la Riviera, qualche altra (giacché basta un leggero spostamento nel rombo dei venti per renderle più infeste in un luogo che in un altro pur vicinissimo) qualche altra, dicevo, particolarmente rovinosa per S. Margherita.

calata del porto anno 1951
(foto della raccolta Renato Dirodi)

La più antica di cui si abbia menzione nelle storie è quella del 1504 descritta dal Giustiniani nei suoi Annali:
«Il settimo giorno del detto mese [di agosto] si levò un turbine con maraviglioso furore et ruinò nel paese frutti et alberi in gran numero, ruinò molte case insino a' fondamenti. Et tutti i navigli quali erano in porto furono in gran pericolo, e si sommersero due navi e due ne andarono traverse et si anegorono quarantacinque uomini».
Questo a Genova. A S. Margherita anche peggio. Perché, come riferisce il Guicciardini, essendo in quel tempo guerra tra Firenze e Pisa, andate le galee soldate dai Fiorentini a Villafranca per pigliare una nave dei Pisani carica di grani, nel ritornarsene vennero a rompersi in questo seno sulla spiaggia di Ghiaia: e, come precisa il Buonaccorsi, citato dal Porcacchi, vi perirono ottanta uomini. Figurarsi che bazza per buoni Margheritesi, dato che in quel tempo vigeva in tutta la sua pienezza il jus naufragii, cioè il diritto per gli abitanti della costa di impadronirsi di tutti i resti di un naufragio.
Eppure non fu questa la più terribile di tali calamità.
Il primato spetta a quella che restò nella storia col nome di Fortuna di San Martino. Essa, per riferirla con le parole del Muratori, «si svegliò nel Mediterraneo nel dì 11 di novembre del 1613; sì atroce che fu creduto non essersene mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi fu, cominciando dalla Provenza, sino all'ultime parti del Regno di Napoli, in cui non s'affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano ricoverati; con danno infinito di mercatanti e sommo terrore d'ognuno. In Genova spezialmente fu sì spaventoso l'eccidio di galee e navi, che quasi supera la credenza».

giardini a mare anno 1951
(foto della raccolta Renato Dirodi)

E l'annalista Filippo Casoni, con più minuta precisione, afferma che «dieci sette navi di gabbia, dieci nove barche grosse, ed otto di San Remo, con molti altri legni minori miserabilmente perirono. Terribil cosa era l'udire il conquasso delle navi, il fremito del vento e dell'onde, il rimbombo dell'artiglieria e le disperate grida dei naufraganti».
Quella volta a S. Margherita la furia delle onde portò via intieramente il molo; non quello dei nostri giorni, che è poi il molo di Corte, ma quello propriamente di S. Margherita, che partendo dai piedi della salita dei Cappuccini, a tramontana del Castello, avanzava per un centinaio di metri in direzione della punta di Pagana, coprendo lo specchio d'acqua oggidì occupato da piazza Vittorio Emanuele, e del quale ormai non resta più traccia. La tradizione vuole che l'acqua del mare arrivasse fin sul Piano. Delle navi ancorate al molo a stento se ne salvarono due, inglesi.
Lasciando le burrasche minori, delle quali sì e no una all'anno ci capita, troviamo di nuovo un fortunale famoso nel 1795, quando, il 20 di ottobre, tutto il Tirreno fu sconvolto.
Due marinai margheritesi perdettero allora la vita su questa spiaggia; altri quattro sulle coste di Sardegna; le botteghe del vecchio molo furono invase dalle onde e vuotate di mercanzie; una casa sul Magistrato abbattuta; l'antica strada che univa San Giacomo a S. Margherita completamente distrutta.
Ma ai nostri giorni la tempesta che lasciò più doloroso ricordo e cagionò più gravi danni, fu la così detta Fortuna del '59 ϕ1859].
Da quattro anni appena era stato finito il molo del Porto di Corte. Poiché la sua estremità deve resistere al maggior sforzo delle onde, l'amministrazione comunale aveva ordinato un enorme cassone di metri dieci per lato, da riempire di cemento e pietre, per affondarlo sulla punta. Nel giugno, il cassone, costruito sulla spiaggia di Ghiaia, fu varato con grande festa.
Ci fu la benedizione del parroco; e suono di campane e sparate e grande rivista della Guardia Nazionale e un'abbondante elargizione di micchette e panini al popolo.
Alla metà di ottobre il cassone fu affondato e il nostro porto era compiuto. Non restava che il collaudo; e questo si può dire che fu fatto davvero il 26 dicembre; e che collaudo! Se fossimo ancora ai tempi di Omero, o anche a quelli di Virgilio, o per lo meno a quelli del Tasso, sarebbe piacevole farne una descrizione mitologica, con Nettuno che, irato ai Margheritesi, chiama Eolo, Direttore generale dei venti, e gli ordina di fare lui il collaudo, e con tanti altri adornamenti e fantasie bellissime!

Hotel Lido anno 1951
(foto della raccolta Renato Dirodi)

Ma al giorno d'oggi queste cose non usano più. Per descrivere una burrasca bisogna parlare di vento di N.E. o di S.O., di velocità a settanta miglia all'ora, di danni per tanti milioni e avanti con questo linguaggio matematico.
Io, tenendomi tra i due, dirò che il giorno di Natale un gagliardo scirocco aveva fatto rifugiare nel nuovo porto un da venti bastimenti di grande portata, oltre una cinquantina di legni minori. (Erano i tempi aurei della marina a vela).
Il vento seguitò rinforzando tutta la notte, e la mattina del 26 montagne d'acqua investivano il molo e lo scavalcavano. Pure finché esso stette saldo, le onde cadevano di qua infrante, svigorite, senz'altro effetto che d'aumentare il furioso tramestio delle navi cagionato dalla risacca. Ma venne un momento che, sotto l'urto immane, prima la spalletta e poi il muraglione di riparo, più alto e meno largo della sottostante calata, cedettero, e la massa compatta dei marosi poté liberamente invadere il porto. Allora non fu più in questo che confusione e rovina. Il primo a perdersi fu un brigantino che, arrivato a tarda notte, aveva dovuto dar fondo sul davanti dell'andana [ormeggio di poppa in banchina e di prua all'ancora].
Rotti gli ormeggi, strappate le ancore, venne a sbattere addosso ad una tartana che gli stava dietro. In breve tutti i legni furono gli uni sugli altri in uno spaventoso groviglio di sartie, di vele, di catene, di pennoni, di antenne. Sedici di essi andarono a questo modo perduti, quali affondati in mezzo al porto, quali infranti sugli scogli. Uno tra gli altri, una goletta carica di grano, fu sollevata d'un colpo e deposta intatta sulla spiaggia, colla prora incastrata nell'attuale vico Masaniello e la punta del bompresso dentro una finestra della casa in faccia.
Vittime umane non vi furono, ma molti corsero imminente pericolo di vita, e gli atti di valore compiuti per salvarli diedero motivo ad una solenne distribuzione di onorificenze nell'anno seguente; prima fra esse quella assegnata al Capitano marittimo e Capitano della Guardia Nazionale Nicola Costa, soprannominato Carmagnola, che insieme con tre valorosi marinai riusciva a salvare due mozzi rimasti ultimi sul bastimento Provvidenza, ormai presso ad affondare, quando inutilmente aveva già tentato e ritentato la prova una lancia della Dogana, montata da tredici uomini.
Per concludere questa breve rassegna, dirò che di questi, che furono veri cataclismi, se ne ebbero nel 1504, nel 1613, nel 1795, nel 1859: uno per secolo. Dovremo dunque aspettarcene uno anche per questo in cui viviamo? – Ma sicuro! – E quando all'incirca? – Oh! più in là, più in là; verso la fine; quando non ci saremo più né io che scrivo, né voi che leggete.
Se non dicessi così avreste ragione di ripetere l'antico adagio: - Crepi l'astrologo!

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