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    Pezzi di storia

I genovesi nel Mar Nero
di Nicola Jorga, Professore all'Università di Bucarest,
Membro dell'Accademia Romana, Corrispondente dell'Istituto Francese

Bollettino municipale mensile del Comune di Genova – 30 giugno 1925

L'illustre prof. Nicola Jorga dell'Università di Bucarest ha riassunto espressamente in questo articolo il contenuto della conferenza da lui tenuta in lingua italiana presso la nostra Università nel mese di marzo.

Caffa [oggi Feodosia] e le altre colonie liguri del Mar Nero erano soltanto colonie nel senso generale della parola? Direi molto di più.
Tra le colonie del medio evo e la metropoli si mantenevano relazioni che non rassomigliano a quelle tra la città creatrice di colonie del mondo ellenico e la mappa 1 sua derivazione coloniale. Ogni cittadino di Genova o di Venezia, mercante ed «uomo politico» nello stesso tempo, passava, doveva passare una parte della sua vita sulle sponde dei mari lontani dove si era estesa l'espansione coloniale della patria più ristretta.
Così, se Genova stessa viveva in Caffa, Caffa non viveva meno entro le mura di Genova, con i suoi costumi, con i suoi interessi, con le sue rimembranze. Così tutto quello che riguarda quelle regioni vicine alla patria donde vengo io, fa parte, parte integrante ed essenziale della storia genovese la più autentica. Spesse volte anche, Genova era più lì che nella cerchia delle sue mura.
Quale può essere il motivo che indirizzò l'iniziativa di questa razza forte e fiduciosa, disciplinata e ordinatamente attiva, verso le rive fiorenti del Bosforo e verso i procellosi mari della Meotide e dell'Eusino? Perché cercarono questi arditi del Medio Evo la via del mondo tartaro a quell'epoca (seconda metà del secolo decimoterzo) quando si ersero i merli della splendida dominatrice del commercio orientale che fu durante pressoché due secoli, ed in continuo progresso, Caffa, capoluogo di un'intera catena di colonie fino alle vette del Caucaso?
Venezia aveva sempre preso parte alla vita economica, quasi direi vita politica stessa, dell'Impero bizantino, da cui era distaccata soltanto geograficamente. Quando cominciò il movimento delle crociate, la bandiera del leone alato non volle mettere a rischio il favore del «basileo» per secondare l'entusiastica aspirazione dei pellegrini a «rendere a Cristo il retaggio del Suo Santo Sepolcro». Quando l'Impero stesso riunì le sue tendenze a quelle dei signori dell'Occidente correndo dietro avventure gloriosamente sacre, allora i Veneziani furono anch'essi sostenitori del reame di Gerusalemme, «avocazia del Sepolcro», ed anche degli Stati di Tripoli, di Antiochia, di Edessa.
Tutt'altra fu la storia dell'espansione genovese in quelle regioni. Il commercio ligure si volse dapprima alle isole prossime alla costa tirrenica, al di là delle quali la penisola iberica ebbe, in Catalogna, un'altra Liguria ed un'altra Genova in Barcellona, dalle innumerevoli carte storiche, dove un Rumeno, mio allievo, Costantino Marinescu, cerca la storia del commercio medioevale che il giovine scienziato rumeno Giorgio Brâtianu cerca in Genova stessa. Verso il sud i Genovesi toccavano il lido africano, dove sorse per loro un vero ed esteso dominio presso che coloniale.
Le relazioni, spesso di inimicizia per il sopravvenire delle crociate, si stabilirono dunque per i Liguri con i «Saraceni», «nemici di Cristo», gente «empia e sacrilega». Andar con Goffredo di Bouillon alla riscossa della Terra Santa era per loro un dovere, essendo la conseguenza naturale della propria tradizione. Ma per questa via della crociata, si doveva arrivare, si arrivò a Bizanzio.
Ora, la meravigliosa città imperiale aveva nei Veneziani i suoi abitanti «latini» di lingua italiana. Ma, quando Lombardi e Fiamminghi addescati dalla bramosa cupidigia veneziana per le ricchezze costantinopolitane e levantine, soggiogarono la sede dei Cesari dell'Oriente, trasmutando sulla testa di un «barone» di lingua francese, con accanto un patriarca oriundo delle Lagune, la corona veneranda di Costantino, Venezia la ruppe per sempre con quel sentimento bizantino che poteva esser già riconosciuto come nazionalismo greco.
Ne risultò l'alleanza tra i difensori della tradizione storica, tra i «fuorusciti» e cultori della revanche, che avevano a Nicea la sede, e mappa 2 Genova, rivale di Venezia in quei mari orientali. Il trattato di Ninfeo consacrò questa durevole alleanza e risultato ne fu il ritorno, la «restaurazione» greca, sotto i Paleologhi e, i Veneziani essendo costretti a rinunciare al loro stato di dominio, lo stabilimento dei Genovesi in Pera e nel Mar Nero.
I nuovi imperatori costantinopolitani potevano accordar privilegi colla più estesa libertà, colla più larga autonomia. Ma le rive sulle quali dovevano sorgere le colonie di Genova non appartenevano che nelle pagine già ingiallite di una storia finita alla possanza dei padroni di Costantinopoli. Dopo i Goti tetrassiti, il cui nome rimase dal VI secolo fino al XIV nella Gotia crimese, dopo i Cazari turanici, che diedero il nome, non inferiore in durata, di Cazaria, il diluvio tartaro del secolo decimo terzo sommerse anche tutte quelle regioni che conservano ancora un nome di antichi dominatori, i Cimeri: Crimea.
Barbari questi soldati e dignitari di Ginghizkhan e dei suoi successori? Si rilegga il Marco Polo per vedervi un Impero di proporzioni gigantesche, con un minuzioso catasto, con le strade meglio curate di tutte, con un solo sistema di commercio e con una sola moneta.
Ma come i Bizantini stessi, questi altri «imperialisti» non pensavano a «far da sé» nella vita economica. Cercavano un vassallo, un affittatore, o, per impiegare una parola che nell'Ungheria medioevale dimostra il colonista straniero, un «ospite», un hospes.
Hospites furono dunque i Genovesi sulla terra imperiale tartara, rimasta tale anche dopo che i vessilli di San Giorgio furono issati sui ruderi di qualche rocca marittima, la quale perpetuava il nome turanico di Caffa (Chefe per i Tartari ed i Turchi).

Ma tra le condizioni dell'«infeudazione» tartara, dalla «concessione» che è lecito paragonare con quella degli Olandesi in un porto del Giappone del secolo decimosesto, Osaka, non era né l'appoggio commerciale, né la difesa contro rivali e nemici degli «ospiti».
Quale era il commercio per il quale si era creato questo dominio dell'Eussino genovese?
Ben inteso, non si pensava alle spezierie, per le quali si erano annodati nel medio evo rapporti con la Siria e con Alessandria d'Egitto. Dall'interno, dove sotto il giogo tartaro languiva l'autonomia piuttosto rurale dei Russi, venivano i venditori di pellicce, di caviali, di pesci salati, di denti di pesce, raramente anche i produttori di grano, la steppa non essendo ancora trasformata in vasti campi di agricoltura per l'esportazione (e questo non si farà che molto più tardi, nell'epoca moderna).
C'era il grano di Anchialo [oggi Pomorije], tratto dalla Tracia feconda allora forse più che ieri sotto il dominio ottomano; ché di secolo in secolo le regioni del Danubio erano rimaste granai ricchissimi per i loro abitanti ed anche per quel mondo cittadino dell'Italia, che, dal tempo romano a quello delle repubbliche del medioevo, doveva esser nutrito di fuori. Un documento veneziano posteriore al 1360 parla di una vertenza tra Veneziani e Genovesi per il carico di questi grani del Danubio inferiore, e per il suo monopolio più che per altro motivo scoppiò alla stessa epoca tra le due grandi città la famosa «guerra di Tenedo». Questo commercio indusse Genova ad accarezzare i principi di quel territorio sotto le foci del fiume che prese il nome di uno dei suoi signori, quel Dobrotici, «figlio di Dobrota» (nome spesso impiegato dai Romeni), con cui si arrivò poco avanti il 1400 ad una guerra tenace.
Per esser sempre pronti ad acquistar questo raccolto, si annidarono dunque i mercanti di Genova nell'antico castello bizantino di Maurokastron, «fortezza nera», che era per i Romeni, avvezzi a costruzioni in legno, presto annerite, una «città bianca», cetatea alba, donde la traduzione tartaro-turca ak-kerman; poi anche alla «gola del lupo», nella foce danubiana di questo «Licostomo» elleno-bizantino, dove nell'isola attuale della Chilia Veche (Eski-Kilia degli Osmani), presso a qualche «Cella» (Kellion, rumeno Chilia) di monaci greci, si stabilì un altro console genovese.
Andarono più in là, scendendo sul Danubio, questi vicini dei Romeni, della loro stessa razza?
Si credeva altre volte che la loro attività, se non dominio, si fosse estesa fino a Giurgiu, in cui si scopriva il nome di San Giorgio, simbolo della Repubblica genovese, ed a Calafat, che avrebbe dovuto rammentare l'occupazione degli operai che impeciavano i bastimenti genovesi. Ma in realtà Giurgiu rammenta solo il nome consuetudinario dell'umile rustico Giorgio, Giurgiu, fondatore di un villaggio, destinato a diventare fortezza romena, poi turca, per esser soltanto dopo la pace russo-turca di Andrinopoli, nel 1829, un importante porto danubiano. Nel greco moderno appare il nome «calefato», e non è impossibile che la parola fosse esistita anche nella lingua romena a quell'epoca (così dal nome bizantino di Kalopheros, portato nel secolo decimoquarto da un Lascaris viene senza dubbio quello del boiar, nobile valaco, Radu Calomfirescu nel decimosesto).
I Genovesi presenti a Moncastro ed a Licostomo approdavano - i portolani lo dicono – anche a Vicina, presso al punto donde incominciavano le foci, importante luogo di scambio commerciale, la cui storia si rifà adesso da due Romeni, il già lodevolmente ricordato Brâtianu e Nicolò Gramada. Dinnanzi al delta del Danubio si fermarono a Saline, la Sulina d'oggi, sul ramo più facilmente navigabile del fiume. Costanza, più in basso, dove i Turchi ebbero la loro povera Kiustenge, ridiventata una Constanza, di reputazione mondiale sotto il dominio romeno nella Dobrogea, entrava anch'essa nel cerchio dell'interesse economico genovese. Si notava anche su quelle carte Pangala, cioè Mangalia, altro porto del Mar Nero.
Fra questa linea marittima e quella parallela del Danubio inferiore, fino alle mura dell'antica Durostorum (rumeno Dârstor, bulgaro Drstr), la Silistra dei Turchi, città celtica e romana, bizantina, bulgara, russa e anche romena, si stendeva la provincia economica dei Genovesi. Fino là e non oltre.

La difesa di questo importante dominio non poteva esser affidata ai soli cittadini genovesi, che non erano abitanti permanenti di Caffa e di Soldaia [oggi Sudak], di Sorgat e di Copa. Non saprei dire, nella mancanza di notizie precise, chi difendeva la Tana veneziana, alle bocche del Don, più di una volta saccheggiata dai barbari vicini. Non si conosce nemmeno di quale etnico elemento era composta la sua popolazione. Ma quella di Caffa, sulla quale numerosissimi sono i dati contenuti nella pubblicazione di Vigna, stampata dalla Società Ligure di Storia Patria, era un miscuglio di Greci, di Armeni, che andarono fino in Moldavia e vi trasportarono, credo, gli elementi della sintesi architettonica romena, ed anche di «infedeli». Con questi non si poteva combattere contro gli appetiti delle nazioni circostanti e più tardi contro quell'offensiva dei Turchi Ottomani che agognava la dominazione assoluta del Mar Nero.
Si impiegò dunque, già dal principio, il mezzo degli orguii. Il nome è tartaro, ma i salariati che lo portavano erano cristiani, mai Russi, che formavano piuttosto il materiale consueto del negozio degli schiavi, che anch'esso arricchiva Caffa. Spesse volte si riscontravano invece i «Valacchi»: «Valacchi ungheresi» e «Valacchi polacchi».
Già dal principio del secolo decimoquarto si era formato nelle Alpi che dividono dalla Transilvania, soggetta ad un Voevoda e riunita alla corona di Ungheria, uno Stato libero di «tutta la terra romena», a Arges, dove sorge ancora, con bellissimi affreschi che rammentano Giotto, la chiesa cattedrale di questi principi con carattere imperiale, nei loro rapporti con Bizanzio, con la chiesa ortodossa e con i loro sudditi. Innanzi al 1400 questa dominazione (Domnie) si era allargata fino al Danubio e fino al Mar Nero. Di là venivano i cosidetti «Valacchi ungheresi».
L'esistenza, i progressi di Caffa, la necessità di annodar il suo commercio con quello del mondo germanico ed occidentale, attraverso la Galizia, il territorio russo-lituano di Halistsch, diventato possessione dei re di Polonia, aveva già determinato nella metà di quel secolo decimoquarto, la fondazione, prima nella vallata della Moldova, poi in quella del Sereth, per stendersi fino al Pruth, al Dniester (Nistru), del secondo «paese romeno», quello della Moldova o Moldavia.
Moncastro - Cetatea-alba, Licostomo - Chilia gli appartennero nel secolo seguente: il principe romeno non faceva altro che entrar nei diritti del predecessore tartaro, con questa differenza però, che la amministrazione era sua e ch'egli procurava la difesa.
Anche Lerici, al Dnieper, che portava il nome della ridente città sul golfo della Spezia, diventò dominio Moldavo. Ma, quando Maometto secondo, che non poté strappare alla Moldavia le suaccennate fortezze, inveì contro Caffa nel 1475, il solo che pensò alla difesa di questo baluardo fu Stefano il Grande, principe di Moldavia, cognato dei principi greci della Crimea, i Comneni di Theodori-Mangup, e sulle mura perirono combattendo contro i Turchi quei «Valacchi moldavi» o «Valacchi polacchi».
Nella sua espansione attuale [si ricorda che l'articolo è del 1925, in peno regime fascista] l'Italia, di cui è splendido pregio ed elemento essenziale di attività Genova, deve pensare a quelle terre, dove giacciono gli antenati. Le stesse messi del Danubio aspettano i discendenti degli antichi navigatori, e per difendere la causa della civiltà non si debbono cercar ausiliari nell'anarchia delle razze straniere, allorquando stanno pronti a rifar l'opera dei loro avi quei «Valacchi» che, non essendo più «ungheresi» e «polacchi», sono rimasti quel che erano già nei loro principi, Romeni, Români.

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