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Razzismo: una legge dimenticata

Sono note le leggi del governo fascista emanate nel 1938 in ottica antisemita, ma la discriminazione razziale era stata anche oggetto di una legge dell'anno legge 880/37 precedente, riferita alle colonie italiane in Africa Orientale.
La legge n.880 del 19 aprile 1937 (G.U. 145/37) contiene un solo articolo: «Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene relazione d'indole coniugale con persona suddita dell'Africa Orientale Italiana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi e concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell'Africa Orientale Italiana, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.» legge 1004/39
Il concetto sarà chiarito meglio dalla legge n.1004 del 29 giugno 1939 (G.U. 169/39) "Sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai nativi dell'Africa Italiana": basti scorrere il titolo di alcuni articoli. "Lesione del prestigio di razza", "Aumento della pena per i reati commessi dal cittadino in circostanze lesive del prestigio di razza", "Relazione d'indole coniugale", "Inchiesta relativa ai meticci", "Reato del nativo in circostanze lesive del prestigio della razza italiana".

Dunque, un atteggiamento verso il "diverso" ben radicato, che si traduceva in rigetto verso altri popoli potenti e in prevaricazione con i più deboli.
L'avventura Italiana in Africa era iniziata molto prima del periodo fascista: già Cavour si era posto il problema di non rimanere impassibile di fronte all'espansione delle altre nazioni, ma la morte lo colpì prima di compiere qualsiasi passo. Si dovrà attendere il 1869 perché la società di navigazione Rubattino di Genova acquisti, su suggerimento del missionario Giuseppe Sapeto1, un territorio nella baia di Assab (in Eritrea) per farne un punto di appoggio e di rifornimento di carbone per le navi dirette verso le Indie: una legge del 5 luglio 1882 lo dichiarò poi, rilevandolo da Rubattino, territorio coloniale italiano.
Nel 1884 gli egiziani si ritirarono dal Corno d'Africa e l'Italia, sempre grazie alla conoscenza dei luoghi di Sapeto, il 5 febbraio 1885 occupò il porto di Corno d'Africa Massaua (sempre in Eritrea, sul Mar Rosso).
Con decreto del 4 luglio 1887 fu costituito il Corpo Speciale d'Africa, forte di "5.000 uomini e 400 quadrupedi".
Con il trattato di Uccialli del 2 maggio 1889 l'Italia ottenne il protettorato sull'Etiopia (in gran parte corrispondente all'Abissinia) e la zona dell'Amasien (Asmara e dintorni).
L'Italia era riuscita a fondare la sua prima colonia: il Primo Ministro Francesco Crispi, con decreto del 1 gennaio 1890, la battezzò Colonia Eritrea. Furono assegnati 20 ettari di terreno ciascuno a venti famiglie di contadini italiani, ai quali fu pagato il viaggio, forniti arnesi di lavoro e bestiame e assicurato un anno di vitto.
Il 17 luglio 1894 l'esercito italiano conquistò Cassala (in Sudan, a 20 km dal confine con l'Eritrea: sarà ceduta agli inglesi il 19 dicembre 1897); il 3 aprile 1895 gli italiani entravano in Abba Garima (Adua, nella regione del Tigrai, in Etiopia; saranno poi pesantemente sconfitti nella celebre battaglia del 1 marzo 1896) ed il Tigrai fu annesso alla Colonia Eritrea.

In Somalia l'Italia ottenne alcuni protettorati nel 1889 e nel febbraio del 1896 furono gettate le basi per la costituzione della Società anonima commerciale del Etiopia Benadir (Somalia Italiana) che sorse a Milano quattro mesi dopo la sconfitta di Adua: la società privata, fondata da Vincenzo Filonardi, costituì in realtà la base per spedizioni esplorative del Governo.

La Stampa – 9 gennaio 1937
Politica di razza
di Alessandro Lessona, Ministro delle Colonie

Nei primi giorni dello scorso luglio, in un convegno coloniale tenuto a Trieste, interpretando le direttive del Duce, richiamavo l'attenzione dei camerati sul problema della razza: dovevamo imporci una rigida politica di razza con l'esclusione di ogni indulgenza verso la promiscuità pur praticando una politica di larga umanità e comprensione verso gli indigeni. Se l'Italia aveva aspettato per oltre mezzo secolo la sua vera ora coloniale, se aveva conquistato col sacrificio del sangue dei suoi figli e con quello della sua modesta ricchezza il diritto all'espansione e al necessario respiro, non era per favorire o tollerare il sorgere di un popolo di meticci. Occorreva prevedere e provvedere finché era tempo.
La nuova, breve e ristretta esperienza non manca di ammonimenti a questo riguardo: un missionario cappuccino, ben noto per il suo apostolato tra i meticci, assicura che entro gli antichi confini della colonia primogenita, essi superavano il migliaio, abbandonati o curati solo dalla madre, e ciò in un tempo in cui il numero degli italiani, militari e civili, non ha mai superato il 3500. Se queste cifre, ancorché modeste in se stesse, dovessero adattarsi all'Impero, vi sarebbe motivo di gridare l'allarme.
Per i grandi popoli colonizzatori che ci hanno preceduto, il problema degli incroci è stato ed è tuttora causa di gravi preoccupazioni. Se si eccettuano i britannici, dei quali la specialità del temperamento, la forma famigliare, dirò meglio, patriarcale, assunta dalla colonizzazione transatlantica fin dalle origini, ha ridotto assai l'importanza del problema, per tutti gli altri questo ha costituito una causa di profondo malessere. Chi vuol rendersene conto, potrà consultare le relazioni presentate nel 1923 all'Istituto coloniale internazionale di Bruxelles dai delegati olandesi, francesi, belgi e portoghesi, sulla questione dei meticci delle rispettive colonie. Essi si trovano ormai dinanzi ad una situazione di fatto che è secolare e che è ineluttabile accettare pur forzandosi di attenuare le malefiche conseguenze delle leggi naturali violentate.
Gli iberici, primi fra i colonizzatori moderni in ordine di tempo, furono anche i primi creatori di popolazioni di meticci ed hanno, se non delle scusanti, qualche spiegazione della loro condotta: la forzata emigrazione di uomini soli, la grande lontananza delle navigazioni, il favore accordato dalle autorità alla diffusione della razza anche a mezzo di incroci, come presunto mezzo di stabilità e di fissazione di dominio; infine un'altra causa più grave e che tuttora è da considerare: il patrocinio dato dalla Chiesa ai matrimoni misti, benedetti dal rito cattolico come via di riscatto dalle unioni libere. Per essi, il fenomeno ha preso proporzioni così vaste da portare da una parte a profondi rivolgimenti interni e al distacco; dall'altra ad una legislazione egualitaria.
Quanto agli altri, secondo quello che è esposto dai delegati di Bruxelles, la condizione dei meticci varia da Stato a Stato e da colonia a colonia entro la giurisdizione di ogni Stato coloniale; ma la tendenza generale è quella di facilitare, giuridicamente e socialmente, il riavvicinamento alla condizione europea paterna, dove è possibile, o rassegnarsi altrimenti, con le dovute cautele, al riassorbimento nell'ambiente indigeno materno.
La creazione di una casta meticcia con caratteri fissi, in cui da alcuni si è voluto vedere un utile intermediario, è un'utopia politica e sociale. Tutti concordano nel giudicare il meticciato una dolorosa piaga, una sorgente di infelici e di spostati, spiacenti a dominati e a dominatori, cause di irrequietudini e di debolezze per la compagine coloniale. Concordano anche nell'opportunità di provvedere all'assistenza di questo ramo anormale della famiglia umana per alleviare i danni di una colpa che non è loro.
In Italia, dato il campo relativamente ristretto in cui il fenomeno si è svolto, la questione è stata finora scarsamente agitata. Il legislatore vi accenna nell'ordinamento organico per l'Eritrea e la Somalia dell'agosto 1933 allorché apre le porte della cittadinanza italiana ai nati fuori di matrimonio quando siano legittimati o riconosciuti nei modi di legge, da uno dei genitori che abbia la cittadinanza italiana o, nel caso di genitori ignoti, quando i caratteri somatici e altri indizi, facciano fondatamente ritenere che uno dei genitori sia di razza bianca.
Nella «Carta dell'Impero», dove si parla della sudditanza (capitolo 2°), queste disposizioni sono omesse, ma nel silenzio, non possono esservi dubbi «ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit» [dove la legge ha voluto ha detto, dove non ha voluto ha taciuto]. Quando vi è necessità di un intervento chirurgico per salvare un organismo minacciato da infezione, occorre che esso sia radicale a pronto. Una malintesa pietà porterebbe a conseguenze irrimediabili.
Non si nega la difficoltà e la complessità del problema per la cui coraggiosa e sana soluzione troveremo inciampi e dissenzienti. Tra questi sono due gruppi che è opportuno individuare: quelli che chiameremo i semplicisti della fisiologia che tutto scusano e tutto giustificano in nome di questa. Le necessità fisiologiche esistono ed è logico che si impongano in organismi sani e giovani, ma ammettere come giusto e inevitabile il loro assoluto predominio, significa troppo ignorare o abbassare le funzioni più nobili ed elevate della specie. Nel caso pratico le difficoltà fisiologiche al mantenimento di una severa disciplina sessuale, se esistono, non sono da esagerare né debbono, in ogni modo, servire a mascherare i pericoli gravissimi per la sanità e per la integrità della razza.
Altro gruppo di oppositori potrà essere quello dei sentimentali. Tutte le nature, anche quelle più dure e corazzate, hanno un «ripostiglio» sentimentale: ma il sentimentalismo ha molto spesso colpevoli e assurde deformazioni, come quelle per esempio che hanno spinto in tempi recenti, coppie italiane infeconde a sollecitare dal Ministero delle Colonie, la facoltà di adottare dei bambini etiopici abbandonati. Nel problema che ci preoccupa, i sentimentalisti sono i peggiori nemici della popolazione indigena a cui credono di rivolgere le loro tenerezze mentre incoraggiano la formazione in seno di essa di focolai di disordini e di umiliazioni.
Ai popoli indigeni si gioverà incoraggiando il fortificarsi e il consolidarsi di una razza loro e lo svilupparsi delle più belle qualità fisiche e morali che allo stato potenziale esistono, cosicché possano armonicamente svolgersi secondo le loro capacità, verso più alte ferme civili e divenire preziosi collaboratori nostri per il comune vantaggio.
I nostri principii, che desidero riaffermare perché non vi siano dubbi, sono:
  1. separazione netta e assoluta tra le due razze;
  2. collaborazione senza promiscuità;
  3. umanità nella considerazione degli errori passati;
  4. severità implacabile per gli errori futuri.

Lo Stato fascista, ispirandosi alle sue finalità etiche, sociali e nazionali, sta per emanare leggi severe perché nessuno ignori le responsabilità a cui va incontro, ma soprattutto conta sulla preparazione e sulla maturità spirituale dell'italiano di Mussolini. Il Fascismo gli ha ridato il senso storico della sua superiorità, della sua nobiltà, la coscienza del glorioso patrimonio di cui è erede, la convinzione di una capacità e superiorità morale che prima gli mancava. Dovrà avere l'orgoglio della propria razza e la volontà di difenderla per tutto ciò che essa rappresenta nel mondo e nei secoli e per quello che l'avvenire le riserva.
L'accoppiamento con creature inferiori non va considerato solo per la anormalità del fatto fisiologico e neanche soltanto per le deleterie conseguenze che sono state segnalate, ma come scivolamento verso una promiscuità sociale, conseguenza inevitabile della promiscuità familiare nella quale si annegherebbero le nostre migliori qualità di stirpe dominatrice. Per dominare gli altri occorre imparare a dominare se stessi. Questo devono ricordare e devono volere gli italiani tutti, dai più umili ai più alti. Roma fu dominatrice e moderatrice fra le stirpi più diverse elevandole a sé nella sua civiltà imperiale. Quando si abbassò per mescolarsi ad esse, cominciò il suo tramonto.
L'avvenire prossimo e immancabile sarà per una rigogliosa colonizzazione familiare, quale è consentita e garantita, con privilegio sopra tutti gli altri popoli, dalla fortunata esuberanza demografica nazionale, dalle secolari tradizioni di sanità, di compattezza e di fecondità della famiglia italiana, dalle favorevoli condizioni ambientali che attendono i nuclei di domani. Questo avvenire non sarà compromesso.

Nel 1912 l'Italia, al termine della guerra con l'Impe- ro Ot- tomano (Tur- chia) occupò la Tri- polita- nia e la Cirenaica, costituendo la Colonia della Libia italiana: il 3 ottobre 1911 il Primo Ministro Giovanni Giolitti ordinò lo sbarco di truppe a Tripoli e il 15 ottobre 1912 il Trattato di Ouchy, che pose termine alla guerra, riconobbe il dominio italiano.

Tra alterne turbolenze e l'avvento del fascismo, il 3 ottobre 1935 l'Italia invade l'Etiopia senza alcuna dichiarazione di guerra: il Primo Ministro Benito Etiopia Mussolini non lo consi- dera uno Stato sovra- no, ma un ter- ritorio selvag- gio per il quale non valgono le regole del diritto internazionale; autorizza addirittura i generali Rodolfo Graziani e Pietro Badoglio ad usare i gas.
Il 5 maggio 1936 Badoglio entra ad Addis Abeba: le colonie del Corno d'Africa (Somalia, Eritrea, Abissinia) sono riunite e il 1 giugno 1936 viene costituito l'Impero dell'Africa Orientale Italiana (AOI)2, retto da un governatore generale con titolo di viceré.

Nell'immaginario collettivo il continente africano era considerato un paradiso dei sensi a portata a mano, con donne disponibili, istintive e selvagge, paragonate spesso ad animali: la donna nativa delle terre colonizzate era chiamata madama e la sua convivenza con italiani prendeva il nome di madamato.
Era pratica comune, sia tra indigeni sia tra colonizzatori, l'acquisto di una madama come compagna more uxorio: un comportamento tollerato dalle autorità coloniali fino a quando prevalse il timore che questo costituisse un indebolimento nei modi di vita e nella gerarchia.
Il Ministro delle Colonie, Alessandro Lessona, è molto chiaro in un articolo riportato dal quotidiano La Stampa del 9 gennaio 1937 (vedi a lato) e non meraviglia che il 19 aprile sia approvata la legge n.880: si vogliono separare sessualmente e affettivamente le coppie miste. Già in precedenza c'erano iniziative sull'argomento, ma questa legge costituisce una posizione "di Stato" per difendere l'identità della "razza bianca".
Ovviamente la presenza della legge costituiva un forte deterrente, ma solo per alcuni: per molti il concubinato proseguì in modo sommerso.
Il giornalista Indro Montanelli ricordò la sua esperienza in alcune interviste televisive3: a 24 anni si arruolò volontario nella guerra d'Etiopia ed ebbe il comando di una Compagnia di Ascari4.

Fatima Fatima

Più tardi la considererà "un'av- ventura di una stupidità senza fine", ma a quei tempi si sentì realizzato nel comando di una "banda" di 100 uomini neri e si integrò talmente che "sposò" "una bellissima ragazza bilena5 di 12 anni", Fatima, "nel senso che la comperò regolarmente dal padre… nessuna violenza, le ragazze in Abissinia si sposano a 12 anni"6. L'acquisto avvenne nella piccola città di Saganeiti: Fatima, un cavallo e un fucile costarono 500 lire (oggi poco meno di 600 euro).
Quando rientrò dall'Etiopia, Montanelli cedette la ragazza al generale Alessandro Pirzio Biroli.

Poco dopo, 80 anni fa, sarebbero arrivate le leggi razziali più note, ma come si è visto il fenomeno era già diventato un "affare di Stato".
Meno male che oggi abbiamo una Costituzione che all'art.3 recita "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali…" vignetta


1 Sapeto deve essere considerato come precursore italiano nella conquista del Continente Nero: morirà dimenticato a Genova il 25 agosto 1895.
2 Dopo la Seconda guerra mondiale l'A.O.I. sarà smembrata nel regno di Etiopia, l'Eritrea e la Somalia.
3 Nel 1969 con Gianni Bisiach e nel 1982 con Enzo Biagi.
4 Soldati indigeni arruolati dall'A.O.I.
5 Piccola popolazione eritrea.
6 In Abissinia esisteva il patto di demoz, o "matrimonio a compenso", in base al quale l'uomo si impegnava a pagare periodicamente alla donna una certa somma.

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