Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Dietro le persiane della belle époque
di Enzo Forcella

l'Espresso colore – 12 agosto 1973

Lo Stato unitario italiano, ci insegnano i giuristi, nasce francese: con una struttura politico - amministrativa modellata sui codici e i regolamenti nei quali Napoleone aveva cristallizzato i nuovi rapporti civili e sociali conquistati dalla borghesia attraverso la rivoluzione del 1789.

Toulouse Lautrec Nel salone della Rue des Moulins
(Henri de Toulouse-Lautrec, 1894)

Anche il Regolamento sulla prostituzione, introdotto da Cavour nel regno piemontese il 15 febbraio 1860, e subito dopo, per effetto delle successive annessioni, esteso alle altre regioni italiane, è modellato su quello delle "maison de tolérance" che il primo console aveva istituito in Francia nel 1802.
Tra le numerose novità portate dai piemontesi questa non è una delle meno sconvolgenti. Per la prima volta nella storia della penisola 1'amore a pagamento viene inserito negli schemi dello Stato centralizzato. La nuova borghesia al potere vuole ordine, disciplina, sicurezza. Non può tollerare, ad esempio, che a Roma, con 170.000 abitanti, vi siano oltre 600 postriboli, come sembra che ve ne fossero negli ultimi anni del dominio pontificio; e, meno ancora, che il commercio sfugga all'occhio vigile della sua polizia.
Se la prostituzione è un rapporto di scambio, anch'essa deve sottostare, sia pure sotto un altro capitolo di bilancio, alle regole dei rapporti di scambio: schedata, disciplinata, con prezzi imposti e relative gabelle. Il denaro diventa anche una unità di misura per valutare la rispettabilità delle prostitute: non a caso il Regolamento prevede la corresponsione di un premio alle meretrici che versano i loro risparmi in banca.
Le ragioni che spingono Cavour a prendere la storica decisione non sono comunque, almeno consciamente, di carattere ideologico - politico ma solo igienico - militare. Le guerre in cui l'esercito piemontese è impegnato da vent'anni, per quanto combattute con effettivi che oggi ci fanno sorridere, hanno comportato notevoli spostamenti di uomini, incontri con altre popolazioni, contatti ed esperienze che impensieriscono i governanti.
«Il primo ministro», racconta Ernesto Nathan, mazziniano, futuro sindaco di Roma e leader della campagna abolizionista «impensierito della diffusione delle malattie veneree nell'esercito, fenomeno che avviene inevitabilmente e per evidenti cagioni in seguito a guerra o mobilitazione di truppa su vasta scala, cercò freni all'invadere del morbo. Temeva dovesse scemare soverchiamente il numero dei soldati in attività di servizio, ingombrare gli ospedali e le ambulanze; e ricorse al consiglio di un distinto specialista, il professore e senatore Sperino, ch'aveva solo il difetto di guardare l'esistenza attraverso un paio d'occhiali sfumati alla luce della sua teorica ed esperienza sifilografica.
L'egregio professore si guardò attorno, scoprì nel Belgio e nella Francia alcune discipline che regolamentando la prostituzione si supponeva dovessero del pari regolare ed arrestare l'incesso dei temuti malanni, le tradusse liberamente ad uso piemontese, le presentò al ministro. Egli, pieno di fiducia nella sapienza del suo incaricato, assorbito da faccende di ben altra mole, vi appose la firma».
La lettura dei 98 articoli del testo, integrata con quella delle "Istruzioni provvisorie" diramate vent'anni dopo, il 5 maggio 1880, dal ministro dell'Interno Depretis, è qualcosa di più di una curiosità storica. (Nel 1891 esso verrà sostituito con un nuovo "Regolamento sul meretricio" preparato da Crispi ed emanato da Nicotera, ministro dell'Interno nel gabinetto Cairoli; le strutture fondamentali della regolamentazione, tuttavia, rimarranno invariate e si perpetueranno sino al bordello 1958, data di entrata in vigore della legge Merlin). Vi si rispecchiano tutti i tabù, i pregiudizi e le ipocrisie di un'epoca che per molti versi è stata quella in cui abbiamo vissuto sino a ieri. E, indirettamente, ci consentono di ricostruire un capitolo di una storia assai più vasta e complessa come è quella dei costumi sessuali dell'Italia postunitaria.
Età minima per l'ammissione all'esercizio della prostituzione. - E', se così possiamo definirla, la prima "stranezza" che emerge dal Regolamento. Il Codice considera minorenni i giovani sino ai 21 anni ed ammette come causa di emancipazione soltanto il matrimonio (soggetto, per altro, alla autorizzazione paterna) o un atto di emancipazione del genitore o del consiglio di famiglia, sempre che il giovane abbia compiuto i 18 anni.
Per le ragazze che intendano prostituirsi si fa, in via amministrativa, una eccezione: l'articolo 59 del Regolamento proibisce ai «tenenti-postribolo» di ammettere nelle loro case «donne che non abbiano compiuto i 16 anni». Sarebbe interessante vedere come la magistratura risolveva, caso per caso, i problemi giuridici provocati da questa contraddizione. Ma, allo stato attuale delle nostre conoscenze, non possiamo soddisfare tale curiosità. Sappiamo con certezza, invece, che la percentuale delle minorenni nei bordelli di Stato era notevolmente elevata. Nel 1878 Zanardelli, ministro dell'Interno, ammette che in Italia, come del resto negli altri paesi, «il numero delle meretrici iscritte è costituito da una metà di giovinette in età minore». Nel 1885 la R. Commissione «per lo studio delle questioni relative alla prostituzione e ai provvedimenti per la morale e l'igiene pubblica» accerta che su 10.422 prostitute iscritte nei registri della polizia 2.953, poco meno di un terzo, avevano meno di 20 anni, 5.456 erano tra i 20 e i 30, 1.588 trai 30 e i 40, 425 oltre i quarant'anni.
Il tema della prostituzione minorile è stato sempre uno dei punti di forza delle campagne abolizioniste. E' tuttavia lecito considerare la norma da un punto di vista meno emotivo e più realistico: tenendo presenti gli effettivi comportamenti dell'epoca, in materia di prostituzione e di esperienze sessuali delle adolescenti, spesso anche delle preadolescenti, appartenenti alle classi popolari, il limite di età fissato ai 16 anni sembra peccare per difetto piuttosto che per eccesso. La prostituzione minorile cominciava molto prima e l'approdo alla "casa chiusa" costituiva spesso soltanto l'ultima tappa di un lungo rodaggio compiuto nella clandestinità.
Non è stata mai tentata, ch'io sappia, una ricerca sistematica in questa direzione. Ma se si riuscisse a raccogliere le numerose indicazioni che emergono dalla letteratura, le inchieste sociologiche e giornalistiche, le discussioni parlamentari, lo spoglio dei rapporti di polizia e degli "stati d'animo parrocchiali" ci troveremmo di fronte a un panorama sconcertante.
E' difficile valutare l'esattezza statistica dei racconti di alcuni appassionati moralisti come quello della Jessie White-Mario secondo la quale «al teatro anatomico, ove si sezionano i cadaveri dei poveri che non pagarono il mortorio, tra le ragazze dai dodici anni in su non si notò nessuna vergine». Agli occhi delle ragazzine dei bassi la prostituta "ufficiale" appariva come l'immagine di un invidiabile status sociale ed esse «impazientemente affrettavano la bordello marcia del tempo per poter perseguire i 16 anni e con essi il libretto di prostituta patentata».
Non è certo un caso, del resto, che sino al codice Rocco (1930) la violenza carnale venga presunta soltanto nel congiungimento «con persona minore degli anni 12» e la corruzione del minore di anni 16 venga esclusa «quando il minore è persona già moralmente corrotta». Ammettere che una ragazzina di 12 o 13 anni possa essere "moralmente corrotta" significava, evidentemente, assicurare un ampio margine di impunità a tutti i suoi corruttori.
La verità è che la società di quegli anni, a struttura prevalentemente feudale-contadina, era una società che non riconosceva ancora la figura e il ruolo dell'adolescente, "invenzione" tipicamente borghese. Lo stesso contrasto si accese, al momento di elaborare i nuovi codici, tra i cattolici e i liberali attorno all'età minima del matrimonio: i primi volevano fissarla per l'uomo ai 14 e per la donna ai 12 anni, contro la proposta che infine prevalse, di fissarla rispettivamente ai 18 e ai 15 anni. Tale contrasto rifletteva il divario tra la persistente società agricolo-patriarcale e la nascente borghesia urbana e industriale.

Chi sono le meretrici? «Le donne che esercitano notoriamente la prostituzione», stabilisce con folgorante buon senso l'art. 17 del Regolamento. E chi stabilisce se una donna esercita notoriamente la prostituzione? Lei stessa, se lo ritiene opportuno, e in tal caso «inoltra domanda». Ovvero d'ufficio «quando sia notorio o resti comprovato che la donna si abbandona alla prostituzione». In tal caso la polizia non ha che da chiamare la disgraziata all'Ufficio sanitario, cioè presso la stessa polizia, conducendovela con la forza se non ottempera all'invito; qui viene visitata e, redatto un verbale «ove verranno indicati i motivi ben circostanziati i quali indussero l'ufficio a iscriverla fra le meretrici», gli viene consegnato il famigerato libretto, primo atto di un rito che verrà celebrato puntualmente, due volte alla settimana quante volte sono le prescritte visite mediche, sino alla morte o alla messa in disarmo per vecchiaia.
In quest'orgia di tautologie un solo punto risulta chiaro. La polizia diventa l'arbitra della moralità femminile e si assicura un potentissimo strumento di pressione, controllo, ricatti. Poiché il rapporto tra prostituzione regolamentata e prostituzione clandestina rimarrà sempre, secondo i calcoli più prudenti, da uno a dieci, dipenderà dal beneplacito poliziesco se la donna verrà perseguitata, arrestata, iscritta o lasciata tranquilla. «La parolina del deputato, la preghiera del cugino dell'amico, la paternale del senatore, l'accenno del delegato intervengono ogni giorno» nota la già citata commissione d'inchiesta.
Passi sino a quando la discriminazione rimane nell'ambito delle ragazze di vita. Ma la procedura della iscrizione d'ufficio consente ogni sorta di abusi; la casistica raccolta dai parlamentari inquirenti e pubblicamente denunciata (ovviamente senza alcun risultato) rivela una realtà incredibile. Il questore di Roma ammette che talvolta si verificano «abusi gravi fino a quello della visita sanitaria estesa alle vergini»; un ex ministro dell'Interno dichiara che «l'onore e la quiete delle famiglie sono esposte alle ignobili vendette o al capriccio degli agenti di P.S.».
Si scopre che un sindaco della Campania, per levarsi di torno una ragazza sedotta da un giudice, la iscrive nel registro e la manda al sifilocomio di Napoli; a Vicenza una ragazza è chiamata in questura, visitata, riconosciuta ancora impubere e il capo dell'ufficio sanitario prima di iscriverla come prostituta ne abusa.
Categorie del postribolo, prezzi, amministrazione e distribuzione dei proventi. La casa delle meretrici è il postribolo. Il Regolamento usa anche, come sinonimo del primo termine, "prostituite" (e non "prostitute") e, per il secondo, "case di tolleranza", "case di prostituzione", "lupanario".
Nel proposito di sottolineare anche spazialmente la distanza che separa il mondo della rispettabilità borghese da quello dove si celebra «il culto della ragazza venere vulgivaga» e «i laidi misteri della convivenza sociale» (le espressioni appartengono agli opuscoli degli "abolizionisti" che portano nelle loro campagne una carica sessuofobica eguale se non maggiore di quella dei "regolamentaristi") l'autorità promette che «non consentirà mai che si stabiliscano postriboli nelle vie frequentate della città, né in vicinanza di case di educazione, di pubblici stabilimenti e di edifici destinati al culto» (art. 44).
Un impegno che verrà rapidamente disatteso: i postriboli (e i sifilocomi che d'ora in poi, per oltre trent'anni ne costituiranno una specie di dipendenza) sorgeranno un po' dappertutto, magari accanto a una scuola o nello stesso edificio che ospita, in un'altra ala, una caserma. Rimarrà rispettata invece sino al 1958 la disposizione dell'articolo successivo per la quale «le finestre dei postriboli debbono essere provviste di vetri appannati nell'inverno, e di persiane fisse o chiuse nell'estate sino all'altezza di due metri misurati dal suolo interno della camera». Di qui la espressione, che entrerà nel linguaggio comune, di "case chiuse".
L'autorizzazione ad aprire un postribolo è concessa dalle autorità di P.S. ad personam, non sarà cedibile né sarà consentito «allo stesso individuo di avere simultaneamente due o più postriboli di diversa categoria, o di tenerli per interposta persona». (Ma anche queste sono norme che verranno allegramente aggirate). Il "petente", ovvero il "tenente postribolo" dovrà dimostrare nella sua domanda di non aver subito condanne per reati contro la persona e la proprietà e allegare il consenso del proprietario dell'abitazione o di qualunque altro ne abbia diritto. Dovrà anche indicare il numero delle meretrici che intende mantenere presso di sé, la categoria prescelta e il prezzo fissato.
I postriboli sono divisi in tre classi. Appartengono alla prima classe i lupanari a cui si accede pagando una tariffa dalle 5 lire in su. (La lira del 1860 ha, approssimativamente, un potere d'acquisto corrispondente a qualcosa di meno delle 1.000 lire odierne [circa 5 euro nel 2017]). Nella seconda classe rientrano i postriboli dove si paga tra le 2 e le 5 lire. Nella terza quelli ove il prezzo è inferiore alle 2 lire.
Nelle case della prima categoria, dove le donne hanno domicilio fisso, i proventi vengono assegnati per tre quarti al tenente postribolo e per un quarto alla meretrice. In quelli di seconda, dove il tenente postribolo si limita a offrire i locali e l'organizzazione (mezzane, inservienti e «tutti gli oggetti che saranno in via igienica prescritti dai medici») alla prostituta vengono lasciati i due terzi degli introiti. Per evidenti difficoltà logistiche, peraltro, questa seconda categoria di postriboli andrà progressivamente in disuso lasciando il campo libero alla organizzazione delle pensioni a ciclo integrale. Qui la prostituta ha diritto al mantenimento, agli «oggetti tutti di abbigliamento di casa e di passeggio», alla biancheria intima, al pagamento delle visite sanitarie e delle spese in caso di malattia dietro versamento, come si è detto, dei tre quarti del suo guadagno.

Il 20 febbraio 1958 il Parlamento approvava la legge voluta dalla senatrice socialista Lina Merlin.
Finiva così una battaglia politica durata quasi nove anni e scomparivano per sempre quelle istituzioni di cui si erano occupati i governi del Regno sa Cavour a Crispi a Mussolini e che avevano ispirato memorialisti, romanzieri e registi cinematografici.


Appena iscritta nel registro la prostituta consegna il passaporto e riceve (dietro versamento di una cifra variante tra le 2 lire e i 60 centesimi, cifra che dovrà continuare a versare ogni anno) un «libretto stampato dal ministero dell'Interno su modulo uniforme» che d'ora in poi costituirà il marchio della sua servitù. «Esse dovranno sempre ritenerlo presso di sé e presentarlo a ogni domanda che loro venisse fatta dagli agenti di P.S.». Vi dovrà inoltre fare annotare l'indicazione del postribolo dove si trova, le visite sanitarie con le osservazioni che i medici crederanno del caso. Il libretto oltre alle generalità e ai connotati della donna riporta «gli articoli di questo regolamento che la concernono». Così, ove avesse ancora dei dubbi sugli obblighi del suo status la donna potrà in ogni momento schiarirsi le idee.
Articolo 28. Ogni meretrice, sia che dimori in un postribolo o in una abitazione particolare, se vuole cambiare alloggio deve prima chiederne l'autorizzazione al questore o all'autorità di P.S. per mezzo dell'ufficio il quale emette il suo avviso sulla domanda.
Articolo 29. La meretrice non può cangiare il luogo di sua residenza, né assentarsene per più di tre giorni senza averne ottenuto l'assenso del direttore sanitario.
Articolo 32. E' assolutamente vietato alle meretrici: 1. Di abitare presso un venditore di bevande spiritose, vino, birra e simili. 2. D'uscire vestite in modo poco de¬cente ed in istato di ubriachezza. 3. D'affacciarsi alle finestre o di stazionare sulle porte anche della propria abitazione. 4. Di fermarsi o frequentare le vie principali, le piazze e le pubbliche passeggiate. 5. Di commettere atti indecenti nei luoghi pubblici e di tenervi discorsi osceni. 6. Di seguire i passeggeri per le vie o di adescarli con parole o segni. 7. Di rimanere fuori di casa senza giusta causa dopo le otto di sera dal mese di ottobre al marzo inclusivamente; e dopo le ore dieci negli altri mesi. 8. Di girovagare nelle vie specialmente in quelle adiacenti alla propria abitazione, soprattutto nelle ore vespertine. 9. E' vietata alle meretrici la frequenza ai teatri, e saranno punite quelle che vi si presentassero in modo indecente.

«Se qualche prostituta dimostra intenzione d'abbandonare il meretricio, il tenente-postribolo deve tosto avvertirne il direttore dell'Ufficio sanitario dal quale sarà incoraggiata ad attuare l'ideata risoluzione», promette 1'articolo 60. Ma è una promessa sostanzialmente ipocrita. La rete è molto fitta e i varchi assai stretti.

Fare marchette Il cliente pagava alla cassa ricevendo in cambio un gettone – la "marchetta" – che lasciava alla prostituta con la quale si intratteneva. La donna ritirava il compenso della giornata presentando le marchette totalizzate alla tenutaria.
Fare flanella Questa espressione definiva l'abitudine dei clienti di intrattenersi a lungo nei salottini della maison per osservare le prostitute, curiosare, chiacchierare con loro senza richiedere prestazioni a pagamento.
Quindicina Di norma le case chiuse, specie in provincia, cambiavano prostitute ogni quindici giorni per alimentare la curiosità dei clienti. La "quindicina" definiva le nuove arrivate da altre località o altre "case".
Muri del pudore Muri alti non meno di dieci metri che, negli anni Trenta, Mussolini impose di erigere ai titolari intorno alla "casa chiusa" per nasconderla alla vista del quartiere ove si trovava.
Case chiuse L'espressione nasce dall'obbligo istituito dal governo Crispi nel 1888: le case di piacere dovevano tenere le persiane sempre chiuse.
Case di tolleranza Battezzate così da Cavour che nel 1859 si ispirò al termine francese maison de tolérance.

Per essere dispensata dalla visita sanitaria, premessa indispensabile per la successiva cancellazione dai registri, la donna deve «indicare il nuovo domicilio che intende scegliere, i mezzi di sussistenza e l'occupazione sufficiente per procurarseli». Cioè, in pratica, deve avere accumulato abbastanza per vivere di rendita o avere trovato un datore di lavoro disposto ad assumere una meretrice. Al di fuori di questa possibilità le restano solo due strade: il matrimonio o la dichiarazione di un privato, non minorenne e non ammogliato, che, «fatti constatare all'ufficio i propri mezzi di sussistenza, si renda responsabile della condotta della donna per il tempo che rimarrà nella sua abitazione, dichiari che non è per darsi alla prostituzione, e si obblighi di dare avviso all'Ufficio quando ne esca». A evitare smagliature, comunque, nell' 80 si aggiunge la clausola che il rilascio è subordinato al consenso delle autorità locali di P.S.

I sifilocomi. Nella graduatoria degli argomenti soggetti a interdizione linguistica («la coazione a non parlare di una data cosa o ad accennarvi con termini che ne suggeriscano l'idea pur senza indicarla direttamente») le malattie sessuali occupano i primissimi posti; o almeno 1'occupavano poiché negli ultimi anni anche qui i costumi sono molto cambiati.
«La malattia sessuale» scrive Nora Galli de' Pratesi nella sua "Semantica dell'eufemismo" «è nella fantasia comune non solo quel male che colpisce gli organi circondati da vergogna e silenzio ma soprattutto quello che viene contratto nel peccato e come tale suscita un timore non solo fisico ma anche morale. La sua gravità viene ingigantita dalle superstizioni e dal senso di colpa. Prima ancora che grave essa è in certo modo diabolica, quindi trova il suo posto accanto ad altre cose colpite dal senso del magico».
Lo spettro delle malattie sessuali aleggia su tutto il Regolamento e ne costituisce anzi, come abbiamo visto, il suo principale motivo ispiratore. In realtà la preoccupazione di preservare la cittadinanza dal contagio è, in notevole misura, la razionalizzazione di impulsi inconsci, spinte ideologiche e classiste assai più complesse. Sul piano della pura razionalità non si spiega il terrore per le malattie veneree in un paese che considera con relativa indifferenza la pellagra, la tubercolosi, la scrofola, piaghe sociali che mietono ogni anno migliaia di vittime e, anche quando non uccidono, debilitano le popolazioni agricole di intere regioni. (Nel 1883 su un campione di decessi negli ospedali civili vengono contati 85 morti per sifilide contro 923 di pellagra, 1.389 di tubercolosi, 1.000 di cancro, 294 di epilessia e pazzia). Ma tant'è. Di fronte allo spettro delle malattie veneree indietreggiano anche i più illuminati.
Filippo Turati nel suo celebre intervento parlamentare del 1919 in favore del riconoscimento del diritto di voto alle "salariate dell'amore" (che, tra l'altro, costituisce anche un documento esemplare delle resistenze psicologiche della classe dirigente dell'epoca di fronte ai tabù linguistici) ammette la "transitoria utilità" della prostituzione regolamentata sino a quando «il socialismo con l'unione libera sostituita al matrimonio, l'indipendenza economica dei sessi e l'abolizione delle classi renderà superfluo il mercimonio corporale di se stessi» e l'ammette proprio in nome «della igiene e della profilassi celtica». La legge sulla prostituzione gli appare, alla luce di queste preoccupazioni, addirittura "nobile": «una legge di tutela igienica, e una legge di aiuto, di redenzione e di pietà verso le vittime di una situazione che la società borghese rende inevitabile». Al più, per smentire il pregiudizio favorevole alla mascolinità, auspicherebbe che la denuncia del male celtico divenisse obbligatoria oltre che per la donna anche per l'uomo.
La efficacia del meccanismo messo in moto dalla regolamentazione statale si era dimostrata subito assai discutibile, sia dal punto di vista della prevenzione che da quello della repressione, e nei cento anni in cui rimarrà in vigore offrirà alimento a una infinità di dotte polemiche che proprio in questi mesi, a sostegno della campagna per la revisione della legge Merlin, hanno avuto un improvviso ritorno di fiamma.
La famosa visita sanitaria introdotta dal Regolamento Cavour ha, comunque, uno scopo preciso: quello di togliere di mezzo l'infetta spedendola subito, se necessario con la forza, al sifilocomio: una via di mezzo tra l'ospedale, il bagno penale e il bordello di infimo ordine che in una storia delle "istituzioni totali" del 19° secolo avrebbe diritto a un capitolo a parte.
Le descrizioni che ce ne hanno tramandato i contemporanei sono orripilanti. Per quanto costino all'erario 1 milione 200.000 lire l'anno, cifra per l'epoca tutt'altro che trascurabile, essi sono definiti nelle discussioni parlamentari «inferno delle prostitute», «serre calde di corruzione», «supremi perfezionamenti del vizio», «veri mercati dove è difficile immaginare quale scempio si faccia della coscienza, della libertà e delle dignità umane».
A Roma il sifilocomio era stato sistemato in uno stanzone a pianoterra del vecchio Ospedale della Consolazione, nei pressi del Foro romano, proprio davanti alla Rupe Tarpea. Il locale aveva l'accesso sulla strada, entravano e uscivano liberamente merciai ambulanti, parenti, curiosi e i mediatori che, racconta Agostino Bertani nel 1878 alla Camera, «vi andavano a scegliere per il proprio lupanare femmine, tra le tante, quelle che potranno essere presto ricondotte alla loro triste industria».
La sorveglianza era affidata a una vecchia che «rotta a ogni sorta di invettive e domata, se mai abbia resistito, dalla tolleranza che la lascia vivere tra quella peste» non sorvegliava, ovviamente, niente. Dentro il camerone, senza bagni e senza acqua corrente, erano sistemati 32 letti dove, poiché l'affluenza era assai maggiore, le ricoverate dormivano a due a due. Ben presto anche questo arrangiamento si dimostrò insufficiente e il pio sodalizio pensò bene di ricorrere a uno stratagemma che poi avrebbe avuto lunga fortuna nella storia della nostra assistenza pubblica. Il governo pagava alla Consolazione lire 1,85 per ogni ricoverata e l'ospedale cominciò a subappaltare le ricoverate in sovrappiù al sifilocomio di Terni che si contentava di una retta di 1,25 lire a testa.
Ogni settimana, in convoglio notturno, accompagnate da una guardia di P.S. il gruppo delle infette veniva dirottato verso la succursale dove trovava una situazione altrettanto allucinante. Racconta ancora Bertani, che era anche medico, specializzato in igienistica: «la sala celtica di Terni è capace di 80 a 100 letti, vi si ricoverarono talora persino 150 persone curate da un solo medico, un novizio, che non so se sia laureato, ma che certamente non è laureato dall'esperienza; là scarseggiano i mezzi terapeutici, là mancano gli strumenti chirurgici, là manca la cosa principale in un ospizio di malattie contagiose: lo spazio. Io vidi le sale tutte occupate dai letti, senza intermezzi tra l'uno e l'altro, e chi vuole passare dall'uno all'altro bisogna che alla meglio li scavalchi. Dove le cacciassero, come dormissero (le ricoverate in sovrannumero) io non vorrei dirvelo, o signori… E là in Terni, per l'istesso andazzo del lucro, stanno giorni e giorni, inutilmente reclamando il loro trasporto in Roma, diecine di donne già guarite e che dovrebbero essere rimandate alle loro case. Era un grido solo di quelle povere disgraziate, che si affollavano intorno a un medico che mi accompagnava per impetrare il loro trasferimento a Roma; come è sempre un grido di disperazione che esse mandano allora quando qualcheduna viene segnata per andarvi…».
Anche questa è una prassi imitata e sviluppata in tutte le altre branche dell'assistenza pubblica: la direzione era restia a firmare i certificati di avvenuta guarigione perché più le ammalate restavano e più il governo pagava.

Il ministro responsabile, Zanardelli, ammette che la descrizione di Bertani è «abbastanza conforme al vero» ma spiega (suscitando ilarità, dicono i resoconti parlamentari) che a Roma la situazione è peggiore che nelle altre città perché il precedente governo pontificio «non solo non aveva esercitato una sorveglianza sanitaria ma aveva quasi considerato questo genere di malattia come provvidenziale inquantoché ritenevasi essere un bene che al peccato fosse inerente il proprio castigo».
In realtà la situazione negli altri 19 sifilocomi del Regno non doveva essere affatto migliore, come accerteranno, dieci anni dopo, i membri della commissione di inchiesta nominata da Crispi nel 1887. «… A Siracusa il direttore nota come fatto rarissimo la riabilitazione di una delle ricoverate… A Genova mancano persino i registri di amministrazione e ci sono solo otto coperte di lana, e inservibili, per una sessantina di ricoverate… A Torino, dice il direttore, una donna affetta da sifilide, se libera ed alcun poco agiata, non verrebbe mai più a farsi curare perché il nome di ergastolo che è applicato a questo stabilimento è come di iettatura. E non a torto viene applicato quando egli stesso constata che le ricoverate, senza refettorio, senza coltello o forchetta, debbono mangiare le loro razioni in gamelle, sedute a piè del letto; quando i letti in legno, comodini e pagliaricci marci fan sì che le ricoverate siano perseguitate da insetti schifosi; quando dieci celle di punizione son comuni colla casa penale… A Palermo, v'ha fra le infermiere chi ha turpe commercio colle ricoverate. E poi il direttore si lagna di tribadismo (cioè di rapporti lesbici). In quel sifilocomio nell'anno 1880 avvennero non una ma due sommosse… A Lecce il direttore dice che in parecchi anni di attività non ha mai saputo di nessuna prostituta che si sia ritratta dal turpe mestiere. Le meno tristi divengono in breve tempo maestre delle loro stesse precettrici… L'ispettore del ministero dell'Interno, comm. Astengo dichiara: "I sifilocomi sono una scuola di demoralizzazione. Ho da fonte sicura che alcuni direttori, appena le prostitute sono guarite, se ne servono per il loro piacere"…».
Nel 1888, in seguito alle ripetute proteste della Camera, Crispi, che si era già nel passato dimostrato piuttosto sensibile a questo genere di problemi, si impegna ad abolire i sifilocomi e a sostituirli con apposite sezioni riservate alla cura delle malattie celtiche presso i vari ospedali. Dopo qualche anno i sifilocomi vengono effettivamente aboliti. Le sezioni celtiche non si dimostreranno tuttavia molto più confortevoli; la prospettiva del ricovero continuerà a pesare come un incubo sulle giornate delle prostitute.

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