Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Tedisio dei Conti di Lavagna
ed i suoi beni di Rapallo (999-1031)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 26 aprile 1924

La storia ha i suoi veli ed i suoi misteri che nessuno può alzare, e penetrare.
Nel buio del secolo X, che ottenebra gli avvenimenti della nostra forte Liguria, spunta qua e là qualche sprazzo di luce, che illumina, come fiammella – Sacro Romano Impero destinata subito a spegnersi – qualche fatto o qualche personaggio.
Nessuno ancora ci seppe dire, come e perché, l'imperatore Ottone III [del Sacro Romano Impero], con decreto del 7 maggio dell'anno 999 abbia aggiudicato alla chiesa matrice1 di Sant'Eusebio di Vercelli prædia Thedixii de Lavagna, cioè i possedimenti di quel Tedisio dei conti di Lavagna2, figlio di Ansaldo, che studi recenti fanno discendere da Suppone, conte di Spoleto e poi nell'Alta Italia, e dal quale sciamò, come da un grande alveare, la prosapia [stirpe] dei conti di Lavagna suddivisa in tanti rami3, primo dei quali i Fieschi, i quali riconoscono appunto il predetto Tedisio come loro capostipite.
E' noto come, alla morte di Ottone III [nel 1002], si venne ad una doppia elezione reale; in Germania fu eletto Enrico II, in Italia Arduino d'Ivrea4.
Quest'ultimo doveva la sua elezione a quel partito di grandi feudatari dell'Italia settentrionale, in lotta, almeno da un ventennio, con i vescovi, che l'abile politica degli Ottoni aveva loro contrapposto, e col favore imperiale avevano quasi ovunque conquistato il predominio nelle città.
Tedisio, dei conti di Lavagna, grande feudatario, e possessore di terre, come vedremo, in Rapallo, era nemico acerrimo di Ottone III, forse perché appunto i suoi beni erano tutti enfiteutici5 al vescovo di Genova, né poteva essere in lotta col vescovo giacché apparisce che suo padre Ansaldo avea goduto degli stessi beni.
Narrano le cronache fieschine che l'Ansaldo era morto in una spedizione fatta contro, o in favore, di Mezzanego, nella valle di Sturla, né ci dicono quando e come.
E manca qualsiasi nota illustrativa.
Arduino d'Ivrea, esponente di un partito, che interessi materiali rendevano nazionale e anti-tedesco, doveva seguire una politica orientata contro i grandi ecclesiastici, naturalmente devoti alla causa imperiale tedesca, i quali neppure avevano voluto partecipare alla sua elezione, e, dopo ch'essa era avvenuta, manifestavano apertamente più o meno il loro malumore e la loro avversione contro di lui.
Ma c'è ancora un altro fatto di eccezionale importanza storica che bisogna tener presente.
Nelle città la borghesia, nata all'ombra del pastorale, ed ormai pronta ad uscire di minorità, tenta di affermarsi con i vescovi, o contro; nelle campagne la nobiltà minore cerca di emanciparsi dal giogo dei grandi feudatarii; e i monasteri, grandi e piccoli seguono lo stesso indirizzo: si può ritenere come norma costante che se un grande feudatario laico era per Arduino, i suoi vassalli minori parteggiavano per Enrico II, e dove un vescovo fosse per Enrico II, le abbazie della campagna, da esso dipendenti, s'orientassero con simpatia verso il re italiano.
Ciò spiega la rapida fortuna di Enrico II nella sua prima venuta in Italia, e la rivolta improvvisa e imprevedibile di Pavia del 16 maggio 1004, la sera stessa della sua coronazione; la rivolta di Ravenna tra il dicembre 1013 e il gennaio 1014, al tempo della sua seconda venuta in Italia, e la ultima ripresa d'armi di Arduino nel 1014.
Nel 1004, e in seguito, il vescovo di Piacenza avea parteggiato per Enrico. Era stato anzi uno di quei vescovi che, pur colle dovute cautele, aveva invitato Enrico a venire a cingere a Pavia la corona italica; è dunque assai probabile che Bobbio, intollerante di Piacenza, fosse per Arduino.
Nel periodo 1004-1013, durante la assenza di Enrico II dall'Italia, che era in rapporti cordialissimi col pontefice Benedetto VIII, Bobbio era passato al partito di Arduino, chiedendo la protezione di quest'ultimo contro il vescovo di Piacenza, partigiano del re tedesco.
L'occasione era troppo propizia, perché l'abbate non ne profittasse per porre nuovamente in campo la questione dell'esenzione del monastero di Bobbio dal vescovato di Piacenza.
E Arduino, che vedeva nel monastero di Bobbio una posizione militare strategica di prim'ordine e un valido appoggio contro il vescovo di Piacenza, non solo concesse la conferma reale per l'esenzione, ma staccò il monastero stesso di Piacenza facendone un vescovato autonomo.
Nel dicembre 1013, e più ancora a principio del 1014, eclissatasi rapidamente la potenza di Arduino per la nuova venuta di Enrico II in Italia, l'abbate si affrettò, come la massima parte dei signori italiani, a fare atto di omaggio al sovrano tedesco, abbandonando il suo antico protettore; ma egli poteva ora presentarsi alla dieta pavese dell'aprile 1014 non più come semplice abbate, ma come abbate e vescovo eletto di Bobbio.
Trovatosi di fronte ad un fatto compiuto e da vari anni, Enrico II pensando che valeva meglio un vescovado fedele di più che un potente monastero avversario al momento opportuno, infido sempre, col consenso dei vescovi della provincia e implicitamente del Pontefice, ratificò l'opera di Arduino.

Corrado6, vescovo di Genova, insieme col vescovo di Luni, trovansi presenti, nel 1019, a tre costituzioni, fatte da Enrico II nella Dieta di Strasburgo.
Se i vescovi di Bobbio, Genova e Luni, eletta parte della nostra Liguria montana e marittima si erano assoggettati al sire tedesco, non aveano piegato la dura cervice Tedisio dei conti di Lavagna, i suoi figliuoli e neppure alcuni di quei marchesi chiamati d'Este, signori di quella marca, da essi chiamata estense, la cui presenza rintracciasi sovente a Lavagna e Rapallo, paesi del loro dominio.
E non perdonò ad essi Enrico II giacché nel 1014 assegnava alle chiese di Pavia e di Vercelli i beni dei fautori del re Arduino. Tra i beni assegnati a Vercelli figurano præda filiorum Tedisii, e tra quelli, assegnati a Pavia quelli di Oberto (marchese d'Este) e di Alberto suo nipote.
E terribile è il motivo esposto contro i d'Este, giacché (così dice Enrico II) «invasero il nostro regno, facendo ovunque rapine, prede, devastazioni ovunque, ciò che non si può narrar senza lutto, spogliarono miserabilmente di ogni bene i territori e le pertinenze di tutte le chiese, il che fu di gran dolore, di lutto inenarrabile e inaudito dentro e fuori».
Nell'assegno dei beni del conte di Lavagna, fatto alla chiesa di Lavagna, l'imperatore non cela il suo risentimento facendo conoscere che il conte ed i suoi fautori, «dopoché giurarono fedeltà a noi sulla corona del regno longobardo e sul diadema dell'impero già attribuitaci, unitisi ad Ardoino, invasore del regno nostro, devastarono ogni cosa, ed afflissero miserabilmente ed in modo speciale la chiesa eusebiana7».
Tedisio, conte di Lavagna, si era reso due volte delinquente, onde due volte i suoi beni erano stati largiti alla chiesa vercellese che avea oltraggiato.
Il fiero feudatario però ed i suoi figli non erano ancora sulla via di Damasco8, né aveano forse ancora pronunciati gli atti di fedeltà e di sudditanza necessarii, per essere reintegrati nei loro feudi, perché ancora l'imperatore Corrado9, con decreto del 7 aprile 1027, assegnava di bel nuovo alla chiesa di Vercelli prædia Thedisii de Lavagna.
Giunse però, dopo un quadriennio, l'ora dell'espiazione e del perdono.
Tedisio dei conti di Lavagna fu immesso nella proprietà dei suoi beni, divenne il feudatario, e fu il livellario10 del vescovo di Genova.
Infatti Landolfo, vescovo di Genova, nel marzo del 1031, assegnava a titolo di livello a Tedisio, conte di Lavagna, ed ai suoi figli maschi, una grande masseria, posta in Vinelli, situata a poca distanza dalla Pieve di S. Stefano del Ponte a Sestri Levante, con tutti i servi e le ancelle, colle moglie dei servi e coi loro figli e figliuole. Inoltre accensava11 tutte le terre in valle Rapallo, e in monte, forse San Maurizio di Monti, e nelle località di Bocela e Culture della valle di Rapallo, che non riuscii ad identificare. Seguono beni in Levaggi, a Pian dei Preti, la metà della cappella di Santa Giulia di Centaura, con Sorlana, Barasci, Clapara, Bisanzo, che erano tra i confini della pieve di Lavagna con quella di Sestri Levante, tutte le terre sottoposte alla pieve di Varese, i diritti sopra una cappella di Libiola, altri a Gamureglia, a Covaro, ecc., con un'infinità di case, di vigneti, di castagneti, di piantagioni di fichi, di oliveti e di rovereti, di alberi fruttiferi ed infruttiferi, di selve, di campi e di pascoli.
Nel livello enfiteutico è detto che i beni, ora accensati, erano stati pur tenuti dal conte Ansaldo, padre del Tedisio, e sono gli stessi che il sette maggio del 999 erano stati assegnati alla chiesa di Vercelli.
Nel privilegio ottoniano è detto che i beni erano già del figlio Tedisio, segno evidente che il padre Ansaldo possedeva già i beni in Rapallo nella metà del secolo decimo.


1 Chiesa principale di una città, retta in genere da un arciprete
2 I Conti di Lavagna avevano un feudo all'interno della Marca Obertenga, che fu un territorio vassallo del Sacro Romano Impero
3 Oltre al Ramo dei Fieschi, dai Conti di Lavagna derivano i rami dei Ravaschieri, della Torre e Pennelli, dei Bianchi, dei Signori di Cogorno, dei Signori di Levaggi, Leivi e Zerli, dei Cavaronchi, degli Scorza
4 L'ex marchese di Ivrea Arduino approfittò della morte improvvisa dell'imperatore Ottone III per farsi proclamare re d'Italia nella chiesa di San Michele a Pavia
5 Aveva cioè facoltà di godere pienamente dei beni, con l'obbligo però di averne cura e di pagare al proprietario un canone
6 In realtà nel 1019 risulta la transizione tra il vescovo Giovanni V e Landolfo II
7 Arcidiocesi di Vercelli: Sant'Eusebio fu vescovo di Vercelli intorno al 345
8 con riferimento alla conversione al cristianesimo di Paolo di Tarso, per significare un ripensamento
9 Corrado II di Franconia, detto il Salico, che nel 1024 succedette a Enrico II
10 Il contratto agrario di livello concede in godimento terreni agricoli, boschi e pascoli a determinate condizioni, per un periodo di tempo definito
11 Dava in appalto

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