Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Attilio R. Scarsella
di Ambro

Il Mare – 1 agosto 1954

Attilio Regolo Scarsella morì il 28 marzo 1954: "La Gazzetta",dopo aver pubblicato il ricordo di Arturo Mencacci (4 giugno 2007), di Andrea Piola (5 novembre 2012) e di Alberto Broglia (28 marzo 2014), pubblica ora un articolo di Ambro Devoto.
Al link che segue sono disponibili i suoi «Annali».


La Sua finestra, quella dello studio, è spalancata di fronte a Nozarego ma Egli non c'è più. Il silenzio della valle di S. Siro, qualche strillo di uccelli nei rami A.R. Scarsella dei platani, il battere di un motore nel viale riportano, nell'afa meridiana del luglio, il pensiero a quello che fu il nostro mondo, il Suo e il mio.
Un mondo scomparso, grande nella sua piccola luce. Nel Piazzale della Chiesa non vengono più, da gran tempo, i marinai a tagliare la tela da vele, pesante, odorosa di magazzino all'ingrosso e intorno le nuove costruzioni vanno man mano mutando il senso raccolto della valle. Presto sarà più diverso ancora e resterà soltanto la memoria a riformare la scena e i personaggi, per chi vorrà ricordare.
Nella notte del 28 marzo di quest'anno, una domenica, il Prof. Scarsella ha chiuso la Sua vita, i suoi 50 anni d'insegnamento, la sua giornata terrena dedicata costantemente allo studio, alla Scuola, alla terra natia, sopratutto alla città di S. Margherita Ligure.
Sarebbe retorico dire qui del dolore dei suoi allievi, giovani e anziani, vicini o lontani. Meno fortunati, senza dubbio, i lontani che seppero della Sua morte e piansero sui fogli, avidi di conoscere almeno com'Egli era partito; meno triste, forse, poter accompagnare «il Direttore» per le vie della città amata e potergli dire, sulla bara, così alta nel nostro spirito da considerarla una bandiera senza confini…
L'ultima volta che lo vidi era settembre inoltrato e come ogni anno la nostra conversazione rubava alle sue lezioni del tempo prezioso. Era uso che gli ex allievi gli facessero visite brevi, raccontando le loro ultime personali vicende, i loro viaggi, i loro guai, le gioie incontrate e quelle sperate, curando di non sostare troppo: Egli aveva davanti a sé, in un foglio senza svolazzi e un po' complicato, l'orario dei suoi impegni e si poteva capire, da una certa mossa del capo, quand'era giunta l'ora di andarsene. Parlammo di molte cose e ci dicemmo, abbracciandoci, arrivederci. Scendendo le scale, come ogni volta, il mio animo ripassava, come in un vecchio film, le immagini che si accompagnavano alla Sua e alla mia vita. La mia famiglia era vissuta seguita dal Suo vigile affetto: gioie e dolori erano state un po' le Sue e non c'era stata occasione in cui «il Direttore» non avesse avuto, da noi tutti, un monte di seccature. Gli dovevamo molta riconoscenza e ben poco si era potuto fare che si potesse, in certo qual modo, avvicinare ai smisurati doni della Sua bontà.
Quante madri e quanti padri, di fronte al serio quesito dei figli e al tremendo problema della vita hanno ricevuto da Lui, in tanti anni, consiglio ed aiuto? Cinquant'anni. Più di una esistenza e le generazioni dei Suoi allievi, sparsi nel mondo, hanno portato con il bagaglio delle speranze, nella nostalgica rievocazione di ogni giorno, il ricordo del loro Direttore, severo, sempre temuto ma amato e ammirato perché l'Uomo sapeva comprendere e per tutti provvedeva, poi, alla fine, a rimettere sulla buona via le inevitabili incertezze della gioventù spensierata.
Si può dire che la vita di S. Margherita Ligure Egli l'abbia guidata così quasi senza apparire, solo percorrendo le strade, invisibili ma ben tracciate, dello spirito e del sapere. Col suo passo inconfondibile, un mantello gettato, nelle serate d'inverno, sulle spalle diritte, Egli seguiva la riva fino al porto, rientrando senza una sosta, fino al «Circolo» dove lo attendeva la lettura dei giornali. La saletta, al Suo apparire, si svuotava ed Egli, sotto la lampada, curvo, quasi allungato sul tavolo in una caratteristica posa che voleva dire silenzio e solitudine, passava qualche ora leggendo le notizie del giorno.
Così ogni sera, al termine delle sue giornate di scuola, o di studio e sempre di serio lavoro. Gli anziani lo stimavano, i giovani lo temevano: tutti lo hanno amato.
Se nell'ultima sua notte, alzandosi per far chiamare il medico, Egli poté avere il senso dell'addio a questa terra che egli idolatrò con le opere e gli scritti, con la passione e la devozione di ogni ora, di ogni attimo, che non poté mai lasciare come se fosse legata al suo stesso respiro, se egli sentì che per l'ultima volta poteva vederla vicino al suo cuore, io penso che Egli abbia in quel momento ricevuto lo schianto più grande della sua vita.

Nei suoi ultimi discorsi era evidente il dolore di dover giudicare che intorno, sia pure nel quadro del progresso moderno, troppi mutamenti avevano alterato il nostro Tigullio e non sempre in meglio. Aveva passato anni a scavare nei cumuli di carte degli archivi per formare gli «Annali di S. Margherita Ligure» che troppi hanno il torto di non aver letto e che rappresentano una documentazione eccezionale per una piccola città, quale altre, ben maggiori, non hanno. Nello scenario dei secoli l'edificio gli era cresciuto lentamente sotto la capace penna e i nomi, le date, certi commoventi raffronti, la gioia di trovare per il primo la giustificazione di una tradizione o di un detto, il tutto nel vivo quadro della storia patria, gli avevano dato una ricompensa che, purtroppo, nessuno di noi mai poté dargli, anche se ci sentimmo, qualche volta, ben vicini all'affettuosa approvazione del nostro operare.
Voglio dire che S. Margherita mai poté dirgli un grazie grande e vero come doveva essere e possiamo, oggi che Egli non è più, considerare la nostra povertà di fronte alla Sua ricchezza, la nostra parsimonia nei confronti della Sua generosità, come un torto fatto a noi stessi.
Gli «Annali» sono in tre volumi e tracciano un arco fra l'era volgare, anno 262, e il 1914, come ci dice l'autore. Nascono «fra un monumento pagano e una leggenda cristiana», e chiudono nel primo Agosto della prima guerra mondiale, coi primi colpi di cannone di Belgrado. La penna del Nostro si fermò su quella soglia, in quella sera del 2 Agosto 1914 dedicata dai sanmargheritesi, ancora ignari della tragedia che già iniziava sul mondo, al Corso Floreale notturno organizzato dalla Croce Verde e dalla Soc. Esercenti nell'allora Viale Umberto I.
Nella dedica dell'opera è il calore che accompagnò l'impresa, ben difficoltosa, del suo autore: «Con riverenza e affetto resi più profondi dal desiderio vano di esprimerli altrimenti dedico questo libro alla memoria dei miei maggiori i quali rampollati da queste terre a queste si tennero fedeli per ispazio dintorno a otto secoli infino ad oggi serbando integre fra l'avvicendarsi delle fortune l'onestà del nome e la tempra dei liguri. Duri atque agrestes». [Cicerone, nel suo "De Lege Agraria", afferma "Ligures montani duri atque agrestes", I Liguri, gente di montagna, sono duri e selvatici]
Chi lo conobbe, rileggendo queste parole, può ritrovarvi lo stile della sua vita e se Egli, il 1° maggio 1933, scrive, nella prefazione al 3° ed ultimo volume della sua fatica di storico «Compiuta così l'opera mia, l'abbandono al giudizio dei pochi che la leggeranno, allora quando il lodarla non sarà più compiacenza di amici, né morso di invidi il biasimarla. A me sia concesso di poterla contemplare con animo lieto e soddisfatto non già perché le riconosca un valore che non ha ma perché, riandando ora i casi della mia vita, mi par di scoprirvi un disegno tracciato dalla Provvidenza, nel quale la compilazione di questi Annali aveva cospicua parte. Quel disegno io ho fatto del mio meglio per secondarlo; e ciò mi basta»; se Egli, dicevo, scrive tali parole è perché sa che un giorno qualcuno vi ritroverà il suono affettuoso dei suoi ammaestramenti e la sentita gioia di seguirli.
Gli Abati di S. Fruttuoso, i Madelberto, i Bonavita, gli Opizzone, i Ruffino Fiesco; i parroci delle Chiese le cui esistenze si fanno largo, a poco a poco, nella nebbia dei secoli, i Gandolfo, i Vassallo, i Benvenuto; i Federico Doria, i Bartolomeo Figari, i Roisecco, i Malaspina, i Viacava, primi delegati del popolo ad amministrare la cosa pubblica, giù, giù, fino ai nostri tempi, con gli Schiaffino e i Della Torre e i De Gregori e ancora i Mortola e i Barbagelata, è tutto un mondo di figure che tra il mare e le pinete, sul monte selvoso e nelle piccole baie profumate e solitarie della penisola di Portofino, si affacciano nelle pagine della storia vissuta da A. R. Scarsella «non grande né ricca; non illustre per magnificenza di affreschi, né aperta su spaziose vedute; ma finita; ma adorna di qualche bel quadro e di molti pregevoli medaglioni; ma capace pur essa di infondere in chi la veda il sentimento del Divino…».
Leggendo gli altri suoi scritti, che trattano i temi più vari e nei quali s'incontrano spesso, fissati come in disegno di buon pittore, talune figure singolari che hanno animato la vita di questa riva e che oggi dormono là, nella valle serena del cimitero, noi potremo capire di quali virtù Egli fosse dotato e quanti ammaestramenti Egli sapesse dare di discrezione e di misura, nel giudicare uomini e cose.

Dal mio posto, nel penultimo banco dell'aula, io Lo rivedo ora come allora, curvo sul microscopio o intento ad accompagnare le nostre menti per i sentieri non sempre fioriti del sapere. Del suo metodo d'insegnamento, se di metodo si può parlare, i suoi allievi porteranno nella vita un segno indelebile e fatti adulti si accorgeranno che quello che fu appreso da Lui è rimasto ben fermo nella mente e fa parte del proprio patrimonio intellettuale, prezioso viatico anche e sopratutto nelle ore tristi del bisogno.
Le Sue lezioni erano un capolavoro di didattica. E le volle integrare per quanto i mezzi lo consentissero, precorrendo i tempi, con le prove di Gabinetto, con l'osservazione dal vero, con la diretta conoscenza degli elementi di studio. La Scuola Tecnica Commerciale, che i sanmargheritesi emigrati nel Sud America sostennero con i propri sacrifici pecuniari, proprio per la fiducia che essi avevano in Lui, fu anch'essa, nel suo genere, un piccolo capolavoro.
L'Uomo seppe creare prima e far prosperare poi la nostra Scuola e di questo patrimonio, donato alla città di S. Margherita, sarà bene un giorno parlarne perché la memoria di ognuno tragga ammaestramento per i presenti e futuri doveri dello sviluppo cittadino. Il destino di certe iniziative, non appariscenti né speculative, trascina nel nulla la verità dell'opera umana a danno del bene comune. Ma la denigrazione del singolo o la scarsa memoria della collettività non possono, è ovvio, giustificare il disconoscimento o l'indifferenza nei confronti di chi illustra con l'opera e il sacrificio la propria terra.
Prezioso, è, quindi, il suo dono e preziosa è l'eredità lasciata a noi che ancora, come allora, sediamo idealmente nei banchi della Sua aula, di fronte alla Sua cattedra, nel ricordo della Sua figura di educatore e di fecondo Maestro.
Non so se e quando il nome del Prof. Attilio Regolo Scarsella e la Sua amorosa figura appariranno, nel bronzo o nel marmo, in quest'arco incantato del Tigullio, nella «Sua» S. Margherita dove visse e morì. Non so: ma sento di dover credere che dovrà pur giungere quel giorno e sarà finalmente un tangibile segno, ufficiale e chiaro, del nostro grazie, della nostra riconoscenza che va oltre la vita, fatta di commozione e di perenne rimpianto.
Addio, Maestro! Ora che la strada, spenta la Tua luce terrena, appare più buia e faticosa, noi Tuoi vecchi allievi cerchiamo ancora il suono della tua voce e il conforto del Tuo consiglio. Non avremo più la gioia di ritrovarti fra i Tuoi libri, nell'intimità del tuo studio e vano sarà cercarti ancora lungo la riva, o nella Tua Scuola, fra le cento voci e le mille speranze dei giovani e gli eterni timori dei genitori.
Ma Tu, lo sappiamo, come un padre che ha lasciato i suoi figli ancora bisognosi di aiuto, sei con noi sempre e ci accompagni, forse rimproverandoci di questo nostro smarrimento in quest'ora di tristezza infinita e desolata.
Addio, Maestro!

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