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    Pezzi di storia

Porti e vie strate dell'antica Liguria 4/4
di Emanuele Celesia

Estratto da "Rivista Contemporanea" – UTET 1862

(precedente)

17. Vie municipali o minori
Imperciocchè, oltre le principali, è fuor di dubbio che parecchie vie comunali o traverse legavano i pagi delle cognate tribù, e dalle terre più litorane facean capo alle convalli dell'Apennino e della Liguria montana. Una d'esse correva da Genova per la valle della Trebbia a Piacenza, e forse a questa devonsi riferire le traccie che in più luoghi t'occorrono sul monte Penna. Verosimilmente le tribù degli Ercati, dei Garruli e dei Lapidicini, abitatori della Fontanabuona, avean solcato il loro agro d'una via che metteva alle foci del Lavagna o porto di S. Salvatore.
La tradizione di questa via che ne' bassi tempi si nomò Panatiera sussiste viva tuttora: i conti di Lavagna per privilegio degl'imperatori tedeschi ne riscossero lungamente le gabelle ed il pedaggio. Incisa, villaggio d'Orero, nomavasi un giorno Intercisa, e accenna a qualche ramificazione di questa via, ovvero a qualche tagliata di rupe per avere un facile accesso in val d'Aveto.
Genova inoltre dovea senza fallo dar mano ai Sabazj. Diffatti un sentiero tagliando la Postumia in luogo mal noto, tirava a Sestri di ponente, ove sorgeva il sextum lapidem. Tra Voltri ed Arenzano, ascendendo dall'aprica villa di Vesima ne appariscono tuttavia le vestigia. Forse anch'esso il nome di Vesima rammenta la vigesima colonna miliare, sebbene torni oggi assai malagevole misurar cosiffatte distanze, ignorandosi il punto da cui si dipartivano le vie comunali. Un'altra strada movendo da Genova solcava la riviera orientale: i nomi di Quarto e di Quinto ne fanno aperta testimonianza.
Intorno a questi sentieri nessun monumento scritto ci resta: ma la terra è gelosa custoditrice de' propri fasti. Le spesse reliquie di massicci petroni che ti si parano innanzi in più tratti del monte Armetta, che a mezzodì guarda Varazze e a settentrione il Sassello, c'inclinano ad opinare che su que' bricchi serpeggiasse una via che facea capo all'Emilia, vincolo di comunicazione colle tribù montigiane e i Stazielli, di cui fecero i Romani strazio così disonesto.
Infatti Armetta non è che corruzione d'Ermete, poichè soleansi a Mercurio dedicare i luoghi elevati e le pubbliche vie, sulle quali sorgeano erme in suo onore, e a' pie' d'esse i viandanti accatastavano ciottoli e sassi.
Di vie minori o traverse è altresì testimonio un vetustissimo ponte romano nel territorio di Quiliano, che mena alle foreste della Consevola e delle Tagliate: non che gli avanzi d'un tramite fra Garessio ed Albenga dalla banda d'Erli e di Zuccarello, l'antica regione degli Epanteri. Rado in oggi pie' mortale s'inerpica a seguirne le scabre vestigia: ma in que' ciottoloni sì rigorosamente l'un l'altro addentati, lo storico ravvisa ancor l'orme che v'impressero un giorno gli elefanti di Magone. Non andrebbe lontano dal vero chi avvisasse esser questo un torcimento di quella via che correndo le falde occidentali dell'Alpi marittime toccava la Chiusa, Boves e Roccavione, e traversando val di Stura fra questo fiume e l'Alpi, camminava al colle dell'Argentiera. Era questa ab-antico la via che attribuivasi ad Ercole42 simbolo d'industre colonia: via cui tanti secoli appresso (centovent'anni innanzi l'era volgare) Domizio Enobarbo trionfator degli Arverni faceva rassettare, e vi legava, come già dicemmo, il suo nome.
Posciachè accennammo a Magone, non sarà fuor di luogo il ricordare come non poche terre in Liguria si glorino d'aver dato il passo anche ad Annibale e ne conservino il nome. Lasciando da banda quanto in ciò v'ha di favoloso o d'incerto, dirò che nel comune di Pregula fra i monti Penice, Lesima ed Ebro, corre presso il Barestro una lunga tratta di via che s'addimanda strada d'Annibale. Non può invero cader punto di dubbio sulla di lui presenza in que' luoghi.
E' noto com'e' dopo avere svernato in riva alla Trebbia, tentasse il valico degli Apennini, ove sì sformata tempesta si ruppe addosso all'esercito, che fu costretto a dar volta e accamparsi a dieci miglia dalla città di Piacenza. Alcuni dì appresso, profligato Sempronio, questi calò sul Lucchese, molestato nel suo sbarraglio dai Liguri, per le cui forre passava, lasciando nelle lor mani cattivi due tribuni, due questori e cinque cavalieri.
La via tenuta dall'oste Cartaginese fu senza fallo fra la Trebbia e la Nura, via che fu appresso condotta, attraverso questo fiume, a Velleja. Esistono ancora i nomi di Quarto, di Settimo e di Colonne a mezzodì di Piacenza. Da Velleja la via varcando la foce degli Apennini a Taverna metteva nella vallata del Leno e quindi in quella del Taro e della Magra da cui volgeva in Toscana.
Per l'opposto la via che fe' Sempronio nella sua fuga, fu l'Aurelia che si disse poi Claudia. Un braccio minore della quale tirava a Velleja e passando per Settime a sinistra della Nura riuscia sovra Travi, già Trivium, poichè ivi metteano tre strade. L'una d'esse traeva a Roccazese, come rilevasi dagli atti delle ss. Liberata e Faustina riferiti dal Giovio; l'altra costeggiando la Trebbia solcava l'agro libarnese fino a Bobbio, e continuando a sinistra del fiume dava a Vesmo, cioè ad vigesimum lapidem e calava dalla parte del Bisagno43 su Genova. Della terza strada non trovo riscontro alcuno.
Questi ed altri sentieri serpeggianti pei dossi del nostro Apennino e della più parte de' quali per non far qui troppo lunghe intramesse io mi passo, erano appunto que' tramiti vicinali o traverse che necessariamente dovean collegare i finitimi popoli. Vi presiedeano i maestri de' pagi, cui era demandato l'officio di tenerli rassettati e vigilare acciò i soldati, che in essi s'avventuravano, non patissero disagio di legna, di sale e di strame. Vuolsi che l'instituzione de' maestri de' pagi ascenda a Numa Pompilio44.
18. Struttura ed altre particolarità delle vie militari
Poste le cose anzidette, non dispiaccia al lettore, poichè ci siam messi su queste ricerche, ch'io tocchi alcun poco di altre particolarità chiamate dall'argomento, e che invano si cercherebbero nei patrii scrittori. Per quantunque i Latini studiassero tirare a filo i lor viottoloni in sulla piana, come usavano i Cartaginesi, ciò non potea venir fatto fra le gibbosità di alpestri regioni, in cui carpando a stento, era d'uopo guadagnare l'ertezza de' gioghi, far gomiti e faccie, ove i torcimenti del terreno il portavano, e n que' filari di montagne serrate, giù per le chine men trarupate e dirotte, calar nelle valli e burroni, per superar di nuovo altre vette. Perciò assai varia è la larghezza delle vie consolari: non mai d'otto o di sedici piedi46, ma sempre di gran lunga maggiori. I lati erano muniti di margini che levavansi in altezza a due cubiti.
Isidoro riferisce ai Cartaginesi il costume di selciare a lastroni le vie : in Italia, a quel che ne trovo, quattro strati per lo più vi si scorgono. L'inferiore, che i Latini diceano statumen, è un ammasso di sabbione e di pietre accomodato a suoli sopra un solido fondo che appellavasi gremium; se il fondo era acquitrinoso o non fermo abbastanza, lo si rassodava con subliche e palafitte su cui basavasi il massicciato. Ciò impedia che il terreno per intenerirsi che faccia, non ammollasse.
Il secondo strato (rudus) è un misto di scaglie e lapillo legati con calce: il terzo (nucleus) è un formato di cemento, di creta e di stabbio insiem pesto e battuto con pesanti arnesi di ferro; il suolo superiore che addomandavasi summa crusta o pavimentum componevasi d'enormi lastre di pietre ad angoli e spicchi, legate con calcistruzzo, e l'une commesse ed immorsate nelle altre con mirabile disciplina e saldezza. V'avea nel bel mezzo un rialto (agger) a scolo dell'acque piovane.
Tale ci si mostra l'Emilia da Tortona ai Sabazj che tanto ancor oggi s'eleva sulla faccia de' luoghi per essa percorsi. Ciò chiarisce il nome che il volgo le dà di Levata o elevata dal suolo: avvegnachè i Romani usassero innalzare le lor vie sui circostanti terreni, conficcandovi tigni, agocchie e fittoni, e afforzandone i lembi, per renderle men soggette alla violenza delle acque.
V'hanno in Francia strade romane che s'alzano fino un venti piedi dal piano; non minore elevazione s'ebbe al certo l'Emilia, se si tien conto di quanto s'aderse il terreno pel disboscamento delle montagne e l'avvallar delle frane.
I quattro strati che divisavano queste vie consolari, non si riscontrano nelle minori, atte ai carri (actus) e a soli pedoni (iter), neppur si riscontrano in quella tratta della Aurelia che da Luni metteva a Tortona. Questa infatti non resse al par dell'Emilia all'urto del tempo.
Forse un tal braccio apparteneva a quel genere di vie che si diceano terrenæ, perchè non selciate: ovvero glareatæ, perchè appena rispianate da ghiaia o da terren sabbionoso, anzichè di que' larghi cubi di selce, che davano alle lor vie militari un'impronta affatto pelasgica. In tal credenza mi salda il vedere che di questo decorso di via, come più indietro si disse, non ci restano che scarsi vestigi, locchè non incontra delle altre. Nè questo sarebbe il solo caso di tale struttura.
Anche la via Appia nelle paludi pontine, che pur fu detta regina viarum, si vide, nelle scavazioni ivi fatte, difettare in più luoghi dei quattro strati anzidetti, ed essere stata soltanto coperta di ghiaia, sebben Cesare, quando era edile, l'abbia rifatta a sue spese e appresso Nerva e Trajano.
Le distanze segnavansi da colonne miliari di forma tonda o quadrata, alte da otto piedi, e sopra ciascuna d'esse, oltre il numero delle miglia, leggevasi un M. P. significanti millia passuum. Se ne fa autor Cajo Gracco, il quale inoltre sulle vie fece apporre di dieci in dieci passi acconci petroni, onde tornasse agevole al viaggiatore il salire a cavallo, essendo allora ignoto l'uso delle staffe che redammo dai Longobardi.
La legge delle XII Tavole proibiva interrare i cadaveri entro il pomerio47 e nella cerchia delle città; perchè lungo le vie principali, oltre le case, gli archi, l'edicole e i tempii, allistavansi con più frequenza ermi, cippi acherontici, urne48 cinerarie, onde l'epigrafe sì spesso ripetuta del – siste, viator.
Vedeansi lungo la Postumia e l'Emilia i sepolcreti e gli apogei delle famiglie Elia, Mettia, Rutilia, Augurina, Vibulana, Poplicola, Cicurina, Petronia, Mennia, Plotia ed altre, dai quali s'estrasse quantità egregia di lapidi, monete, medaglie e lumi di cotto. Arrogi i molti vasi che un error radicato fa credere vasi lacrimatorii, cioè serbati a ricever le lagrime degli afflitti parenti ed amici: laddove per l'opposto non sono che anfore d'olio e di profumi con cui s'ungevano i trapassati. Di vasi lacrimatori non una parola abbiam dagli antichi.
Presso Tortona si rinvenne il sontuoso sarcofago di Publio Elio Sabino innalzatogli dalla di lui madre Antonia Tesiffo con la scritta – bono animo este: nemo immortalis – non che le tombe di Cajo Mario, e Tito Flaminio morto virtuosamente pugnando sul Reno nelle legioni di Druso e d'altri non pochi. E steli sepolcrali, e cippi, ed altre anticaglie siffatte sterraronsi pure in quel tratto dell'Emilia che traversa la Liguria marittima, massimamente in Albenga, Taggia, Ventimiglia e presso Drapp in prossimità del casale che dicesi Ruma. Questo ramo dell'Emilia che da prima arrestavasi ad Arles, fu appresso continuato per Narbona, Tarragona e Cartagena infino a Gade.
Ad ogni sbocco o crocicchio di via sorgeva un tempietto od edicula dicata ai Lari Compitali, ed ivi se ne celebravano i ludi49. Era questo un rito antichissimo italico, ripristinato, al dir di Macrobio, da Tarquinio Superbo, il quale a Mania o Lara o Larunda, madre de' Lari, custodi e proteggitori de' campi50, scannò parecchi fanciulli, il che mostra come i sacrifizi cruenti non fossero ignoti in Italia. Appresso alle vittime umane sostituironsi bulbi d'aglio e papaveri. Augusto d'una annoval festa con che si propiziavano i Lari, due ne prescrisse, l'una alle calende di maggio e l'altra a quelle di giugno, ordinando che le loro immagini fossero sempre ornate di fiori51.
Centro di tutte le grandi vie ch'è fama corressero oltre a centomila miglia, nella bassa Italia fu Roma, nella settentrionale, Milano ed in parte anche Modena, ove facean capo la Flaminia, l'Aurelia e la Cassia52. Roma che Ateneo nomò compendio dell'universo, per meglio imperiare sopra le genti, volle a sé avvicinarle con facili comunicazioni, improntandole sul primo della gagliarda sua vita e appresso infiacchendole co' suoi rotti costumi. Non v'ebbe città di qualche momento che non ne sentisse le potenti influenze, dalla Britannia all'Eufrate, dall'Atlante alla Scizia; avvegnachè non manco di quarantotto ampie vie nella sola Italia per la tratta di tremila leghe corressero da Roma a Brindisi, Reggio, Aquileja, Verona, Como, Aosta, Nizza e le Alpi. Nove n'ebbe pur la Sicilia, che in oggi n'è priva: sei la Sardegna, una la Corsica.
Sul primo queste vie, del pari che i boschi comunali, davansi in cura a' censori e a' tribuni; da sezzo si delegò tal officio ad uno speciale maestrato che addomandavasi curator reipublicæ ed anche legista, assistito da una dieta di savii.
19. Cagioni della loro rovina
L'epoca della loro rovina c'è affatto ignota. Volendo avventurare qualche probabile conjettura, non possiamo obbliare che l'Emilia, la quale più d'ogni altra serba i caratteri che i Romani improntavano ne' lor monumenti, sussisteva ancora pressochè intatta da Tortona ai Sabazii nel secolo XIII; e per vero sappiamo che intorno il 1282, dovendo la signoria genovese costrurre cinquanta galere, ne toglieva il legname sul monte Ursale nella terra di Pareto, facendolo traghettare in Savona. Niun sentiero o ricisa, dall'Emilia in fuori, costeggia tal selva: ond'è che il legname non poteva carreggiarsi in verun altro modo.
Quanto alla Postumia, detta nei tempi di mezzo Strata vallis Scripiæ, perchè dall'Apennino a Serravalle lambiva la Scrivia, niuno può al certo ignorare come allora fosse in gran fiore, dovendo necessariamente accalcarvisi quanto ben forestiero andava da Genova ai transalpini. Essa toccava Asti, che fra tutte le città del Piemonte aveva il primato per copia di ricchezze e vivezza di traffici, a tale, che al tempo della cattività di Tomaso di Savoia, la Francia per rappresaglia sequestrava nelle sue banche otto centinaia di lire astesi, che rispondono a meglio di otto milioni di franchi. Da questa città le mercatanzie genovesi tragittavansi al Moncenisio per tre punti diversi.
Il primo d'essi uscendo dalla attual porta di S. Antonio piegava a mancina verso la chiesa degli Apostoli; a Ravignano, fatto un angolo retto, tirava a destra per la cresta d'un monticulo detto il Cappello e trascorrea fra Baldichieri, Gambetta e Bellotto a sinistra di Villafranca: quindi volgendo a settentrione fra Sobrito e S. Paolo, veniva a Dusino (a duodecimo lapide) e solcando il piano di Buttigliera e Riva metteva a Chieri, Torino e Rivoli.
La seconda via, lasciata Asti alle spalle, penetrava in val di Rilate, nomata già di Giovenale, e per la regione di Terzo (tertius lapis) correva a Settime (septimum lapidem) e per Montechiaro, Cocconato, Castagneto, San Raffaele e Castiglione riuscia parimente a Torino ed a Rivoli. Più usata peraltro era la via che pervenuta a Tortona varcava il ponte de' cavalieri del Tempio e a circa due miglia al meriggio di Torino piegava a Rivoli e Val di Susa. Di che dolea forte ai Torinesi, nel cui territorio fin da tempi antichissimi era il saltus Taurinorum, cioè il passaggio oltremonti.
Fin dal 1111 privilegiavali Arrigo V con la concessione della via romana53, che dalla loro città mettea nella Gallia, in un colla balia sui mercatanti e viatori che la pervagavano, e vedeansi perciò vedovati dei grassi proventi del pedaggio e dei balzelli che le mercatanzie liguri dovean pagare alle porte della loro città. Ond'è ch'entrarono in lega con Andrea Delfino viennese, il quale signoreggiava le valli di Oulx e della Perosa (13 luglio 1226) statuendo dovesse egli contendere il passo ai Genovesi ed Astigiani, che non facessero la via per Tortona, Torino e Pinerolo.
Se la Postumia serbavasi pressochè intera, l'Aurelia da Luni a Tortona è affatto perduta. I guasti in essa avvenuti per la sua men salda struttura, come già avvisammo, fur tali, che fin dal V secolo persuasero Rutilio Numaziano reduce in Francia da Roma a non avventurarsi a quel difficil tragitto. Il poeta giunto a Pisa in compagnia di Palladio (anno di Cristo 421), visitò il simulacro ivi eretto a suo padre Lacanio già rettore della Toscana e ne udì popolarmente le lodi; ma funestato all'aspetto dei visigotici disertamenti e impossibilitato a tener la via Aurelia già intransitabile, s'affidò al mare54.
Allora al nome d'Aurelia sostituivasi quello di Claudia e appresso s'ebbe altri nomi; come di Monte Bardone, Francigena, Francesca, Romea, Lombarda e Pontremolese. Per l'alpe di Bardone guidò re Grimoaldo nel 669 i Longobardi in Toscana: la percorse nell'895 Arnolfo re d'Alemagna, chiamato all'impero da papa Formoso, e un anno appresso il Marchese di Toscana, che il re Lamberto sconfisse; nel 1100 tenne la via di Pontremoli l'imperatore Arrigo IV, e vent'anni dopo papa Calisto: nel 1133 Lotario re d'Italia e Innocenzo II trassero dopo la dieta di Roncaglia per queste balze alla volta di Roma.
Non dirò degli altri illustri personaggi che vi transitarono, come Federigo I che nel 1167 trovando assiepato ogni passo55 potè a fatica cogli aiuti d'Obizzo Malaspina, fra incomodi e disagi d'ogni ragione, calare a Tortona: e Federigo II, Corradino di Svevia, Lodovico il Bavaro, Luchino Visconti, Carlo VIII e tanti altri56.
Il nome di Romea le venne dall'essere questa la sola via che dopo il X secolo tenevano i pellegrini, i quali dal settentrione conducevansi a Roma ed in Palestina.
Quando al primo albeggiare delle libertà municipali, i nostri Comuni gelosi delle proprie franchigie, più non videro nei loro vicini che altrettanti nemici da sterminarsi, ognun d'essi intese ad isolarsi non solo, ma a porsi anche allo schermo dall'aggressione dei loro contermini. Gran parte della difesa stava appunto nell'abbarrare i passi e rendere impervie al nemico le proprie terre: quindi le strade si manomisero, onde difficoltare ogni facile accesso o sorpresa. Arrogi la micidial guerra che per ben dieci anni esercitarono Federigo II e i Pisani (1241) contro il Comune di Genova, seme d'un odio che non perdonava neppur coll'intera disfatta de' vinti, e che maturava larga messe di sventure all'Italia. Ben due fiate i nemici col nerbo di grosse ed ordinate milizie penetrarono col ferro e col fuoco nel cuore della Liguria per istringersi addosso alla città, la quale deserta dai popoli a lei soggetti, altro scampo non vide che scassinar le vie che a lei davano, asserragliare i contorni e francheggiarsi di quell'usbergo di monti, onde l'attorniava natura.
Questo disperato consiglio sortì a prospero riuscimento di cose: i nemici ritentarono gli aditi antichi, ma i passi resi difficili e scabri più non consentivano il varco agli eserciti. Così vennero manco le grandi vie militari, e a breve andare se ne cancellavano appieno le traccie. E per vero da quel secolo in poi, più non t'occorre ne' liguri annali alcun cenno di cavalleria genovese, che pur ne' primordi della repubblica, seguendo i fulgori superstiti della tradizione latina, s'instituiva sulle foggie dell'ordine equestre di Roma. Nel secolo dell'Alighieri, la Liguria non serbava che scarse vestigia dell'antiche sue vie, e i sentieri che usavansi erano di tal fortezza ed asperità, che il poeta raffrontandoli alla roccia che dovea salir con Virgilio, cantava:
Tra Lerici e Turbia la più diserta
La più romita via è una scala
Verso di quella agevole e aperta
57.
Il Petrarca rammentava a sua volta – terrestrem duritiem inter ligusticos scopulos58. La Liguria tuffata nei negozi marittimi dispettò le cose terrestri, ma le nuove e vergini vie che s'aperse sui flutti, le diedero il dominio de' mari, e aggiunsero all'antico un nuovo emisfero.


42 Accenna a questa via Silio Italico là dove parlando d'Ercole canta:
Scindentem nubes, frangentemque ardua montis
Spectarunt superi.   Sil. Ital. L. III.
  Virg. Eneid. L. VI – Diod. Sicul. L. IV. 19.
43 Bis-amnis, e più anticamente Feritor o Feriton. Il Fabretti nel suo lodato Glossario scrive sul testimonio di Plinio che questo fiume è in oggi Lavagna!! Non è nuova l'arte di compor libri da libri, senza darsi punto la briga di per sé chiarire le cose.
44 Dionig. Halicarn. L. II et IV.
45 Viæ latitudo, ex lege XII Tabularum, in porrectum octo pedes habet; in anfractum, idest ubi flexum est, sexdecim.
Gajus in L. 8, ff. de Servit. præd. rust.
46 Primum Poeni dicuntur lapidibus stravisse. Isid. De Orig.
47 [Terreno sacro, libero da costruzioni e armi, all'interno e all'esterno delle mura della città.]
48 In agris sepulcra fuisse juxta militares et publicas vias in quibus cadavera, ac si cremata essent, cineres ponebant. Plut. Rer. Roman.
49 Compitalia (ubi viæ competunt).
50 Vos quoque felicis quondam, nunc pauperis agri
Custodes, fertis munera vestra, Lares.
Tibul. lib. I.
51 Lares ornare bis in anno instituit vernis
Floribus et æstivis.
Svet. Vit. Aug. cap. 31.
52 Tres viæ sunt ad Mutinam… a supero mari,
Flaminia: ab infero, Aurelia: medio, Cassia.
Cicer. Philipp. XlI, 9.
53 Monum. Hist. patr. Chartar, I, 737.
54 Electum pelagus, quoniam terrena viarum
Plena madent fluviis, cautibus alta rigent.
Postquam Tuscus ager, postquam Aurelius agger
Perpessus Geticas ense vel igne manus.
Rut. Num. Itiner. L. I.
55 Apud Pontremolum divertit a publica strata.
Cardin. Aragon. In vit. Alexand. III.
56 Un itinerario del 1154, opera di Nicolò abate Tragotense, indica il nome d'alcune borgate fra il tratto di Piacenza e Luni. «A Placentia, egli scrive, versus austrum diei itinere attingitur Burgus S. Donnini. Has inter hospitium extat Erici. Attingitur tum flumen Tarus ingens et purum, quod numquam contaminatur aut miscetur, omnis enim sordes ipsi immissa fundum illico petit. Huic ab austro est vicus Tari. Transeundus tum mons Bardonis. Longobardia dicitur regio a monte Bardonis versus austrum, ad alpes versus septentrionem se porrigens… Est in monte Bardonis Crucis emporium (le Cento Croci), et villa Francorum, tum Pontremulus, inde iter diei ad convivium Mariæ. Inde urbs Luna, apud quam arenæ lunenses. Decem milliarum itinere transeundæ sunt hæ arenæ amoenæ, burgis undique circumdatæ: illic latus patet prospectus. Inter Mariæ convivium Lunamque, jacent burgus Stephani (borgo S. Stefano) et burgus Mariæ (Sarzana)».
57 Dant. Purgat., Canto III.
58 Petrarca, Epist. famil. L. V, 3.

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