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    Pezzi di storia

I libri della Cervara (4/5)
di Attilio Regolo Scarsella

Il Mare – 25 giugno 1932

(precedente)

Racconta Niccolò Tommaseo che un uomo di lettere non toscano andsava a visitarne un altro di Firenze, ricco di libri siccome di cortesia nel farne parte agli amici. Ciò forse pensando, il visitatore chiese al portiere se il suo padrone fosse in biblioteca.
- In libreria – rispose il servo – vi è stato stamane, ma ora non c'è.
Il brav'uomo, forse analfabeta, correggeva così, non per boria ma per istinto, come accade sovente ai toscani, il letterato.
Ricordando l'aneddoto, mentre stavo per buttar giù queste quattro chiacchiere, io mi domandai se quella che già fu del Convento di San Girolamo della Cervara, dovessi chiamarla solennemente Biblioteca, o modestamente Libreria.
In dubiis abstine: e io non potendo sciogliere il dubbio, pensai di non adoperare né l'una parola né l'altra.
Certo una pregevole raccolta di libri, alla Cervara, ne' suoi bei tempi, ci fu; e a formarla concorsero acquisti dei monaci, depositi di altri monasteri, come quello di San Fruttuoso di Capodimonte e quello di Pera di Costantinopoli, doni di Papi come Gregorio XI, di Principi come Andrea Doria, di personaggi illustri come l'annalista Giustiniani.
Ma ci furono anche saccheggi come quello dato dalle soldatesche dello stesso Doria nel 1527, rovine come la frana del 1413 che abbatté tutto il fabbricato, furti come quello di un novizio che nel 1715 portò via due breviari, e… sentite questa; poi chiamatela come volete.
S'era nel 1789. Il 29 marzo a tarda ora viene in visita alla Cervara da Portofino, dove la galea che lo trasportava aveva dovuto appoggiare per il maltempo, Sua Eminenza il Cardinale Marchese di Loménie, con la nipote Viscontessa Anna di Loménie de Canevis, con Mons. Tiberio Piccolomini, Legato Pontificio, col Conte Ottolini da Lucca e seguito.
I buoni padri sono tutti in subbuglio per riceverli; ma l'abate fa osservare a Sua Eminenza che la regola vieta l'ingresso alle donne. Allora, senza scomporsi, il Signor Cardinale porge con francese galanteria una mano alla Viscontessa, e levando l'altra con cardinalesca dignità a benedire i poveri padri esterrefatti, entra con tutta la comitiva e fa il giro del monastero.
In fretta: ché si faceva notte: ma non sì che non s'attardasse a sfogliare molti dei volumi che stavano negli scaffali d'una sala, e che con particolare tenerezza non n'adocchiasse alcuni.
Tornò infatti il giorno dopo, e senz'altro se ne prese cinque dei più rari per antichità ed eccellenza di stampa: e all'abate che, commosso per tanto onore, non osava aprir bocca, mise in mano tre luigi d'oro.
Scenette da ancien régime. Ma allora se non altro si pagava. Di lì a qualche anno sarebbero venuti, pur di Francia, quelli del regime nuovo, che pigliavano senza pagare.
Ciò fu nel 1798. In aprile, soppressa con tutte le altre anche questa corporazione, vennero da Genova i Commissari del Governo. Si fece lo spoglio dei beni. Qualche cosa fu ceduto alle Chiese di Nozarego e Portofino: il buono e il bello (e che buono e che bello! Quadri del Procaccini, del Carlone, del Piola, del Dürer; messali alluminati; ostensorii di orafi lombardi; avorii del '400; damaschi a bracciate) fu, in nome della Fraternité, portato a Genova e di là chissà dove: per il resto cominciò, in omaggio alla Liberté, una vera spogliazione da parte dei frati sloggiati; e a questa, per compiere il trinomio con l'Egalité, seguì la devastazione da parte dei contadini d'intorno, che fino i telai delle finestre, fin le tegole dei tetti portarono via.
E i libri? Ohimè! Io sono un bibliofilo, e mi piange il cuore a pensarci: i libri andarono tutti malamente dispersi. Tutti, fuorché uno… che l'ho io.
E' un prezioso incunabulo, con tanto di Ex libris S. Hieronymi Silvariæ, stampato in Venezia nel 1493, e, chi volesse sapere come sia capitato nelle mie mani, eccolo servito.
L'ultimo religioso entrato a far parte della Congregazione fu appunto un Giambattista Scarsella che col nome di Fra Benedetto vestì l'abito nel 1767 e, venuta la soppressione, ebbe dal Governo, come apparisce dai documenti dell'Archivio Municipale di S. Margherita, una pensione annua di Lire 312,10. Per mezzo suo il libro entrò in famiglia.
Oh! io me l'immagino quel sant'uomo, non già nell'atto di arrafar roba insieme con gli altri frati spogliatori detti di sopra, ma al momento di lasciare il monastero dove aveva passato trent'anni di vita tranquilla e pia. Come non portarne seco qualche ricordo? Si guardò attorno nella cella; vide il libro su cui stava meditando; pensò che sarebbe stato bene dare, come il Cardinal Loménie, un luigi d'oro all'abate; ma non trovandosi né il luigi né l'abate, se ne sdebitò con un Pater, Ave e Gloria, e se ne ritornò con l'incunabulo e senza la tonaca al natio Paraggi.
Ho però qualche altra cosa, oltre questo cimelio, che riguarda i libri della Cervara: ed è una carta con data del 1799 e intestata «Il Maire di S. Giacomo di Corte», che contiene l'elenco di una partita di libri provenienti dal monastero; un dugento volumi circa. Si tratta probabilmente di un inventario fatto in quell'anno, per ordine del Direttorio Esecutivo di Genova, dopo che era stato avvertito del saccheggio seguito alla prima confisca. A spulciarlo con un po' d'attenzione ci sarebbe da cavarne un articoletto interessante. Ma poiché l'amico Lux mi avverte ch'io sto per passare i limiti a me concessi, non parlo dei libri di diritto canonico e di teologia coi quali c'è poco da scherzare. E nemmeno delle numerose Grammatiche e Vocabolari italiani, francesi, latini, greci, ebraici che attestano la estesa cultura dei monaci: e lascio da parte tutte le opere di ascetica e di liturgia che ne attestano la pietà; e mi fermo a soli tre che particolarmente mi colpirono.
Il primo è il noto trattato di Celio Apicio, una specie di Re dei Cuochi della Roma imperiale: prova che i reverendi padri coltivavano in gioconda armonia la filologia e la culinaria. L'altro è un Trattato de' giochi, il quale ci mostra che i buoni padri sapevano veramente servire Domino in lætitia. Ma il terzo francamente non me l'aspettavo. E quando, scorrendo la nota, mi trovai davanti nientemeno che il Boccaccio, e non mica il Boccaccio della Genealogia degli Dei o del Commento a Dante, ma proprio il Boccaccio del Decamerone, stetti sospeso, con la matita in aria, e come l'avessi davanti lui in persona sclamai:
-Doh! Messer Giovanni, voi qui?
E mi parve ch'egli con quel suo sorriso tra benevolo e beffardo, a me che lo interrogavo quali cose più gli andassero a genio fra tutte quelle bellezze d'arte e di natura della Cervara, rispondesse con le parole del nostro Doge Lercari il quale, andato alla Corte di Francia per chiedere solennemente scusa in nome della Repubblica a quel prepotentaccio di Luigi XIV che per cinque giorni aveva fatto bombardar Genova innocente ed inerme, e domandato da un cortigiano, quale, fra le tante maraviglie di Versailles più lo maravigliasse, rispose:
-Il trovarmi qua io.

(continua)

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