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    Pezzi di storia

Un margheritese ai Dardanelli

Lo stretto dei Dardanelli (Çanakkale Boğazı) collega il mar di Marmara all'Egeo e, con lo stretto del Bosforo, costituisce il confine fra Europa e mappa 1 Asia. E' lungo 62 chilometri, con una larghezza che va da 1250 a 8000 metri; un tempo era chiamato Ellesponto.
Entrambi i nomi hanno origini mitologiche: Dardano era il figlio di Zeus e di Elettra, Elle cadde in mare dalla groppa dell'ariete dal vello d'oro.
Lo stretto si trova in una posizione strategica e per questo è stato al centro di numerosi conflitti: in particolare la guerra Italo-Turca del 1911-12 in seguito alle ambizioni coloniali dell'Italia che mirava a conquistare le province nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica, a quei tempi dei turchi ottomani. Fu l'occasione per occupare anche le isole Sporadi meridionali (in parte greche, in parte turche: il Dodecaneso).
In questo contesto si inserisce un'importante azione compiuta nel luglio del 1912 dal Capitano di vascello Enrico Millo (nato a Chiavari) che sarebbe passata alla storia come "raid dei Dardanelli". A condurla furono cinque torpediniere, unità militari piccole e veloci predisposte per il lancio di siluri (detti un tempo torpedini): il loro nome Spica (Tenente di vascello Umberto Bucci), Perseo (T.V. Giuseppe Siriani), Astore (T.V. Stanislao Di Somma), Centauro (T.V. Italo Moreno), Climene (T.V. Carlo Fenzi).
L'obiettivo era forzare lo Stretto, per la sua configurazione ritenuto fino ad allora inviolabile, e silurare la flotta turca ormeggiata alla punta di Nagara mappa 2 (l'odierna Nara Burnu).
Raccontano le cronache (La Stampa del 25 luglio) che "si decise di levare il linoleum, che copre i ponti delle torpediniere e di spargere cenere in sua vece per eliminare il pericolo dei riflessi luminosi. Tutti gli elementi sopprimibili delle siluranti, a cominciare dall'alberatura, furono soppressi, e le torpediniere furono ridotte ad aridi fusi di acciaio in gramaglie, grandi linee bianche, tracciatre colla calce sulla cenere, segnarono le varie inclinazioni sull'asse della nave, perché nell'ora del lancio del siluro i tubi potessero essere collocati rapidamente senza esitazioni all'angolo voluto. Finalmente, furono raccolti e collocati in luogo adatto barili e tavole, perché, in caso di affondamento, i superstiti potessero avere un sostegno a cui aggrapparsi e, abbandonandosi alla forte corrente costante che scende nell'Egeo, forse giungere salvi alle navi vigilanti fuori dello Stretto."
Il 18 luglio, verso mezzanotte, la squadriglia imboccò i Dardanelli "in ordinata linea di fila a distanza serrata", silenziosamente e a lumi spenti; nonostante l'avvistamento del nemico e i colpi di cannone, raggiunse Nagara. A quel punto le eliche della Spica si bloccarono: il comandante riuscì a liberarle, ma quasi certamente l'inconveniente era dovuto ad uno sbarramento in cavi d'acciaio. Per evitare un quasi certo sacrificio, Millo ordinò di retrocedere uscendo dalla zona minata.
Durante il viaggio di ritorno Fenzi, comandante della Climene, fece lanciare in mare un salvagente come "biglietto da visita" per i turchi.
La spedizione era durata complessivamente un'ora e 55 minuti.
Le avarie, di poco conto, furono: Spica, alcuni colpi al fumaiolo con proiettili inesplosi; Perseo, una diecina di colpi in coperta e nello scafo; Astore, due colpi di piccolo calibro nello scafo, altri nelle soprastrutture e nel materiale di coperta; le altre torpediniere nulla; nessun ferito e nessun morto. In compenso, la ricognizione ebbe importanti risultati per stabilire le condizioni della difesa dei Dardanelli ma, soprattutto, la risonanza internazionale indusse il governo di Istanbul a firmare il trattato di pace.
L'ammiraglio Leone Viale, comandante della squadra navale, affermò che "Il contegno del comandante, degli ufficiali e degli equipaggi, per abilità, valore e disciplina, fu superiore ad ogni elogio".

Climene La torpediniera Climene

L'impresa valse a Enrico Millo la Medaglia d'Oro al Valor Militare (Regio Decreto del 3 aprile 1913) con la motivazione "Con perfetti criteri militari preparò una spedizione di torpediniere allo scopo di silurare possibilmente la flotta nemica. Assunto personalmente il comando della squadriglia, diresse la difficile impresa conducendola di notte con eroico ardire per ben 15 miglia sotto l'intenso fuoco delle numerose artiglierie costiere fino a riconoscere la piena efficienza delle navi nemiche. Ricondusse la squadriglia completa al largo, manovrando con mirabile calma e perizia marinaresca sempre sotto il fuoco nemico".
I giornali riportarono la notizia che "tutti gli ufficiali e marinai, prima di muovere verso i Dardanelli, avevano fatto testamento".

Imbarcato sulla Climene c'era anche un margheritese, Giacomo Vernazza: figlio di Matteo e di Margherita Dapelo. La sua ricompensa furono quindici giorni di licenza durante i quali fu festeggiato dai concittadini.
La Climene, torpediniera d'alto mare, era stata varata nel 1909 ed aveva un equipaggio di 35 uomini: aveva compiti di vigilanza e scorta a protezione del traffico nazionale nel Mar Egeo; fu radiata nel 1926 e successivamente demolita. Il nome ha una derivazione mitologica: Climene era figlia del titano Oceano e della titanide Teti.
Nel 1912 Gabriele D'Annunzio dedicò all'impresa la poesia "La canzone dei Dardanelli" pubblicata nel libro "Merope. Canti della guerra d'oltremare", celebrazione della guerra Italo-Turca per il possesso della Libia.

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