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La "Cervara" nella storia: Un importante documento storico (1/5)
di Mario De Marco

Il Mare – 19 dicembre 1936

Abbiamo sott'occhio un ingiallito manoscritto francese anonimo – certo una monografia di un paziente Benedettino – che traduciamo alla lettera per portare un inedito e interessante contributo storico alla «questione» della Cervara, cui il manoscritto si riferisce. Il documento è senza dubbio dell'epoca napoleonica.
Cominciamo:
Nell'anno 1364 un certo don Lanfranco Ottone, benedettino del monastero di S. Stefano a Genova, comperò dai RR. PP. Certosini di Genova alcuni beni, che sono precisamente quelli che rinchiude il recinto formato dalla clausura dei Benedettini della Cervara attualmente soppressi. In seguito, con gli stessi aiuti di signori liguri, e specialmente di monsignor Guido Setten, nativo di Sarzana, e arcivescovo di Genova, egli fece costruire l'ala del monastero che guarda verso nord-ovest con la chiesa, dove in seguito fu sepolto lo stesso monsignor Guido Setten, e vicino a lui un vecchio generale spagnolo. Fu scelto per primo superiore il religioso Orio della casa di S. Stefano. Questo superiore riunì una comunità di quattordici religiosi, i cui meriti furono sì grandi ch'essi operarono dei miracoli, che omettiamo di riferire per brevità.
Nota prima
In seguito il convento fu eretto in congregazione sotto il titolo di S. Gerolamo della Cervara, e si unì alla celebre congregazione di Monte Cassino, situato nel reame di Napoli.
Nota seconda
Il signor Tobia Lomellini donò ai monaci della Cervara due mila zecchini; il signor Faravello Spinola donò loro parecchie campagne e case; altri signori offriron loro grandi elemosine. La famiglia Sauli si superò in generosità. Il convento prese il nome di Cervara in riconoscenza di alcuni beni ricevuti dall'illustre famiglia Cervara.
Siccome i Turchi infestavano in quel tempo il mare di Liguria, i monaci costruirono la torre munita di cannoni e d'un ponte levatoio per rifugiarvisi in caso di attacco. Infatti i Turchi assalirono due volte il convento di San Fruttuoso, situato sulla riva del mare a una lega dalla Cervara, tra Portofino e Camogli, e ne trassero prigionieri i religiosi, che erano anch'essi Benedettini.
Si costruì in seguito l'ala verso il mare situata a sud est, e si formò il giardino.
Nota terza
L'anno 1799 il monastero della Cervara fu soppresso dal nuovo governo democratico il giorno stesso di S. Benedetto. I religiosi furono pensionati, e l'ultimo abate era dell'illustre famiglia Centurioni di Genova. I beni furono devoluti alla Nazione, e in seguito venduti o ceduti in pagamento di debiti nazionali.
Traslazione della Cattedra Pontificale da Roma ad Avignone
L'anno 1305 papa Clemente V, di nazionalità francese, volendo soddisfare ai desideri della Corte di Francia, trasportò la sedia pontificale da Roma ad Avignone, e i cinque papi, che regnarono dopo di lui in questa città, cioè Giovanni XXII, Benedetto XII, Clemente VI, Urbano V e Gregorio XI, erano tutti francesi.
Durante i sessantotto anni che i Sommi Pontefici, contro la volontà di Dio regnarono ad Avignone, lo stato ecclesiastico in Italia fu dilaniato da terribili flagelli, e divenne preda della carestia, delle malattie, delle guerre civili e della rivolta di tutti i sudditi. Infatti, mentre si incoronava con pompa Clemente V a Lione, una domenica (10 novembre 1305), Dio fece scoppiare la sua collera con la caduta d'una muraglia, le cui rovine fecero perire Giovanni, duca di Bretagna, ferirono Re Filippo il Bello, gettarono a terra la tiara del papa, e ferirono o ammaccarono parecchi signori e altre persone. Questo accidente fu considerato come un funesto presagio di questa traslazione del santo seggio.
Santa Brigida, principessa svedese, venuta in Italia per andare in seguito a visitare i luoghi santi, e Santa Caterina di Siena, tutte e due ispirate da Dio, fecero grandi istanze presso papa Gregorio XI per obbligarlo a tornare a Roma. Questo pontefice, nel suo viaggio, che ebbe luogo nel 1376, alloggiò alla Cervara, come risulta da una grande iscrizione, in marmo. Egli donò al convento le reliquie di venti Santi e Sante, e gli stessi religiosi erano anche in possesso di un osso di un braccio di S. Bernardo abate, e riformatore dell'Ordine dei Cistercensi.
Fondazione dell'Ordine di S. Benedetto
San Benedetto, questo illustre patriarca dei monaci dell'Occidente, uno dei primi istitutori della vita monastica, nacque a Norcia in Umbria, provincia dello Stato ecclesiastico, nell'anno 480. Suo padre fu il principe Anisi di Norcia. Egli era ancora giovanissimo allorché fuggì con la nutrice dalla casa paterna, e andò a ritirarsi in una caverna di Subiaco, e vi restò nascosto per tre anni vivendo nell'esercizio della più austera penitenza. Un prete gli provvedeva il nutrimento, ma il demonio, indispettito per sì bella opera, ruppe con un colpo di pietra la campanella che il prete suonava per avvertire S. Benedetto d'andare a prendere il cibo, che egli gli faceva pervenire con una corda.
Il nostro Santo, uscito dalla caverna, fondò in Italia dodici conventi, del cui numero fu quello di Subiaco.
Un impulso dello Spirito Santo lo portò in seguito al Monte Cassino, nel reame di Napoli, dove, dopo aver distrutto un tempio di Apollo, costruì la più celebre abbazia dell'Ordine Benedettino, la quale ha la primazia su tutte le altre; ma nel 1807 furono soppressi parecchi corpi religiosi, tra i quali furono compresi i Benedettini, e furono lasciati sul Monte Cassino cinquanta monaci per aver cura di quel superbo monumento (che fu distrutto tre volte dasi Barbari e sempre ricostruito con più magnificenza) e delle grandi rarità d'arte e di scienza, che vi si trovano.
Dal Monte Cassino S. Benedetto inviò in Sicilia una colonia di Benedettini e mise alla loro testa S. Placido, suo parente, che fu martirizzato con tutti i suoi compagni dai Saraceni.
Egli inviò in seguito in Francia un altro dei suoi parenti chiamato Mauro, che vi fondò parecchi conventi.
Totila, re dei Goti, fece visita a S. Benedetto che gli predisse che in capo a nove anni egli avrebbe dovuto comparire davanti al Supremo Giudice per rendergli conto delle stragi ch'egli compieva in Italia. La sua predizione si verificò perché Totila fu ucciso nella battaglia che gli diede Narsete, generale dell'imperatore Giustiniano.
San Benedetto dopo aver compiuto gran numero di prodigi meravigliosi passò da questa vita mortale al soggiorno dei Beati nel 543.
Fondazione dll'Ordine dei Cistercensi emanato dai Benedettini
S. Roberto, abate dei Benedettini del monastero di Molesme, vedendo con pena il rilassamento dei suoi religiosi, li abbandonò, e accompagnato da qualcuno dei più ferventi si ritirò a Citeau o Cisteaux, presso Digione, nella vicina Borgogna, e vi gettò nel 1098 le prime fondamenta dell'Ordine dei Cistercensi. Egli morì il 21 marzo 1108 nel convento di Molesme, dove era ritornato per ordine del Sommo Pontefice.
S. Alberico gli succedé nella carica di abate dei Certosini, in seguito S. Stefano.
S. Bernardo, figlio del principe di Châtillon in Borgogna, ricco di tutti i doni della natura, giunto all'età di ventitre anni, si ritirò con cinque suoi fratelli e ventiquattro gentiluomini nel monastero di Citeau, di cui era allora abate S. Stefano.
S. Bernardo, divenuto in breve tempo un esempio splendente di virtù, fu inviato da S. Stefano nel 1115 a Clairvaux, nella vicina Sciampagna, dove fondò una celebre abbazia, di cui fu il primo abate.
In poco tempo la fama del suo ingegno, della sua santità e dei suoi miracoli gli guadagnò l'affetto del popolo. Egli ebbe fino a settecento novizi, uno dei quali fu in seguito tratto dalla solitudine per essere posto sul trono pontificale, che occupò col nome di Eugenio III. Altri sei dei suoi discepoli furono elevati al cardinalato e trenta divennero vescovi. Si distinsero in questo gran numero parecchi uomini illustri per pietà e sapere.
Il santo abate divenne il consigliere dei Sovrani, l'arbitro degli avversari che si levavano tra loro, e l'amico intimo di Luigi VII, re di Francia. Egli fondò centosessanta monasteri, e la Chiesa lo ha riconosciuto per l'ultimo dei Santi Padri. Egli ebbe per la Repubblica di Genova un'adezione particolare: infatti si vede alla Cervara un grande quadro che rappresenta S. Bernardo ai piedi della Santa Vergine, alla quale presenta un biglietto che porta: «In favore della Repubblica di Genova». I Trappisti lo considerano come loro padre e ne celebrano la festa più solenne di quella di San Benedetto stesso e di tutti gli altri abati dell'Ordine di Citeau. S. Bernardo morì a Clairvaux il 20 agosto 1153.
Malgrado la sua santità universalmente riconosciuta S. Bernardo non poté sfuggire agli strali avvelenati della critica più pungente. Siccome egli aveva stabilito nei monasteri della sua fondazione la pratica del silenzio perpetuo, che si osserva anche attualmente nelle case della Trappa (dove gli individui si intendono reciprocamente a forza di gesti, che si insegnano ai novizi, e non parlano a viva voce che ai superiori), questa pratica dispiacque a talune persone, che lo trattarono di misantropo, di nemico della società, aggiungendo ch'egli privava i suoi discepoli del piacere di parlarsi l'un l'altro; altre l'accusavano di renderli muti, di guastare la bell'opera del Creatore, che aveva dotato il genere umano del dono inestimabile della parola. Ma tutti questi critici malevoli ignoravano certamente che S. Benedetto aveva già prescritto nella sua santa regola un silenzio sì rigido che i religiosi avevano assai poco tempo per conversare insieme. D'altronde è una verità conosciuta che le conversazioni, senza portare una grande utilità allo spirito, donano ben sovente la morte all'anima.
Cattivo esito della crociata bandita da S. Bernardo, fonte di calunnie contro di lui
Luigi VII, re di Francia nel 1142, essendo in guerra con Thibaut, conte di Sciampagna, dopo aver saccheggiato Vitré la ridusse in cenere, e fece bruciar vive fino a 1300 persone rifugiate in una chiesa, e da allora questa città, un giorno fiorente, divenuta un semplice villaggio, fu chiamata: «Vitré l'incendiata».
Alcuni scrittori pretendono che Luigi VII, per espiare un sì orribile misfatto, fu consigliato da S. Bernardo, abate di Clairvaux, a intraprendere in persona una crociata e ad andare alla conquista della Terra Santa, e che a questo scopo il Santo incoraggiò parecchi altri principi cattolici a formare numerose armate e ad unirsi al re di Francia. Così parla il dizionario storico.
Si legge tutto l'opposto di ciò che abbiamo raccontato or ora nella Vita di S. Bernardo.
Luigi VII, - dice l'autore di questa Vita, - lacerato dai rimorsi, che gli causava la barbara azione, di cui abbiamo testé discusso, concepì il disegno di cancellarne l'onta con una crociata per conquistare i Luoghi Santi. S. Bernardo – sollecitato da questo principe a bandire la crociata – prevedendo le funeste conseguenze ch'essa avrebbe avuto, non volle mai consentire a predicarla fino a che non ne avesse ricevuto l'ordine dal Papa.
Egli si arrese allora alle vive istanze del Vicario di Gesù Cristo, ch'egli assecondò con tanto zelo, che d'ogni parte si videro formar sì potenti armate. Arrivate queste truppe in Grecia, Giovanni Comneno, imperatore cattolico di Oriente, amico segreto del Sultano dei Turchi, volendo mostrare in apparenza il suo zelo per la gloria di Dio, scrisse a Luigi VII che egli avrebbe fornite a sue proprie spese dei viveri alle truppe: ma con la più nera perfidia egli fece mescolare nel riso a metà cottura del gesso, che bruciando le budella avvelenò una parte dell'armata, e l'altra fu tagliata a pezzi dai nemici. Non appena queste funeste notizie si sparsero, l'Europa intera e la Francia in particolare si sollevarono contro San Bernardo. Fu macchiato delle più orribili calunnie, fu dipinto come un visionario e un impostore. Ma Dio, protettore dell'innocenza calunniata, lo ristabilì ben tosto nel grado di reputazione, di cui godeva dapprima, accordandogli il dono di operare dei prodigi sbalorditivi.
S. Luigi IX, re di Francia, unitamente ad altri principi, passò nel 1240 alla testa d'un'armata formidabile in Palestina, dove fece dei prodigi impadronendosi di parecchie città: ma nel corso di due anni egli vide le sue truppe annientate dai combattimenti e dalle malattie del clima. Suo fratello Roberto, conte d'Artois, fu ucciso a Damasco alcuni giorni prima della famosa battaglia data sotto le mura di questa città, nella quale S. Luigi fu fatto prigioniero con i suoi due fratelli Alfonso e Carlo. Essi dovettero pagare al sultano d'Egitto per il loro riscatto quattro milioni di lire e restituire Damietta, antica città e porto di mare d'Egitto, situata all'imboccatura del Nilo. Essi ritornarono in seguito tutti in Francia. S. Luigi, ardendo sempre del desiderio di conquistare la Terra Santa, vi ritornò nel 1270: ma la peste devastò ben tosto la sua armata, e lui stesso essendone stato colpito andò a finire i suoi giorni a Tunisi.
Da allora i sovrani cattolici rinunciarono al progetto di conquistare i Luoghi Santi, tanto più che parecchi principi sotto il bel pretesto di voler sottomettere quelle ricche contrade al giogo della fede coprivano in effetti l'ambiziosa bramosia di estendere i confini dei loro stati. Del resto si legge in certe profezie che verso la fine del mondo gli Ebrei stessi si riuniranno da tutte le parti dell'Universo in Palestina, faranno la conquista dei Luoghi Santi, e vi adoreranno come il vero Messia Gesù Cristo, che i loro padri hanno «crocifisso come un impostore».
D'altra parte questa grande opera sarebbe veramente degna di Napoleone I, il modello dei conquistatori, pel quale le imprese più splendide e pericolose non son più che un giorno.
Imprigionamento di Francesco I, re di Francia, alla Cervara
Nel 1524 Carlo V, imperatore e re di Spagna, e Francesco I, re di Francia, implacabili nemici l'un dell'altro, essendo in guerra passarono tutti e due alla testa delle loro armate in Italia, e nella battaglia di Pavia, che ebbe luogo il 24 febbraio 1525, Francesco I essendo stato fatto prigioniero fu condotto a Madrid. Nel suo viaggio passò per la Cervara, dove fu tenuto in una camera sotterranea umida e puzzolente, che è all'estremità del giardino sulla riva del mare fino a che le galere di Spagna vennero a prenderlo.
Questo bravo re, ma disgraziato, pieno di dolore di vedersi da due mesi rinchiuso in un piccolo numero di camere senza che Carlo V andasse mai a visitarlo, sottoscrisse la pace più disonorevole: ma non appena ebbe riavuta la libertà protestò di non volerne adempiere le condizioni onerose. Egli riunì una potente armata con la quale distrusse quella di Carlo V. L'inesorabile generale Lautrec per ordine di Francesco I saccheggiò Pavia, e la ridusse pressoché in polvere per vendicare l'affronto che il suo Re vi aveva subito al tempo del suo imprigionamento.
Carlo V sarà sempre un triste spettacolo per i grandi conquistatori e i potenti della terra. Questo principe che possedeva all'incirca la quarta parte dell'Europa, e immense colonie nelle due Indie, tanto da credersi infine un semidio, dopo aver umiliato quasi tutti i sovrani dell'Europa, cacciato il tiranno di Tunisi e rimesso sul trono Mulei Hassen, sovrano legittimo, rotti i ferri a ventimila schiavi in barbarie, che gli inumidirono i piedi di lagrime di riconoscenza, sparso a piene mani l'oro delle Indie nelle vie di Londra, allorché andò ad abboccarsi con Enrico VIII, sposato l'incomparabile Isabella, il modello delle principesse, in cui la natura aveva fatto sfoggio di tutti i suoi doni, Carlo V, dopo tutto ciò si vide in alcune circostanze abbandonato ed oltraggiato da quegli stessi che avevano in altre circostanze mendicato le sue buone grazie, ciò che ha fatto dire a parecchi autori ch'egli era morto consunto dal rammarico di non aver potuto risalire sul trono, al quale aveva rinunciato a favore di suo figlio Filippo II e Ferdinando suo fratello, che divisero i suoi stati, con un gesto bizzarro per ritirarsi nel convento di S. Giustina nell'Estremadura, dove finì i suoi giorni nel 1555 [in realtà 1558], all'età di 55 anni [in realtà 58].
A ragione dunque Rousseau ha detto che l'uomo è … lo zimbello dei capricci della fortuna.

(continua)

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