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    Pezzi di storia

La peste a S. Margherita Ligure 1/2
di Arturo Ferretto

Il Mare – 5 + 12 + 19 + 26 settembre 1914

Intorno alla crudele pestilenza, che desolò tutta la Liguria negli anni 1579-1580, gli scrittori di cose genovesi non ci danno che scarse e non sempre esatte notizie, riguardanti quasi esclusivamente la città, mentre ci lasciano affatto all'oscuro per quanto si riferisce alle Valli, luoghi circostanti, e due riviere. Milano
Il Casoni, (Annali della Repubblica di Genova), il Corradi, (Annali delle epidemie accorse in Italia), lo Schiaffino, (Annali Ecclesiastici manoscritti), l'Accinelli, (Compendio della Storia di Genova), il P. Aurelio, (Chronologia urbis Genoe), il Noris, (La peste in Genova negli anni 1579-1580), ci offrono le linee semplici di un grande quadro. Da ciò che scrive il sac. Domenico Cambiaso (La peste in Val Polcevera negli anni 1579-1580) e da una quantità di documenti ricavati dagli Archivi di Genova e di Chiavari, tolgo la luce, che illustra un periodo triste di storia nostrana.
Prima di apparire in Liguria quella pestilenza avea fatto, si può dire il giro dell'Europa, e particolarmente desolata l'Italia. A Trento si era manifestata fino dall'anno 1574, a Palermo, Messina ed altre città della Sicilia nel 1575; nel 1576 e 1577 si diffuse in tutti i paesi dell'Italia settentrionale, e nel 1578 facea il primo ingresso nella nostra Liguria, dove avvenivano vari casi nel borgo di Savignone.
Però per quell'anno la vigile oculatezza e la pronta energia, di cui diede prova il governo di Genova, riuscì a tenerla lontana dalla città e luoghi circostanti, ma l'anno seguente (1579) nessuna precauzione fu sufficiente e nella primavera la peste era in mezzo a noi. La prima traccia apparve in Pontedecimo, dove si trovarono infette due case, senza che si potesse sapere come vi fosse penetrata.
Si fecero mille supposizioni; divulgossi la fama che un passeggero che erasi veduto aprire certe valigie, in cui teneva pannilini, avesse dato principio alla diffusione del morbo. Altri dicevano che questo era stato portato dagli Spagnuoli, che l'anno precedente, reduci dalla Sicilia con Don Giovanni d'Austria, erano sbarcati a Voltri ed aveano attraversato la Valle Polcevera indirizzati a Milano: le febbri pestilenziali da essi comunicate agli abitanti si sarebbero poi coi calori della stagione sviluppate.
Alcuni credevano che i venti australi [vento Ostro, o di Mezzogiorno, caldo e umido, spira da sud ed è precursore di brutto tempo] in quell'anno stati più che mai gagliardi cagionassero quella putrefazione nei corpi, che poi producevano la peste; ma altri non indugiarono a riscontrare i propagatori del morbo, gli untori, in quei tre malcapitati forestieri che si erano trattenuti nella Polcevera i giorni innanzi in cerca di salamandre per l'alchimia.
Essi quindi furono ricercati, incarcerati e sottoposti a rigido esame sotto l'imputazione di avere importata la peste in casa dell'oste che li aveva alloggiati; ma non riscontrandosi in essi alcun indizio di prova, furono rilasciati. Non così però se la cavarono in Piemonte, dove il Duca credendoli realmente untori e propagatori del morbo, li fece impiccare.
Da Pontedecimo la peste si comunicò ad altri luoghi e nel mese di agosto già serpeggiava in varie parrocchie.
Le prime avvisaglie in Santa Margherita sentonsi nell'ottobre del 1579.
I Conservatori di Sanità di Genova così scrivono agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita, in data 11 ottobre.
«Poiché si è posto in chiaro che giovedì p. 8 del presente si partirono dalla Città Chiara moglie del qm. [quondam, fu] Lorenzo Chiappe et insieme tre sue figliole, due de quali insieme con essa dovevano fermarsi costì, l'altra era destinata per Sestri, e perché dopo d'essersi partite, si è scoperto che Gio: Chiappe figliuolo e fratello di sudette insieme con sua moglie essere apestato et il Giovanni morto, abbiamo perciò risolute farvene noticia con la presente che si manda a posta, alla ricevuta de quale piglierete informazione dove fossero e prontamente sequestrarle e tenerle custodite sino a nuovo ordine, e Cristo vi guardi».
Appena giunta la lettera, l'Ufficio sammargheritese sequestrò le donne, avvisandone i Conservatori di Genova, i quali con altra lettera del 13 ottobre lodavano «le diligenzie state intorno alle donne» dando incarico di ritrovare certo Benedetto Solimano «se con loro aveva avuto commercio». I Conservatori di Sanità di Genova, il 16 ottobre 1579, scrivono agli Ufficiali Sanitari di Rapallo.
«Gli Ufficiali di Sanità di Santa Margarita l'anno 1576 a 5 ottobre furono dai nostri predecessori dichiarati non sottoposti alla giurisdizione di Rapallo per quel che concerne alla Sanità, e però per quel che tocca ad essa ponno senza intervento loro procedere alle provvigioni che accadono. Il caso di quella donna andata con sua famiglia in quel luogo di Santa Margarita è seguito con bolletta avuta di qui, e quando intesero poi che non erano fuori di sospetto di contagione se gli diede ordine che non avessero pratica, che ciò intendiamo hanno fatto. Circa il non averli dato aviso come hanno fatto gli ufficiali di Sanità di Chiavari e Sestri dicono che pur l'hanno dato e di questo hanno presentato fede di Agostino Magiolo e Geronimo Vinelli, ufficiali di Sanità della Capella di San Lorenzo di Costa. Ora perché si dolgono che voi li avete levato la pratica, n'è parso molto strano, e perciò ci pare che convenga se li dii essa pratica, poiché le donne sudette sono rinchiuse con guardie conforme a l'ordine datoli per noi e stanno bene, per il che li torneranno la pratica libera sì come faranno alla avuta di queste nostre e questo per obviare non patisca l'uno e l'altro luogo per tal proibizione e tanto osserveranno che sarà il fin di questa et in risposta de due loro avute intorno alla detta pratica. Cristo le guardi».

Quando si credeva che, date le più accurate e diligenti disposizioni, ed anche per i freddi imminenti, la falce della morte dovesse rispettare i paesi del nostro golfo, un caso fulmineo, seguito da morte, succede nella persona di Pietro Bussetti, genero di Raffaele Boggio, fuggito da Genova il giorno 21 ottobre, e morto il 22 ottobre.
I Conservatori di Sanità di Genova, con lettera del 23 ottobre scrivono agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita.
«Quel tanto ci hanno scritto del caso seguito e di quella famiglia e genero, di Raffaele Boggio et in risposta li diremo che hanno fatto bene a mettere guardia non solo per il caso seguito ma per le purghe generali che si han da fare; e di novo il Senato Ill.mo ha cresciuta la purga sino a quindici giorni per le persone e venti per le robbe in arbitrio però delli Ufficiali di quei luoghi in li quali le persone vanno ad abitare. Di quel patrone che ha levato persona fuori del luogo si è proveduto a quel che fa di bisogno e se averà contrafatto riceverà castigo. Stiano dunque vigilanti in tutto e ci diano aviso di quello seguirà e senza altro dire. Nostro Signore Iddio li conservi in Sanità».
Il 29 ottobre moriva pure di peste la moglie del Boggio «che serviva la figliola», rimanendo attaccate la moglie del Bussetti ed una figlia.
Il Podestà di Rapallo, impensierito per questo, tentò di preservare Rapallo dal morbo letale, vietando le comunicazioni con quei di Santa Margherita.
Nacquero lai e proteste.
Gio: Battista Gnecco, commissario generale della Sanità in Chiavari, il 30 ottobre, scriveva agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita:
«Oggi ho avuto una loro fatta questo giorno e per essa mi è stato caro intendere che in la casa del Boglio non è seguito di vantaggio più di quello che io so. E' ben vero che se non hanno bruciato le robbe di poco valore e massime quelle del morto mi pare che se ne possi fidare, però di ogni cosa mi rimetto al giudizio loro. Mi dispiace della mala opera che continuamente fa il podestà di Rapallo, e per quello che tocca a me, né lui né altri aranno parte per farmi fare salvo salvo ogni cosa giusta e conveniente, conoscendo quel luoco di Rapallo e tutti li altri soggetti ad un medesimo padrone il quale ne vuole la equità e giustizia di tutti, e così io anderò apresso a farvi tutta la bona opera che potrò e ad avere caro che sieno portate costì vettovaglie come in li altri lochi e con la occasione se ne conoscerà l'effetto. Qui sono seguite quattro morti in due case suspettose, cioè l'una nella villa d'Aveano a quale feci bruciare ogni cosa, l'altra in la villa di Coreglia in la quale ho fatto le debite diligenze e postovi bone guardie e per più assicurarmi ho suspeso tutta la detta villa per otto giorni, e questo è quanto di qua posso dirvi, stando, Dio laudato, tutto il resto della valle molto bene di sanità. E nostro Signore vi guardi».
Da una parte Santa Margherita ed alle spalle Coreglia di Fontanabuona infette.
Il Senato di Genova, in tali frangenti, trovò modo di dare una lavatina di testa al Gisdicente di Rapallo, scrivendogli, in data 2 novembre:
«Dagli uomini di Santa Margarita ci è stata presentata una supplica e siccome con poca considerazione siete trascorso a fare il bando e vietare il commercio a detti di Santa Margarita e senza farcene alcun moto, così vi ordiniamo che subito all'avuta di quello dobbiate revocare, e così lo revocherete, ordinando a voi ed alli ufficiali di Sanità li quali avvertirete di questo nostro ordine a non bandire più loco altro senza nostra licenza o del magnifico Ufficio di Sanità della città nostra, e quando altrimente seguisse vi facciamo avvertiti voi e loro che cascarete in pena di ribellione».
Gli Ufficiali di Sanità Sammargheritesi, causa di tal piato, aveano espressamente inviato in Genova a lor nome Bartolomeo del Bene e Giacomo de Bernardi, i quali furono ammessi al cospetto del Doge dietro le reiterate instanze di Antonio Roccatagliata, (oriundo di Pagana) segretario del Senato, e di Gabriele da Pelo, un notaio sammargheritese, personaggio di larghe influenze, residente in Genova.
Il Doge, come dice la relazione dei due messaggi diretta da Genova il 4 novembre, agli Ufficiali sammargheritesi, li accolse «non troppo dolcemente», li invitò però in Senato, ove il da Pelo lesse l'invettiva contro Rapallo e i Rapallesi, ma il Doge «cominciò a crollar la testa, senza darci udienza, accusandoci con parole di prolissità». I messaggi sunteggiarono le loro proteste, sparlando cioè «della sospensione per due volte fatta dal Podestà, delli casi seguiti a Rapallo, delli latrocinii che seguivano al paese e del magistrato sammargheritese di Sanità spregiato e non obbedito come si conviene».
I Senatori li misero bravamente alla porta, perché avevano subodorato una vecchia e continua aspirazione dei sammargheritesi, quella cioè di staccarsi dalla podesteria di Rapallo, ma prima di congedarli aspramente, aveano fatto capire che emanerebbero ordini in proposito per il Podestà di Rapallo, il che fecero.
Si ripresentarono la seconda volta ma «non vogliono farci altro» continuano a scrivere amareggiati i due ambasciatori.
Intanto coglievano il destro per avvisare che in Genova «le cose della Sanità non vanno molto bene» essendosi la peste estesa nelle case dei migliori cittadini, sicché occorreva necessariamente in Santa Margherita «bona custodia a coloro che son venuti e veniranno di qui senza avere alcun rispetto a nessuno».

Chiudono la lettera «Dio vi feliciti e guardi» aggiungendo la seguente proscritta:
«Ci pare raccordarvi che non vietate a leudi di venire a Genova con legne e vittovaglie, si bene, al loro ritorno volendo scendere in terra farli purgare, acciò il Commissario che venirà per tutta la riviera non abbia a condannarvi. Oltre ciò prendete intorno al venire de' tessitori qui qualche bono ordine perché continuando essi il venire come vengono è impossibile che non si infettino mescolandosi per tutto e dormendo senza sapere in loco netto o brutto, come fanno anco li barcaroli e marinari, sicché vi bisogna provedere et aver bona cura e guardia. Il maestro ha ottenuto patente di condurre costì mine 100 di grano, si partì ieri per condurne. Se vi avvisa essersi dato il grano a Voltri, insura di detto loco a L. 18 la mina».
La peste continuava a mietere le sue vittime.
Il 3 novembre era morta la moglie di Battista Sanguineto, ma il caso fu denunziato come sospetto.
Si era quasi aperto il cuore alla speranza, perché, durante una settimana non vi erano stati nuovi casi, ma il 10 novembre moriva una figlia di Raffaele Boggio, ed un giovane, che era andato a scaurare, cioè a disinfettare le sue robbe.
Era la prima vittima del dovere.
I decessi servirono di pretesto agli Ufficiali di Sanità di Rapallo di sfogarsi con quelli di Santa Margherita, o, per meglio dire, di restituire la tirata d'orecchio, fatta dal Senato al giusdiciente di Rapallo.
Infatti i primi scrivevano ai secondi, in data 11 novembre 1579:
«C'è parso cosa nova che essendo da un mese in qua seguito in cotesto luogo e ville diversi casi pestiferi come quello del Pietro Bussetti, di una donna morta di morte subitanea, di quello che avea cura delle robbe del detto Pietro et altri molti, mai vi siete degnati ragguagliarne li vicini et almeno il mag.co Podestà nostro superiore, a tutti cosa in vero degna di reclamarsi molto: tuttavia essendo noi inclinati alla quiete non possiamo se non procedere con civiltà; e perché dite in la vostra non essere costì altro male se non in quelli che sono morti, intendiamo che la moglie del Bussetti è infetta, e ancora avete molti sospetti, ma che più dove è seguito li casi pestiferi non usate le diligenze possibili per estirpare il male. Per il che mossi da tutti questi particolari, ier sera si deliberò oggi non dare commercio alli abitanti di quel luogo, ma perché, per quanto ne segnate, il male del Pietro va stendendo campo et essendo la figliola morta, intendiamo non avere commercio sino a nov'ordine, parendoci così importare la conservazione della sanità di tutta la podesteria. Perciò bisognando di qualche rinfrescamento, sapendo voi essere in luogo sterile, non mancheremo con le diligenze e cautele dovute aiutarvi e soccorrervi sempre che le S.V. requisiranno come desideriamo farvi piacere e reputandone in qualche altro vostro comodo dove ci offeriamo, ma per l'avvenire fate più stima delli vicini che non avete fatto per adietro, e così vi baciamo le mani, che Iddio vi liberi e riduchi in pristina sanità.
Da Rapallo. F.to Agostino Chichizola».
Che quei di Santa Margherita ponessero ogni lor cura e spiegassero buona dose di zelo per porre una barriera all'avvicinarsi del morbo, risulta pure dalla seguente lettera scritta il 15 novembre dal già menzionato Antonio Roccatagliata, segretario del Senato, e per giunta compilatore degli Annali di Genova, il quale coglie il destro per ricordare la culla, che ebbe in mezzo a noi.
Egli scrive agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita:
«Messer Nicola Roccatagliata mio parente mi scrive che le S.S.V.V. hanno fatto una condanna contra di lui e contra di suo genero per non so che accidenti occorsi quando egli voleva sbarcarsi costì. Non mi dice però come sta il fatto, e ancora che lui giudichi esser condannato a torto, io voglio pur credere che saranno mosse con ragione e l'averanno voluto fare più presto ad tenorem che antrimente per mantenere il rigore e perché è cosa giusta che a nessuno sia proibito l'andare a casa sua, e V.S. sanno che messer Nicola ha beni in coteste parti e non è meraviglia che spinto dalla colera e così ancora il genero abbino detto qualche cosa. Però molte volte, e prudenza dimostra, è il non sentire, tanto più quando le persone si trovano alterate da alti accidenti, come potevano esser loro, ma con tutto questo io prego V.S. che si contentino averlo per raccomandato e usarli quello rispetto che li parrà per conto suo e ancora per conto mio che come sapete siamo del paese, e perché un mio cugnato ed una mia sorella capiteranno per andare a san Michele in una delle ville di mio padre, mi faranno grazia a non permettere che li sia dato compito e me li raccomando».
Anche il Commissario generale di Sanità vigilava, e il 19 novembre, da Rapallo, scriveva agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita:
«Intendiamo che costì avete in purga Battista Sanguineto con famiglia, e che per la morte di sua moglie lo tenete ragionevolmente in quarantena, ma si duole che sii stato posto in una torre, più piccola prigione che stanza, dove ancorché sii sanissimo dubita potersi infirmare attento i tempi che corrono e la molta umidità, che è in esso luogo, et avendo costì lui una casa nel borgo e un'altra alle ville vorria li fusse concesso una di esse sue stanze, e quanto a me la sua domanda non mi par fuor di ragione massime quando se li concedesse quella alle ville e fuori del Borgo, dovendo voi aver mira a conservare ciascheduno in sanità con metterli le dovute guardie per cautela del vostro borgo. Inoltre dice d'avere speso quanti denari avea e che non ha più modo di vivere ancorché abbi dei beni. Sarà conveniente che per il vitto li facciate provvedere dalla Comunità o che lo facciate voi come Ufficiali e quello che spenderete lo tratterete sui beni come è ragionevole e il giusto vuole che non muori di fame».
La peste ormai, non ostante tutte le misure, ed i rastrelli, apposti alle strade, che venivano da Genova e da Santa Margherita, avea serpeggiato prima, ma ora con intensità era scoppiata a Santa Maria del Campo, a San Pietro di Novella ed al Poggio (San Rocco) poco distante da Rapallo.

Con grande costernazione gli Ufficiali di Sanità di Rapallo, il 21 novembre, scrivono ai colleghi sammargaritesi:
«Hieri in la capella di Santa Maria in la casa dove morse un Bastiano Pastine venuto da Genova si è innovato un altro caso essendo morto Giovanni Pastine che lo serviva e più in altra casa in la capella di San Pietro dove pure morse un Antonio Aste morse di novo ieri la moglie e questa mattina intendiamo essere morto al Poggio dove morse li dì passati un figlio di Nicolao Brignali in la medesima casa la madre di detto Nicolao di morte subitanea. In la capella di S. Martino di Dezerega ieri morse uno famiglio di Antonio di Zereda pur di morte subitanea essendo avanti ieri venuto nel Canale a prendere oleo. Che Iddio vi feliciti.»
E il 28 novembre il Commissario di Sanità ed il cancelliere notaio Agostino Chichizola scrivevano da Rapallo agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita:
«In risposta della loro fatta oggi se li dice dispiacere detti casi costì seguito e benché stiano sicuri le S.V. faranno custodire la casa dove è seguito detti casi, tuttavia n'è parso bene pregarvi non mancare a qualsivogli diligenza di guardie sì di giorno come di notte e il simile per conto delle robba, e quando seguisse novi casi ne aspettemo intendere il tutto. Questa mattina l'Ufficiali di Borzoli ne diceno che in la casa di Nicolò Fasseto al Poggio dove morse la madre et un figiolo e poi vi sono altri dui figioli attaccati.»
La cronaca sammargheritese parla delle nuove reclute, immolate alla morte, e il diario nota che il 18 novembre in casa di Francesco de Ambrosio morì «una figliuola di Giuseppe suo figliuolo, il quale era venuta da Genova a 14 del detto mese», e che il 21 novembre si ebbe un altro caso seguito da morte, il 25 novembre «morta una figliuola di certi Boasi venuti a 9 da Genova» e una donna, al 16 novembre due piccoli figliuoli, il 28 morti due, il 29 un altro.
C'è un rincrudimento nel mese di dicembre.
Infatti il 3 dicembre muore una figliuola del fu Battista da Pelo, il 5 la vedova di Giovanni Basso, il 6 una donna, che non vien nominata, l'8 la vedova di Battista Bertollo e due figliuoli, il 9 due bambine ed uno mandato da Genova per guardia nella casa di Paolo Vinelli, il 10 la serva della suocera del medico Gio: Agostino Contardo, giunta da Genova, l'11 un bambino, il 17 la moglie di Battista Avero, sorella di Nicolò Barbaro, ed un becchino, il 25 e 26 dicembre due altri becchini, ed il 31 dicembre una figlia di Nardino Banchero.
La moria in proporzione menò maggiore strage nei bambini, e le vittime sammargaritesi all'inizio della peste a tutto il dicembre ascesero a trenta.

Erano giunti in buon tempo gli ordini severi di Gio: Battista Lerice, commissario di Sanità nella riviera di Levante, da poco tempo eletto a tale ufficio dal genovese Senato, con sede a Chiavari.
Egli, l'8 dicembre 1579, ordinò al Podestà di Rapallo ed ai Conservatori di Sanità di Rapallo, di S. Margherita, di Portofino e di tutti gli altri luoghi soggetti alla podesteria rapallese «di non impedire il commercio, et pratica, entrata ed uscita dei borghi, capelle e ville della presente podesteria l'uno con l'altro». Ordinò che, seguendo qualche incidente, si potesse fare «un poco di sospensione di commercio e pratica» dandone subito avviso alla competente autorità; ed inoltre conoscendo che nelle ville di Rapallo serpeggiava il contagio, stabilì che le persone dei luoghi appestati «non venghino né pratichino nel presente Borgo, ma si consente solamente che per ogni casa delli luoghi sudetti possino venire doe persone per casa così uomini come donne e aver pratica e commercio libero senza che le sia dato impedimento alcuno tante volte quanto a loro accomoderà venire».
Stabilì che non si desse disturbo alle vettovaglie dirette a Genova, ai corrieri e staffette, ed alle persone di passaggio, non negando loro stanze, letti, vitto, ed a coloro che da Genova venivano ad abitare in Rapallo, e sua podesteria, essendo però muniti delle solite bollette, rilasciate dagli Uffici di Sanità, intimando alle persone una purga di 30 giorni, e di 40 alle robbe.
Ogni villa dovea costituire una ronda di due uomini, col compito di visitare tutte le case, per assicurarsi se vi fossero casi sospetti e non denunciati, ed il Podestà di Rapallo dovea far ammazzare tutti i cani e gatti di quelle ville, ove succedeva alcun caso di peste.
E continua il solerte Commissario:
«Che il sudetto Magnifico Podestà ed Ufficiali di Sanità di Rapallo debbano fra il termine di giorni 10 far fare un ponte nel luogo sopra il Borago finché ognuno possa comodamente passare per andare in la via pubblica esd in ogni altro luogo dove occorresse e questo perché ognuno se ne possa servire in tempo sciutto, perché nei tempi delle pioggie doveranno far aprire la porta del Borgo verso le Saline afinché ognuno possa con manco travaglio ed incomodo venire nel borgo o andare dove gli accomoderà e questo sotto pena di scuti 25 d'oro e quando la porta stia aperta non converrà far detto ponte».
Il commissario Lerice, che, da Chiavari poneva gni cura nel disimpegno della sua carica, il 19 dicembre così scriveva agli Ufficiali di Sanità di Santa Margherita:
«Ci è venuto a notizia che li 17 di questo in la vostra giurisdizione sono seguiti alquanti casi di peste, uno in la villa di San Lorenzo e uno in Nozarego, che ci è parso novo, massime che da voi non ne avemo noticia alcuna il che dovevate pur fare. Però all'avuta di questa ne direte distintamente quanto quel giorno e sin a quest'ora è seguito in cotesta giurisdizione acciò che possiamo provedere a ciò che bisognerà e il simile farete in l'avenire che tale è il voler nostro».

(continua)

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