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    Pezzi di storia

Storia dei Giuochi e dello Sport
di Arturo Ferretto

Il Mare – 16 dicembre 1911

Un processo, fatto a carico di un sacerdote rapallese, per nome Benedetto Cassina, pone in rilievo la qualità di alcuni giuochi, che in Rapallo andavano per la maggiore.
Parecchi testimoni, nel mese di luglio dell'anno 1693, si esaminano che il Cassina aveva «nella caldezza del vino» attaccato briga con i soldati corsi del Capitano di Rapallo «per caosa di un gioco osia tavoletta di dama quale adoperavano in pubblica strada detti soldati corsi giocando tra di loro».
Ma l'accusa maggiore, che colpiva il povero bersagliato Cassina, era quella lanciata dal Rev. Gio: Gerolamo Borzese, il quale dichiarava che il suo collega «gioca pubblicamente al pallone nella pubblica piazza di Rapallo con compagni secolari e con essi va all'osteria prolungando le mangerie anche a molte ore di notte con dormir fuori di casa».
I giuochi adunque della dama e del pallone entravano nel programma della nostra gioventù rapallese.

Un altro giuoco, assai in voga, era quello chiamato del rigorello, o del formaggio, il quale dovea consistere nel colpire da lontano una pezza di formaggio mediante un archibugio o rigorino.
Era una specie di Tiro a Segno che allenava la gioventù non solo nel maneggio dell'armi, ma nel cogliere altresì sempre esatta la mira.
L'undici ottobre del 1603 Battista Biandrata del fu Lanfranco, di Rapallo, si esamina:
«Ieri mi trovai in Piazza d'Alto et andai verso Sant'Agostino dove trovai che Paolo Maiocco e Ambrosio Fassieto da una banda, Gio: Ambrosio Torre e Paolo Pescia dall'altra giocavano al Rigorello, et ivi era Antonio Prato quale traversava in detto gioco con il detto Ambrosio Fassieto et tra di loro vennero in contesa perché il detto Fassieto voleva tirare con un altro rigorino che aveva con micio, e mentre contrestava tra detti Ambrosio et Antonio l'Ambrosio andava dicendo delle parole che mi pareva che ingiuriasse l'Antonio, il quale tirò un pugno al detto Ambrosio, et allora abraciai detto Antonio e lo ritirai da banda, e mentre che io ritenevo detto Antonio vidi il detto Ambrosio che scolava sangue e sentii che diceva verso Ambrosio Bianco che era ivi – figlio di Geronimo tu mi hai dato da traditore a questo modo – però io non li vidi – dare salvo che sentii e vidi Geronimo Bianco padre di detto Ambrosio, che riprendeva detto Ambrosio suo figlio dicendoli – furfante – Quando fui dalla porta di Sant'Antonio, detto Ambrosio scappò».
Il triste fatto ebbe un'eco nell'aula del Senato di Genova, il quale con decreto del 10 gennaio 1604 condannò il reo al bando e nella motivazione si espone:
«Questi mesi passati giocando alla formaglietta appresso la chiesa di Sant'Agostino Ambrosio Fasseto et Antonio Prato, et altri vennero fra di loro due a contrasto, e mentre cercavano altri di quietarli, Ambrosio Bianco cugnato del presente ferì in testa detto Ambrosio Fasseto, il quale desiderando di aventarsi contro di lui era di continuo rattenuto, e ritornandosene tutti insieme verso Rapallo incontrarono Michele Fasseto fratello di detto Ambrosio, il quale vedendo suo fratello colar sangue mentre domandava chi lo avea ferito, fu dal detto Antonio Prato preso per il collo e postoselo sotto il braccio mentre prendeva un coltello per ammazzarlo, egli fatto forza uscì dalle sue mani, e sentendosi anco tirare dei sassi prese un mattone in terra e per sua difesa tirò contro il detto Antonio, e lo percosse in testa della qual ferita poi morse».
Il giuoco non mancava di lasciare lo strascico di gravi inconvenienti in mezzo alla nostra gioventù irrequieta, sitibonda di svaghi e di guerriglie.
Ciò impensierì Mons. Giulio Vincenzo Gentile, arcivescovo di Genova, il quale, il 12 gennaio 1685, emanò il seguente decreto:
«Avendo noi inteso il disordine, irreverenza e disturbo causato alli divini uffici della Chiesa di Santa Margherita da riunioni che nascono da certo gioco volgarmente detto il formaggio, perciò si proibisce a chi che sia sotto pena di scomunica, da incorrere subito, il giocare o far tiri del formaggio al gioco sudetto tanto di andata quanto di ritorno dentro la piazza e casa di Santa Margherita sino alla casa abitata da Battista da Pelo quodam Tomaso».
I giuochi però continuavano, e non cessavano gl'inconvenienti.
Il 18 marzo 1719 lo spettabile Gio: Ambrogio Agrifoglio, chirurgo in Rapallo, in un referto dichiara di aver medicata una ferita lacero-contusa alla testa di Gervasio Canessa, prodotta dal bastone del chierico Nicolò Figallo «mentre in Terrarossa giocavano al gioco del formaggio ossia a correre la formaggia».
Non più col fucile si prendeva di mira l'ambito cacio, ma colla corsa.
Era dunque una specie di gara podistica, ed il cacio era il premio del vincitore.
Nel grande e ricco patrimonio, che serve per la storia dei giocatori e dello sport in Italia, la nostra Rapallo concorre col suo obolo modesto.


Il gioco del formaggio ricorda un gioco simile che ha origini molto antiche ed è ancora praticato in molte parti d'Italia: è il gioco della ruzzola o ruzzica, che consiste nel percorrere la distanza maggiore lanciando una rotella di legno (anticamente una forma di formaggio).

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