Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Oratori e Processioni (Rapallo devota)
di E.L.D.

Il Mare – 27 agosto 1927

All'amico Pippo Morchio.

Onorevolmente composto il lieve dissidio che - per uno scompigliato tramestio di piccoli malintesi - pur si trascinava da oltre un quinquennio fra la Chiesa e il oratorio vetusto Oratorio di S.ta Maria; questo or riprende, con soddisfazione di tutti, le sue prische funzioni, e così cessa il malinconico rammarico di veder andarsene una delle nostre più antiche e venerande istituzioni.
E quanto sia venerando l'avito Oratorio di S. Maria, chiaro appare a chi ne legge gli Statuti et Ordinationi, i quali datano dal 23 ottobre 1602. Da questi noi trascriviamo testualmente alcunché di più curioso a sapersi, fra cui l'Habito et Segno ai fratelli prescritto: «…Il segno che deve essere attaccato alla spalla sinistra verso il petto, è l'Imagine della SS.ma Madre di Dio, col figlio in seno, et sotto di essa una donzella in ginocchione, con un vaso in braccio, qual versi acqua sopra l'Anime che sono in Purgatorio, e sotto la figura di essa donzella, il Purgatorio con molte anime…».
«L'habito dovrà essere: un sacco di tela bianca Barbantina, overo Sangalla sottile, con le maniche larghe - un cordone per cingersi, negro, di filo, overo filaticio, et non di seta, con nodi alla fratesca - una mozzetta di saia di scotto negra, et non d'altra sorte, longa palmi due, sopra ambe le spalle - una corona negra, con paternostri bianchi, con una testa di morto in capo la crocetta - un bordone di legno nero con pomo di sopra, per portare nelle processioni…».

Santa Maria del Campo, frazione del comune di Rapallo, ospita la parrocchiale di Nostra Signora Assunta che è affiancata dall'oratorio dedicato alla Natività di Maria, sede dell'Arciconfraternita di Nostra Signora del Suffragio. Quest'ultima fu riconosciuta dalla Curia Romana il 7 dicembre 1604.

A dette processioni, così prescrive il cap. XV delle Ordinationi, non dovranno intervenire: «Battuti, né putti vestiti da angeli, santi et altri misterij, per li quali ne possa nascere poca divotione». Come pure sarà proibita ogni sorta di musica, «Musica in lucto inoportuna». Per cui si ordina «sia scancelato et raso dalla Compagnia, senza rispetto alcuno, il fratello che trattasse, consigliasse o proponesse di far musica dentro o fuori l'Oratorio, sotto pretesto di feste o processioni per solenni che siano». Solo è permesso il canto fermo.
Questo, per quanto riguarda l'Oratorio di S. Maria e dimostrare quanto sia grande il suo passato e come sia desiderabile il suo ritorno.

Fu l'anno 1260 - detto dagli storici «anno di devozione» - che nacquero in Italia le confraternite, da cui ebbero origine gli oratorii, i quali, da principio vennero chiamati Case o Casaccie, nome questo che in seguito presero le processioni che da dette confraternite si facevano in segno di pubblica pietà e penitenza. E del nuovo pio movimento si fece promotore il nobile Sinibaldo degli Opizzoni.
Nella Gazzetta di Genova del 1805 si legge: «Le Casaccie erano in origine processioni di penitenza che si facevano dai confratelli vestiti di sacco e scalzi. Poscia ai ruvidi sacchi si sostituirono cappe di seta e di velluto e tabarrini trapunti d'oro; le Croci furono incrostate di tartaruga e d'argento, si adottarono scarpe forate a disegno dette spardegne [espadrillas, scarpe di tela forate risuolate con corda incatramata], e al digiuno si sostituirono vini scelti, biscotti e gelati…». E questo parimente ricorda lo storico Gerolamo Serra, il quale lamenta come le processioni di penitenza fossero trasformate in spettacoli profani, in atletici esercizi e in teatri di risse e gozzoviglie.
A combattere siffatto indevoto traviamento vennero opportuni decreti delle autorità. Nel 1736 i Sindaci di Genova vietarono lo introdurre i cavalli in S. Lorenzo e il cantare, durante la processione, laudi a S. Giacomo maggiore o minore, e ciò per ovviare alle liti e alle risse che frequenti sorgevano fra gli sbirri e i giacomini, i quali, in onta ai primi, pretendevano si cantasse il loro:

Viva il campion del Ciel
Fin dove l'Orbe ha fine,
E sol canti ogni fedel
S. Giacomo il maggior delle Fucine.

Per cui gli Sbirri (Oratorio che era in un'angusta salita dell'ora demolita via Giulia) ai quali non andava a genio quel canto, faceansi addosso ai giacomini, e la era tutta una grandinata di santissimi, vicendevoli cazzotti, tali da ricordare le scudisciate che si dispensavano i disciplinanti nella buca di San Gerolamo, come il D'Azeglio racconta.
Nel 1777 un ricorso del Senato deplorava il gran lusso delle Casaccie a scapito degli averi delle famiglie, alcune delle quali tratte erano a rovina dal gareggiare che facean fra di loro le varie confraternite nello sfarzo e nella pompa. Detto ricorso accennava altresì ad una Casaccia cui parteciparono ottanta cavalli e che, nelle anguste vie della città, furono causa di storpiature d'uomini, di donne e ragazzi. Per cui venne l'editto del primo Napoleone che ordinava la chiusura degli oratorii e la soppressione delle confraternite.
Ecco come un ignoto poeta del secolo XVIII descrive la gran sortita di una Casaccia:

Squadra di zappatori
Con lunga barba al mento
Il gonfalon precede
Che spiegherassi al vento,
Marziali tube, armonici
Strumenti elettrizzanti
Coi dolci suoni andranno
Dei pastorali innanti.
Sovra destrier fregiato
D'oro, vedrassi poi
Il prode Galiziano
Model de' veri eroi
Che fulmini dal brando
Scoccò nei rischi audace,
Terrore al Saraceno,
Al Mauritano, al Trace.
E qual novella, ardente
Colonna in alto passa
Sugli omeri inarcati
La venerata Cassa.

A siffatti coreografici spettacoli assistettero nel 1825 le corti di Vienna e di Napoli, ospiti di Genova; come pure la corte di Vittorio Emanuele I e quella di Carlo Felice, dopo l'annessione della Liguria al Piemonte.
Ma il progresso e la moderna civiltà poterono più che non gli editti napoleonici e i decreti del Senato, per cui il loro benefico influsso fece sparire da Genova questi spettacoli medioevali, i quali per altro noi vediamo ancora nelle cittadine e nei paesi della nostra Riviera, nelle solenni ricorrenze delle loro sagre.
E pel vero neppur possiamo sottrarci ad un cotal senso di famigliare, dolce nostalgia col ricordo dei beati giorni della nostra fanciullezza, quando, fattici il dì del Santo, in uno dei nostri ridesti paeselli, noi assistiamo – fra il festante gridio della folla, frammezzo al bianco attendamento dei venditori di reste [trecce di aglio o cipolla], canestrelli, cialde, giocattoli, fiori di carta argentata, anelli e medagliette della Madonna - alla sfilata di quello sciame di baldi ragazzoni in cappa, col cappuccio rivolto sulla testa a mo' di berretta e colle maniche rimboccate, portanti a vicenda una pesantissima Croce.
Osserviamoli: tutta l'attenzione loro è al «Cristo» colossale. Uno di essi lo precede a rinculoni con lo sguardo in alto per vedere se per caso tentenna o minaccia di cadere, mentre altri si atteggiano pronti a subitaneo aiuto. Osserviamo il giovanotto che ha l'onore di portare il «Cristo». Incerto il passo, i tendini e i muscoli tesi, gonfie le vene, gli occhi quasi fuori dell'orbita, le gote di bragia rigate di sudore. Egli procede a passo di tartaruga, e se avvien che un nulla scantini, gli è un accorrere, un vociare, un bestemmiare dei soci che stangli attorno, e un fuggi fuggi di uomini e donne che già si sentono il grosso Crocifisso in capo. Ma il portatore è un saldo e destro atleta e non v'è pericolo; ché anzi egli fa pompa di sua destrezza e, incrociate di dietro le mani, ballonzola e sgambetta, così che mi ricorda i dervisci danzatori ch'io vidi, ai dì della non ancor «giovane Turchia», formati in corteo, sgambettare per le vie di Stambul [Istanbul]. Frattanto i compagni del nuovo Cireneo fanno venire del vino di cui versano a tutti, ai musici, ai confratelli, ai portatori e agli amici; quel giorno è una cuccagna per gli osti. Frattanto la processione procede qua e là interrotta, ove non s'arresti addirittura nonostante gli: «andiamo! andiamo!» di chi segue e il battere per terra degli argentei pastorali.
Ultima viene la Cassa raffigurante la Madonna circondata di fiori, faci [fiaccole] e lumi e portata sugli omeri inarcati da uomini forti e nerboruti. Chiude il corteo la Banda musicale con «marziali tube e armonici strumenti elettrizzanti».
Or si vocifera che anche altrove - come a S. Maria - gli Oratorii siano per ritornare a nuova vita…
Siano dunque i ben tornati fra noi gli Oratorii, quei pii luoghi di preghiera in cui ci conducevano, fanciulli, le nostre buone mamme. Ma con essi ritorneranno a fiorire le Casaccie? Veramente, non est in votis [non lo vogliamo]; per quanto possa essere ad esse pure applicabile l'oraziano: «Multa renascentur quæ jam cecidere [Molte cose morte rinasceranno]».

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