Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Una rivolta contro i Duchi di Milano
di Arturo Ferretto

Il Mare – 3 marzo 1923

A Recco, a Rapallo, a S. Margherita ed a Portofino nel 1477

(precedente)

Gian Luigi Fieschi, dopo la cattura del fratello, aveva fortificati i due castelli di Torriglia e Roccatagliata, saccheggiati i paesi vicini e indotte alla ribellione molte popolazioni e tentato di entrare ostilmente in Genova. Il governo di Milano, mentre faceva apparecchi per combatterlo, tentò un'ultima volta le vie pacifiche e mandò a Genova Gian Giacomo Trivulzio, per indurre il Fieschi a deporre le armi. Il Trivulzio doveva offrire al Fieschi il perdono della sua ribellione, a patto che cedesse al governo le fortezze di Torriglia e Roccatagliata, con le loro giurisdizioni e rendite; il governo lo avrebbe compensato, dandogli ogni anno in quattro termini «tanta provisione quanto montano le intrate d'esse castelle». Inoltre doveva persuaderlo a venire a Milano, ove, oltre il predetto, gli avrebbero dato «conveniente conducta cioè da 30 e persino in 40 cavalli». E, poiché il Fieschi avrebbe certamente chiesta la liberazione del fratello, il Trivulzio doveva assicurarlo che lo avrebbero fatto levare «de lì, benché el sii però in bono loco e ben tractato e lo lasseremo andare per questo nostro castello (di Milano) assegnandoli una camera bona, ove potrà stare comodamente».
Che se poi avesse voluto delle assicurazioni sulla liberazione di Obietto, doveva dire, che, se esso Gian Luigi si diportasse bene, suo fratello sarebbe rilasciato entro un anno con opportune condizioni; ed infine se Gian Luigi rifiutasse ogni accomodamento, gli dichiarasse guerra a sterminio.
Il Trivulzio ebbe il 22 giugno a Nervi un colloquio con Gian Luigi Fieschi, cui era stato concesso (16 giugno) un salvocondotto, ma, poiché il Fieschi insisteva sopra tutto sulla libertà del fratello, alla quale il governo era risoluto di non acconsentire, il colloquio ebbe esito infelice, ed i duchi di Milano scrissero (24 giugno) al Trivulzio di intimare al Fieschi di accettare subito le condizioni offertegli, o di aspettarsi la guerra.
Il Fieschi rispose, venendo con le sue genti verso Quinto (1-2 luglio) anzi dalla nota delle spese di Cosimo Garibaldi risulta che si avvicinò ad muros, cioè presso le mura di Genova, trovando, sotto la data dell'otto luglio, registrata una somma, data a Deserino Figari ed a Bigiano di Nervi «la prima notte che Gio. Ludovico si accostò ad muros, e che fuggirono da Nervi con sommo pericolo».
Il 13 luglio il governatore Adorno si lamentava coi giusdicenti della riviera orientale, dicendo che i Duchi di Milano eran dolenti che la provincia di Genova era sempre irrequieta, onde ogni paese doveva tener preparati uomini armati, per servire al più piccolo cenno.
L'ordine giunse da Recco a Rapallo l'indomani e fu trasmesso a Chiavari.
Il 23 luglio il Governatore di Genova scriveva, insieme all'Ufficio di Bailia, ai podestà di Recco, Rapallo, Sestri, Moneglia e Framura ed al Capitano di Chiavari di portare aiuti e favori a Carlo ed Agostino Adorno, ed a Gerolamo Spinola eletti commissarii dellesercito, fatto sì per mare che per terra, per debellare i ribelli dello stato, che avean preso le armi, e il 24 luglio si rallegravano collo Spinola, il quale il giorno avanti avea già scritto che una moltitudine di persone, sì a Recco che a Rapallo, erano a lui tornate, il che facea bene sperare, ordinando lo stesso giorno di pagare 31 ducati allo Spinola «trasmesso a Rapallo coll'esercito» e 166 lire a Francesco Mainero «per noleggio di patroni di barche, che ieri ed oggi portarono cavalli, uomini ed armi a Rapallo».
L'illustrazione di questo nuovo avvenimento è data dall'annalista Giustiniani in questo modo:

«Quelli che governavano a Milano deliberarono di molestare e discacciare dalle terre proprie Gain Aloisio Flisco, stimando che per la detenzione di Obietto suo fratello, ch'era imprigionato in Milano, lui non dovesse stare in pace, anzi che dovesse cercare di conturbare il stato di Genova; ma Gioan Aloisio, ancor che fossi oppresso dal bisogno di molte cose, nondimeno, confidandosi della volontà degli amici, dai quali era aiutato con amore e costanzia incredibile, non mancava d'animo, anzi si mise con genti in le montagne, e serrò il passo alla gente, che li veniva addosso di verso Genova, ch'era due mila fanti, e cinquanta cavalli, guidati da Giovanni del Conte e Giovanni Pallavicino. E furono costretti questi due capitani a far passare questa gente per mare a Rapallo, e alloggiarono in le case di quel borgo, e si fecero forti in quelle; e passati alquanti giorni Gioan Aloisio discese dai monti con la sua gente, e i Sforzeschi uscirono fora di Rapallo, e furono costretti ritirarsi nel borgo non senza sangue, né senza morte di molti di loro. E per li giorni seguenti si fecero alquante scaramuccie ma niuna delle parti mise mai la cosa sua in man della fortuna.
Il Fiesco era bisognoso di ogni cosa, in tanto che non poteva pascere la gente che lo seguiva, e fu costretto declinare a far la pace, benché con condizioni non troppo buone: e rese le castelle di Torriglia e Roccatagliata, e impetrò perdono ai popoli che avevano levate l'arme a sua instanza, e a lui fu offerto buon soldo, e grandissimi doni, se voleva trasferire l'abitazione sua in Milano».

Dell'esercito contro il Fieschi, azzuffatosi a Rapallo, erano pure duci Pietro dal Verme, Gian Giacomo Trivulzio e Gian Pietro Bergamino.
Gli «Annales Placentinis», parlando della spedizione contro il Fieschi, asseriscono che i Lombardi espugnarono Savignone e rasero al suolo Roccatagliata.
La rotta dei Fieschi portò la dedizione completa di tutti i nostri villaggi.
Il 9 agosto del 1477 Paolino e Bartolomeo Cavagnaro, Cristoforo Riva, Giacomo, Manfredino e Ludovico Foppiano, Cureno e Giacomino da Figarolo, Bartolomeo da Barbagelata, Antonio da Casaregio, Marchisio da Castagnello e Giovanni Ravasco, rappresentanti alcune parrocchie della Fontanabuona, vennero a Genova a prestare il giuramento di fedeltà ai Duchi di Milano, e lo stesso giorno vennero i rappresentanti di Cicagna, cioè l'arciprete Nicolò de Albareto, Antonio de Albareto, Cristoforo, Pellegro, Luca, Giovanni, Giovannino, Simone, Antonio e Giacomo, tutti del casato Oneto, Bartolomeo e Benedetto Pendola, Lorenzo da Tribogna, Giovanni Grasso del Ponte, Nicolò e Pietro del Ponte, Giovanni Zerega, Giovanni, Giacomo, Bartolomeo e Francesco de Fontebono, Battista de Cereio (Cereghino?), Pietro e Battista Chichizola, Bertero e Nicolò Gnecco, Tonino e Antonio Barlaro.
E lo stesso giorno Scaramuccia de Campo, nunzio del Comune di Genova, giungeva in Rapallo, e consegnava a messer Brizio Giustiniani, podestà di Rapallo, una lettera circolare del giorno precedente, del governatore Adorno, e degli Ufficiali di Moneta, i quali, con un gran sospiro, dicevano che «per la grazia de Dio è reducta ogni cosa in bono pacifico e in summa quiete» onde paternamente tassavano la podesteria di Recco in lire 1500, quella di Sestri in 700, Moneglia in 647, Framura in 350, Rapallo in 1500 e Chiavari in 2600.
Continuavano in Genova i giuramenti di fedeltà.
Fu la volta di Santa Margherita, e il giorno 10 agosto nelle mani del Cancelliere ducale prestarono il debito omaggio, a nome dei sammargheritesi, Francesco Verdura, Giovanni Morello, Sireto De Ambrosi, Sireto Patuccio, Francesco de Soria, Gerolamo Costa ed Agostino Giudice.
Altri ritardatarii giunsero l'11 agosto dalla Fontanabuona.
C'è ancora una minaccia per quei di Rapallo, giacché il 13 agosto gli Ufficiali di Moneta scrivevano al Podestà ed al Consiglio di Rapallo, che, essendo i Rapallesi debitori di parecchie somme, dovessero mandare in Genova i massari dei quartieri di Borzoli e di Amandolesi, nonché i consoli delle parrocchie di S. Ambrogio e di S. Pietro di Rovereto, per un accordo, altrimenti sarebbero state sequestrate le barche, che i Rapallesi, per i loro commerci quotidiani, erano soliti mandare a Genova.
Tutti quelli che abitavano la valle, che si stendeva dal Bolago a Portofino, mandarono a Genova i loro rappresentanti per il giuramento ai Duchi di Milano, onde il 17 agosto del 1477, vennero Lazzaro Giudice, a nome della parrocchia di S. Michele di Pagana, Battista De Bernardi, a nome di San Lorenzo della Costa, Giuliano Roisecco, a nome di Santa Margherita, Giovanni Bertollo, a nome di San Siro, Giuliano Schiattino, a nome di San Giacomo di Corte, Gerolamo Solimano, a nome di Nozarego, ed alla presenza di Gio. Giacomo Trivulzio, di Giovanni Pallavicini e di Gio. Battista Panigarola, rappresentanti di Milano, dissero di esser contenti del governo milanese in riviera, giurando l'aborrimento per i Fieschi.
Non mi riuscì di rintracciare gli atti, riguardanti la sottomissione degli uomini di Rapallo e di Zoagli, ma anche essi dovettero necessariamente passare sotto le forche caudine.
Non ostante i focherelli, che stavan sotto la cenere, le cose procedettero, come risulta dai documenti, in pace. Il notaio Battista Chichizola, diventato Cancelliere del Comune il 3 settembre del 1477 riceveva una circolare del governatore Adorno, del giorno due, in virtù della quale venivano ordinati tre giorni di processione, con relativo scampanio, avendo Bona di Savoia e Gio. Galeazzo, Signori di Milano, stretta alleanza colla lega alemanna, chiamata «degli svizzeri», e il 10 settembre i Rapallesi ricevevano l'ordine dal governatore Adorno, ed al quale pienamente si sottomettevano, di mandare a Genova la maggiore quantità di castagne, fichi, nocciuole, legumi, frumento ed ogni genere di vettovaglia.
Il doloroso nostro episodio si chiuse col sacco «alla maggior parte della terra di Recco» fatto dalle truppe vittoriose del partito milanese, colla prigionia di parecchi facoltosi chiavaresi, essendo stato spogliato, nelle vicinanze di Chiavari, il cancelliere di Giovanni de Scipione, col sacco, dato a Moneglia da Giuliano Magnerri, capitano di Chiavari, perché una donna ubbriaca avea scaraventato dalla finestra una scodella rotta sul capo di un servo di detto Capitano.
Il Magnerri avea pieni poteri e il 2 dicembre riceveva l'ordine di far venire a Genova i massari di Amandolesi, di Olivastro, di Pescino, del Borgo di Rapallo, di S. Ambrogio di Rovereto, di Zoagli, di Oltremonte, di S. Maurizio di Monti, restii nel pagare le dovute tasse.
Non era questo il mezzo per conciliarsi l'affetto dei vinti, ma lo spauracchio delle armi e delle tasse fece per un po' di tempo rinsavire i nostri e sostenere spinte o sponte ancora per parecchio tempo il giogo dei Duchi di Milano.


Settant'anni più tardi, il 2 gennaio 1547, un altro Fieschi avrebbe cercato di eliminare il principe genovese Andrea Doria: un episodio noto come "congiura dei Fieschi".
A organizzarla fu Gian Luigi Fieschi "il Giovane", il cui padre Sinibaldo era l'ultimogenito di Gian Luigi "il Vecchio", fratello di Ibleto.

© La Gazzetta di Santa