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    Pezzi di storia

La peste a S. Margherita Ligure 2/2
di Arturo Ferretto

Il Mare – 3 + 10 + 17 + 24 ottobre 1914

(precedente)

L'inverno era inoltrato, e la speranza che i freddi scacciassero il triste malanno venne frustrata.
La peste continuò, e con veemenza, come vedremo, nell'anno successivo. appestati
L'alba del 1° gennaio del 1580 non sorse sotto lieti auspici.
Me ne avvisa un Libretto di Cose dell'Ufficio di Sanità di Santa Margherita, che ebbi la buona sorte di rintracciare nell'Archivio Distrettuale di Chiavari. Il prezioso manuale contiene tutte le deliberazioni, prese da Giovanni Schiattino, Erasmo Gimelli, Nicolò Roccatagliata, Vincenzo Ottoveggio, e Bartolomeo del Bene, conservatori di Sanità, i quali, avendo a cuore il pubblico bene, notano anche le cose più minute, per cui il Libretto si trasforma in un diario dei più interessanti.
L'Ufficio adunque, che addrappella persone di senno, emana il 3 gennaio del 1580 la seguente grida:
«Si ordina e comanda a tutte le persone di qual grado e condizione si sia, che abbino o vero averanno ne l'avenire persone malate di qual sia sorte di malatia, o vero indisposizione, il debbino subito manifestare nelli atti del detto ufficio, sotto pena de scuti 2 sino in 10 aplicati al beneplacito dell'Ufficio.
Che non sia persona alcuna che presumi partirsi dal presente loco e comunità senza prendere le loro bollette sotto pena di sopra detta.
Che tutte quelle persone quali veniranno fora della podesteria non debbiano né presumino entrare in le loro case de altri né con persona alcuna pratica che prima non prendi ordine dal detto Ufficio sotto la medesima pena nella qual pena se intenda incorrere quelle persone che avessero ardimento di accettarli.
Che tavernari de oggi inanti non debbino né presumino vendere cosa alcuna nelle loro taverne sotto pena della medesima pena; possino vendere pane e vino fora de loro case e taverne a beneplacito del detto Ufficio. Che persona alcuna non presumi accostarsi alle case dei sospetti impestati, o che tengano sospetti né con loro trattare senza licenza del detto Ufficio, sotto pena di scuti 10 applicati la terza parte del denunciante e sarà tenuto segreto.
Che ogni persona debbi personalmente far le loro guardie che li saranno imposte per conto della Sanità e dove li sarà ordinato sotto pena de scudo uno.»
I Conservatori di Sanità aveano tal potere esecutivo da far impallidire l'autorità di Bartolomeo Quaquaro, allora sei, ossia rappresentante capo della Comunità, e sul fulcro di tale potere, il 4 gennaio, gli ingiungevano di sborsare lire 100 «a bon conto di quello che bisogna per l'avenire spendere intorno al bisogno di detto Ufficio, specialmente in accordare sotterramorti, scauratori di robbe et altre spese necessarie, altrimente si protesta contro di lui scandalo inconveniente, danno, interese e pene, che potessero intervenire.»

La peste è una malattia infettiva causata da un batterio: è contagiosa e nel medioevo rappresentò la patologia più grave per diffusione e mortalità. Veniva classificata come peste non solo la malattia trasmessa da pulci e topi, ma anche altre malattie infettive come vaiolo, morbillo scarlattina e in genere tutto ciò che si manifestava con eruzioni cutanee.
Importata dall'Estremo Oriente attraverso traffici marittimi e movimento di eserciti, la prima epidemia di cui si ha notizia in Occidente è quella del 1346-1353 e fu aggravata dalla carenza alimentare e dalle pessime condizioni igieniche.
Era chiamata la morte nera e ha fatto da sfondo a numerose opere letterarie, tra le quali il Decameron di Giovanni Boccaccio e I promessi sposi di Alessandro Manzoni.
La peste si riteneva causata dal cielo, dalle stelle, dal clima, dalle acque stagnanti, dall'umidità dell'aria, dai demoni ed era curata con rimedi improbabili; solo la scoperta degli antibiotici è riuscita a ridurre drasticamente la mortalità. I malati acuti erano isolati per evitare il contagio e ricoverati nei lazzaretti, mentre abiti e merci erano bruciati o soggetti a quarantena.

Né mancano per i nostri zelanti Ufficiali i rabbuffi di messer Gio: Battista Lerice, commissario generale di Sanità, il quale, trovandosi a Sestri Levante per ragioni del suo ministero, il 6 gennaio così ad essi scriveva:
«Dite per la vostra de quattro essere morto solamente in cotesta giurisdizione una donna, che serviva malati, e da qualche altro lato intendiamo esserne morti più. Dovete usar le dovute diligenze alla malata che dite, e dirmi a pontino quanto è seguito. Intendiamo essere andato di costì alla porta di Rapallo uno che sei giorni sono avea sepellito un morto del contagiospo male con vostra bolletta, e quando ciò sia vero non è cosa comportabile. Però ci direte chi e che ha fatto la bolletta e di ordine di chi vi è andato, acciò che possiamo punire coloro che avranno errato.»
L'Ufficio di Sanità, essendo in un centro piccolo, veniva informato di quanto succedeva sia per mezzo di Andrea Figari, donzello della Comunità, sia per mezzo di Lorenzo Pellerano, cavallero di detto Ufficio.
Fra le denuncie fatte, quest'ultimo, il 7 gennaio, riferiva che Giacomo Fossato, trovandosi in punto di morte, confessò di aver fatto la guardia a Paolo Vinelli e di aver indossato la vigilia di Natale un paio di calzoni neri, di proprietà di una guardia appestata, e che subito avea contratto il male.
E furono un paio di calzoni fatali.
Né mancano le spie private.
L'8 gennaio 1580 Giuseppe Vassallo e Giuseppe Palmieri si presentano al cospetto dei nostri Ufficiali e dicono:
«Essere la verità qualmente la mattina di Santo Stefano si ritrovorno presenti quando Lorenzo Barlaro diè sepoltura a Giacomo de Zerega sotterramorti, morto di male contagioso, nel Castello separato dal borgo, in una fossa apresso fatta, e tirato fuora di esso castello e trascinato in detta fossa con un gancio lungo 15 in 16 palmi in maniera tale che esso Lorenzo Barlaro non toccò né si accostò al detto morto, e quando il sepelì era detto Barlaro nudo, vestito solo di una cappa di disciplinanti, la quale poi il detto Barlaro arse, e si purgò nella marina nell'aceto e poi si rimise le sue robbe et a maggior cauzione si fece soprastare in una torre per giorni quattro e poi da predecessori di detto Ufficio li fu data licenza, e tutte dette diligenze furno fatte de consiglio del magnifico Sig. Gio: Agostino Contardo medico.»
Entra in scena un medico, che fu l'eroe, o per meglio dire l'angelo benefico e consolatore in Santa Margherita in quelle tristi e luttuose giornate.
Il nome del dottore Gio: Agostino Contardo è registrato con plauso da tutti quelli, che si occuparono degli Scrittori Liguri.
Infatti egli compose per quella pestilenza un opuscolo, intitolato Il modo di preservarsi e curarsi dalla peste, ove consiglia «si ricorra subito agli fuochi a impiagare le gambe, si promuovano sudori e vomiti, si faccia uso assiduo di teriaca, nitridato, bolo armeno, bezoar, zedoaria d'Avicenna, pillole di Rufo, seme d'edera etc.», poi segue a dire della cura preservativa a base di salassi, acqua di betonica, teriaca, polvere di tormentilla, rabarbaro, ottimo vino, aloe e mirra. Conchiude consigliando le opere di carità, le quali, dice giustamente, sono pur sempre di grande aiuto nelle maggiori calamità, quando non l'unico.

Del medico Contardo esistono tuttora i referti, inseriti nel Libretto citato.
L'8 gennaio 1580 egli «rifere la moglie di Raffaele di Bene essere ammalata con sonnolenza, vomito, delirio, dolori di testa, orrori, e per essere vicina di casa impestata molti giorni sono et avendo galline sue e quelle dell'appestata rifere esser caso suspetto.»
In detto giorno il Commissario generale di Sanità in Chiavari scriveva al nostro Antonio Roccatagliata, segretario del Senato, e che a Genova disbrigava tutto ciò che era inerente all'Ufficio di Sanità, che a Zoagli «fra li 7 et 8 gennaio erano seguiti tre casi di peste.»
I Conservatori sammargheritesi seguono a vigilare e a deliberare.
Il 10 gennaio ordinano «che si prenda il castello per scaurare le robbe» e «che Paolo Roisecco facci ammazzare tra qui e domani il suo cane sotto pena di scuti quattro per essere detto cane andato ieri in casa dove è morta la Susanna e perciò poteva essere infetto.»
Giunge per essi non più un rabbuffo, ma una parola d'incoraggiamento e d'encomio dal Commissario generale Lerice, che trovasi a Moneglia.
Scrive loro il 12 gennaio: «Avemo visto quanto avete detto in le due vostre de 2 e 8 e l'altra di 10 stante, in risposta delle quali diremo aver visto ciò che detto avete attorno a casi costì seguiti e le annotazioni mandate. Potrete come dite star avvertiti e usar bone diligenze perché non si vadi il male dilatando. Por quanto tocca a colui che andò alle porte di Rapallo che avea seppellito il morto, abbiam visto li testimoni esaminati e la scusa fatta, perciò sarà bene che non permettiate a simili persone l'andare a torno, non ostante che sia la causa giustificata come dite non potendosi con simili, come dite, usare troppo diligenza. Avemo scritto a Rapallo che diano pratica agli uomini di cotesto borgo. Doveran farlo evoi darli manco niuna occasione di dolersi che sia possibile. Le ville sospette doveranno stare un poco sopra di loro per vedere quello che seguirà. Occorrendo qualche cosa di novo potrete ricorrere dalle Signorie Ill.me o dal primo Ufficio di Sanità di Genova, dovendo massimo noi allontanarsi da voi. Sarà tanto bono che mandiate a Rapallo solamente quelle persone che avran causa legitima di andarvi a facciate manco bolletti.»
Il 14 gennaio del 1580 gli Ufficiali di Sanità di Rapallo scrivono ai colleghi sammargheritesi:
«Benché a noi non spetti avvisare delli casi seguiti in le capelle e luoghi della podestaria, ma solamente in la nostra giurisdizione, o per meglio dire Borgo quando che Iddio il volesse, non manchiamo avisare le S.V. che abbino mira a non avere molto commercio libero, con l'uomini di Zoagli, essendovi casa infetta dove son morti quattro di peste e si dubita abbino avuto quelli di quella casa commercio con qualche loro vicini li quali tutti riteniamo sospetti. A Coreglia sono morti Geronimo Querirolo et una sua fiuglia, a San Pietro in la capella prima è morto di peste Antonio Pastine, in Fontanabuona è morto Giovanni Porcella, a Santo Massimo è morta una donna che sciorinava le robbe di Bartolomeo Costaguta la madre del quale morse li dì passati di peste. Di San Lorenzo ne doveranno sapere meglio di noi.»
Le cose, come si vede, andavano di male in peggio.
La peste era scoppiata a Nozarego. Il parroco di quella chiesa addossata al monte, il Rev. Bernardo Ansaldo fa le veci di notaio, stipula testamenti e si rende utile in quei tristi frangenti.
Dovendo essere sbarazzata la casa di Fruttuoso Lupinaro, d'ordine dell'Ufficio di Sanità, il parroco si occupa di eseguire il mandato, tesse l'inventario, e consegna il tutto a Marc'Antonio Burleto e Benedetto Gatto, becchini, i quali si incaricano di far pervenire le robbe in Santa Margherita per la disinfezione.
L'inventario, tessuto il 20 gennaio del 1580, ha la sua imprudenza, perché ci apre l'armadio d'una donna, e mercé esso vediam sciorinato un corredo, non indifferente, che ci pone in grado di ricostituire il modo di vestire e la moda di quei tempi.
Lo presento nella sua integrità:
Pelliccia foderata di mocagiaro [stoffa finissima] rosso; robba di panno verde con liste di veluto; robba de macagiaro boraxo di donna; robba di panno rosso con lista di veluto; paio di calzoni di tafetà argentati; robba di panno turchino con veluto; robba di camellotto giallo con veluto; paro di maniche di tafettà giallo; paro di maniche di tafetà argentate; paro di faldette da camicia di donna; paro di ligami di tafettà argentato; scossale di tafettà; scossale di tela ricamata; paro di scionie di tela ricamate; tovagliole da testa da donna rosa e verde; camicia da donna; scionia di tela bianca; sipone di tela bianca piccato; gippone di bambaxa negra; tela da spalle ricamata di giallo; un paro di faldette da camicia da donna; un paro di calzoni di tela bianca; tovagliola di tela da festa; borsa di cuoio con strinchetti; rete d'oro da donna; rete d'argento da donna; due collane negre per donna; scossale di rete da donna; tela da spalle da donna con suoi pizzetti; scossale di burato ricamato; busto di tela da donna ricamato di nero; due tovaglie da donna; paro di falde di camicia da donna; gipone di tela bianca da uomo; un paro di calzette di panno bianco; un paro di maniche di tafettà bianche; tre mandilli ricamati, due negri ed uno bianco; un collare da donna; due mandilli di tela bianca; tre binde [strisce di tela]; quattro collari da donna, due compunto di bruges; un paro di maniche di tela rigata di negro; un paro di calze di filo da donna; una scofila ricamata di negro; uno scossale di burato negro per le spalle; una tela di spalle ricamata di negro; un mandillo ricamato di rosso; tre tovaglioli da bocca; sei asse di filo bianco per tela; una tovagliola moresca rigata; una robba di raxa verde con veluto; un capello di tafettà negro ricamato.»
Chiudo la parentesi e ritorno in carressiata.
Francesco Serra, commissario generale della Sanità, il 24 gennaio del 1580 scriveva da Chiavari al Doge e Senatori di Genova che «in la giurisdizione di Rapallo dal primo di gennaio in qua sono morte quindici persone, e in quella di Chiavari ne sono morte dodici.»

In proporzione si può dire che il territorio di Rapallo ebbe la minima percentuale nella mortalità, giacché in una nota, redatta il 28 gennaio del 1580, che ci dà «i morti da che la peste ha dato principio» trovasi venti morti a Quarto, tre a Quinto, 155 a Nervi, 44 a Bogliasco, 133 a Sori, sette a Sturla e 72 a Parisone.
In Santa Margherita nel mese di gennaio ne morirono 17, onde si sentì il bisogno di istituire un lazzaretto, che sorse colle oblazioni del popolo.
L'Ufficio di Sanità costituì speciali zone di vigilanza, delegando in data 26 gennaio, per lo spazio d'un mese, Bartolomeo Viacava a Nozarego, Nicolò Garibaldo a Corte, Francesco de Ambrosio a Santa Margherita, e Simone Roisecco a San Siro.
Decretò inoltre che ogni sera due uomini di San Siro facessero la guardia nella spiaggia di Paraggi, due di Corte al Capo d'Ascia, due di Santa Margherita alla Torre di Corte, e due di San Siro a Santa Margherita.
Ciò si era fatto in virtù di decreti del commissario Serra, indottovi «perché, scrive egli, si vede il fuoco di questo pernizioso morbo tuttavia acceso in questo luogo, e se il divino aiuto non l'estingue si può dubitare di progresso maggiore causato non da altro che dalla poca cura che in questi popoli si vede, mescolandosi ognuno et andando in case che poco meno sono che suspette.»
Anzi il solerte Commissario ingiungeva che i provenienti da ville sospette, oltre la bolletta, avessero una banda bianca incrociata al collo, ed aggregava all'Ufficio di Sanità sammargaritese i due medici Gio: Agostino Contardo e Battista Martignone, che prestavano lodevole servizio in unione al dott. Ingareno, siciliano.
La banda bianca al collo non piacque alla gente, onde lo stesso Commissario il 31 gennaio, lamentandosi dei tempi «massime che si vede aver tanta forza questo mal contagioso» e volendo provvedere specialmente al luogo di Santa Margherita e sue cappelle «dove si vede esso morbo aver fatto del danno assai e potersi dubitare di peggio» emanava altri decreti circa l'invio degli infetti al lazzaretto, e stabiliva che i provenienti da ville infette non portassero più la banda bianca al collo «ma portare una rametta d'olivo ossia di altro che si voglia purché sia fresca di grandezza di due palmi e 1/2 per il meno e quella tenere in mano.»
In tal modo ad essi era lecito recarsi a Rapallo ed a Chiavari.
Il turbine si sfrenava di nuovo a Chiavari, ed il commissario Serra con lettera del primo febbvraio 1580 scriveva al Senato di Genova: «a Zoagli due morti, uno in una scioratrice e l'altro in un accabanato».
Continuano le buone disposizioni degli Ufficiali di Sanità sammargaritesi, che ogni giorno spiegano il loro zelo emanando proclami, e prendendo annotazioni.
Ne scelgo due sotto la data del 14 febbraio 1580:
«Nicolò Vaccaro barbero rifere il figlio di Battista Lampugnano avere una engonaglia nella coscia destra e perciò contagioso: il detto rifere Mariola Bertola avere scorrenza con doglia di tasta con tumazione e perciò suspetta.
Lorenzo Pellerano accusa Battista de Bernardi detto Battestone che li fa gridare apresso dai suoi figliuoli lui essere aportatore
Ci par di rivivere ai tempi della peste di Milano, decritta dal Manzoni, quando al povero Renzo toccò la sorte del Pellerano.
L'aportatore di Santa Margherita era l'untore di Milano.
E non solo il dalli all'untore echeggiava nel nostro paese, ma le guardie stesse preposte dagli Ufficiali di Sanità, venivano a volte maltrattate.
Giuseppe da Pelo, facendo la guardia nel Piano, si ebbe pugni e calci da Massimo Parmero col soprassello di un arancio fradicio sul viso, accompagnato da un turpiloquio, non ancora del tutto sperduto, cioè figlio di una b… e figlio di un becco fotuto.
Fu denunciato, il 14 febbraio, all'Ufficio di Sanità.
Un'altra dolorosa statistica comunica il commissario Serra da Chiavari, al Senato, il data 18 febbraio, avvisando che «in Castiglione dal principio del male contagioso sino al 10 febbraio vi erano morte di esso male persone 85, in la villa di Santa Margherita sino al detto giorno persone 44; in la giurisdizione di Rapallo, che abbracciava pure la Fontanabuona, persone 58.»
E se Messenia [regione dell'antica Grecia] piange, Sparta non ride.
Il Commissario di Quarto scrive che dal 25 gennaio sino a 20 febbraio, erano morte di peste a Quarto 33 persone, a Quinto 33, a Nervi 266, a Sant'Ilario 74, a Bogliasco 54, a Sori 122, a Sturla 14, a Parisone 86, in totale 682 persone.
A Santa Margherita in tutto il mese di febbraio son notate dieci persone morte, tre del mese di marzo, sei di aprile, cinque di maggio.
Non mancano le opere di carità tanto raccomandate.

L'8 maggio del 1580 cinquanta uomini di Santa Margherita fanno trascrivere dal notaio Antonio Schiattino la seguente deliberazione:
«Considerando li uomini che abasso saranno sottoscritti le calamità dei tempi presenti et il periculo del male contagioso tuttavia perseverare, restando le case e famiglie dove tal morbo si scopre del tutto e la maggior parte desolate et in roina e ciò a causa delle spese de guardiani et altre; e perciò mossi a reciproca pietà l'uno verso l'altro, per il presente atto spontaneamente si obbligano che se a sorte che il Signore si degni da tal sentenza liberarli in qualsivoglia di loro case e famiglie succedesse tal male di contagio graziosamente e senza premio alcuno di far le guardie di giorno e di notte a dette case et alle famiglie che in esse fossero, obbligando in ciò suoi beni presenti e da venire sottoscrivendosi tutti quando ciò servar non volessero che il Mag.co Ufficio di questo loco le possi a ciò fare astringerli e poterli mandare altre persone in nome loro et alle loro spese, e così spontaneamente tutti si contentano, supplicando di più il prestantissimo Sig. Commissario si degni per maggior fermezza interponerli sua autorità e consolidare il presente atto.»
Il buon esempio fa scuola.
Il 12 maggio cento e uno parrocchiani di Corte promisero «di farsi le guardie l'uno all'altro a caso che li succedesse alcun contagio a sue proprie spese e senza premio alcuno.»
In cima alla nota di questi eroi oscuri figura il parroco di Corte Rev. Battista Vallebella.
Il Commissario di Chiavari è impensierito, e con lettera del 18 maggio informa il Senato «che in le ville di Santa Margherita oltre il seguito in la cappella di Nozarego era successo caso di peste in la capella di S. Siro; in la villa di Costaguta di Rapallo vi erano seguiti otto casi di peste; nel monastero di Santo Agostino di Rapallo vi era atacato un padre; in la capella seconda di Cerisola pur di Rapallo vi erano seguiti casi.»
Il 25 maggio l?ufficio di Sanità sammargheritese vietava le relazioni con Camogli, segno evidente che il malanno vi inferiva, ed il 25 maggio il Commissario di Chiavari informava il Doge ed i Senatori che «a Santa Margherita è successo un caso di nova a Costaguta di Rapallo una casa suspetta morti marito e moglie, in la capella di San Pietro attaccato uno e in la Cerisola un altro.»
Lo stesso Commissario il 31 maggio scriveva all'autorità genovese che «in le ville di Rapallo vanno seguendo casi.»
Al Serra era succeduto nel Commissariato generale il patrizio Giorgio di Marini.
Il 19 giugno avvisa che «a Rapallo in la cappella di S. Michele e S. Lorenzo attaccati due, uno dei quali erano otto giorni che era venuto da Genova», il 22 giugno scrive che «a Rapallo in la villa di Foza e San Lorenzo seguono qualche casi per li tessitori che vanno e vengono di continuo», onde.
Il 24 giugno dichiarava sospesa la frazione di Costasecca in quel di San Siro, mentre con altri decreti vietava le relazioni con Sestri Levante e sua giurisdizione; il primo luglio informa che «in la valle di Rapallo vi sono quattro morti sospetti.»
E gli animi non si tranquillizzavano ancora.
Il 15 luglio l'Ufficio di Sanità di Rapallo scrive a quello di Genova:
«In la villa di Cerisola dove avanti ieri seguirono casi di peste, oggi si è scoperto in un'altra casa tre infetti; in la villa di Santo Pietro sono sei case infette; in la villa de Fozia cinque, in la villa di Arbocò quattro; a Chighero due; a San Martino quattro; a San Lorenzo due; in la capella di Santa Maria quattro; alquante a Santa Margarita e diverse in Fontanabuona tutte ville di questa giurisdizione in ognuna de' quali ogni giorno se innova qualche cosa di più.»
Il Senato addolorato per questi nuovi focolari alle porte di Rapallo, vi mandò commissario generale per la Sanità Pier Francesco Prato, assegnando la zona di Santa Margherita a Gio: Giacomo Costa.
La peste continuò a serpeggiare nelle parrocchie di Novella, Noceto, San Lorenzo, Campo, Foggia, ma non con intensità, anche nel mese successivo d'agosto, e dall'8 al 19 agosto son registrati ventidue morti e dal 19 al 31 agosto sette morti.
La peste cominciò a decrescere nel mese successivo; si ebbero soltanto tre nuovi casi improvvisi alla fine di settembre in Santa Margherita, nella casa che già avea servito da lazzaretto.
Era tornata la calma, tanto è vero che il Commissario di Rapallo il 15 ottobre scriveva al Senato che «non li era seguito novità alcuna et ogni cosa procedere bene.»
Fu un sospiro di gioia massime per i Rapallesi che entro la cerchia di lor mura non videro la peste menare strage, attribuirono la loro salvezza a N.S. di Monte Allegro.
I sammargheritesi nel novembre del 1581 cominciarono a disseppellire i loro morti, sotterrati alle rinfusa alle campagne ed alla spiaggia del mare per essere allogati in tombe di luoghi sacri.

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