Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Padroni e manenti
La frutta e le ortaglie nei paesi del nostro Golfo (1634-1640)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 4 + 11 + 18 settembre 1926

I contratti di locazione, che vado ora pubblicando, illustrano non solo le costumanze invalse nei paesi del nostro Golfo maliardo ma ci pongono in evidenza tutte le qualità di frutta, che abbondavano in mezzo a noi, compresi gli aranci e i limoni che a Gian Vincenzo Imperiale, ammiraglio e diarista – sui primordi del secolo XVII – fecero scrivere che il nostro Golfo era «odorato» e che Pagana, sorgente come una madrepora sull'alghe, era una stazione climatica, mercantessa di aria e di luce.

  • albicone, arbicone, arbicön (fico) – fico san piero o nero: grosso, lungo, coperto di un'epidermide che nella maturità diventa quasi nera, che matura sul principio di luglio e continua per tutto il mese, a secondo delle diverse località
  • amarena, amaèna (cerasa) – ciliegia amarena specialmente impiegata per sciroppi, conserve e gelati per il suo aroma. Matura in agosto
  • amola (un tempo pinta) - equivalente a 0,873 litri (stando alle tavole del Governo, 0.883)
  • archiciocca, carciofolo, articiocca – carciofo
  • armorini, armolazze, armognin - albicocca
  • avaria – imposta, denaro da pagarsi al Comune
  • binello, binelletto (fico) – fico di forma oblunga con buccia liscia e lucente e polpa gialla, grassa e zuccherina
  • bogiola, boggiola – misura per la frutta, soprattutto noci, nocciuole, mandorle, castagne, fave, piselli freschi sgranati e simili: quasi equivalente allo staio (circa 25 litri)
  • briggiasotto, brogiotto, brugiotto (fico) - fico con polpa abbondante e delicata e con sapore gentile, che si raccoglie in settembre e continua a maturare sino alla metà d'ottobre
  • cantaro, cantara, cantâ - la più grossa unità di peso che si usasse nel Genovesato (se si esclude quella per il legname): era di 100 rotoli, pari a 150 libbre (47,56 kg circa). Forse derivato dall'arabo kantar che significa stadera (strumento di misura del peso)
  • carazza, carassa - palo grosso con traversi usato per sostenere le viti
  • cavagno – canestro
  • cavare, cavâ - zappare, scalzare, scavare
  • cerasa, sëxa – ciliegia
  • cernuto, çerne - scelto
  • cipressa - nel dialetto locale è il frantoio, derivazione da soppressa/pressa
  • citrone, Çetrö - arancio
  • citrone di Portogallo, portûgâ - arancio di Portogallo
  • comunaglia, comûnagge – beni, pascoli comunali
  • corba – paniere, cesta
  • cotogno (mele) - mela cotogna: grossa, lanuginosa. lunga, di colore gialliccio e sapore afro e cetoso e odore acuto. Usato specialmente per fare le cotognate (marmellate)
  • damaschino, damaschina – susina dal gusto prelibato, provenienti da Damasco
  • gombetta – dodicesima parte della boggiola
  • gragnola, gragnêua – grandine
  • lampante (olio) – olio da lampade, commestibile ma non di qualità
  • libbra – unità di peso di valore diverso a seconda del paese e dell'epoca: qui vale circa 317 grammi
  • maggiolo, magliuolo, maggiêu – tralcio di vite da piantare
  • manenti - coloni, che coltivano il campo di altri
  • marrone, marrönn-a (castagna) – marrone, castagna più grande dell'ordinaria
  • massere, maxera, maxëa – muro a secco
  • meizana, meizann-a – melanzana
  • mezza – metà boggiola
  • mina – misura di peso di circa mezzo chilogrammo
  • mondaglia, möndaggia – spazzatura di grano usata come cibo per galline e uccelli
  • morta, murta - foglie del corbezzolo
  • palmo – spanna, distanza dall'estremità del pollice a quella del mignolo con la mano tesa e aperta (circa 25 cm)
  • passione, podassa, podazza, puazza, poassa – ramo secco della vite
  • pastinare, pastenâ - rivoltare la terra in profondità
  • persico, pèrsego – pesca
  • petacciato - petecce sono le macchie rosse che accompagnano alcune malattie
  • prescinsola, prescinsêua – latte rappreso e inacidito simile alla ricotta
  • quarta – misura poi diventata boggiola
  • remodaglia – rami inutili
  • reversare, reversâ - spandere, distendere in terra
  • römaniata, mejön - melone
  • rovereto, rövee - querceto
  • rubade, rubaldo, rûbado (fico) - fico cuore, molto stimato come frutto fresco, uno dei più saporiti. La sua polpa è d'un rosso vinoso assai carico, il suo gusto dolce, ma caustico; si presta a essere seccato. Matura gradatamente in agosto e settembre
  • rubbo: unità di peso per lo più di 25 libbre, sesta parte di un cantaro, equivalente a 7,9 kg circa
  • rugginetta, ruginento, rûzzenento (mela) - mela ruggine o roggia: ha la buccia aspra al tatto e poco bella. Quando si raccoglie è di colore verdastro sporco, tigrata di bruno chiaro; maturando il verde diventa rosso porporino e il bruno che la copriva muta in ruggine scuro con l'aspetto marmorato. In settembre è dura, aspra e acida, per poi ammorbidirsi poco a poco e diventare mangiabile; in dicembre è dolce e sugosa
  • ruse, rûzze - ruggine
  • San Giacomo, San Germana, vernina (pera) – pera che matura in inverno
  • scandolla, scandèlla – orzo distico (usato nella produzione del malto per birra)
  • scerbare, scerbâ - diserbare, togliere le radici delle erbe cattive
  • sciaccare, sciaccâ - frangere, schiacciare
  • socida - società
  • spadona (pera) – pera estiva che dura sino all'autunno
  • sparego, spaego – asparago
  • staggio - porcile
  • succotto, sûccotto (pera) – pera molto grossa e resistente che matura a fine estate
  • ulive di Spagna – olive grosse, non usate per produrre olio ma mangiate in salamoia
  • verde passo (fico) - fico verdepasso, piriforme, ma compresso alla corona e con collo quasi inesistente. Il verde della buccia degrada in un verdastro giallognolo e finisce per prendere il colore dei fichi cotti dal sole, avvizzisce, ma non si screpola. La polpa è verdognola presso la buccia e giallo-chiara nel mezzo; morbida, gentile e saporitissima
  • villa – possedimento con casa di campagna

Altri potrà ridere e sorridere, perché non ci occupiamo di grandi avvenimenti, ma io son pago che i miei fili serici costituiscono un arazzo, conscio che anche il Carducci ebbe a dire che anche le piccole foglie concorrono a formare il grande albero della storia.

L'11 marzo del 1634 patron Simone Roisecco promette di dare L.50 a Giov. Angelo Migone, quando i padri del Comune di Genova decreteranno che gli aranci ed i limoni, che i patroni sammargheritesi porteranno in Genova al Ponte della Spinola, nulla dovranno pagare, come diritto d'importazione.
La dichiarazione è fatta in S. Margherita nello studio del notaio Giov. Agostino Quaquaro, i cui atti si conservano nell'Archivio Distrettuale di Chiavari.

Il 31 luglio del 1634 maestro Raffaele Chichizola loca a Francesco, suo figlio, una terra in S. Margherita per L.70 annue, esclusi l'albero «di fico albicone», il «briggiasotto» [fico brogiotto] del forno, un albero di «citrone inserto» ed un albero di limone, attaccato al forno.
L'atto è rogato come sopra.

Il 27 luglio del 1635 il magnifico Giacinto Costa del fu Gio. Francesco, loca per lo spazio di nove anni a Bastiano Larco ed a Battista Tassara villa, casa e cipressa nella cappella di San Giacomo, confinante di sotto col mare nel luogo detto Arze.
I due coloni dovevano per il febbraio d'ogni anno «aver podato, vignato e ligato» tutte le viti; per il marzo «aver cavato tutte le viti e vigni di cava profonda palmi due, ed ogni anno "reversare" tutte le vigne che ne avessero bisogno». Il padrone compererà «carazze, legname da vigna, forchette e canne» ed i coloni si provvederanno le altre cose, purché siano nel quartiere di Pescino; a spese di tutti era «il vendemmiare, zappare, portare l'uva alla tina e cavare il vino dall'uva». Per il mese di giugno i due coloni dovevano «cavare» la metà delle olive, e l'anno seguente l'altra metà «a segno che ogni due anni detti beni, esclusi i selvatici, debbano essere cavati tutti e debba la cava essere profonda palmi due e ad ogni albero dovranno dare una corba di letame di quarte quattro l'una, con nettare bene la bugna, e tirargli della terra secondo il bisogno».
I coloni a loro spese, doveano battere e cogliere gli ulivi, con diligenza, e far l'olio in uno dei frantoi o cipresse del padrone, il quale avrebbe a sue spese provvisto la legna per gli alberi; l'olio doveva essere portato in casa del padrone, e – quando fosse «lampante» - farne due parti, una per esso e l'altra per i coloni.
Ciascuno dei coloni al tempo delle vendemmie si obbligava dare al signor Giacinto «due corbe di uva da salvare», e al tempo delle olive «mezza corba da sciaccare e mezza di secche, di quarte tre l'una»; e quattro «corbe di pomi da inverno». I fichi saranno divisi per metà «escluse le rubade» tutte del padrone, che dovrà pure avere ogni settimana «un cavagno di fichi freschi» per uso di casa, ed una quarta delle migliori secche.
Il padrone comprerà tutte le semine, ed il raccolto sarà diviso, ma «seminare, scerbare, tagliare, battere e nettare il grano» sarà fatto a spese dei coloni, dovendolo portare in casa del padrone, rimanendo la paglia a benefizio della villa.
I coloni promettevano di comprare due vacche, verranno però divisi i parti e di più dare al padrone «i lacetti con due prescinsiole alla settimana nel tempo che dette bestie avran latte, quali doveran essere ben spremute e grosse al solito».
Il signor Giacinto avrebbe comprato una manza ed un maiale che essi avrebbero ingrassati e all'atto di vendita si sarebbe preso il valore della compra, e ciò che cresceva sarebbe stato diviso tra il padrone ed i coloni.
Se non vi sarà fieno, il padrone dovrà acquistarne a sue spese, se ve ne sarà a sufficienza, partiranno l'introito; e se il padrone volesse «far massere», o muraglie, nei suoi beni, i coloni doveano fare tutte le fondamenta «ed empire li goli a proprie spese».
Essi poi dovevano tenere quattro galline, somministrandone le uova al padrone, piantare gli alberi di ulivo, consegnati dal padrone «con farli buona pozza», e «inserire», o innestare, tutti gli alberi a volontà del padrone, non potendo tagliare alberi, rami, radici senza licenza patronale, potendo per loro uso servirsi di «morta, lentische, remondaglie di rovere e di ulive», portando «le seppe» od altre legne a spese loro in casa del padrone, comprando lo strame per fare il letto alle bestie.
Nell'orto doveano mantenere tutto l'anno «insalate, cavoli d'ogni sorte bieti, ed a suo tempo aglio e cipolle, ed altre cose», ed era al carico loro piantare e seminare dette ortaglie, portandone, due volte alla settimana, al padrone.
Le tasse e gravezze doveano essere soddisfatte in comune.
L'interessante contratto è stipulato nel salotto del Costa a rogito del notaio Gio. Agostino Quaquaro.

Lo stesso Costa il 2 dicembre del 1636 locava a Battista Gemelli la villa con casa, stalla e «cipressa» nella cappella di Nozarego nel luogo detto La Villa della Costa, per sei anni «a metà dei frutti sì naturali che industriali».
Seguono i patti.
Il signor Costa si riserva tutte le roveri e le altre legna, e il colono però potrà andare alla selva «a farsi murte, lentischi, lasteghe ed altre simili» e potrà mandarvi le bestie al pascolo.
Il padrone si riserva «tutti li citroni, limoni, fichi rubade, peri da inverno e podesse» e provvederà al colono legnami e canne, legne per gli ulivi, due vacche, una per la villa, l'altra in socida, dandogli L.6 annue per il vitto, e gli concederà «un tozzino» o maiale, in socida, e «due pairoli, una cazza, due badili, due mazze, due quarti, due lucerne per la supressa».
Il Gemelli si obbligava a cavare a sue spese la metà degli ulivi di cava profonda «ad uso di buon manente» in aprile, o al più tardi in maggio; potare, a ligare e ad acconciare le vigne a sue spese per il febbraio, «le caverà et eleverà» nel marzo, coglierà le olive, farà l'olio e governerà sei galline, dando al padrone metà delle uova, tre corbe d'uva, un quarto d'olio, mezza quarta di fichi secchi e «una bogiola di olive secche e due di verdi».
Il contratto è stipulato come sopra.

Trasporto i lettori nell'amena plaga di Pagana presso una torre, dove nacque Brigida Morello, la benemerita fondatrice delle Orsoline di Piacenza. Il suo nipote, sacerdote Nicolò Morello del fu Giov. Battista, rettore della chiesa di S. Michele, a nome pure dei fratelli prete Giov. Ambrogio e Dionisio, il 15 febbraio del 1638 dava in locazione a Simone Bafico una terra con casa a S. Michele nel luogo detto La costa dei Morello, e un bosco alla Capelletta di Rapallo nel luogo detto Castellaro, ed un altro ivi, nel luogo detto Boschetto, per lo spazio di sei anni per L.150 di fitto, riservandosi «li frutti di due alberi di peri uno d'agiare e l'altro succotto, ed anche il frutto d'un albero di pomi granati». La locazione è fatta a S. Michele – presso la chiesa – a rogito del notaio come sopra.

Per la storia del commercio degli aranci e dei limoni, uno dei principali prodotti delle nostre parti, giungono in buon punto tre documenti.
Il 13 maggio del 1639 Antonio Gennaro del fu Giacomo – di Borzoli – attesta: «Esser vero che l'anno del gelo seguito ora sono diciotto in venti mesi in circa ho fatto vendita a patron Geronimo Croce di Raoallo di tutti li frutti de limoni che erano nel mio giardino ed in altra terra che ho a pigione dal nobile Giuseppe Suvero che potevano ascendere al numero di diecimila».
Il 20 maggio dello stesso anno Gio. Andrea Giudice attesta: «Ho un giardino di limoni e citroni nella cappella di S. Giacomo nel quale nascevano uno anno per l'altro prima del gelo seguito ora sono mesi disdotto, limoni milleseicento circa e citroni da disdotto in ventimila, dei quali limoni feci vendita a patron Ambrogio Croce da Rapallo con altri che avevo comprato da Vincenzo Molfino di Rapallo, Gerolamo Giudice di S. Michele, da Battista Giudice e da altri, i quali, con quelli che avevo nel mio giardino, ascendevano a cinquantamila a ragione di lire nove il migliaio».
Il 2 giugno del 1639 Gerolamo Olivari certifica: «L'anno dell'ultimo gelo, seguito ora ponno essere da diciotto in venti mesi, ho fatto vendita a P. Ambrogio Croce da Rapallo di tutti li frutti di citroni e limoni e meli che erano nelle terre, che avevo a pigione dal nob. Nicolò Morello, per prezzo tutti li sudetti frutti di L.375 e li detti frutti di limoni potevano ascendere al numero di diciotto in venti mila».
Le tre attestazioni sono fatte in S. Margherita, nello studio del notaio Quaquaro.

Il 19 novembre del 1640 Giov. Antonio Morello, a nome del padre Nicolò, loca a Tommaso Aste di Noceto, una villa con due case a S. Michele, per L.400 annue, riservandosi «tutte le podazze, una corba d'uva, una boggiola di castagne verdi ed una di fichi, una quarta di noci, una corba di mele, tutte le pere da inverno, due presinzole la settimana».
L'atto è fatto come sopra.
Il nobile Nicolò Morello era il padre della Brigida e il Giov. Antonio, che si dice da lui emancipato da otto anni, ne era il fratello.
I registri degli atti, oltre alla storia della mezzadria, della frutta colla sua varia nomenclatura, ci danno i nomi dei principali personaggi di quei tempi.
br Gli esecutori del fu magnifico Gerolamo Bertollo – il 22 gennaio del 1641 – locano a Domenico Botto una villa nella Cappelletta di S. Michele, parrocchia di Rapallo, luogo detto Bontempo, per anni sei per L.150 annue, a patto che detto Domenico: «Debba a sue proprie spese far fare in detta villa ogni anno durante la detta locazione palmi quarantacinque di maxera e che sia ben fatta; debba reversare le viti che n'averanno bisogno, ed empire le gore delle maxere, che si faranno in detto tempo, piantar gli alberi che se gli daranno, e cavare le viti ogni anno, almeno di due anni; non possa tagliare gli alberi; pagare tutte l'avarie e dare l'olio, che si dovrà dare alli ricevitori; in fine del tempo consegnerà la tina con sue cerchie; riceve una vacca di colore rosso, che guarderà, pascerà e manterrà a sue spese, spettando i vitelli per metà, e poi restituirla e dare ogni settimana due presenzole alla signora Anna Maria Bertollo, quando la vacca avrà latte; se morisse non sia dovuto a cos'alcuna».
L'atto è stipulato in casa della vedova Anna Maria Bertollo in S. Margherita a rogito del not. Gio. Agostino Quaquaro.

Il 23 aprile 1641 Giuseppe Maragliano affitta a Pantaleo Casareto, per anni otto, una villa con casa nella cappella di S. Michele. Due parti del vino spetteranno al padrone «con tre corbe d'uva, ogni corba di quattro quarte», due parti di mele «con quattro corbe delle più belle, ogni corba di quattro quarte», un barile di olio, e la metà di tutto l'altro; due cavagni di fichi e due di ciliege alla settimana, tutte le ciliege «inserte», un albero di pere, uno di rosette, l'albero di fico «binello», quello di «brigiasotte», uno di damaschino, i citroni presso la cipressa, un boggiolo di fichi secchi e «la metà delle podasse». Trionfa adunque Pagana coi suoi frutteti! La locazione è fatta in S. Margherita, nello studio del not. Quaquaro.

Il 28 giugno del 1642 Benedetto Viacava, per L.200 annue, e per tre anni appigiona a Bartolomeo Bernero una casa diroccata con villa, piantata ad ulivi, fichi e viti, posta nella cappella di Portofino.
Detto Bernero si obbliga «di pastinare all'uso di detto luogo bene come si conviene in detta villa, cioè dalla via, che è sopra detta villa, sino al condotto, che è in detta villa, a far le fascie da una confina all'altra, cioè una terza parte per ognuno di detti tre anni, con questo però che il detto Benedetto sia obbligato dargli i maggioli e le passioni. Parimente che debba mettere detto Bernero, in detta villa, quattro fasci di brischi, ossia brugatte, per ogni fascia. Parimente si dichiara che se dove detto Bernero pastinerà vi saranno pietre, che sia necessario farvi conniere, ed in tal caso detto Viacava sia obbligato farle levar lui».
L'atto è stipulato come sopra.

Il magnifico notaio Alessandro Ratto del fu Andrea, il 23 novembre del 1642 dava in locazione a Giov. Maria De Bernardi la sua villa con casa a S. Siro, nel luogo detto Vallino, ed un bosco a San Lorenzo della Costa, nel luogo detto Cà del Conte, per lire centotrenta annue di fitto. Il De Bernardi prometteva di piantare a sue spese ogni anno in detto bosco dodici «novelle» consegnategli dal padrone, a cui darà «due boggiole di castagne verdi e due corbe d'uva in Genova, i frutti del pero aggià, del pero bergamotto, del pomo bottino, un albero di citroni dolci, e un altro, di limoni e citroni e tutti i frutti di limoni pendenti». Il colono pianterà ogni anno tutti gli alberi datigli dal padrone con la pozza profonda bene come si conviene, metterà «tutti quei maggioli che saranno necessarii in le gole de maxere, che detto sig. Alessandro farà fare in detti beni». Se il padrone vorrà l'olio ed il vino, gli sarà venduto al prezzo corrente. Il padrone si risalva per villeggiatura l'appartamento di sopra, che consiste «in caminata, camera, ricamera e cucina».
In caso di grandine o di tempesta «non è obbligato il padrone a fargli buono cosa alcuna».
La locazione è fatta in S. Margherita nello studio ed a rogito del notaio Gio. Agostino Quaquaro.

Il magnifico Francesco Garbarino del fu Gregorio, il primo dicembre 1642, loca a Marco Antonio Oneto una villa con due case ed un castagneto nella cappella di S. Michele, presso i beni di Nicolò Morello e di Lucrezia Botto, per due anni, «alla metà dei frutti sì naturali ed industriali».
Il colono si obbliga dare al padrone «al tempo dei fichi ed altri frutti d'estate tre volte la settimana di tutti quelli vi saranno e di quella sorte che più piaceranno al signor Francesco», e per gli altri frutti d'inverno «possa detto signor Francesco scegliere la sua metà».
Il colono non potrà seminar grano ed altri sementi che non fossero «di gusto» del padrone, e dovrà cavare la villa per metà ogni anno, non potrà tagliare alberi domestici né selvatici o secchi senza licenza del padrone, non potrà andare a lavorare in giornata, e, se lo fa, dovrà dare soldi sedici per ogni giornata al padrone; provvederà di letto e fieno la vacca che il padrone gli consegnerà, dividendo i frutti e dando quattro «presinsole» alla settimana.
La moglie del colono dovrà lavare «i drappi di casa» quando il signor Francesco verrà a villeggiare «e questo senza premio», e la casa dovrà essere sempre guardata dal fuoco.
Il contratto è stipulato come sopra.

Il 30 dicembre del 1647 Bartolomeo de Ambrosi, per lo spazio di anni sei e per L.90 annue, affitta a Battista Costaguta una villa con due case nella cappella di S. Margherita, nel luogo di Costapiana, dividendosi per metà «il vino, l'olio, gli aranci, i limoni, le sementi, le erbe, le foglie di gelso, le castagne, i pomi, i peri, i fichi, le ciliege ed altri frutti», coll'obbligo al Bartolomeo di pagare tutte le avarie e metà dell'olio da darsi al Magistrato, e al Battista «di fare cinquanta gora di massene, alte sopra la terra palmi sei, larghe palmi tre e mezzo, ed a coperchio palmi tre, e fare li fondamenti palmi tre, ed empire le gole di esse bene, e cavare a sue spese tutta la villa, almeno ogni due anni».
Il Battista si risalva «un albero di citroni inserti, due di fichi brigiassotte, uno di pere rossette, uno di noci, una boggiola di fichi secche cernute e una di castagne nigrixole verdi e una corba di uva».
L'istrumento è fatto in S. Margherita, come sopra.

Il 21 luglio del 1648 Pier Battista del fu Andrea Pino loca ad Andrea De Bernardi ed a Paolo Corsilia terre boschive con case, e quattro mulini a Capo di Monte, nella valle di S. Fruttuoso, confinanti colle terre del monastero di San Fruttuoso, colle comunaglie della Comunità di S. Margherita e di Camogli, per lo spazio di anni sei, per il fitto annuo di L.400, riservandosi il grano per uso suo e della famiglia, senza pigliar molitura, portandogli il colono a casa la farina, «tutte le mondaglie, due boggioli di castagne marrone verdi, trenta fascine consegnate alla spiaggia di San Fruttuoso, dieci rubbi di formaggio, un rubbo e mezzo di salasso, la metà dei vitelli che nasceranno, due presinzole alla settimana, la metà della parti delle capre e tagliare la morte e gli armorini».
L'atto è stipulato come sopra.

L'ill.mo marchese Giannettino Giustiniani, un francofilo fino alla pelle, amico intimo del cardinale Mazzarino, avea in S. Margherita una bellissima villeggiatura con orto e giardino, al Bagnarezzo, prospiciente la Gaëa.
Egli, il 26 ottobre del 1651, dava in locazione a Gio. Antonio Dulmeta, di Vellege in quel di Albenga, il giardino contiguo alla casa, per lo spazio di un anno, per L.80 annue di fitto. Il Dulmeta facea promessa di dargli «insalate di ogni sorte, cavoli di ogni sorte, cipolle e aglio, archiciocche e cardi, meizane, zucche da estate e da inverno, cocomeri, spareghi, merelli, meloni da estate e da inverno, armolazze e ravanelli» e dovrà «pastinare tutti quelli alberi che detto sig. Giannettino vorria inserire e rimondare tutti li citroni e limoni, accomodare le spalliere, tener netti e senza erbe i viali, e raccogliere tutti li frutti che nasceranno in detto giardino ai suoi tempi, senza pagamento alcuno».
Il contratto è stipulato a S.ta Margherita, nel palazzo del Giustiniani, a rogito del notaio come sopra.

Il 28 agosto del 1653 Gio. Domenico de Ambrosio affitta a Domenico Crovetto una terra con casa nella cappella di S. Margherita, nel luogo detto l'Orto, riservandosi «un albero di fichi brigiasotti, due di rubaldi, quattro piante di persici, il frutto della cerasa amarena e nespoli e brugnoni».
La locazione è fatta in S. Margherita, nell'abitazione di detto Domenico, a rogito come sopra.

Il marchese Giustiniani, già accennato, il 10 maggio del 1656, locava per L.40 annue a Vincenzo Pietracaprina di Rapallo due orti con casa da solaio in S. Margherita, ponendo in iscritto le seguenti condizioni: «1) Che abbi cura di cavare la vigna, scerbarla, sfogiarla a suo tempo in compagnia delli altri uomini, portarla sino all'intiero comodamento con obbligo di dargli il pane e vino che si darà agli altri uomini; 2) tenere nette e accomodare le spalliere e nettare li viali tanto di limoni e cetroni come altre di altri fiori; 3) di rimondare li alberi et inserire tutti quelli che sarà di bisogno; 4) raccogliere a suoi tempi tutti li frutti di tutti li alberi quali frutti sono tutti del signor marchese; 5) di mantenere i carciofoli in numero a costi centosessanta, quali dovrà più presto accrescerli che sminuirli; 6) di provvedere – essendo il signor marchese in villa – la casa di tutti gli erbaggi necessarii, che saranno in detti orti, come di tutti i frutti di detti orti, come meloni, romaniate e altri frutti; 7) di mantenere, accrescere et accomodare tutti gli sparaghi e merelli; 8) dargli ogni settimana quattro presinzole; esso signor marchese gli darà venticinque cantara di fieno, ogni anno, per la vacca data dal marchese dividendo il vitello; 9) manderà a Genova ogni settimana una corba di ortaglia ordenaria; 10) anderà a Genova per affari del marchese per soldi quattordici per ciascun viaggio».
Le obbligazioni furono giurate in S.ta Margherita, nel palazzo del marchese, a rogito come sopra.

L'andazzo, in voga per le locazioni delle terre dei monasteri, era, se non del tutto, almeno in parte, differente da ciò che usavasi negli altri atti di locazione. Il 15 giugno del 1657 il rapallese padre Benedetto Bardi, cellerario e procuratore del monastero dei Cassinensi della Cervara, affittava per tre anni a Gerolamo Terzogno la villa con casa che i monaci possedevano a Nozarego, nel luogo detto Regnasco, a metà dei frutti, con due boggiole di castagne fresche. Il colono «dovrà cavare la villa ogni anno la metà, e dare una corba di letame ad ogni albero di olivo, pure la semina ogni anno, dare mezzo barile d'olio ai frati, pagare soldi due alla Sanità per ogni cassa di ulive, rifare le maxene ed i seggi, porre cento maggioli all'anno, fare le riserve, né tenere animali se non nello staggio; darà a Pasqua e Natale tre dozzine di uova e tre di presinzuole, al Carnevale due galline, e due pollastri in agosto; porterà le puazze al monastero, metterà sei schianche, sei alberi di frutti, sei di fichi e sei novelle nei boschi; avendo ricevuto due vacche darà quaranta presinzole ogni volta che partoriranno; lavorerà per il monastero per boscare e nella clausura a soldi due al giorno; se lavorerà alla sopressa avrà quattro soldi al giorno; sia obbligato alle opere della casa, se non eccederanno più di L.10 alla volta, e allora chiamerà dei maestri, ai quali il monastero provvederà di vitto ed anche a lui».
Lo stesso giorno il detto procuratore locava a Bernardo Costa la villa, che il monastero possedeva a Nozarego nel luogo detto a Monte, coi patti precedenti e coll'aggiunta «che se gli consegneranno le pecore, non permetterà che vadano per i boschi di primavera, darà la metà della lana al maggio e al settembre, libbre cinque di formaggio per pecora ogni anno, tre ricotte due volte la settimana, da Pasqua sino all'Ascensione, e portare sempre il segno di tutte quelle bestie che saranno morte».
Le due locazioni son fatte in Santa Margherita nello studio ed a rogito del not. Gio. Agostino Quaquaro.

Lo speziale Giuseppe del fu Tommaso Bertollo affitta per due anni a Gerolamo Pietra una terra a S. Siro ed il 18 febbraio del 1658 patteggiano: «Che debba ricevere il vino al terzo con l'obbligazione di fare due rimesse e fare cinque gora di muraglia; che le semenze tanto di grano e scandolla, fave ed altro compre da me la prima volta si debbano levare prima di spartire dette semenze quali sono mie; che debba inserire, rimondare, piantare e dare letame a tutti li alberi di cetroni e limoni, il frutto dei quali è mio, obbligandomi però quando egli travaglierà darli alla giornata sei soldi di pane con un'amola di vino; che l'anno dell'annata delle mele mi debba dare due corbe di mele scelte della sua parte con obbligazione che se vorrò le mela rugginette me le debba dare ricevendo lui l'equivalente di altra parte di mele; mi riserbo l'albero di fico caranco e brugiotto dalla casa con l'alberi di pere spadone, spino, ruginento, e l'albero di mele pipino e l'albero di damaschino; gli dò la vacca alla villa con darmi due presinsole la settimana ed un'amola di latte alle feste; che non possa tagliar ramo; che debba seminare di ogni sorte di insalate, provvedendolo io di sementi e, non facendolo io, lo possa far fare a sue spese».
Il contratto è rogato in S. Margherita, nella farmacia del Bertollo sulla piazza, per mano del not. Giov. Domenico Quaquaro.

Il 3 settembre del 1658 Giuseppe Maragliano affitta a Nicolosino Barbagelata una villa con casa a S. Michele nel luogo detto Costapiana, e una terra a S. Lorenzo nel luogo detto li boschi di dentro, per due anni, per lire trecento. Il padrone si riserva «la metà delle podazze, due mine di sanze, una corba di pomi cernuti, sei rubbi di uva cernuta, una quarta di fichi secche delle più belle, una bogiola di castagne, dodici cavagni di fichi di tre gombette l'uno delle migliori, e due cavagne di serase la settimana, finché ve ne sarà, li frutti di tre alberi di pere, un razuolo, un agiaro, l'altro San Giacomo, li frutti dell'albero di fico caranco e due alberi di damaschine».
La locazione è fatta in S. Margherita nello studio del notaio come sopra.

Pier Battista Pino del fu Agostino, il 7 settembre del 1658, loca a Battista Viacava terre boschive con case e quattro molini nella valle di S. Fruttuoso; gli dà tre vacche, due manze, quaranta capre, compreso il becco, trentun pecore compreso l'ariete, per l'annua pensione di L.400, mine cinque di frumento per i mulini, coll'obbligo di macinare tutto il grano per conto della casa Pino, senza mercede, consegnare in S. Margherita la farina e le mondiglie di tutti i grani, due boggioli di castagne verdi e alla spiaggia di S. Fruttuoso, quaranta fasci di legne, dieci rubbi di formaggio, un rubbo e mezzo di salazzo, la metà dei vitelli nascituri e due prescinsole la settimana, per ogni vacca da latte, la metà dei parti delle capre e pecore; se morissero le bestie consegni il segno e la pelle. Debba tagliare a pian di terra la murta, né dissiparle, e gli armorini; pianterà tutti gli alberi, che gli darà detto Pietro, e dovrà calare, ossia riversare la vigna e inserire tutti gli alberi che gli dirà; curi i mulini come si trovano, e, se facesse bisogno di ruote, canali, ferramenti, ecc., ecc., provvederà il padrone.
L'istrumento è stipulato in S. Margherita dal notaio come sopra.

L'otto agosto del 1661 Giuseppe Maragliano vende ad Agostino Bertollo tutti i frutti della sua terra nel luogo detto il piano, riservandosi «gli alberi di binello e tre corbe di pomi, una di rugginente, una di battine e l'altra di previne».
La vendita è fatta come sopra.

Il primo dicembre del 1662 Giuseppe Maragliano loca ad Antonio Gherardi una villa domestica e castagnativa con olive, fichi, viti, pere, pomi e castagni; con casa da solaio per il colono e cipressa, nella cappella di San Michele, nel luogo detto Costapiana, nonché una terra castagnativa in Rapallo, nella cappella di Costaguta, per due anni, per il fitto di L.300 annue e «un boggiolo di castagne nigrixole, una quarta di fichi verdi, una corba d'uva di sei rubbi, una corba di pomi, e dieci cavagni di fichi verdi, esclusi dalla locazione i frutti di due alberi di peri, uno "raxolo" e l'altro "silvestre", dell'albero di prune, chiamate "porchette" e dall'albero di fico chiamato "caravanco"».
La locazione è stipulata nell'abitazione del Maragliano, posta alla marina di S. Giacomo di Corte, a rogito del notaio come sopra.

Il 20 giugno del 1664 il sacerdote Gerolamo Orero del fu Bernardo, padrone della villa (ora Spinola) a Pagana, locava per anni sei a Pietro Biancardi la sua villa domestica con casa del colono, escluse le case grandi del padrone. La villa arborata di olive, fichi, vigne, cetroni, limoni, ed altri alberi domestici e selvatici, ed era posta a S. Michele, nel luogo detto Pagana.
L'olio, il vino e gli aranci sarebbero per due terzi spettati al locatore, e per il restante terzo al conduttore; i frutti dei limoni per tre quarte parti al padrone e per la restante quarta parte al colono, il quale non potrà aver pretensione alcuna «sulli peri da inverno», e farà periziare l'altra frutta, pagandone l'importo. Il colono potrà seminare nulla pagando, accetterà una vacca che manterrà, dando il padrone due fasci di fieno all'anno.
Il contratto è stipulato a S. Michele nel luogo detto Scioria, nell'abitazione del nobile Dionsio Orero, fratello del locatore, a rogito del not. come sopra.

La nobile Maria Schiattino, il 12 agosto 1665, loca a Gerolamo del fu Teramo Carlevaro la villa colla casa grande ed una casetta ad un piano per il colono, nella cappella di San Michele, nel luogo detto Paraso, alla quale confina di sopra e da oriente la via, di sotto Lorenzo Quaquaro, da occidente i beni di Gerolamo Quaquaroi e del fu Domenico Quaquaro.
Il palazzo del Paraxo, o Paxo, è tuttora posseduto dai fratelli Oliva, e prima degli Schiattino era dei Soffia.
Il fitto pattuito era di Lire 200 annue, e gli obblighi del «manente» furono così firmati:
«Che di due in due anni ossia di anno in anno debba coltivare la metà della villa, che debba ogni anno acconciare ossia remondare le spallere ed anco l'alberi, l'oleo ed il vino alla terza, li sementi d'ogni sorte alla metà, tanto dei frutti quanto de ortaggia, delli limoni, che si venderanno, debba avere soldi dieci per migliaro; che per quelli arboretti, che esso pianterà, debba avere soldi due per lira; che sia obbligato ad inserire delli alberi selvatici ogni anno; che sia tenuto accomodare ogni anno, ossia a suo tempo, le articiocche; che debba mettere dell'ortaglia e dell'insalata di ogni sorte ed in tutto vi debba avere la sua metà; che sua moglie debba lavare i panni di casa; la vacca, che se li darà, s'intenda alla villa, e si salva due presinsole alla setimana ed un'amola di latte; che debba fare due reverse l'anno; che delli cetroni non vi debba avere che fare cosa alcuna».
Il contratto è stipulato al Paraxo, a rogito del not. come sopra.

Bartolomeo del fu Vincenzo, il 22 dicembre del 1665, loca a Battista del fu Nicolò Roncagliolo due case a San Siro nel luogo di Costapiana, una terra a San Michele nel luogo detto lo gialsemino, una terra a S. Lorenzo nel luogo detto sotto Costapiana, per anni due, per scudi 49, che sono L.190.
Il padrone potrà avere il vino chiaro in ragione di lire venti la mezzarola; si riserva «una corba di uva di rubbi quattro, due alberi di damaschino veraxe, due alberi di cerase incerte, l'albero di cetrone e limone mischio, otto rubbi di pomi, ossia mele previne o battine, e la metà degli aranci e limoni. Il patrone in caso di gragnola debba far buoni li danni e tenere per sé il rovereto e l'erba di esso. Il colono debba salvare la casa dal fuoco, non possa tagliare alberi né secchi né verdi – senza licenza – e consegnare la frutta al molo ai marinai, per portarla a Genova».
In S. Margherita a rogito come sopra.

Per la nomenclatura data alla frutta e per la sua storia e per quella delle ortaglie, ricordo che il 22 febbraio del 1666, la vedova del medico Antonio Palmieri locava a Benedetto Costa una terra a Nozarego, nel luogo detto Meresi, riservandosi «sei corbe di pomi, una di fil di cassa, una di battine, due di previne, una di baccalaresche, e l'altra di lera», e che il 21 luglio del 1667 Gio. Agostino Pino, locando a Simone Novella una villa a S. Siro nel luogo detto all'oro, si riservava «due terzi dei pomi, metà dell'olio e del vino, tutti gli aranci e limoni, tutti i peri S. Giacomo ed i frutti del nespolo». Il 22 ottobre del 1670 Battista Roisecco prometteva di vendere a Bartolomeo Canevaro di Rapallo «tanti frutti di limoni buoni e mercantili da incassare per Fiandra, e che non siano punti, né petacciati, né con ruse, né meno gelati per empire casse cento e detta consegna fargliela in un magazzeno nel presente luogo di S. Margherita per il prezzo di lire otto ognuna di dette casse». Il 26 gennaio del 1671 il nobile Angelo Maria Schiattino dava in affitto la sua villa, presso la chiesa di Corte, a Michele Bellagamba il quale si obbligava «curare le piante di romaniate che le saranno date e mantenere almeno cinquanta piante di articiocche». Nel febbraio del 1670 venne nella giurisdizione di Rapallo un gelo universale «per quale gelo quasi tutto il frutto di limoni e cetroni a segno che restarono offesi e gelati li medesimi tronchi dei quali convenne tagliare quasi tutti li rami». Ciò attesta il 28 giugno 1673 Nicolò Barbagelata, che aggiunge essere stati i negozianti a non potere far consegne promesse di detti frutti.
Il 21 maggio del 1674 Francesco Anfosso loca a Gio. Maria Tassara una terra in S. Margherita nel luogo detto in borchione, sotto l'Oratorio della Morte, e si riserba: «tutti i carcioffoli, metà di tutte le erbe, ortaglie, agli, cipolle e piselli, tutti li citroni di Portogallo, fichi brugiotti e rubadi e le brugne, li meloni e i cavoli fiori». Il 23 ottobre dello stesso anno Giov. Antonio Queirolo loca a Andrea Fravega una villa a S.ta Margherita nel luogo detto Scioria, riservandosi «tutti li peri spadoni, mele cotogne, articiocche, cavoli fiori, due terzi del vino, dei citroni e dei limoni, metà dell'olio, dei pomi e delle altre frutta».
L'11 maggio del 1678 Luigia Antonia Scaglioso, vedova del dottore Gio. Andrea Costa, loca ad Ambrogio Bavestrello del fu Pietro due case con villa in Rapallo, al Borego, tenendo per sé «due corbe di uva e ogni due anni quattordici rubbi di pomi, la metà detti fior di cassa, metà delle pere da salvare, damaschine, agrumi e persiche, quattro rubbi di pere d'estate, tre cavagni di fichi alla settimana, ogni due anni una quarta di ulive da servare, e tutte le ulive di Spagna, una quarta di nespole scelte e una quarta di ordinarie, tutti li pomi granati e tutti li limoni ed aranci per uso di sua casa».
I due notari Giov. Agostino e Giov. Domenico Quaquaro ci hanno scolpito le pagine più belle della storia di parecchi villaggi del nostro golfo.


L'articolo originale non fornisce indicazioni sulla terminologia del tempo. Alcune voci sono specificate nel riquadro, compilato consultando numerosi documenti tra i quali principalmente il "Dizionario genovese-italiano" di Giovanni Casaccia (1876) e "Pomona italiana" di Giorgio Gallesio (1820).
I termini ancora oscuri sono riportati di seguito: agiaro, baccalaresche (mele?), brischi, brugatte, brugne, brugnoni (susine?), bugna, castagne nigrixole, cazza, cerase inserte (ciliegie innestate?), ciliegie inserte (ciliegie innestate?), citrone inserto (arancio innestato?), conniera, damaschino veraxe, disdotto (disdetto?), fichi caranco - caravanco, fichi cernute, fil di cassa (pomi fior di cassa?), goli, gora, lacetto, lasteghe, lentische, lera (mela?), limone mischio, mela battina, mela pipino, mela previna, merelli, mezzarola, migliaro, novelle, pairolo, pere bergamotto, pere d'agiare - aggià, pere raxolo, pere rossette, pere silvestre, pomo bottino, pomo cernuto, pomo granato, prune porchette, razuolo, rosetta, rugginente, salasso - salazzo, sanza, schianca, seppa, sfogiare, spino, supressa, tozzino

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