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    Pezzi di storia

Liguria Segestana
di Marcello Campodonico

Il Mare – 12 + 19 settembre 1925

Forse all'inizio del VI sec. avanti Cristo – il che vuol dire più che 2500 anni or sono – nel massimo fiorire della potenza greco-elimica1 della sicula Segesta, una flottiglia di navi, di cui molte a più ordini di remi, costeggiando le rive della penisola non ancora Italica e del mare non ancora mappa Tirreno, oltrepassata la foce d'un fiume ancor poco noto, su cui già sorgeva la greca colonia dei Pisati, proseguivano – sospinti dal loro spirito avventuroso e commerciale – fino alla foce d'un altro largo fiume (che poi si sarebbe chiamato «la Vara Mavrà» o «grande», in confronto al Varo massaliotico2 «esterno e minore»), dove rimasero alcun tempo incerti se fermarsi o proseguire.
Ma turbatosi improvvisamente il mare, non parve quel luogo più adatto a sicuro ricovero delle loro navi; quindi, avanzatisi oltre un oscuro promontorio (che poi sarebbe stato detto «del Corvo»), proseguirono audacemente piegando verso levante; e – oh miracolo! – di fronte a una breve isola già ricca di palme e di olivi, ben difesa da un'alta ed aspra sporgenza della montagna, trovarono un'insenatura tranquilla e profonda, che parve sicuro rifugio alle stanche loro navi: e quivi si fermarono. Poi scesi a terra e ringraziata convenientemente, con le sacre vittime e gli auspici, la loro divina protettrice Venere Ericina, dalla Erice sicula, su cui già sorgeva un famoso tempio alla Dea della bellezza e dell'amore, nata dal connubio delle due cose più belle al mondo, l'onda del mare e il cielo, chiamarono Lerici quel porto, e da Venere Afrodite l'isola opposta e il suo promontorio (Portovenere).
Nei giorni successivi, avanzatisi poi ad esplorare più minutamente l'interno del bellissimo golfo, rotto in tante insenature minori, al vecchio capo della Sicilia antica spedizione, che già molto aveva navigato anche sulle perigliose coste della Sirti Africana, venne improvvisamente il pensiero: «Ma questo, Venere Santa, è proprio un duplicato di Aspis, il bellissimo porto ove tu, Regina, hai raccolta e salvata la flotta del tuo figliolo Enea, quando fu poi ospitato dalla Sidonia Dido3! Più piccolo forse, questo, ma più vario e più bello… E come, là, noi Segestani fondammo quella città che i nostri profeti affermano sarà un giorno chiamata Clupea dai pronipoti di Enea, perché non chiameremo "dai piccoli scudi lucenti" la città che qui fonderemo "a specchio" di questo bel mare?»

Storia fantastica, naturalmente; ma di cui noi troviamo le pallide traccie nella toponomastica ligure attuale, che completa le poche notizie lasciateci dagli antichi.
Intanto, a comprovare indirettamente queste mie induzioni, ricorderò che nel Golfo di Corinto, a poca distanza dall'antica città di Itea4, che vale anch'essa «scudo», sta l'attuale Aspra Spithia; così come io dubito assai che si chiamasse Aspina la famosa città greco-etrusca, che aveva il suo tesoro nel santuario ellenico di Delphi, dominatrice un tempo del mare Adriatico; e le cui rovine si sono recentemente trovate presso Comacchio - la «piccola Como», greca com'era certamente tale la «grande» sul Lario - «a specchio» della rotonda sua laguna: scavi nei quali, come mi afferma il dotto prof. Ducati dell'Università di Bologna, si trovarono vasi, statuette, ornati, tutti di arte greca e non punto etrusca.
Ma lasciamo la Spezia, e veniamo ora a parlare del nostro Golfo Tigullio, che mi tocca più direttamente.
Anche qui, all'ingresso del golfo, sulla lingua di terra che unisce l'isolotto di Sestri alla terraferma, sappiamo che già in antico era sorta una città, che Plinio chiama Segesta Tigulliorum. Chi fossero i Tigulii vedremo dopo; ma intanto notiamo che questo nome di Segesta lo troviamo affermato da una autorità indiscutibile.
Come pure il Portus Delphini. Quelli che vogliono vedere in Portofino solamente «il porto ad fines» (che, se mai, sarebbe «al principio» del nostro golfo, e non alla fine di quello di Genova, rivolto com'è dalla parte interna), non pensano che Plinio non poteva conoscere ancora sicuramente (né usare!) la preposizione articolata del: mentre il Delfino era – forse per il suo stesso nome – sacro a Venere, tanto che spessissimo lo vediamo unito ai simulacri della Dea, così nella fiorentina Venere dei Medici come in quella di Cirene; e Venere Afrodite era la protettrice di Segesta. E poiché se ne presenta l'occasione, aggiungerò che l'analogo isolotto del Tino, che prolunga la Palmaria, non è secondo me che un thynnos, ossia prende nome dal «tonno».
Presso Portofino abbiamo la insenatura di Paraggi (par-alioi vale in greco «abitanti della spiaggia» e Baratta (par-acte - «la costa» - e quante sono le famiglie di quei luoghi che si chiamano Costa!); così come Baratti è ancor oggi il porto vicino all'antica Populonia. E non lontano è il Santuario di S. Maria di Nozarego, che, tradotto dal greco, vale «allontanatrice delle malattie». Che poi Margarita valga in greco «perla lucente» nessuno lo ignora. Aggiungerò ancor brevemente che, da S. Margherita risalendo, si trova il monte Ampola, donde «girando» per la «via scoscesa» di Ruta, si scende a Recco (in latino Ricinum, greco Erycinon, che anch'esso ricorda Erice) e si prosegue a Sori, «il cumulo», che è anche il nome di una serie di monti in Sicilia. Su tutti poi domina sovrana la cima più alta delle nostre montagne, che con nome perfettamente greco chiamasi Antola «l'Oriente», il monte cioè su cui, primo, spunta il sole al mattino.

Dalla parte opposta, «intra Siestri e Chiaveri» - come tutti sanno che canta l'Alighieri per ricordare il ligure Papa Adriano V, dei Conti di Lavagna - «s'adima una fiumana bella» la quale, a dar retta a Tolomeo il geografo, avrebbe anch'essa il nome greco di Entella. Ma per tale non la conobbe Dante, il quale dice avere i Fieschi «fatta sua cima» e tratto il nome da essa: e il nome era dei Conti di Lavagna. D'altra parte sappiamo che Entella era, in Sicilia, una città non lontana da Segesta; come mai qui diventa «un fiume»?
Per me la spiegazione è chiara: Entella «colei che comanda» è Chiavari «chiave della vallata», e non è mai stata fiume. Ma il discorso è già lungo, e bisognerà rimandarlo ad altra volta… se qualcuno avrà ancora la pazienza di leggermi.
Però prima di lasciare la penna, ricordando le lunghe contese fattesi fra i dotti per spiegare il «s'adima» di Dante, io dirò qui la mia opinione: che cioè Dante, il quale è poeta eminentemente soggettivo, ha fissato in quel verbo (che vale «si stende in basso») l'impressione che gli dovette fare la «bella fiumana» quando la vide «dall'alto» della montuosa Via Aurelia; così come, parlando della difficoltà di salire l'erta rocciosa del Purgatorio, dice «Vassi in San Leo (alto veramente) e discendesi in Noli», che è alla riva del mare. Come spiegare ciò, se non pensando alla fatica provata dal Poeta quando, dall'alto della salita di Caprazoppa, dovette «scendere», per sentiero asprissimo anche oggi, fino alla desiata Noli?
Ma… permettete: «Noli» non è anch'esso nome greco? Le carte latine, p. es. la Tavola Peutingeriana, segnano in quel punto la stazione «Ad navalia», e sta bene: ma come può nascerne Noli, pure essendo convinti che è «la stessa cosa»? Ogni difficoltà scompare, se pensiamo che l'antico nome greco (e forse Segestano) dovette essere Naulioi.
E finisco, chiedendo ancora scusa se ritorno per un momento al mio articolo sul numero precedente del Mare; dove, parlando della lapide del Bardi in onore di Giovanni da Vigo, ho lasciato insoluto il problema di tutte quelle iniziali. Ripensandoci, credo che le prime sei lettere (I.V.L.M.P.I.) possano completare la data, segnata dopo, del 1636, e debbano leggersi Iulio mense, Indictione prima; quanto ai sette M., potrebbero essere completati così: horum memoriam marmoreo monumento muniri mandavit, munifice memor; ossia: «la loro memoria (egli, il Bardi) munificamente memore, ordinò che fosse munita e difesa con questo monumento marmoreo».

Centro della Liguria segestana fu certamente il Golfo Tigullio, all'ingresso del quale abbiamo visto esser posta quella città che Plinio chiama Segesta Tigulliorum, mentre subito dopo ricorda una Tigulia intus, in cui molti vollero vedere Rapallo, posta «nel più interno» del golfo. Però questo nome di Tigulia noi lo troviamo già in uno scrittore più antico di Plinio: Pomponio Mela. Non trovasi invece affatto ricordata in Plinio l'Entella, né Lavagna, né Chiavari, che pure non avrebbero dovuto passar sotto silenzio.
Io veramente ho sempre sospettato che in quell'intus annesso a Tigullia - nella quale oggi tutti concordi riconoscono Lavagna, che fa tutt'uno, o quasi, con Chiavari – sia un vago ricordo dell'Entella, senza neppure escludere un possibile errore di trascrizione nei manoscritti antichi. Comunque, noi vediamo che Plinio stesso, parlando altrove delle varie tribù liguri, nomina accanto ai Tiguli anche i Lævii e i Lapicini, così come in Strabone sono ricordati i Laoi, tutti questi nomi si equivalgono, e significano «lavoratori della pietra». Quale? L'ardesia, arsa e scura come la lava: la lavagna. Ma perché mutarlo in Tigulia? Per l'uso essenzialmente locale di «coprir di lavagna» (lat. tegere) i tetti, di lavorarne gli stipiti delle porte e le insegne delle botteghe, ecc. Forse i primi Segestani ne fecero anche oggetto di commercio e di esportazione, come i Siracusani della pietra (lâas) delle loro latomie.
Tigulia dunque non è che l'equivalente latino di Lavagna, così come abbiam detto esserlo Clupea di Aspis, e Chiavari di Entella. Di più, il nome originario greco, nascosto in Lavagna, è possibile ritrovarlo p. es. nella prima parrocchia lungo la valle del fiume (Lavagnaro e non Entella), che è S. Rufino di Leivi; lo vediamo in Levanzo (attuale Levanto), che non è se non l'antion o promontorio dei Lævii, con cui si chiude il golfo; lo vediamo storpiato nella cima montuosa che divide Rapallo dalla vallata di Cicagna, detta per caricatura Lasagna, così come le famiglie qui venute di Cicagna sono state umoristicamente trasformate nei «Canessa».
Oggi ancora, e dopo tanti secoli, la valle del fiume di Cicagna è chiamata Fontana-buona; nome trasformato – come qui tutti ripetono – in «Fontana del diavolo!» dai francesi giacobini, che vi trovarono accanita resistenza nel 1797. E dalla Fontanabuona dev'essere derivata quasi sicuramente un'altra famiglia rapallese, dal nome strano benché gentile: la famiglia Bontà.
Cesserà la maraviglia di questi nomi, quando si pensi che, nel punto ove quasi si termina la valle, esiste ancora una parrocchia che si chiama La Gattorna, donde appunto deriva anche la famiglia Nèstori (curioso nome greco!) che è il nome dell'attuale benemerito Arciprete di Rapallo. Ora, La Gattorna dovette essere anticamente Agathüaut;rne, città sicula anch'essa, non lontana da Segesta, sacra a Sant'Agata, «la buona», così come il nome siculo Agatocle altro non significava che «illustre per bontà».
Se chi domina la valle alla foce è Chiavari (Entella), chi la regge tuttora all'interno è Cicagna: e ci maraviglieremo di vedere in essa la Sicania (così come al tempo di Dante dicevasi Cicilia per Sicilia), dopo tanto accumularsi di nomi greco-siculi, o meglio ancora «sicanici»?

Resta ora che si parli di Rapallo, della nostra bella Rapallo, che è veramente il nome più difficile a spiegarsi fra quelli di tutta la regione. Lascio da parte le «rape», l'Ara Palladis, la rea palus, per concludere subito che, se si dovesse trovarne l'etimo nel latino, la derivazione più convincente sarebbe quella, accennata nel Mare anche recentemente dal dotto Arturo Ferretto, Ra-palù - «La palude».
Contro questa etimologia io devo però notare che «palude» - e tanto meno quella sua strana apocope – non è voce rimasta nei nostri dialetti, come non lo è rapa (noi diciamo «navoni» dal lat. napus) per quelli che dalle rape vorrebbero derivarla. Guardando poi alla situazione locale (che ci ha condotto p. es. a trovare in Levanto l'«antion dei Lævii» e in Chiavari la «chiave della valle», così come lo è Clès in Val di Non, e Chiavenna nella Val Tellina), io trovo abbastanza strano che ad una località sorta storicamente sulle ultime propaggini collinose, che avevano il centro sull'alta chiesa di S. Stefano (l'antica parrocchia) e S. Agostino (dove ora è l'Ospedale), e poi naturalmente lungo la spiaggia marina che va dal «Porticiuolo» antico (serrato fra colline) fino al Castello, e alla «marina delle barche», ossia dove ora si stende la bella passeggiata a mare, così battuta dalle onde, - dunque fuori delle «saline» e degli «stagni» fiancheggianti Sant'Anna – si desse proprio un nome così di cattivo augurio, e fin dall'epoca romana. Al che devesi aggiungere che, se palude è nome latino, non lo è l'articolo ra, usato soltanto dopo il cader del latino e il sorgere delle nuove lingue romanze.
A tutto questo poi io aggiungo ancora una specie di «pregiudiziale»: dato che sian di origine greco-sicula i nomi delle principali località del golfo – come ho cercato di dimostrare in precedenza -, perché non cercheremo noi anche per Rapallo, che è nel centro del golfo e sul suo asse principale, una spiegazione dal greco? Elimineremo il greco proprio per Rapallo, dove fu trovato il documento più inoppugnabile della antichissima presenza del «vasaio Manete e di sua moglie Europa?». E' un monumento sepolcrale, con le due figure di tipo greco, bene scolpite l'una accanto all'altra fino a mezzo busto, recanti tutto attorno la iscrizione, in bei caratteri maiuscoli regolari ed uguali:

MANES KERAMEYS MANOYS
EVROPA GYNE

Questa lapide marmorea, trovata nei primi decenni del secolo passato, durante gli scavi fatti per deviare il fiume Bogo, che prima passava sotto il grande arco del famoso «Ponte Annibale», ed evitare l'interramento del Porto Langán, fu studiata a lungo da dotti italiani e stranieri, ed accolta poi nel grande Corpus inscriptionum che la assegna al V sec. a.C. Essa fu per lungo tempo murata nell'atrio del Palazzo Baratta, in Via Marsala, donde scomparve misteriosamente circa venti anni fa, andando a finire – mi affermano – nello studio di un avvocato di Genova.
Or bene, questo che è il documento più sicuro della antica nobiltà di Rapallo, raggio di fulgida luce sulla sua civiltà antichissima, - e con essa di tutta la Liguria Segestana di cui ora trattiamo – non dovrebbe essere ridonato alla sua antica sede, e murato ad honorem sul palazzo del nostro Comune? O non dovrebbe almeno essere conservato nel Museo genovese di Palazzo Bianco, accanto all'altra famosissima Tavola della Polcevera dei Minuci, alla quale la nostra sarebbe di vari secoli anteriore? A questa soluzione potremmo anche adattarci, a patto che al nostro Comune ne fosse donato almeno il calco, da conservare per memoria perenne.

Ma Rapallo non appare a prima vista «nome greco», se pur non ci si volesse vedere una metatesi di arpazo, e spiegarlo come «città di pirati» o «mar della preda». Non è neppure da pensare al caso di Chiavari traduzione di Entella, di Tigulia traduzione di Lavagna, di Zoagli (in cui si può sospettar nascosto un alios, che è doricamente «il sole», il quale appare poi nella segnatura latina della Peutingeriana, mutato in Ad Solaria, donde derivano le nostre famiglie dei Solari, dei Raggio, ecc.); e ciò perché «rapa» dicesi in greco gongyle e «palude» si dice hélos o límne. E allora? come arriviamo alla soluzione che io ho già indicato, quando ho spiegato Rapallo come «falce luminosa»?
Ho già avuto occasione di accennare a nomi di nostre famiglie «tigugliesi» come indizio o conferma di altre mie induzioni. Ora noi sappiamo che i nomi delle famiglie nascono o da difetti e qualità personali (Biodi, Rossi, Ricci o Risso, Zoppi, Gobbi – che noi diciamo grecamente Zembi -, Guerci, ecc.), o dalle località di provenienza (citerò per es. i Baratta ed i Gattorno, nobili nostri, gli Antola, i Parodi, i Barbagelata, i Bontà e i Canessa di cui ho già parlato), o finalmente dalle «professioni esercitate». Su queste mi permetterete che mi fermi un momento, perché io vedo qui altri indizi di antichissima «grecità» nei nostri paesi.
Chi sono i Raffo, e come è venuto questo nome, che è proprio soltantop dei nostri paesi? Semplicissimo: corrisponde ai Taylor inglesi, agli Schneider tedeschi, ai Sarto italiani (tutti nomi illustri), se soltanto pensiamo che rafeus il greco vale «cucitore» e rafion è l'ago da cucire. Così i nostri Zunino e Zurino equivalgono ai Barbieri; nello stesso modo che diciamo garofano e ganofano, e rumanìn il «rosmarino». Altri nomi: i Bafico sono i «tintori», i Queirolo «pescatori di corallo» specialità di S. Margherita; gli Schiaffino sono i carpentieri, lavoratori di «scafi» e loro centro è l'industre Camogli; Schiattini sono probabilmente invece «i calzolai»; Scannavino i «cordari», così come i Bocoleri sono «pastori» (e vada il nostro saluto al nostro antico «pastore spirituale», attuale vescovo di Terni e Narni), i Boero sono «vaccari»5, e i Calcagno sono «fabbri-ferrai», e i Colombo (così frequenti da noi!) non sono che pescatori e «palombari». Avete mai pensato che le nostre paranze (che i Toscani per una falsa analogia hanno trasformato in «bilancelle») non sono che due navi le quali vanno a pescare «parallele» l'una di fronte all'altra? E perché noi chiameremo il sughero «natta» che in greco vale «galleggiante»? e perché chiameremo «ranghinelli» i grappoletti d'uva, con parola greca? e le palizzate a cui leghiamo le nostre viti «carassali» (carax vale «pertica, piuolo») se non perché qui rimasero tracce antiche di greco, che non sono altrove? E le gritte e i foüaut;lai, «che si nascondono nelle tane»?
Non mi dilungo altro, e ritorno a Rapallo.

Più ancora misterioso di Rapallo è il nome del suo fiume Bogo, che alcuni trasformano, nei documenti ufficiali, in Boato, altri in Bólago, altri in Boatte, sedotti a ciò dalla autorità di Tolomeo, che pone un boactes o boaceas però presso alla Magra (e che io credo essere la Vara)6.
Ma più strano è il nome della località donde il Bogo trae origine, sotto il monte di Foggia (che è il pittoresco e disalberato «Manico del Lume»), e che chiamasi Arbocò, donde trae il suo nome una ricca famiglia rapallese.
Questo è il nome che m'ha dato la «chiave» della spiegazione probabile tanto del Bogo che di Rapallo: Rapallo era in origine un harpalion, da harpe che significa «falce», così come l'insenatura non lontana dalla segestana Ericefu detta Trapani (da che vale appunto «trapano o falce»). Il suo fiume, che fu forse in origine un arboricos, s'è contratto in Arbocò, da cui quelli che videro in ar l'articolo7 derivarono il Bogo. Che Arpe o Arbe sia nome possibile di città, mi basterà a dimostrarlo il ricordo dell'Arpi diomedea, fondata in vista delle lagune del golfo di Manfredonia, e l'Arbe istriana, nell'isoletta che fronteggia Fiume, con la non lontana Pago, che fa pensare alla nostra prossima Pagana.
Ed ecco perché io vedo in Rapallo non la palude8 o le rape o i pirati, ma la «falce luminosa» del Golfo Tigullio; il cui nome fu suggerito forse agli antichi Segestani dal ricordo della loro Drépanon, così come le somiglianze col golfo della sirtica Aspis suggerì loro il nome di Aspidia, trasformato poi nel La Spezia «dai molteplici scudetti» o specchi d'acqua lucente.


1 gli elimi erano un antico popolo della Sicilia occidentale
2 dell'antica colonia greca di Massilia, l'attuale Marsiglia
3 Didone, fondatrice e prima regina di Cartagine (dove era approdato Enea), era stata regina di Sidone, città dell'attuale Libano
4 ora compresa nella città greca di Delfi
5 «Vaccari» è cognome molto usato da noi, dove invece non si trovano «buoi» perché non c'è uso d'aratro: anzi io penso che la famiglia degli Arata prenda, invece che dall'aratro, il suo nome da qualche terra «maledetta», dove fosse anticamente qualche santuario pagano.
6 Sulla confluenza del Vara con la Magra era il castello famoso dei Malaspina, Mulazzo: chi non ricorda Milazzo, caro a Duilio e a Garibaldi, nome nato da Mylai che vale «Mulini»?
7 ar o ra, come articolo si equivalgono. Né qui mi pare fuor di luogo ricordare che noi chiamiamo stamanèe «le costole» delle nostre barche (greco stamines), inserite nella «eltiglia» che è la «colonna vertebrale» detta in greco rachilia (donde «rachitico») a cui è stato tolto un creduto articolo.
8 «Palude» in greco dicesi helos; e da ciò sospetto che abbian tratto il nome i nostri Felugo (gr. efelycós «sopra gli stagni», la cui origine dalle alture di Ban'ha, ove passava la Via Romana per Ruta, e che stanno proprio sopra gli stagni di S. Anna, ha il nome parallelo degli Stagno, ben noti a Rapallo. Gli «stagnini» sarebbero grecamente i Cassi. Ma uno dei misteri maggiori fra i nomi delle nostre famiglie è sempre, per me, l'abbondanza che qui si trova di «Macchiavello». Invece il nome di chi scrive queste note, così strano in apparenza, e che Villari e Trezza trasformarono in «Campo d'Omero» quando studiavo lettere a Firenze – significa semplicemente «il campo del padrone» contrapposto al più famoso Campaldino, che vale «campo degli aldi o servi liberati», e trae origine da una località non distante da Chiavari.

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