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    Pezzi di storia

La congiura del Conte Gianluigi Fieschi

Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia – 26 maggio 1865 (Appendice)

Memorie storiche del secolo XVI cavate da documenti originali ed inediti per Emanuele Celesia - Genova, tip. del R. Istituto de' Sordo-muti, 1865.

L'autore, in poche parole stringendo ciò che scrisse il Sismondi intorno alla congiura del Fieschi, di cui egli imprese a trattare, espone ad un punto il concetto al quale esso informò il suo lavoro.

Gianluigi Gianluigi Fieschi

«Andrea Doria, così fa egli dire al Sismondi, avea il nome di repubblica a Genova sua ridonato: no la libertà, né l'indipendenza. Una stretta aristocrazia avea chiamato al governo: aristocrazia su cui dominava in una con Gianettino. La sua patria aveva e' vincolata alle sorti dell'Austria con siffatto servaggio, che il fiore de' Genovesi n'era forte umiliato. Per levarsi dal collo il doppio giogo degli Spagnuoli e dei Doria, tramò il Fiesco la sua congiura.»
Sollevare l'immagine del conte di Lavagna dal fango in cui venne gettata da pressoché tutti gli storici suoi contemporanei e delle epoche posteriori, rivendicare a quel nome tanto calpestato l'onorevole posto che gli spetta nelle storie degli italiani rivolgimenti, quale acerrimo nemico d'ogni tirannia nostrale o straniera; quel nome su cui perfino la splendida poesia di Schiller ha lasciato il marchio di una tremenda accusa1; ecco l'assunto propostosi dall'egregio autore. Noi siamo lieti ch'egli siasi risolto a far di pubblica ragione questi suoi studi; spinto a ciò dalla tema che, più oltre indugiando, non gli venisse taccia di voler correr sull'orme di altro storico narratore che, non ha guari, in una sua vita di Andrea Doria, avea mirato da lontano ad uno scopo quasi identico. E diciamo da lontano, perché la penna demolitrice del Guerrazzi, se tentò scalzare la rinomanza del Doria, non ci presentò d'altronde nel Fiesco che un ambizioso, nemico alla sua volta d'ogni libertà.
Con tanto maggior soddisfazione poi abbiamo letta l'opera del Celesia, in quanto che trovammo in essa imparzialità storica sufficiente, e se per purezza di lingua, concisione ed energia di stile sta sotto a quella dello scrittore livornese, non fummo però urtati leggendola dalle irose e violente parole poco degne della storica dignità, non sempre alla verità consentanee, dalle inopportune e partigiane allusioni alle cose presenti, di cui è ripieno il libro di quest'ultimo, e che lo rendono, quanto a intrinseco valore, incontestabilmente da meno del primo.
D'antichissima origine, la famiglia dei conti di Lavagna sembra avesse longobardica derivazione.
Fra le più illustri d'Italia, mercé di maritaggi essa si era imparentata con quasi tutti i principi, e gli illustri personaggi che in allora contava la patria nostra. Gli stessi Reali di Savoia trovaronsi congiunti coi Fieschi, avendo Innocenzo IV (Sinibaldo Fieschi) disposata la nipote sua Beatrice al conte Tommaso, dandogli in dote le castella di Rivoli, di Avigliana, e la Valle di Sesia. (Secolo XIII). Il padre di Gianluigi, morto nel 1632, dominava su trentatre grosse castella murate, oltre innumerevoli terre e ville sugli Appennini: signoreggiava inoltre infiniti altri feudi, dai quali cavava ricchezze tali che gli permettevano di sfoggiare una pompa qual mai prima erasi vista.
Dato uno sguardo alle condizioni della penisola in quell'epoca sgraziata che vide la totale caduta delle libertà nostre, le quali da Carlo V riconoscono la principale causa di loro rovina, il Celesia viene a parlare particolarmente dei casi della genovese repubblica. Il nome dei Doria raccoglie gran parte delle liguri gesta: insigne casato d'eroi, che non ha fra moderni confronto.
L'Andrea, che tanta parte ha in codesta storia, dapprima devoto a Francia, si pose quindi a' cenni di Cesare, servendo poi e sempre di puntello alla potenza spagnuola in Italia. Varie sono le cagioni che secondo gli storici spinsero il Doria a tal mutamento: fatto si è che da quel momento egli fu il più fedele e valido fautore della parte imperiale nella patria nostra.

Doria La morte di Gianettino Doria

Genova frattanto sottratta alla devozione di Francia stavasi prostrata sotto la signoria di Spagna e la prevalenza del Doria. Le leggi dell'unione, fattura di questi, grandi malcontenti avevano suscitati, siccome quelle che segnavano una barriera insuperabile tra il patriziato e la plebe. D'onde continui umori di sedizione pullulavano, la plebe ansiosamente attendendo propizia l'occasione di rivendicare i conculcati suoi diritti.
Qui comincia l'opera del Fieschi. Bello della persona, cortese con tutti, generosissimo coi bisognosi, valente nel cavalcare e nell'armeggiare, come da Montobbio, sua residenza, venne in Genova, si ebbe da tutti, nobili e plebei, le più festose accoglienze. Prima cagione della sua nimicizia coi Doria (circostanza questa dal Celesia primamente notata) fu lo smacco ricevuto in occasione ch'ei trattò d'unirsi in matrimonio con Ginetta figlia del Principe Centurione, il qual maritaggio, quantunque assentito dai genitori della fanciulla, andò a vuoto per l'opera d'Andrea Doria, che quella giovine volle serbata a Gianettino suo figliuolo d'adozione. Questo fatto, e più ancora la baldanza ognor crescente del Gianettino che, per le fortunate imprese marittime salito in fama, apertamente tendeva a subentrare nel posto ed autorità d'Andrea, e forse ottenere più ancora, facendosi esclusivo signore di Genova, fece nascere nel signor di Lavagna il pensiero di torre dal dominio di costoro, ridonandola a piena libertà, la genovese repubblica, ponendo così l'interesse della patria, alla privata vendetta.
L'idea di liberarsi dall'irrompente forestiera signoria informava in quell'epoca il cuore della maggior parte dei patrioti italiani. La tradizione guelfa nazionale non potea ceder il campo al nuovo dritto imperiale; le città della penisola non potevano cadere così di piano, senza protestare col sangue; e Giovanni Squarcialupo e gli Abbattelli a Palermo, e Napoli che insorge, e Perugia che tenta ridarsi a forma repubblicana, e Firenze che combatte, e Siena che rinnova gli esempi di Sagunto, e Lucca che inizia nuovi ed audaci concepimenti religiosi e civili2, e Milano che leva la testa, ed il Morone che invano si sforza ad incitar contro Cesare il marchese di Pescara il quale promette capitanar la riscossa poi la tradisce, ricordano una resistenza che costò la vita a tanti prodi cittadini, testimoniando la vitalità del concetto nazionale, soffocato, non ispento la Dio mercé, mai!
La supremazia imperiale odiata quindi dall'universale: Genova che a questa supremazia per opera del Doria cedeva, da patrioti consigliata a liberarsene, fidando piuttosto a Francia, allora, e sempre larga promettitrice di libertà ai popoli. Il Gianotti, che dopo Macchiavello resse la carica di segretario della fiorentina repubblica, tre cose suggeriva agli Italiani: staccare le nostre provincie e massimamente Genova dalla congiunzione imperiale; ricercar l'amicizia francese; non per commettersi in sua balia, ma per non averla contraria; infine, senza bisogno d'aiuti oltramontani, munirsi d'armi nostrali, e prepararsi alla guerra contro l'impero. Questi e non altri, dice il Celesia, furono i virili concetti pei quali ordì il Fiesco la troppo calunniata sua trama; il Fiesco, la cui famiglia da secoli apparteneva appunto a quella parte guelfa e della libertà dei Comuni, la quale ora veniva dall'avversa imperiale soprafatta.
Noi non seguiremo, per la brevità che ci è imposta, il chiarissimo autore nell'esposizione minuta, coscienziosa e interessantissima ch'egli ci fa dello stato delle varie parti della penisola a quei tempi, delle lunghe pratiche seguite fra il Fieschi, il Sire di Francia, ed alcuni principotti italiani, fra i quali il duca di Piacenza, affine di averne aiuti morali e materiali, solo ne piace notare come l'opera del
Celesia metta in piena luce che i trattati del Fieschi con Francia, nel mentre ammettevano l'azione del Cristianissimo in favore delle liguri libertà, ne escludevano in pari tempo la prevalenza e salvavano l'indipendenza della repubblica.

morte La morte di Gianluigi Fieschi

Venne finalmente l'ora di scendere in campo, ed il Fieschi, comperate galere, raunato nei suoi palazzi la maggior copia che poté d'armati, avuta promessa dagli alleati vicini d'un pronto aiuto, uniti col pretesto d'una cena nella sua casa in Vialata oltre a trenta gentiluomini genovesi, e loro esporta la cosa, e le imminenti lotte, eccezion fatta di due, tutti li ebbe assenzienti e compagni nell'audace impresa. Era la notte del due gennaio quando i rivoltosi divisi in varie schiere impresero a scendere in città onde impadronirsene all'improvviso nella speranza di risparmiare così lo spargimento del sangue. Cornelio, fratello naturale di Gianluigi, era incaricato dell'assalto della porta degli Archi; Gerolamo ed Ottobuono, fratelli del conte nati in giuste nozze, dovevano investire ad un dato segno la porta di S. Tommaso. Il Verrina, popolano o nobile nuovo, del cui consiglio sempre si valse Gianluigi, dovea sopra una galera ormeggiarsi alla bocca dell'arsenale, quasi ad assediarvi le navi dei Doria, nel mentre l'Assereto avrebbe fatto impeto dalla parte di terra contro l'arsenale stesso. Il Fieschi non s'era tenuta parte speciale: si sarebbe mostrato dovunque s'appalesasse il bisogno.
Tutto dapprincipio andò a seconda dei congiurati, i pochi soldati della signoria vinti e messi in fuga: Gianettino stesso morto; Andrea Doria abbandonava la città riparando al castello di Masone a 15 miglia da Genova.
Se non che, volendo il Fieschi da una nave ove trovavasi per sedare un improvviso tumulto sorto fra i galeotti, passare, mercé un asse per ponticello, sopra un'altra, e poi scendere a terra, scostatisi per l'urto d'un flutto i due legni, ei cadde miseramente in mare tutto carico d'armi, ed annegò.
Tanto bastò per rovinare l'impresa: Gerolamo volle ben egli condurre a termina la cosa; ma non avendo né le simpatie, né la fiducia di cui si vantaggiava il fratello, dopo un'eroica difesa nella rocca di Montobbio, tradito dai mercenari che aveva nelle sue truppe, fu costretto ad arrendersi.
Daria fu crudelissimo coi vinti, che tutti fece barbaramente trucidare, non ostante le supplicazioni della signoria, non ostante il solenne perdono dalla signoria medesima accordato; Montobbio fu raso dalle sue fondamenta, ogni avere tolto alla famiglia Fieschi, perseguitata a tutt'oltranza dalla ferità d'Andrea.
Debellati i Fieschi, anche i loro aderenti ebbero a sentirne la conseguenze, e fra gli altri Pier Luigi Farnese, che celatamente aveva favoreggiato il loro tentativo, per istigazione del Doria e di Spagna, vien morto. Anco il Cibo, che seguir voleva l'orme di Gianluigi, scontò colla propria vita l'opposizione fatta alla prevalente signoria spagnuola.
Dopo questi vani ma generosi conati l'influenza cesarea ottenne definitiva vittoria: la nobiltà che la spalleggiava divenne ognor più potente; le popolari sollevazioni, acciò fosse tolta la legge del Garibetto3, che confidava esclusivamente agli ottimati il regime della cosa pubblica, non saggiamente sfruttate, condussero a nessun favorevole risultato, e la libertà della repubblica genovese cadde per l'affatto sotto il dominio degli Spagnuoli, che v'introdussero le loro foggie, l'orgoglio ed i vizi, snaturando persino l'indole della ligure città.
Dal lavoro del Celesia il Doria ci appare valorosissimo ammiraglio, cattivo patriota, ingeneroso coi vinti nemici che tutti condanna ad atroci supplizi e morti infami, proconsole di Carlo V in Italia; il Fieschi amante di novità, non per abbietti fini, ma unicamente per ritornar la patria alle libere istituzioni, alla prisca floridezza: ripugnante dal sommo potere, generoso coi vinti, e collo stesso Andrea, che pur potea toglier di vita: partigiano di Francia, non perché il predominio di questa subentrasse a quello di Spagna, ma perché da essa sperava aiuti, conforti, interessata com'era ad abbattere la crescente potenza imperiale in Italia. Grave compito si assunse il Celesia: né ad esso venne meno nel suo lavoro. Duolci soltanto che non citi più spesso ed anco non riporti alcuni di quei documenti inediti sui quali dichiara fondare principalmente le opinioni sue.
Dovendo lottare con quasi tutti gli storici che il precedettero, con l'opinione, in seguito agli scritti di questi formatasi, non sarebbe mai stato di troppo il recare le fonti autentiche della propria opera: così avrebbe risparmiato i molti appunti che non mancheranno di venirgli mossi intorno a' suoi apprezzamenti. Il cardine della quistione sta nel vedere se veramente la supremazia del Doria fosse dannosa alla genovese repubblica: se il Fieschi non tendesse unicamente ad esercitarvi la propria, spalleggiato, invece che da Spagna, da Francia. Ammessa la questione sotto tal punto di vista, e ritenutane per vera la prima parte, di leggieri si viene alla conclusione del Celesia.
Ad ogni modo l'egregio autore ha fatto opera degna di lode. La storia deve vagliare i fatti avvenuti e cercar più che sia possibile d'appurare quegli episodi che spirito di parte, od altre cause ponno avere a noi tramandati sotto falso aspetto. La storia di tali vicende fu scritta in epoca di servitù e dai vincitori: e l'imparzialità non è sempre sua compagna. Tocca al tempo ed agli studiosi delle storiche discipline il rimediare a cotali ingiustizie: ed il Celesia, acquistata la coscienza della rettitudine dei fini del Fieschi, ben fece ad adoprarsi affine di purgarne la memoria dalle accuse onde va accompagnata. La verità nasce dalla discussione: l'autore nostro discute, e lascia agli altri aperto il campo: chi può e vuole contraddirlo lo faccia: noi intanto andiamo lieti di poter annunziare questo suo nuovo lavoro che merita d'essere attentamente letto ed esaminato da quanti occupansi di siffatti rilevantissimi studi.


1 Schiller nel suo dramma la Congiura di Fieschi suppone che Gian Luigi, coll'aiuto dei repubblicani rappresentati da Verrina vinca i Doria e s'impadronisca del potere, e quindi, invece di restituire a Genova la libertà, voglia far se medesimo tiranno; che perciò Verrina, dopo averlo invano supplicato di rinunciare alla porpora, lo precipiti egli stesso nel mare.
2 Francesco Barlamacchi.
3 [Legge per disciplinare il potere legislativo, emanata a Genova nel 1547 dopo la congiura dei Fieschi: Andrea Doria voleva dare garibo, in genovese "garbo", assetto, al governo.]

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