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    Pezzi di storia

La "Cervara" nella storia: La severa regola monastica (2/5)
di Mario De Marco

Il Mare – 26 dicembre 1936

(precedente)

(Continuiamo la traduzione del polveroso manoscritto francese anonimo ed inedito sulla «Cervara».)
Fondazione del celebre monastero della Trappa in Normandia e origine dei nomi Trappa e Trappisti
Nell'anno 1140 un certo conte di Rotron donò a S. Bernardo, abate di Clairvaux, un edificio con beni mobili presso Nogent, villaggio del Tercio, che faceva parte della vicina Normandia meridionale, per fondarvi un monastero di religiosi della Riforma.
Siccome in tempi più lontani per giungere a questo monastero bisognava scalare delle rocce circondate da precipizi, e discendere in seguito per sentieri paurosi in oscuro e profondo vallone circondato da undici laghi e da vaste foreste, la cattiva posizione di questo convento, fece sì che venisse chiamato iperbolicamente la «trappe», parola che significa la stessa cosa di «trappola» in italiano, e che rappresenta nell'una e nell'altra lingua l'idea di un buco, o d'una porta stretta, per la quale si discende dall'alto in basso, o d'un luogo chiuso, o piuttosto di certe fosse che vengono scavate nelle campagne per farvi cadere i lupi o altri animali, che escono di notte per andare a cercare la preda. In conseguenza i religiosi di questo monastero furono chiamati «trappisti».
L'osservanza delle regole fiorì in questo monastero fin verso l'anno 1620, in cui il rilassamento – frutto dell'opulenza – vi penetrò e poco a poco i religiosi, mettendo in oblio le antiche austerità, non vissero più che di nuovi piaceri.
Don Armando Giovanni Bouthillier, Abate di Rancé
Don Armando Giovanni Bouthillier, Abate di Rancé, illustre per la sua nascita, il suo sapere, dottore della Sorbona ed elemosiniere del Duca d'Orléans, possedeva, oltre a parecchi altri beni, l'Abbazia della Trappa, e sebbene non fosse tenuto a risiedervi, vedeva tuttavia con molto rammarico il rilassamento di quei monaci.
Il Signore, che voleva farne un vaso d'elezione, lo disingannò delle illusioni della grandezza, ed egli, docile agli impulsi della grazia, vendette la sua villa di Veret per centomila scudi, che donò all'Ospedale di Parigi, prodigò molte altre elemosine, e si ritirò nell'abbazia dei Cistercensi di Perseigne, situata nel Maine, dove fece professione il 6 giugno 1664. Andò in seguito a prendere possesso della sua abbazia della Trappa, vi ristabilì l'osservanza primitiva, vi fece rifiorire al grado più eminente le virtù degli antichi padri e pensionò a sue spese i religiosi che per ragioni di salute, o per rilassamento, non poterono più assoggettarsi alle austerità della nuova riforma.
Persuaso che l'esempio ha maggior potere sullo spirito degli uomini che le belle parole e l'autorità esercitata con severità, stabilì che d'ora innanzi gli abati della Trappa non mangerebbero più alla tavola degli ospiti, come s'era praticato fin allora, ma ch'essi mangerebbero al refettorio e le stesse vivande degli altri religiosi, ciò che è stato osservato fino ad oggi.
La sbalorditiva metamorfosi o peristasi nell'abate di Rancé fece tanto rumore nel mondo, che la Corte di Francia, quella d'Inghilterra, principi e principesse correvano in folla ad ammirarlo, e parecchi personaggi illustri o per nobiltà o per sapere imitarono il suo esempio, e un'infinità di religiosi di altri Istituti andarono ad abbracciare la sua riforma. Questo uomo celebre si nutriva di legumi, carote, rape, cavoli, e d'altri erbaggi, di cui tutto il condimento era del sale e dell'acqua. Egli ha infine aggiunto tanti rigori all'antica regola di S. Benedetto – quantunque già penosa – che a malapena si riconosceva ancora.
I nemici dell'Abate di Rancé – dei quali non manca mai per quanto onesta possa essere una persona – asserivano ch'egli abbandonò il secolo per andare a sopportare nella solitudine gli affronti che aveva subito a Corte. Altri dicevano, ch'essendo andato a fare una visita a una gran dama, e avendola trovata morta nella bara, ne concepì tanto dolore, che risolvette di rinunciare a tutti i piaceri ingannevoli di questo mondo per dedicarsi interamente alla salute della sua anima. L'autore della sua storia non dice niente di tutto ciò e attribuisce la sua rinuncia al secolo a delle pressanti ispirazioni di Dio. Egli fondò in Toscana la Trappa del Buon Soccorso, che fu dopo cambiata in ospedale, e rifiutò parecchi stabilimenti che gli venivano offerti. Parecchi monasteri di Cistercensi abbracciarono la sua riforma, tra gli altri quello di Casamari nel Reame di Napoli e quello di Tamier in Savoia.
Egli terminò il suo cammino mortale in odore di santità nel suo monastero della Trappa di Nogent il 26 ottobre 1700, all'età di 74 anni, fra le braccia del Vescovo di Séez, disteso sulla cenere e la paglia secondo l'uso della Trappa.
Si ritiene per certo ch'egli operò dei miracoli, che per un decreto adorabile non hanno potuto essere riconosciuti formalmente secondo i riti della Chiesa. Si hanno di lui dieci opere, che sono state sempre molto stimate.
Fondazione della Valle Santa e d'altri monasteri della Trappa in Svizzera, Piemonte, Germania, Spagna, Polonia, Stato del Papa, Liguria, Inghilterra e America.
Il monastero della Trappa di Nogent in Normandia fu l'ammirazione della gente dabbene e dei monaci stessi, che andavano a visitarlo, e sussistette fino all'anno 1792. A quest'epoca la Rivoluzione francese avendo disperso e fatto dileguare tutti i religiosi, quelli della Trappa subirono la stessa sorte, e si sostiene che l'abate sia stato gettato nella Senna; ma una colonia di questi ferventi cenobiti si trasferì in Isvizzera sotto la guida di don Agostino di Lestrange allora capo dei novizi alla Trappa, assai abile nel maneggio degli affari.
Questa colonia ottenne il Convento della Val Santa, che era un'antica Certosa, situata nel Cantone di Friburgo, e ritenuta come la più fredda della Svizzera a causa della sua posizione in un vallone circondato di alte montagne, di cui la cima è coperta di neve per nove mesi all'anno e non vi si raccolgono che legumi, patate e orzo, che matura a settembre.
Sistema attuale di vita dei monaci della Trappa adottato alla Val Santa, che ha la primazia su tutti gli altri monasteri.
Durante tutto l'anno la sveglia dei professi è all'una e mezza al più tardi dopo la mezzanotte, sovente all'una, o alla mezza, … sopra tutto i giorni di festa. Vengon recitati «mattutino» e «laudi», che finiscono in estate alle tre e mezza e in inverno fino a Pasqua alle quattro.
I fratelli conversi, che non hanno da dire che dei «pater», non appena li hanno detti vanno al lavoro, e nel corso della giornata, alle stesse ore che i religiosi dicono … al coro, i conversi dicono i loro «pater» nel luogo ove si trovano occupati nel loro lavoro. alle 4 c'è una messa piana per i conversi e i fratelli consacrati. I religiosi dalle 4, fine delle laudi, alle 5 fanno la lettura spirituale privata nel capitolo, e se non hanno da leggere possono pregare, a condizione che rimangano in ginocchio.
Alle 5 si dice «Prima».
Tutti i venerdì al primo segno di «Prima» i professi e i novizi vanno a darsi la disciplina nel dormitorio o capitolo. Alle 6 circa c'è il capitolo, dove si legge e spiega qualche punto della S. Regola, che è una mescolanza di quella di S. Benedetto, S. Bernardo, dell'Abate di Rancé, e d'altre aggiunte fatte alla Val Santa all'epoca fatale dell'uscita di Francia.
Quelli che hanno commesso dei fatti contro la regola se ne accusano, o sono accusati da alcuni fratelli che ne hanno visto violare qualche punto.
Se per caso qualcuno è accusato a torto può giustificarsi, ma anche la penitenza non fa capo che a delle preghiere, o a prosternarsi alla porta del refettorio, o della chiesa, e allorché la comunità passa, ciascuno passa sopra dell'accusato senza toccarne il dorso.
Dopo il capitolo i religiosi fanno un'altra lettura privata, o studiano fino all'ora di «Terza» o della messa cantata, che finisce verso le ore 9. Allora essi vanno al lavoro destinato dal Rev. Padre Superiore, ossia gli abili vanno ad aiutare i maestri di scuola degli allievi, altri vanno a cucire, a lavorare nel giardino, a scopare, o ad attendere al mestiere che sanno fino alle ore 11 e mezza. Alle 11.30 «Sesta». A mezzogiorno essi ritornano alle stesse occupazioni su descritte fino alle 2. Alle 2 «Nona». Infine alle due e mezza ben sospirato il «Desinare», che consiste in una libbra di pane se il granaio è ben fornito (contrariamente, si riduce la porzione) e due zuppe, che vengono servite in ciotole di legno.
La prima è un misto di fagioli, cavoli, rape, ravanelli, porri, cipolle (di cui si mangiano le foglie più grossolane, condite con acqua e sale).
La seconda è meno varia e sarà di riso, pasta, fagioli, castagne e polenta condita col latte, del quale non si può far uso in quaresima, avvento, giorni di vigilia, venerdì di tutto l'anno, eccettuati coloro che son in infermeria, e per bevanda dell'acqua pura.
Se un secolare giunge alla trappa nei giorni su indicati è vietato dalla Regola di donargli latte, uova e formaggio, ma vi si supplisce con dell'olio.
Tutta la comunità può far uso di olio nell'insalata semplicemente.
Dopopranzo fino alle 4.30 lettura nel capitolo, o preghiere. Alle 4.30 «Vespri» che durano fino alle 5.30, e qualche volta fino alle 5.15. Dalla fine dei vespri fino alle 6 lettura privata nel capitolo e nel corso della giornata non è stabilito alcun tempo per la ricreazione, di cui il nome stesso è bandito alla Trappa.
Alle 6 la meditazione ad alta voce per tutta la comunità, in seguito «Compieta». Alle 7 tutti dicono il «miserere» prosternati in terra, in seguito a dormire senza spogliarsi in ogni stagione, perché non si può togliere che le scarpe. Dopo Pasqua fino al 13 settembre si va a dormire alle otto, ma si prende la meridiana, e la sveglia non cambia mai.
I letti, chiamati alla Trappa «cuccie», sono tutti larghi quattro palmi comuni, ma hanno differente lunghezza. Sulle «cuccie» c'è un pezzo di lana o di tela grossolana ben disteso e inchiodato per non stracciare gli abiti sulle panche nude, e per cuscino un po' di paglia in un piccolo sacco di lana. Ciascuno è fornito delle coperte necessarie.
Nei giorni festivi di tutto l'anno c'è qualche differenza negli esercizi divini quanto alle ore, e quelle che si impiegano neri giorni comuni al lavoro, si dedicano al sermone e letture pubbliche e private nei giorni festivi.
Infine nei giorni festivi si hanno circa dodici ore di esercizi divini, e nei giorni comuni circa otto nell'inverno e circa sette in estate perché ci sono meno letture private. Gli offici in estate cambiano in parte d'ora. Dal 13 settembre, vigilia dell'esaltazione della Santa Croce, fino al primo sabato di Quaresima non si fa che un solo pasto, cioè alle due fino alla fine d'ottobre e alle 2.30 fino al 1° sabato di Quaresima, e da allora fino al Sabato Santo si desina alle 4 e un quarto, eccettuate le domeniche nelle quali si fanno sempre due pasti, ma qualsiasi grande festa si celebri il cibo non cambia.
Da Pasqua fino al 13 settembre si fanno due pasti al giorno, ossia a mezzogiorno e alle sei, ma non si possono mai mangiare né carne, né pesce, né uova, né burro, salvo il caso di malattia ben riconosciuta, e tanto meno manicaretti di pesce o di carne.
I malati hanno un pagliericcio, ma non possono mai togliersi gli abiti, per quanto faccia caldo, e non possono medesimamente domandar nulla per loro sollievo.
Quando un individuo si sente indisposto va ad informarne il Rev. Padre Superiore, che l'invia in infermeria. Si domanda in seguito il chirurgo, o il medico della famiglia, che è comunemente un religioso professo. Il malato racconta in presenza di tutti e due le sue sofferenze: non appena egli ne ha fatto l'esposizione, il superiore e il chirurgo si ritirano in disparte, e stabiliscono il rimedio che bisogna apportargli a sua insaputa, e gli si presenta senza dirgli cosa è, e il malato è diffidato dal farne ricerca. Non si richiede del medico o chirurgo secolare che quando quello del convento dichiara di non sapere di che malattia si tratti. Si accorda la colazione ai malati, vecchi od esauriti, allorché il superiore ne riconosce la necessità.
Quando si accorge che un morente s'approssima alla fine si riunisce la comunità in infermeria con un percotimento dato con un martello su un pezzo di tavola situato in un luogo stabilito, alla stessa maniera che si suona a stormo. Si discende il malato dal suo giaciglio a terra su un po' di paglia e cenere in forma di croce: il superiore gli raccomanda l'anima e tutti gli astanti pregano per la sua felice uscita da questo mondo deplorevole sino a quando egli esala l'ultimo respiro.
Si espone nella chiesa per ventiquattro ore, in seguito si sotterra tutto vestito come in vita, dopo un'immensità d'incensamenti, di cerimonie funebri, e il superiore getta per primo della terra sopra, in seguito i fratelli conversi lo coprono.
La comunità tutta prosternata in terra va a dire i sette salmi penitenziali davanti all'altare maggiore.
Per un mese dopo la sua morte si porta al refettorio la sua porzione al medesimo posto ch'egli occupava in vita, e dopo desinare si distribuisce ai poveri.
Allorché qualche secolare si annuncia per postulante, viene avvertito di dire il suo nome, cognome e patria al solo superiore, che ne tiene conto in un registro segreto, e quand'egli è introdotto nella comunità il superiore gli dà in presenza di tutti un nome di battesimo, ma tace il suo cognome di modo che s'egli non era conosciuto prima da qualche membro della famiglia non può più esserlo, ed è ciò che ha dato luogo a questo proverbio:
Vedersi senza conoscersi
Trattarsi senza amarsi
Morire senza dolersi.

(continua)

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