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    Pezzi di storia

Scene di brigantaggio a S. Margherita nel 1647
di Arturo Ferretto

Il Mare – 11 dicembre 1920

In una solenne adunanza del Serenissimo Senato, indetta il 18 aprile del 1647, il Doge [Giovanni Battista Lomellini], i Governatori ed i Procuratori ascoltarono attenti, e con raccapriccio, la lettura, fatta di un ricorso, giunto dalla nostra Santa Margherita, e così concepito:

«Gio: Antonio, Battista, Raffaele e Gio: Maria fratelli Schiattini, chiamati per soprannome li Todeschi di Santa Margherita, tre anni sono in circa il giorno di San Giacomo ammazzarono tre fratelli i nomi de' quali sono Raffaele, Filippo e Giuseppe Malaspini, loro cugini germani [cugini primi, figli di fratelli], per quali omicidii furono detti Todeschi banditi capitalmente con confiscazione de' beni. Dopo d'esser banditi vennero armata mano in S. Margherita di notte tempo, ed entrarono per forza in casa di Filippo Schiattino loro cugino carnale e l'ammazzarono in letto, dove giaceva con la moglie, e questo perché aveva compro alcuni loro beni e di altri banditi. Nel medesimo tempo andorno con comitiva armata a S. Margherita e pigliorno Antonio e Giuseppe fratelli Peli di notte e li ligorno, e li condussero alla montagna dopo averli tenuti alcune ore, cominciarono a darli per ammazzarli, siccome seguì in Giuseppe, che morse, e l'altro fratello come più gagliardo se ne fuggì. Ultimamente ritornato con feluca armata e di mezzo giorno ammazzarono con archibugiate Bastiano Palmero parimente loro cugino, mentre stava mettendo in mare la pesca de' tonni, e detti delitti et omicidii sono stati messi in chiaro dalla Corte. E' però vero che nel medesimo tempo sono stati ammazzati nella giurisdizione di Rapallo altri, senza che si sia potuto mettere in chiaro li delinquenti e si presume che siano li medesimi quali parimenti ammazzarono quattro anni in circa il figlio di Bastiano Figallo detto il Botto di Banna nella piazza di S. Margherita.
Vanno continuamente infestando il paese minacciando di voler ammazzare ed estinguere li altri parenti, e giornalmente tendono insidie in modo tale, che niuno può praticare et hanno intimorito tutto il paese, avendo anche teso insidie ad alcuni che si sono ritirati a Portoferraro, Porto S. Stefano; et al sicuro se non si prende rimedio, sono per estinguere le famiglie intere. E perché si sa di certo che detti fratelli Schiattino, detti Todeschi, si ritirano a Porto Ercole e vi si trattengono per la comodità di venir quando li piace a commettere altri omicidii, supplicano le mogli di detti uccisi e li figlioli loro che per le viscere di Gesù Cristo voglino rimediare che non abbino da succedere altri inconvenienti con procurare di averli per le mani detti assassini».

Le lagrime di tante madri e spose non dovevano rimanere invendicate. Il Senato, con decreto del 7 maggio, eleggeva Francesco Maria Spinola, capitano del Bisgna, in commissario contro i banditi nei territorii di Recco e di Rapallo «con ampia autorità, bailia e braccio reggio di punire, castigare essi banditi, ladri et assassini di strada, loro fautori, seguaci, ricettatori, ausiliatori d'ogni e qualunque delitto avessero commesso e commettessero, e con autorità di comandare, ordinare, conoscere e processare, giudicare, condannare e castigare eziandio sino all'ultimo supplizio della vita etc.».
Nell'ansia dell'attesa e delle ricerche il patrizio Domenico Sauli, capitano di Rapallo, in data 16 luglio, scrive al Senato:

«Alle ore sedici o circa è comparsa verso Portofino nel luogo dove stava Sebastiano Palmero del fu Bernardo sopra di un liuto gettando in mare i attrezzi della tonnara, una feluca che veniva dal Monte sopra la quale erano i quattro fratelli Schiattini detti Tedeschi banditi capitali che accostatisi al detto liuto hanno sparate a quella volta più archibugiata e di esso ferito malamente il detto Sebastiano cascato nel liuto dove montati due dei sudetti fratelli con più ferite l'hanno del tutto estinto, mentre dalli suoi compagni era stato abbandonato. Si è fatta la visita e messo in chiaro ogni cosa essendosi di più li sudetti vantati di essere stati loro che l'avevano ucciso e poi andatisene alla volta di Livorno».

E il 22 luglio lo stesso Capitano scriveva al Senato:

«Fui come scrissi a S. Margherita e veramente confesso aver ritrovato quel popolo talmente intimorito per l'accidente seguito in detto luogo che non ardisce persona veruna non solo deponere contro li fratelli Schiattini banditi rei del delitto oltre quello era seguito nel giorno della visita, usa neppure parlare per diligenze usate di far carcerare e altro. Io feci da un loro amico spacciare una casa che ancora possiede ivi il padre di detti banditi con assignare quella per l'alloggio de' soldati corsi che si tengono in detto luogo sì per dimostrazione contro de' sudetti come per sodisfare alla richiesta che me ne fece la moglie del morto.
La partenza delli sudetti seguì subito alla volta di levante, si dubita bene che siano per ritornare in paese a fare qualche nuovo delitto per avere nei luoghi di S. Margherita e Portofino de' nemici. Se ne avrò avviso certo lo significarò a V.V. S.S. Ser.me perché possano, quando così stimino, mandare una Galera che le impedisca la partenza per via di mare nell'istesso tempo che si potrebbe per via di terra perseguitare dalle squadre di soldati corsi che sono in questa giurisdizione al n. di 55 e delli bargelli e famegli dell'istessa al n. di 17, aggiunto l'aiuto che potrebbe dare la parte offesa e forse ottenere di farli prigioni. Intendo che in Livorno non vi stiino più da tempo in qua liberamente per avere un fratello del morto chiamato Battista intrinseca servitù col Gran Duca di Firenze dal quale sicuramente sarebbero consentiti, quando le fussero da V.V. S.S. Ser.me ricercati et essi ivi si fidassero».

Il Senato non istette inoperoso e scrisse al patrizio Gio: Francesco Giustiniani, domiciliato a Firenze, il quale si affrettò, in data 3 settembre, ad inviare questa risposta:

«Per ubbidire ora e sempre agli amorevoli comandamenti di V.V. S.S. Ser.me ho fatto tutte le possibili diligenze per vedere se quei banditi Schiattini erano in Livorno, o nello Stato di S. A., et ho finalmente rinvenuto come oggidì si ritrovano a Port'Ercole, non fidandosi cred'io di star a Livorno mentre che pretendono nuovo assicuramento dal Gran Duca per l'ultimo delitto fatto in S. Margherita, essendo del primo già stati assicurati, gli fu negato da S. A. anzi di più fu detto allora da' ministri com'era mal fatto il tollerare simil sorte di Gente in questo Stato.
Di tutto mi è parso bene avvisare V. S. Ser.me acciò sappino che io non manco di assistere a questo negozio con ogni possibile premura, e che se capiteranno in queste parti procurerò di sicuro la loro carcerazione per poscia farli concedere a V.V. S.S. Ser.me dal Ser.mo Gran Duca, appresentando la loro lettera».

Il Senato nel frattempo, il 5 settembre, trasmetteva una lettera circolare ai giusdicenti delle due riviere, informandoli che, volendo provvedere agli inconvenienti, che seguivano nei mari del dominio, e dar addosso ai ladri, che svaligiavano i vascelli, deliberava «che due delle nostre Galere navighino una particolarmente dal Monte di Portofino sino al Golfo della Spezza, e l'altra da Savona sino a Ventimiglia e vadino in busca dei vascelli che commettono depredazioni».
Il patrizio Giustiniani, buon segugio, il 13 settembre scriveva al Senato:

«Abbiamo nuovi avvisi che quelli fratelli Schiattini banditi, accompagnatisi con altri fuorusciti in numero di 25 vadino in volta con feluca armata corseggiando in coteste marine e facendo mille mali e che poi si riduchino in Livorno a ripartirsi quello van rubando; per questo è necessario che rinnoviate le istanze già incaricatevi e che procuriate con ogni premura ritrarne la risoluzione e gli ordini in buona forma, affinché si possa avere nelle mani detti scelerati e dar loro il dovuto castigo».

Nel mentre Giacomo Spinola, nuovo commissario contro i banditi, stava in S. Margherita istruendo il processo a carico degli Schiattino, il patrizio Ippolito Gallo, capitano della galea a difesa del mare, riceveva il 23 settembre in Portofino questa lettera ducale:

«Presentiasmo in questo punto che li quattro fratelli Schiattini banditi capitali, sieno stati carcerati in Port'Ercole ossia Porto S. Stefano, e perché molto ci preme averli nelle forze della giustizia per poterne fare una dimostrazione esemplare, per questo si è levato ordine in buonissima forma da questo Ambasciatore Cattolico, che vi si manda con uomo a posta diretto, come vedrete al Governatore di detto Port'Ercole, acciò vi siano con ogni cautela consignati quando pur sia vero. Dunque in andando a Civitavecchia toccherete in ogni maniera in detto porto, e presentando a quel Governatore la lettera, premerete nella consigna con ogni diligenza, procurando superare ogni difficoltà, che si frapponesse all'esecuzione di quanto sopra, se bene crediamo non ve ne debba essere alcuna. E quando fossero arrestati in Porto S. Stefano leverete ordine da detto Governatore e prima parimente di passare a Civitavecchia, anderete colà a detto Porto S. Stefano per pigliarli, avertendo poi che siino posti alla catena e ben custoditi, acciò non possano commettere fuga, dandoci, se vi sarà buona occasione, di far l'avviso subito del seguito, ma in tutto caminerete con ogni maggior segretezza, acciò massime, quando non verificasse la di loro carcerazione, non restino scoperte le diligenze che contro di loro si van facendo».

L'Ambasciatore Cattolico, il 25 settembre, avvisò il Senato, che, dietro le istanze del Viceré di Napoli erano ormai in carcere a Porto S. Stefano, onde lo stesso giorno, per ordine ducale si spedì una galea, capitanata da Leonardo Doria, per imbarcarvi i quattro briganti, ma uno nel cammino era riuscito a fuggire e nascondersi in chiesa, e gli altri tre arrivarono a Genova sulla galea l'undici ottobre.
Quello che si era nascosto in chiesa, odorato il vento infido, scappò ancora e sui principi della seconda quindicina del gennaio del 1648 fu acciuffato in Sampierdarena.
E tolgo da un atto del 28 gennaio che tutti e quattro furono decapitati.
La casa paterna di Santa Margherita fu spianata al suolo ed il legname regalato al P. Giacomo Bertolotto, priore d S. Nicolò.
I sammargheritesi, liberi dall'incubo, che li opprimeva, mandarono un sospiro di gioia, a cui fece eco quello inviato dal P. Stefano da Milano, abbate della Cervara, che ebbe il suo cenobio, visitato dai bargelli, col sospetto che fosse il covo dei briganti.

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