Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Quaresima: divagazioni storiche
di Arturo Ferretto

Il Mare – 2 marzo 1912

"Un grande imperio trionfal d'un C,
Posto sarà nel fondo per un Q."


I versi non sono miei, ma di Torquato Tasso, il quale volle così alludere al contrasto tra il Carnevale (C) e la Quaresima (Q)1.
Pensiamo ad altri suoi bellissimi versi, e perdoniamogli, se per la Quaresima non ha saputo trovar alcunché di meglio. deserto
La Quaresima – che nei primissimi tempi era solo di quaranta ore, in memoria del tempo trascorso fra la morte e la risurrezione di Cristo – nei primi tempi dell'era cristiana durava presso i latini 21 giorni, in Grecia ed in Egitto 36, senza che vi fossero computati né il sabato, né la domenica. I quattro giorni supplementari sarebbero stati aggiunti da San Gregorio Magno.
Corsero tempi in cui l'astinenza era terribilmente imposta. Carlomagno condannò a morte i trasgressori; un Concilio, tenutosi a Tolosa, stabilì che fossero privati di alimenti grassi per tutto il resto dell'anno i violatori della Quaresima; ed i polacchi nel primo fervore della loro conversione al cristianesimo strappavano i denti ai disgraziati colti a mangiare di grasso durante quest'epoca.

Quaresima, dal latino quadragesima "quarantena", è un periodo di penitenza e di digiuno in preparazione alla festa della Pasqua cristiana, ad imitazione del digiuno di Gesù nel deserto dopo il suo battesimo.
Inizia il mercoledì di quinquagesima ("mercoledì delle ceneri", successivo alla domenica che precede di 50 giorni la Pasqua) e dura sei settimane (domeniche dalla prima alla quarta di quaresima, di passione e delle palme) fino al mezzogiorno del sabato santo (vedi "Cos'è Pasqua?").

Però col tempo questi rigori diminuirono, e nel secolo XV i Papi a Roma permisero di vendere carne a chi fosse munito di certificato medico; a Parigi l'Ospedale Maggiore aveva il monopolio della vendita dei carnami nella Quaresima.

E' strano che questo monopolio della vendita della carne, chiamato Macello di Quaresima, spettava in Rapallo al Comune, e gli emolumenti, che dovevano sborsare gli appaltatori di detto macello erano sempre convertiti in opere buone.
In origine(e già nel 1608) detti emolumenti spettavano alla parrocchia, se non che, nel 1628, il Senato li ripartì, per lo spazio di anni dodici, tra le chiese di S. Agostino e di S. Francesco.
Gli Agenti della nostra Comunità, nel 1646, ottennero di essere reintegrati nell'antico possesso, sicché il Macello della Quaresima fornì, sino al 1694, un buon gruzzolo per i restauri della parrocchia.
I Padri di San Francesco ottennero di nuovo i proventi del Macello.
Ma il 26 novembre 1704 il Senato genovese permetteva che gli introiti, che si ricavavano dalle condanne dei Censori, Padri del nostro Comune Rapallese, e del macello quaresimale fossero divisi per un sessennio tra la parrocchia e le due chiese di S. Agostino e di S. Francesco.
Ed i Priori e Consiglieri di Rapallo, con deliberazione del 16 agosto 1706, assegnarono gli stessi introiti per il restauro della cappella di S. Biagio, di patronato della Comunità, per l'abbellimento del pozzo pubblico e per nuovi lavori alle strade comunali e vicinali.
Sia per evitare che altre opere venissero in possesso di tali introiti quaresimali, sia per altro motivo, il Senato, con decreto del 15 giugno 1708, stabilì che la Parrocchia li godesse, senza alcun pregiudizio.
E lo godé sino al 1796; nel 1780 coi proventi del macello si fece un'urna dorata per racchiudervi le reliquie dei Martiri.
Nel Mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima, i confratelli del nostro Oratorio dei Neri avrebbero desiderato eclissar la parrocchia per la distribuzione delle ceneri ai fedeli rapallesi.
Ciò fu impedito dall'arcivescovo Spinola, il quale, il 26 ottobre 1669, vietò espressamente ad essi di far la benedizione delle ceneri, delle palme e delle candele.
I rintocchi della maggior campana non trattenevano molti dei nostri Rapallesi a prolungare le loro baldorie sino alla Domenica della Pentolaccia2, che poneva il suggello alle feste, alle veglie, ai veglioni, alle gazzarre, ai chiassi e sconquassi.
Alla sera poi si rompeva la tradizionale pentolaccia, ornata di nastri, di arabeschi, di fiocchi di carta colorata, piena di dolciumi e di ceci, di farina e di acqua, che serviva come di doccia e come infarinatura da pagliaccio a quel povero diavolo, che cogli occhi bendati, e col bastone in mano, in mezzo alle risate dei buontemponi, credeva, brancolando, di azzeccare nel segno.
Quantunque la Serenissima di Genova emettesse nei secoli scorsi proclami severi contro i balli, che avean luogo alla Pentolaccia, e minacciava scudisciate e tratti di corda ai contravventori, pure trovavasi sempre chi poneva in non cale i decreti.
E non solo ciò verificavasi in Genova, ma anche nelle due riviere.
Allorché il noto visitatore apostolico Mons. Francesco Bosio, vescovo di Novara, nell'anno 1583 giunse a Rapallo, stigmatizzò in questo modo l'indecoroso abuso del ballo:

«Si tolgano assolutamente i balli, che hanno luogo nella prima Domenica di Quaresima come massima indegnità e come ingiuria del tempo sacro, incorrendo nella scomunica coloro che si fossero resi contumaci».


Nel secolo XV e XVI si scrissero capitoli in terza rima su tutto e su tutti, ma pare che nessuno abbia cantato la Quaresima.

Carnevale in Giulio Cesare Croce

Solo Giulio Croce, il poeta di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno canta lo sfratto dei pescatori dato ai beccai.
Operetta piacevole che s'intitola commiato dei beccari ai pescatori nel fine di quadragesima con la risposta di essi pescatori ai beccari, e il ridicoloso e non più veduto testamento del nobile barone sor Carnovale ammalato a morte. – La trionfante vittoria contro il Carnovale – Il lamento del Carnovale e la tragedia in commedia fra i bocconi da grasso e quei da magro.3
Il poeta non dimentica d'invitare il popolo a mezza Quaresima ad assistere allo spettacolo del segare la vecchia, a quei tempi in voga per far soldi. Invito generale con l'ordine che hanno da tenere tutti i curiosi per veder segar la vecchia, centonovantadue versi ottonari col ritornello su su su chi vuol venire.
L'uso antico di segar la vecchia o come dicevasi segar la quaresima, vigeva pure in Genova.
L'Accinelli, scrittore della metà del secolo XVIII, nella sua Liguria Sacra, all'anno 1565, racconta che il giovedì dopo la terza domenica di Quaresima si faceva in Genova un tripudio popolare col nome di prender la monaca.
Si dava ad intendere nei giorni precedenti ai ragazzi e alla plebe che nel detto giovedì si sarebbe posta sotto la gran loggia di Banchi una donna tutta ornata di gemme, anelli, collane d'oro, e che quei che più a buon'ora vi fossero andati con armi e bastoni per farsi strada, l'avrebbero depredata a loro talento. Ma, andando questi con alabarde, spade schioppi ed altri strumenti, erano ricevuti da numerose squadre di popolaccio con una tempesta di bucce di limoni, torsoli di cavolo e aranci fradici, e talvolta anche con sassi, dividendosi altresì questo complimento quei che accidentalmente ivi passavano.
La statua si riempiva a volte di dolci, e, quando avea fine la cerimonia, gli uni si gettavano addosso agli altri, per aver parte del contenuto.
La vecchia, che rappresentava la Quaresima, per aver fasciata la testa come una monaca, si chiamava la monaca, e la cerimonia battere e segare la monaca.
Qualche cosa di simile succedeva a Rapallo in pieno secolo XVII, ma l'uso del batter la monaca, tanto in Genova che in Rapallo, cessò in virtù d'un divieto del Doge Marcello Durazzo, emanato nel 1767.
Rimase a Rapallo tuttora vivo il ricordo della rottura della pentola, che ha una lontana analogia colla rottura del fantoccio di metà Quaresima.


1 "Rime" di Torquato Tasso: "Enigma del Carnevale e della Quaresima accordati dalla Pasqua"
Un grande imperio trionfal d'un C / Posto sarà nel fondo per un Q, / Del mare, e della terra verran su Genti, che non avran legge, né fè. / Squadre verran, che bianco avran da piè, / E verde poi dalla cintura in su, / E se guerra crudele al mondo fu, / Questa sarà, se non gli accorda un P. / Pur gran sangue per due giorni sarà / Nella Cristianitade, e poscia me / Un santissimo P gli accorderà. / Presto avran fin a quel, che detto ho; / Ma guai a quello, che si troverà / Percosso, e si dirà: viva chi può.
2 Ultimo giorno di Carnevale, "martedì grasso", dopo il quale inizia la Quaresima con il "mercoledì delle ceneri"
3 Nel riquadro a lato è riportata la trascrizione di alcune opere di Giulio Cesare Croce che ricordano il Carnevale (tratte dal sito dedicato allo scrittore)

© La Gazzetta di Santa