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Le confraternite a Genova fra i secoli XVI e XVIII
di Edoardo Grendi

Atti della Società Ligure di Storia Patria - Nuova serie V (LXXIX) fasc.II 1965

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Indice
  1. Questioni di morfologia associativa.
  2. Una base quantitativa.
  3. La distribuzione delle confraternite nella città.
  4. L'evoluzione dei culti.
  5. Le confraternite fra Stato e Chiesa.
  6. Le confraternite nell'epoca della «Riforma cattolica».
  7. I Padri Gesuiti e le confraternite.
  8. Le confraternite nella società cittadina del Settecento.
  9. Le casacce.
  10. La soppressione delle confraternite.
  11. Conclusione
  12. Tavola I
  13. Tavola II

IX. - Le casacce.
Il movimento dei disciplinanti genovesi è tradizionalmente connesso con la visita dei tortonesi nel 1260, ma la sua vitalità religiosa è legata strettamente, fino agli inizi del XV secolo, col movimento penitenziale. Nel Quattrocento, infatti, sorsero nuove «case dei disciplinanti» e fu attuata la «riforma» del 1410, col suo seguito nel 1430 e nel 1436130.
Molto doveva cambiare con l'acquisizione da parte delle compagnie di una propria sede stabile, fuori delle chiese, nei secoli XV e XVI. Invero troppa importanza si attribuisce all'evoluzione del clima spirituale-religioso evolvente verso la carità e l'individualismo131 e non si riflette abbastanza sul poderoso stimolo che viene alla vita associata dall'acquisizione di un centro stabile di riunione e di celebrazione. Questo fenomeno ha anzitutto un significato «laico», cioè autonomo, e vale a definire una mentalità collettiva particolaristica: cessa il tradizionale legame col «movimento» (che si esaurisce) e la vita dell'associazione si esprime sempre più in termini patrimoniali e concorrenziali. Il clima di collettiva esaltazione creato dalla missione secentesca è del tutto diverso: il carisma è in questo caso impersonato dal predicatore e istituzionalizzato nel corpo sacerdotale. La «soluzione» infatti è un atto di culto, la comunione in massa che risolve l'ansia collettiva. Identica è rimasta solo la tecnica: l'eccitazione del terrore religioso132. S'intende così come questo fenomeno sociale non abbia più nulla da spartire con l'antico moto penitenziale. A quest'epoca, del resto, la religiosità dei disciplinanti è data per «corrotta» e «profana». Già nel 1530 l'autorità pubblica - i «sindaci» creati il 15-3-1528 - era intervenuta al fine di disciplinare la vita delle casacce e in particolare di contenerne la tendenza suntuaria133. Dopo la metà del secolo fu invece iniziata la costruzione delle preziose Casse, enormi figurazioni in legno scolpito che celebravano i fasti del Santo titolare, e, poco dopo, quella dei giganteschi Crocefissi, anch'essi una gloria processionale. Vennero insieme cappe e tabarrini preziosi, non più di sacco bigio, ma colorate e di seta; l'uso di assoldare musicanti e «pellegrine», cioè donne nubili che intonavano canti di esaltazione del Santo titolare; i pastorali; le «similitudini», ecc. Una serie di inventari di arredi delle principali casacce verso il 1780 testimonia la ricchezza dei tesori accumulati, ambìti dai parroci134. La processione del Corpus Domini era divenuta una vera e propria parata delle «casacce», e perfino si doveva vietare ai cavalli di entrare in chiesa. Il fasto, si sa, è contagioso e capace di ingenerare immoderata concorrenza. L'omonimia, poi, esasperava al massimo la tensione: due erano le casacce dedicate a S. Antonio e tre quelle dedicate a San Giacomo.
L'aneddotica al riguardo è ricchissima135. La riprovazione era d'obbligo. Tuttavia il processo di trasformazione storica delle compagnie dei disciplinanti merita qualche considerazione critica. Si trattava di una caratteristica forma di istituzionalizzazione della religiosità popolare: «luoghi… frequentati dalla plebe e artigiani con effetti incredibili» - li dice il Senarega verso la fine del XVI secolo. E Salbrigio e lo Spinola confermano per il Seicento. Né si tratta di testimonianze soggettive: accadde infatti non di rado che questa o quella compagnia motivasse il suo desiderio di costituire «oratorio segreto» per l'impossibilità di coesistere con gente rozza e volgare. Di più, lo sdegno e la riprovazione della religiosità casaccesca ricorre come una patente di rispettabilità in molte suppliche di confratelli136. L'immagine che ne risulta è quella di un istituto popolare impegnato al massimo nelle pompe e nella violenta concorrenza processionale, un istituto che non ha di per sé alcuna funzione assistenziale o mutualistica137, il cui patrimonio mobiliare o immobiliare è ridotto e i redditi rapidamente consumati nel «gioco» collettivo della parata processionale. Quando mancavano i mezzi, la casaccia non sortiva.
Il contrasto fra i nuovi capitoli settecenteschi e quelli generali del 1410 è notevole: la «pietas» quattrocentesca era molto probabilmente ancora qualcosa di vivo138, qualcosa, comunque, che non poteva esser ripristinato con semplici decreti. Il Bossio, nella citata visita del 1582, vietava fra l'altro i canti, il mangiare, il bere e il vendere durante la processione, le musiche, le questue non approvate, l'arbitraria celebrazione di messe, le flagellazioni ostentatorie e quelle a pagamento, le processioni notturne; prescriveva il rigido controllo arcivescovile sulle «regole», sui conti, l'amministrazione, tutta la vita insomma delle compagnie dei disciplinanti139.
Il Saoli tentò in seguito di diffondere le «regole» borromiane. Durazzo fece ancora un tentativo di affermazione del foro ecclesiastico140.
L'azione contro-riformistica fallì. La classe dirigente aveva evoluto nei confronti delle casacce un tipico atteggiamento «politico», quale è espresso da numerose disposizioni e biglietti di calice. L'autore del «Dizionario filosofico-politico» giustifica questo atteggiamento dell'autorità in alcune pagine quanto mai significative: era necessario - egli argomentava - difendere le casacce dall'ingerenza vescovile, ché «sarebbe stato poi un lasciarsi toccare nel Sancta Sanctorum». Occorreva che l'ufficio dei cinque deputati alle casacce fosse «cauto e dolce», disciplinatore ma non concultatore, vigilante sull'elezione dei «protettori» aristocratici: «chi è pratico del nostro clima - aggiungeva - sa benissimo che il Giovedì Santo fa caldo e che torna conto che tutti qui godiamo di libertà»141. Era subentrata cioè la coscienza della natura essenzialmente sabbatica dell'istituto casaccesco: la tensione popolare doveva scatenarsi per qualche volta, per rientrare e ricomporsi nella normalità dei giorni uguali della miseria. Il «gioco» collettivo della processione aveva, dopo tutto, una funzione politicamente integrativa. Ciononostante quello delle casacce rimaneva sempre uno dei problemi cruciali dell'amministrazione, impegnata a evitare clamorose violazioni dell'ordine pubblico. I provvedimenti, del resto, erano quanto mai «empirici»: certamente non erano espressione di un rigoroso «senso dello stato».
I motivi del «disordine» sono da ricercarsi dunque nello sviluppo di conflitti particolaristici all'interno del mondo delle casacce. Qualcosa dell'antico legame con la chiesa è rimasto: il rapporto è spesso fra locatore e locatario e, non di rado, è tenace ed acre contesa di prestigio. La casaccia, come in generale il grande oratorio, rappresentava un centro di concorrenza religiosa nei confronti delle chiese vere e proprie. Mons. Bossio riconosceva direttamente questa realtà: un concetto di «luogo appropriato» per la celebrazione della messa guida le osservazioni che egli muove agli oratorii dei disciplinanti (e non solo ad essi): ampiezza sufficiente, cappella, campana, altare, suppellettili, sacrestia, acqua benedetta, ecc.142. E non c'è dubbio che l'oratorio venisse considerato dai confratelli come una «chiesa nostra». Ciò preoccupava la Giunta di Giurisdizione che temeva il moltiplicarsi dei simboli di ecclesiasticità: il permesso di esporre il Santissimo, ad esempio, veniva considerato come premessa per un'affermazione del foro ecclesiastico e la moltiplicazione delle confraternite nelle casacce come un tentativo di sottrarle al foro laico143. In una certa misura dunque il conflitto giurisdizionale riguardava anche le casacce144.
Il moltiplicarsi del numero delle compagnie che avevano sede nella casaccia (talora fino a nove) generava forti attriti e conflitti interni: questo rendeva difficile il comune governo e trasferiva all'interno quei conflitti di prestigio già acuti fra casaccia e casaccia. Quando e come avvenne questo fenomeno non è semplice ricostruire. In ogni caso nel secolo XVIII abbiamo, in ciascuna casaccia, un gruppo di compagnie dall'identica denominazione, cui s'aggiungono altre compagnie che vennero aggregate con patti particolari, queste ultime certo più mobili e volatili145. Il primo gruppo comprende le compagnie del Santo titolare, del Venerdì e della Passione, del Crocifisso e della Cassa: meno frequentemente una compagnia dei 72 Discepoli. Fra queste compagnie possono anche considerarsi quelle che avevano il privilegio di custodire una reliquia particolare, vanto della casaccia. Si aggiunga che almeno una compagnia mariana era di prammatica, spesso accoppiata alla devozione secentesca delle «Anime Purganti». Il carattere «strutturale» di queste compagnie è definito naturalmente in relazione al ciclo cultuale e, di riflesso, ad un preciso ruolo processionale. Una gerarchia esisteva fra la compagnia anziana e le altre ma, col passare del tempo, principii paritetici e di «rotazione» vennero affermandosi, come testimoniano i capitoli di casaccia, numerosi nella prima metà del Settecento146. La datazione di queste compagnie è incerta. Possiamo tuttavia ritenere che esse siano una conseguenza dell'arricchimento degli apparati della casaccia e della specializzazione conseguente dei ruoli e delle funzioni processionali, a partire dagli ultimi decenni del Cinquecento147. E' probabile che esse siano nate per divisione della compagnia originaria troppo numerosa, scissione provocata dal medesimo impulso particolaristico che aveva indotto i confratelli ad abbandonare le chiese.
Viceversa l'aggregazione di altre confraternite, per lo più intitolate ai Santi, si spiega con i problemi connessi col moltiplicarsi di questi istituti nel Seicento. Le compagnie di recente formazione trovavano conveniente chiedere asilo alle casacce, per poi trasmigrare in un proprio oratorio quando si fossero consolidate. Nell'accettarle, le casacce seguivano convenienze di prestigio e probabilmente anche economiche: alcune giunsero a creare compagnie nuove a scopo unicamente finanziario. La concorrenza fra le casacce acquistava così il carattere di una gara per assicurarsi confraternite e confratelli.
Un ultimo tipo di conflitto riguardava le singole compagnie e aveva come oggetto il loro governo: qui, proprio come nelle arti non troppo numerose, il sotto-gruppo era costituito sovente da una consorteria familiare, donde le regole che vennero a proibire la concentrazione delle cariche nei membri di una stessa famiglia.
Lo schema conflittuale che siamo venuti implicitamente tracciando vale a chiarire e spiegare la trasformazione storica delle casacce. I «capitoli» settecenteschi illustrano uno stadio di formalizzazione amministrativa già avanzato. Probabilmente siamo portati ad accentuare lo stadio di «informalità» delle «domus disciplinatorum» del XV secolo, ma non possiamo non rimanere impressionati dalla loro capacità ad agire come «movimento». La tendenza di sviluppo risulta abbastanza precisa: le singole confraternite della casaccia settecentesca sono organismi pienamente autonomi che partecipano pariteticamente all'amministrazione generale, regolandola sul loro modello. Lo schema collettivo generale è rimasto: se esistono altre processioni annuali, a cui le singole compagnie possono partecipare individualmente, è rimasta però immutata la centralità della solenne processione annuale: del resto la «partecipazione» ad altre processioni poteva essere apprezzata soltanto come partecipazione di casaccia, con tutti i suoi simboli e apparati.
Sarebbe oltremodo interessante analizzare un profilo di continuità sulla base della vita rappresentativa: analisi dei gesti, delle parole, dei simboli, dei colori. Una continuità cultuale appare subito evidente, incentrata sul tema della Passione. Del pari è significativa la tradizionalità delle preoccupazioni suntuarie che le casacce hanno ispirato, così come, fino al Cinquecento, doveva rimanere tradizionale il tema politico-religioso della «riforma»: una riforma che era tale in quanto correggeva mondanità e dissidi e castigava i costumi predicando l'umiltà e la pace. Di conseguenza l'esaurimento della «riforma» giustifica quel tipo di evoluzione del quale abbiamo tracciato le linee. Si tratta - occorre ricordarlo - di una evoluzione generale delle confraternite e oratorii cittadini. Anche gli oratorii segreti si moltiplicavano fuori delle chiese; anche le confraternite di questi si dividevano e prolificavano; anch'essi partecipavano alle processioni; avevano casse e altari che accoglievano il Santissimo, cappelle e campanili. Erano tutte condizioni del loro successo. Se il numero delle casacce era rimasto fisso dopo il XV secolo148 - fatto che le legava «artificialmente» alla tradizione dei moti penitenziali - la distinzione fra le casacce e gli altri oratorii non era altrettanto precisa sotto il profilo tipologico.

X. - La soppressione delle confraternite.
Si può parlare di un declino delle confraternite genovesi nella seconda meta del Settecento? Vediamo dapprima l'evidenza statistica.
Abbiamo citato una lista di 83 oratorii segreti presentata nel 1751 dalla Giunta di Giurisdizione; un elenco di 105 confraternite ci è dato da una fonte arcivescovile del primo Ottocento: di queste, però, solo una settantina presentò le sue credenziali al governo per ottenere la concessione di radunarsi a norma del decreto 23-3-1803149. Nel 1811, secondo la Gazzetta di Genova, le confraternite soppresse ammontavano a 66. La statistica del 1751 riguarda soltanto gli oratorii segreti: se aggiungiamo le ventun casacce (4 o 5 confraternite ciascuna) e le confraternite di chiesa, arriviamo ad un totale che è forse il doppio di quelli successivi. La distinta arcivescovile dà il fenomeno «sulla carta»: i ricorsi al governo danno un quadro senza dubbio più fedele della vitalità delle associazioni. Notiamo ancora che quest'ultimo dato equivale praticamente a quello del 1811.
Nella seconda metà del Settecento c'è stata certamente una riduzione delle confraternite. E' difficile «temporalizzare» con maggior precisione. Il fenomeno generale d'altronde risulta confermato da altre considerazioni. Si noti anzitutto lo scarsissimo numero di confraternite nate dopo il 1760. Per quanto abbiamo esposto in questo lavoro, ciò non può essere la conseguenza di una avvenuta «saturazione»: la dinamica di sviluppo delle confraternite elimina questa ipotesi. Se ne conclude così che l'impulso associativo settecentesco s'è progressivamente esaurito. In generale, poi, si potrebbe anche considerare tale «impulso» settecentesco come particolarmente debole. Infatti, solo sei delle confraternite soppresse nel 1811 risultano nate nel Settecento, contro una trentina nate nel corso del Seicento e altrettante nate in precedenza. Le confraternite istituite nel Settecento furono le prime a dissolversi.
S'è visto che la Giunta di Giurisdizione parlava di declino delle confraternite verso la metà del secolo. Poteva essere un punto di vista «parziale», dettato dalle preoccupazioni di foro. Gli interventi della pubblica autorità che ho citato, nel 1764, 1771, e 1783, non riflettevano probabilmente soltanto dei successi dovuti a un nuovo orientamento della politica giurisdizionalista, ma anche un indebolimento delle associazioni. Lo Stato genovese non dette in quel tempo grandi prove di energia. E ancora, a corroborare questa tesi, vale il relativo silenzio sulle confraternite e oratorii genovesi delle carte «giurisdizionali» degli ultimi decenni del Settecento (dove figurano, invece, numerosi, i «casi» suscitati dagli oratorii provinciali).
Tuttavia non si può dire delle confraternite genovesi quel che è stato scritto delle confraternite di Rouen, che nel 1789 «la plus part n'attendaient qu'un choque pour mourir» [la maggior parte si aspettava solo una spinta per morire]150. Esse rappresentavano invece un fenomeno ancora consistente nel primo decennio dell'ottocento: le compagnie che chiesero licenza di radunarsi denunciarono complessivamente un totale di ben 8300 aderenti, un terzo degli uomini adulti della città.
La devozione genovese sgomentava le nuove autorità: «I preti - scriveva Pietro Bianchi nel marzo del 1809 - sono in questo Paese i regolatori degli affetti degli abitanti…» e il Prefetto Bourdon de Vatry gli faceva eco: «è alla terribile influenza dei monaci che si deve l'annientamento di ogni spirito pubblico, l'odio per le nostre istituzioni»151. E questi giacobini «refoulés» [mancati] pensarono bene di fare un piacere ai preti cedendo loro i beni delle abolite confraternite. L'autorità di polizia temeva che la legislazione repressiva avrebbe dato nuova vita a istituti «che si spegnevano da soli», per influenza del clero, del tempo e delle nuove relazioni152.
A cose avvenute non si mancò di rilevare invece: «la soppressione degli oratorii e delle confraternite e la consegna dei loro beni mobili e immobili alle parrocchie, ha avuto un effetto ammirevole sui curati». E più tardi: «Lo spirito degli oratorii e delle confraternite che animava i genovesi comincia a spegnersi in modo soddisfacente, così come la superstizione che era poco tempo fa fomentata dai monaci»153. La «secolarizzazione» era stata compiuta ma, curiosamente, se ne era data la chiave al clero. La soddisfazione dei parroci non fu certo di ordine pecuniario: i beni delle confraternite erano già stati rapidamente dilapidati prima che nel febbraio 1811 fosse mandato ad esecuzione l'editto del 30-12-1809. Dal 1802 almeno, il governo aveva cominciato a perseguire le confraternite e la soppressione era attesa.
Il «Libro dei Decreti» della casaccia di S. Maria Angelorum ci consente di seguire la crisi fra il 1785 e il 1811. La compagnia della Cassa è dissolta nel 1788, ma le altre cinque si dissolvono solo nel 1810 fondendosi con la compagnia anziana del Venerdì o di S. Michele154. In tutti questi anni la casaccia è vissuta di espedienti: ipoteche, prestiti, alienazione di beni, vendita di suppellettili, ecc. Rimasta senza elemosine nel 1810, cessa la novena dei defunti. Se negli ultimi decenni del Settecento i confratelli che si radunano sono almeno quaranta, nel primo decennio del nuovo secolo sono solo venti, e non più di dieci all'ultima congrega, il 12 febbraio 1811. Il bilancio delle casacce non doveva mai essere stato molto brillante, ma qui è una situazione di disfacimento, di disordine, di agonia che viene drammaticamente documentata. Ed è pure documentata la influenza del nuovo regime. Nel 1798 è il «cittadino prete Vincenzo Salvo» che presiede come ispettore la riunione del 5 agosto, «con licenza del cittadino ministro di Polizia». Nel 1802 viene eletto quale nuovo superiore il Rev. Cavagnaro. Nel 1806 e nel 1807 la casaccia delibera la sortita per il giorno di N.S. Assunta e S. Napoleone. Nel 1809 viene preparato un quadro dell'attivo e passivo per il parroco di San Siro. L'anno seguente l'amministrazione della casaccia è paralizzata e non può dare alcun resoconto al governo: la reliquia della S. Spina viene rimessa al protettore G.F. Durazzo. Nel 1811 le chiavi sono consegnate al magistrato degli alloggi militari155.
Non è un caso unico, né eccezionale fra le casacce: è singolare come la pressione del governo abbia aperto le porte ai sacerdoti. Il fatto poi che molti oratorii segreti, anche famosi, abbiano chiesto alloggio alla casaccia, ci fa pensare a un'offensiva contro di essi da parte del clero (espulsione dai chiostri), oltreché dell'autorità. Ci mancano tuttavia testimonianze dirette. Il rifiorire delle confraternite dopo il 1814, specie in campagna, dimostra che il fenomeno associativo era ancora vitale156. Nondimeno la politica napoleonica veniva confermata. La sospettosa autorità piemontese non aveva alcuna ragione per incoraggiare il movimento, i parroci vedevano di malocchio la riapertura e, a buon conto, l'ineffabile arcivescovo Spina s'era affrettato ad emettere regole generali per le risorgenti compagnie157.
Qualcosa della tradizione fu serbato fin quasi alla metà del nuovo secolo158. La religiosità popolare conservava ancora nell'Ottocento quelle caratteristiche tanto care all'anima candida del De Montrond, e già così terrificanti per il tedesco von Archenholtz, l'autore di una descrizione processionale che ricorda tanto «gli orridi splendori di mille ferri» del secentista Salbrigio159.


130 Testo in B. Poch, Miscellanee di storia ligure, IV, p. IX p. 12 ms., Civica Biblioteca Berio di Genova. Nel 1430 furono fatte delle regole per il governo e l'ufficiatura e nel '36 fu stabilita uniformità di cantilene e ufficiature. Si veda F. M. Accinelli, Dissertazione cit., ms. in Civica Biblioteca Berio di Genova (due copie abbastanza dissimili).
131 Cfr. G. Alberigo, Contributi alla storia delle confraternite dei disciplinanti, in Il Movimento dei disciplinanti nel settimo centenario dal suo inizio, Perugia 1260, Atti del Convegno Internazionale 25-28 settembre 1960, Perugia 1962.
132 Si vedano le relazioni sulle missioni in S. Stefano e S. Salvatore, in A.C.G.C.G., Med. 77.
133 Citato da F. Alizieri, loco cit. (cfr. nota 9).
134 A.S.G., Giunta di Giurisdizione, filza 124.
135 Si veda per esempio L. Levati, I Dogi di Genova e vita genovese negli stessi anni, Genova, 1912-16, IV.
136 La tendenza a staccarsi dalla casaccia avvea diversa origine, non sempre sociale o di devozione. Si veda il caso dei confratelli della S. Sindone che, staccandosi dalla casaccia di San Francesco, invocano il loro autonomismo di «portoriani», A.S.G., Archivio Segreto, filza 1344.
137 Nel senso che queste erano assolte dalle singole confraternite.
138 Basta ricordare la tradizione delle visite ai lebbrosi e la iniziativa dei priori per la fondazione della confraternita della Misericordia per soccorrere i giustiziati.
139 Decreta Generalia ad exequandæ Visitationis Genuensis Usuni editæ nella citata ediz. dei Synodi Diocesanæ et Provinciales, p. 401 e segg.
140 Cfr. nota 51.
141 L'autore del «Dizionario» proponeva poi di fare dei casaccianti una milizia domestica con la Cassa in prima linea a modo di carroccio. L'amor dei genovesi è così forte - diceva - che un individuo per non pregiudicar la sua casaccia «si metterebbe fra gli spiedi», ms. cit. loco cit.
142 Liber Visitationum cit.: Bossio li annovera fra le ecclesiæ simplices.
143 Vedi un biglietto di calice del 1709: A.S.G., Archivio Segreto, 1184.
144 Inchiesta della Giunta di Giurisdizione sulla laicità delle casacce; A.S.G., Archivio Segreto, busta 1187.
145 Tale «instabilità» è documentata dalla Giunta di Giurisdizione del 1751, A.S.G., Giunta di Giurisdizione, filza 130. Molto interessanti anche le Relazioni della Giunta.
146 Numerosi capitoli nel 1738: A.S.G., Atti del Senato, filza 3132.
147 Già nel 1584 la casaccia di S. Maria di Castello comprendeva una Compagnia del Venerdì, una del Crocifisso e una della Cassa. La confraternita del Venerdì è la più antica in molte casacce.
148 Le casacce erano 21 alla fine del XV secolo. Verso il 1684 quella di S. Maria di Castello divenne oratorio segreto. A.S.G., Archivio Segreto, busta 1146. Nel frattempo erano divenute «casacce» quelle di S. Giacomo delle Focine, di S. Giacomo della Marina e di S. Zita. Altre casacce, come quella di S. Nazaro e S. Michele, avevano cessato di esistere da tempo. Cfr. D. Cambiaso, Casacce e confraternite medioevali in Genova e Liguria, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, LXXI, 1948.
149 Oratorii esistenti in Genova prima della soppressione del 1811: Archivio Arcivescovile di Genova, busta 108; A.S.G., Repubblica Ligure, 105, 420 e 421.
150 Join Lambert, La pratique réligieuse dans la Diocése de Rouen sous Louis XIV (1660-1789), in Annales de Normandie, III, 1953, n. 3-4; V, 1955, n. 1.
151 «Notices historico-statistiques ou aperçu de la situation du Départment de Gênes au mois de mars 1509 présénté par le sieur Pierre Bianchi ci-devant Inspecteur des finances en Ligurie», Archives Nationales de France, serie F. 19, mazzo 585.
152 A.S.G., Prefettura Francese, mazzo 12, lettera del Commissario di Polizia ottobre 1811, al Prefetto.
153 Ibidem, Relazioni al prefetto 18 aprile 1811 e aprile 1812.
154 Rimase autonoma la confraternita di N.S. della Guardia: Decreti della Ven. Compagnia di N.S. della Guardia 1776-1810, in Archivio Parrocchiale di San Siro.
155 Libro dei Decreti della casa di S. Maria Angelorum, 1785-1810, in Archivio Parrocchiale di San Siro.
156 A.S.G., Governo Provvisorio, Prefettura Francese, mazzo 1511.
157 A.S.G., Governo Provvisorio, Prefettura Francese, mazzo 1443; Archivio di Stato di Torino, Opere Pie di qua dei monti, n. di ultima add. 116 e A.S.G., Prefettura Sarda, mazzo 310.
158 La definitiva soppressione delle casacce fu dichiarata da Carlo Alberto con decreto del 1835.
159 Maxime de Mont Rond, La Vierge et les Saints en Italia. Études et récits d'un pèlerin, Parigi, 1842, p. 58; il commento di J. B. von Archenholz è riprodotto sulla Gazzetta di Genova, n. 6, 1916; Le politiche malattie della Repubblica di Genova e loro medicine descritte da M. C. Salbrigio a Filidoro suo figlio e rappresentate al Grande e Real Consiglio, ms. in Biblioteca Universitaria di Genova.

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