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    Pezzi di storia

Savoia: nonni bisnonni centisnonni…
di Roberto Fabiani

L'Espresso – 12 settembre 1982

mappa 1 Contea di Savoia sorta con Umberto Biancamano

Del primo si sa poco, tranne che scendeva dalle montagne di Aosta, aveva un robusto appetito di terre e castelli, era noto come "il Biancamano" e si chiamava Umberto [1003]. Come l'ultimo. Tra questi nomi eguali di due uomini della stessa casata, che solo molto più tardi si sarebbe chiamata Savoia, corrono 950 anni e buona parte della storia d'Italia.
Umberto generò Amedeo [1047] che morì giovane e venne sostituito dal fratello Oddone [1048], anche lui morto precocemente dopo aver sposato Adelaide, già vedova di due mariti. Adelaide [1060] portò in dote molte terre tra le Alpi e il Po, il titolo di marchese d'Italia, seppellì due figli e tenne la reggenza in attesa che crescesse il nipote, Umberto II detto il Rinforzato [1080] per via della corporatura. Costui combinò buoni matrimoni tra le figlie e i nobili francesi cominciando così a legare la casata ai re di Francia.

VE II Vittorio Emanuele II (1894)

A Umberto succedette Amedeo III [1103] che andò alle crociate e morì a Nicosìa dopo aver generato Umberto III [1148] che ebbe quattro mogli e da una di queste generò Tommaso [1189] che per primo, sul finire della vita, si fece chiamare conte di Savoia.
I successori seguirono l'esempio. Ed erano quindici, tutti figli suoi, guidati dal primogenito Amedeo [1233], quarto con questo nome, che nella guerra tra l'Impero e il papato stava con il primo e questo gli fruttò terre in Piemonte e Borgogna.

Umb I Umberto I (1878)

Amedeo morì presto lasciando Bonifacio [1253] che prima di morire a diciannove anni fece una serie di guerricciole sfortunate. La successione venne raccolta dallo zio Pietro II [1263] che aveva vissuto a lungo alla corte d'Inghilterra dove regnava la nipote Eleonora. Pietro era un saggio e un buon guerriero, conquistò terre fino a Ginevra e Friburgo, creò un'efficiente rete di funzionari e inventò perfino "l'avvocato dei poveri" che assisteva la gente semplice nelle controversie con i potenti.
Gli succedette il fratello Filippo I [1268] che riuscì ad affermare la propria autorità su Torino contro il marchese di Monferrato. Morì senza eredi e così divenne capo il nipote Amedeo V [1285] che nella storia dei Savoia è ricordato come Amedeo il Grande.

VE III Vittorio Emanuele III (1900)

Questi lasciò Edoardo detto "il Liberale" [1323] che non lasciò nessuno e la successione passò al Conte Grande, Aimone il Pacifico [1329], che sposò un donna bellissima che prima non poteva avere figli e poi ne ebbe sei. Morì dell'ultimo parto e il marito morì con lei di crepacuore. Il primo dei sei figli era Amedeo VI [1343] diventato famoso come "Conte Verde" per il colore degli abiti.
Il Conte Verde menò le mani per metà del mondo allora conosciuto, vinse quasi sempre, fondò l'ordine dell'Annunziata e morì giovane in Puglia.
Il figlio, Amedeo VII [1383], aveva 23 anni, lo chiamavano "Conte Nero" perché si vestiva sempre di nero ed era amico fraterno oltre che cugino del re di Francia al quale andò a dar man forte in una guerra contro gli inglesi. Si comportò bene e il re gli cambiò nome (e vestito) in quello di "Conte Rosso". Acquistò Nizza e finalmente lo Stato di Savoia ebbe sbocco al mare. Morì a 31 anni, cercando di farsi ricrescere i capelli con ignobili intrugli che gli provocarono il tetano.

mappa 2 Ducato di Savoia (1416)

Lasciò Amedeo VIII [1391] che avrebbe impresso una svolta alla casata e tra l'altro fu il primo ad assumere il titolo di duca. Riunì tutto il Piemonte sotto il suo controllo e stabilì che l'erede al trono Savoia avrebbe assunto la qualifica di Principe di Piemonte. Sul finire della vita fece una mattana: si ritirò in convento, dicevano che era santo, allora l'anticoncilio di Basilea ribelle al pontefice gli offrì la tiara papale e lui accettò, mettendosi a fare l'antipapa col nome di Felice V.
Il figlio Ludovico [1440] faceva sempre festa, perse parte del reame, ebbe diciotto figli uno dei quali, Filippo senza terra, organizzò una notte dei lunghi coltelli e passò per le armi i consiglieri del padre.

Umb II Umberto II (1946)

Il trono però lo prese il primogenito, Amedeo IX il beato [1465], gracile, dolce e religioso che morì giovane lasciando un figlio che morì piccolo e un fratello che morì presto ma dopo aver sterminato i Valdesi della valle Pellice.
Seguì mezzo secolo confuso tra figli bastardi, duchi improbabili, alleanze altalenanti pro e contro la Francia e perdita massiccia di terre e possedimenti, ridotti alla fine solo a Vercelli, Cuneo, Aosta e Nizza. Infine spuntò fuori Emanuele Filiberto, Testa di Ferro [1553], che riconquistò tutto a furor di spada, compresa Torino. Fondò l'esercito permanente e la flotta e gettò le basi della potenza militare del Piemonte.
Lasciò Carlo Emanuele [1580] che combatté sia contro la Francia sia contro la Spagna. Prima vinse, poi perse, si vide invadere il reame, morì vecchio in mezzo a una gran confusione dalla quale dopo molti anni uscì la figura di Vittorio Amedeo II [1675] che le prese dure dai francesi, si alleò con l'Austria e restituì una tale batosta alla Francia da far erigere la basilica di Superga in ricordo della vittoria. Al tavolo della pace gli venne assegnato il titolo di Re che più tardi diventò "Re di Sardegna". Morì in prigione, dove lo aveva fatto rinchiudere il figlio Carlo Emanuele III [1730] .

Sua maestà immaginaria
di Enzo Forcella
La storia non si fa con i se ma gli storici hanno rimediato inventando un giuoco, chiamato ucronia, consistente nel riscrivere la storia partendo dal presupposto che le cose siano andate in maniera radicalmente diversa da come andarono. Che cosa sarebbe avvenuto se Cesare non fosse stato pugnalato, oppure se Hitler non fosse morto nel rogo di Berlino. Eccetera.
Umberto di Savoia sarebbe un soggetto ideale per questo genere di fantastoria. Aveva diciassette anni quando il padre rifiutò di firmare il decreto dello stato d'assedio che avrebbe sbarrato per sempre la strada del potere a Mussolini. Nessuna responsabilità, quindi, nell'avvento del fascismo: un'ottima base di partenza per costruire con calma e con tutta la prudenza del caso un'alternativa dinastica al regime meno becera e più tempestiva di quella che il padre avrebbe poi realizzato il 25 luglio del '43.
Nel recente revival degli anni Trenta si è dimenticata completamente la parte che questo giovanotto alto, bello, amante del piacere e neppure tanto sciocco come i fascisti volevano far credere, si era ritagliata nell'immaginario collettivo dell'epoca. Ricordo ancora, vagamente, il matrimonio con la bellissima Maria José, la figlia del re dei belgi. Le feste, le luminarie, le cronache dei giornali commentate a scuola e la gente per le strade che applaudiva al "principino": il mito della regalità in positivo, il potere senza prevaricazione violenta.
La notte dell'8 settembre, per un momento, il mito ha l'occasione di trasformarsi in realtà. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggono precipitosamente da Roma subito dopo l'annuncio dell'armistizio tirandosi dietro tutta la corte e i membri militari del governo (quelli civili non sono stati neppure avvertiti). Sarebbe bastato che lui, Umberto, fosse rimasto nella capitale. E magari poi, perché no, si fosse fatto paracadutare al Nord per prendere il comando della lotta partigiana.
C'erano, direbbero i marxisti, tutte le condizioni oggettive: i democristiani per la maggior parte filomonarchici, i comunisti ansiosi di dimostrare il loro realismo e la loro moderazione, Churchill alla disperata ricerca, come egli stesso avrebbe detto, di uno strofinaccio per togliere dal fuoco la teiera bollente. Ma questa, per l'appunto, è ucronia.
La storia effettuale è molto più incolore. Undici mesi di incerta "luogotenenza", un mese di regno, la brusca partenza. Poi, trentasei anni di esilio, la metà di una vita. Ma anch'essa, sia pure in circostanze tanto diverse costruita con gli stessi ingredienti della metà precedente: pochi fatti e tanto immaginario. Personalmente posso darne soltanto una testimonianza diretta che poi a ben vedere non è neppure una testimonianza, soltanto un'immagine.
Due tre anni fa [l'articolo è del 1982] ero a Ginevra, per ragioni di lavoro. Alloggiavo nello stesso albergo, Beau Rivage, dove il conte di Sarre1 scendeva abitualmente. Ebbi diverse occasioni per avvicinarlo ma non cercai mai di approfittarne. Mi contentai di osservarlo durante i pomeriggi che trascorreva seduto in uno dei salottini della hall assistito da un segretario o aiutante di campo, e circondato da tre o quattro persone che dopo un po' si congedavano per lasciare il posto ad altre egualmente anziane, impettite e straordinariamente lusingate dal privilegio di essere state ammesse alla presenza del sovrano.
Ero affascinato dallo spettacolo: l'angolo di un albergo trasformato in sala del trono. Come i principi medievali che tenevano corti di giustizia sotto la quercia. Oppure come lo scrivano pubblico dietro il suo banchetto nei giorni di mercato.
Preferisco di gran lunga, comunque, quest'immagine a quella del vecchio signore che chiede, prima di morire2, di rivedere il suo paese dimenticandosi peraltro di riconoscere la legalità delle istituzioni di questo paese e di rinunciare ai diritti di sovranità rivendicati.

Questi, intraprendente soldato, conquistò parte della Lombardia, amministrò con giustizia e lasciò eredi imbelli che non capirono niente di cosa stava avvenendo in Europa. La rivoluzione francese li colse di sorpresa, le armate di Napoleone invasero il Piemonte che venne annesso alla Francia. Il re, Carlo Emanuele IV [1796], andò in esilio in Sardegna, lasciò il regno al fratello Vittorio Emanuele I [1802] che rientrò in Piemonte dopo la caduta di Napoleone. Facendo finta che fino allora non era successo niente tanto che portava ancora, con tutta la corte, la parrucca col codino.
I moti popolari del 1821 lo spaventarono, abdicò in favore del fratello Carlo Felice [1821] che picchiò duro sulle "teste calde" e lasciò il trono a Carlo Alberto [1831] di Savoia-Carignano che corresse lo Statuto, e poi perseguitò i mazziniani, si alleò con l'Austria e siccome non si capiva come la pensasse venne soprannominato "l'Italo Amleto". Poi fece la guerra all'Austria, perse e andò in esilio in Portogallo lasciando re il figlio Vittorio Emanuele II [1849]. Con questi la storia dei Savoia si intrecciava a quella del Risorgimento italiano. Vittorio Emanuele fece l'unità d'Italia con l'appoggio di repubblicani che lo servirono con lealtà, Garibaldi primo tra tutti.
Il figlio Umberto I [1878] finì sparato dall'anarchico Bresci e arrivò Vittorio Emanuele III [1900], che regnò 46 anni durante i quali l'Italia riuscì anche a vincere la prima guerra mondiale. Poi consegnò il paese ai fascisti, perse la seconda, e abdicò in favore del figlio Umberto [1946] che regnò 25 giorni, dal 9 maggio al 2 giugno 1946 quando dopo il referendum monarchia-repubblica andò in esilio in Portogallo.


1 Il castello reale di Sarre, comune della Valle d'Aosta, era stato acquistato nel 1869 da Vittorio Emanuele II che così assunse il titolo di "Conte di Sarre". Umberto II usava spesso lo stesso titolo.
2 Umberto II morirà a Ginevra, in Svizzera, il 18 marzo 1983.

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