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    Pezzi di storia

Il Giuoco del "Seminario"
di Arturo Ferretto

Il Mare – 7 ottobre 1911

Nei secoli XVII e XVIII si facevano in Genova scommesse sopra avvenimenti politici, sulla morte dei Pontefici, Imperatori, Re ed altri illustri personaggi, sull'esito delle guerre e d'ogni impresa guerresca, per cui giornalmente ognuno andava a far la sua passeggiatina a Banchi e per i ponti del mare, per raccogliere le notizie e così regolarsi. Più specialmente davano motivo a scommesse le elezioni dei nostri Dogi e degli altri Magistrati della Repubblica.
L'urna di ferro, entro cui venivano posti i nomi dei futuri Senatori e Procuratori, chiamavasi l'urna del Seminario, sicché da detta urna ripete origine ricevitoria il giuoco del lotto, o del Seminario, invenzione tutta nostra, nata all'ombra della torre del Palazzo ducale e del campanile di San Lorenzo, d'onde poi si sparse in altri luoghi.
Il Governo della Serenissima avocò a sé il giuoco, fonte di lucro, e lo regolò con apposito statuto.
E si giuocava dovunque, anche nei monasteri.
Nel settembre del 1638 era fuggite due suore dal monastero delle Convertite di Genova. Interrogata Suor Maria Geltrude De Rossi, che dormiva nella stessa camera d'una delle fuggite, risponde:

«Questa mattina, 25 settembre 1648, mentre mi vestiva, è venuto a trovarmi Suor Benedetta et mi ha detto dove è Suor Eufrasia, mia compagna, et io l'ho veduta credendomi che fusse in guardiola a recitare il rosario, havendomi essa detto che questa notte doveva levarsi a dire due rosarii all'aria con Suor Brigida per guadagnare nel giuoco del Seminario».

A Rapallo per conto della Serenissima teneva il banco un rapallese chiamato prenditore, da cui derivò il nome in dialetto, tuttora conservato, di piggiôu.

Il lotto è un gioco che, a fronte dell'acquisto di un biglietto, dà un premio nel caso che il giocatore sia favorito dalla sorte (in genere costituita dall'estrazione di una combinazione di numeri).
Pare certo che il gioco sia iniziato a Genova, dove ogni sei mesi erano sostituiti cinque membri dei Serenissimi Collegi, scelti con estrazione a sorte tra 120 candidati il cui nome era inserito in un'urna chiamata "seminario".

Tolgo dalla 7° filza dei protocolli del notaio Gio. Luigi Canessa, il seguente atto, stipulato il 18 aprile 1687 in Rapallo, nello scrittoio del notaio posto in Piazza Occidentale:

«Il nobile Nicolò Maino del fu Gregorio eletto in uno dei prenditori sopra il gioco del Seminario in tutto come dalla scrittura della sua elezione, ha promesso e promette all'Ill.mo et Ecc.mo Sig. Giacomo Grimaldo e all'Ill.mi Paris Maria Salvago e Raffaele Giustiniano et al nobile Nicolò Bobbio, amministratori, d'amministrare la sua carica bene e fedelmente rettamente e legalmente e pagarle tutte quelle poste che haverà notato nel suo libro di cassa sì per ambi o terni come per eletti, i primi eletti ed in tutto e per tutto secondo li prezzi stabiliti dall'Ill.ma et Ecc.ma Camera et in tutto alla forma di essi e non fare o far prendere altri giochi se non quelli saranno notati al detto Libro di Cassa sì come vuole et intende come promette e si obbliga esso nob. Nicolò Maino pagare e soddisfare qualsivoglia errore, che facesse et esser tenuto per le firme che in suo nome facessero li suoi giovani a segno che seguendo qualche sinistro per esse firme s'intenda sempre che il danno resti a suo risico come se li biglietti fossero firmati di sua mano. Inoltre si obbliga e promette il detto Nob. Nicolò di non prendere più delli prezzi stabiliti e rendere conto di tutto quello pervenirà a sue mani con pagamento e soddisfazione del reliquato in monete buone e di giusto peso siccome di soddisfare e pagare tutti qualsivoglia biglietti sui o da altri per suo ordine firmati che si fussero incertati, ossia s'incertassero, e così promette e si obbliga rifarle e pagarle a detti signori amministratori di detta impresa tutti e qualsivoglino danni, spese e interessi».

Il 5 dicembre 1692, come da atto rogato in Rapallo dallo stesso notaio Canessa, Gio. Ambrogio Viganego «si obliga di dover pagare e sodisfare tutti quelli biglietti di Seminario che fossero o sia venissero estratti et eletti da doversi pagare in questa prossima estrazione del presente mese di dicembre li quali sono stati e saranno sottoscritti per mano di lettera sua e del M. Rev. Canonico Benedetto Giudice».
Da ciò si arguisce che il banco del Seminario in Rapallo era tenuto dal Viganego e dal canonico Giudice.
Questa intrusione di sacerdoti nell'amministrazione di un banco, il cui giuoco andava rovinando famiglie intiere, impensierì la Curia pontificia, che pensò di promulgare un divieto in proposito.
Giunse a Genova la notizia, per cui la Giunta, o Collegio di Giurisdizione, cui spettava l'esame delle pratiche ecclesiastiche, il 9 gennaio 1704, prese la seguente deliberazione:

«Essendo pervenuta notizia di molto fondamento all'Ill.mo et Ecc.mo Collegio che si mediti dal Papa non solamernte di proibire nello stato ecclesiastico con pene rigorosissime il Giuoco del Seminario che si fa nella presente città e così ugualmente quei di Milano e di Torino, ma siavi anche disposizione in Sua Santità di mandar editti penali per tutto il mondo cristiano contro quei Religiosi tanto secolari quanto regolari che vi giuocassero privando i frati e le Monache di voce attiva e passiva ed imponendo loro altre pene temporali per alienarli onninamente dal detto Giuoco, discorsa la Pratica, il Collegio Ecc.mo ha deliberato che si partecipi a' Serenissimi Collegi tal notizia, perché trattandosi d'un interesse camerale di tanto rilievo e di cosa che può altresì vulnerare la pubblica giurisdizione, possano prendere preventivamente quelle provvisioni, che giudicheranno convenire».

Il 12 luglio 1706 il rapallese Gio. Battista Molfino del fu notaio Domenico, qualora fosse stato eletto per Prenditore del Seminario Genovese in Rapallo «dalli moderni signori Gabellotti, ossia da chi spetterà, e quando di esso ne sarà entrato liberamente al possesso (quando detti signori Gabellotti non desiderino essere più serviti dal sig. Gio. Ambrogio Viganego come si presume) si obbliga e promette di dare e pagare puntualmente in pace e senza lite e per ogni sei mesi per tutti quelli anni che eserciterà detta carica scuti 10 argento dopo ognuna delle due solite estrazioni immediatamente solite farsi li 15 dicembre e 15 giugno, e così venti scuti argento annui al M. Rev. Abbate Gio. Battista Costa, acciò attese le fatiche che averà fatte per esso di farlo ammettere a detta carica».
Era il compenso delle raccomandazioni. Nonostante le minaccie pontificie si continuò a giuocare a Genova, a Rapallo ed altrove, tanto è vero che, tessendosi, il 4 febbraio 1729, l'inventario della casa del fu Gerolamo Lencisa, in Rapallo, vien notato: «Un biglietto del Seminario di Milano per l'estrazione del corrente febraro di nomi quattro di lire 50 d'ambo e lire 1000 di terno, che sono 1, 29, 33, 51; altro biglietto per detta estrazione di cinque nomi di lire 50 d'ambo e lire 500 di terno, e sono 1, 3, 4, 84, 85».
Ed a titolo di curiosità valga pure una dichiarazione, rilasciata al 30 marzo 1734 dal signor Gio. Giacomo Scrigna, vicario di Rapallo, il quale in atti del notaio Gerolamo Cagnone attestò che:

«il Signor Giuseppe Borzese raccoltore sopra del gioco del Seminario in occasione che esso sig. Borzese deve prendere o raccogliere gioco sopra de scusi, e che in detti scusi le venga giocato, o richiesto da qualche giocatore di giocarle qualche nome di lire 100, o di lire 200, o lire 300 e più, il detto signor Borzese firma e dà il biglietto al giocatore di quella somma, cioè di lire 25 [?] o di lire 25 o di lire 50, secondo più l'accomoda per compiere quelle casette che suole fare di numeri sei per ogni casetta dell'istessa partita e così ho sempre visto».

Nella seconda metà del secolo XVII giunse a Genova il noto commediografo Goldoni, alloggiando presso il Teatro del Falcone in Via Balbi; giuocò al Seminario e vinse un ambo, il che ricorda nelle sue memorie autobiografiche, dicendo «guardando le cose dall'ottimismo il lotto di Genova è una buona rendita pel governo ed un'occupazione per gli oziosi, ed una speranza per gli infelici».
Il Goldoni non ebbe torto a scrivere in tal modo; ma dimenticò di aggiungere che il lotto, cagione di tante diatribe dei moderni economisti, è una tassa bella e buona, pagata da volontarii contribuenti.

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