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La "Cervara" nella storia: La prigionia di Francesco I (5/5)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 1 agosto 1914

(precedente)

Una tradizione non mai interrotta ci racconta che Francesco I [re di Francia dal 1515 al 1547, quando morì] fu prigioniero alla Cervara.
La Cervara!
Strana evoluzione dei tempi e delle cose!
I Certosini che da pochi anni hanno preso possesso della Cervara non hanno fatto che tradurre in atto un antico desiderio.
In fatti una pergamena dell'Archivio di Stato ci dà contezza che il 14 agosto del 1340 Guglielmo e Lanfranco De Amicis, di Portofino, vendono al Priore della Certosa di Rivarolo una terra, posta in territorio Cervarie, confinante colle terre di Pietro Marchese, e che il loro padre aveva acquistato il 3 febbraio 1275 dai coniugi Sibillina ed Enrico de Cervaria.
Nel 1346 venivano collocate nelle Compere del Comune lire 300, coll'obbligo che i frutti fossero percepiti dai Certosini di Rivarolo «ogni volta che ponessero mano alla costruzione d'un monastero di detto ordine nel luogo detto Cervaria de Portuphino».
La pia disposizione del donatore non venne eseguita, giacché ai Certosini di Rivarolo fu impossibile innalzare il nuovo cenobio alla Cervara, onde il 18 marzo del 1360 il Capitolo generale dei Certosini di Firenze concedeva al Priore di Rivarolo di vendere i beni della Cervara, erogamndo l'introito in un acquisto più utile.
I beni furono acquistati il 3 giugno del 1361 dal sacerdote Lanfranco di Ottone, cappellano di S. Stefano e della Cattedrale di Genova. Egli fu il benemerito fondatore, cui il 17 agosto 1361 l'arcivescovo Guido Scetten (che il Petrarca chiamava mio Guido) dal palazzo di San Silvestro dava licenza di edificare un monastero, coll'obbligo di offrire annualmente tre libbre di cera ai Canonici di S. Lorenzo, ed altrettante all'Arcivescovo di Genova pro tempore.
Il 26 agosto dello stesso anno il pavese Lanfranco Sacco, abate di S. Siro, e poi arcivescovo di Genova, poneva la prima pietra del novello monastero, nel quale, il 10 ottobre faceva professione il primo benedettino cassinese, ed il 18 ottobre cantava messa l'arcivescovo Scetten.
Chiesa e monastero ebbero compimento il 12 agosto del 1364, ed il 20 novembre del 1367 veniva in essa sepolto l'arcivescovo Scetten, l'intimo amico del cantore di Laura.
La storia del monastero, tessuta dal P. Spinola, è la più bella che immaginare si possa, e non potrebbe desiderarsi migliore, giacché l'autore settecentesco si addimostra seguace del metodo muratoriano, corroborando ogni cosa con i documenti.
Il detta opera poi sono riferiti i versi, composti nel 1376, allorché il pontefice Gregorio XI, reduce da Avignone e da Genova, avviandosi a Roma, celebrò la festa d'Ognissanti alla Cervara, accompagnato dal cardinale Bartolomeo de Prignano (po papa Urbano VI) e Pietro de Luna (antipapa Benedetto XII).
Hanno pure posto onorevole le lettere, che S. Caterina da Siena indirizzò al Priore ed ai Monaci della Cervara, nonché il cento distici, che nel 1501 l'Anonimo poeta cervariense, compose intorno ai fatti più cospicui del monastero.
Quel rifugio solitario di monaci là dove il silenzio è interrotto dalle salmodie e dall'onde, che s'infrangono nei massi di pudinga terziaria, levò tale grido da oltrepassare non solo la chiostra dei monti, che pare lo minaccino, e l'immensità del mare, che al suo sguardo si stende, ma da pervadere altresì l'uno e l'altro capo d'Italia.

Ha fondamento di verità la leggenda della prigionia di Francesco I alla Cervara.
Una piccola stanza è additata tuttora come il soggiorno del regio prigioniero, e vi si leggono i versi:

Qui posò prigionier Francesco Primo
Quando per sua ventura ei scese all'imo;
Quando vinto da Carlo Imperatore
Tutto perduto avea, fuorché l'onore.

Il nostro istoriografo Molfino in una carta geografica del Golfo, edita nel 1688, scrive «S. Gerolamo della Silvara, Badia di Benedettini, dove nel 1525 alloggiò Francesco I, Re di Francia per passare in Ispagna».
L'annalista genovese Francesco Accinelli, a metà del secolo XVIII, scrive che il Re di Francia fu portato da Portofino alla Cervara probabilmente per aspettare che venissero le sei galee guarnite di milizia e d'uffiziali spagnoli, che il consiglio di Francia aveva accordato per il trasporto del Re di Spagna.
Frate Diego Maria Argiroffo, che scriveva nel 1794, dice che Francesco I «fu condotto a Genova di quivi a Portofino alla Cervara, indi a Madrid».
Il Padre Spinola (intorno al 1796) afferma che Francesco I «condotto alla Cervara è tradizione che fosse posto in una stanza fondata sopra alti scogli quasi perpendicolari col mare situata in un angolo dell'orto del monastero sotto le finestre de' religiosi. Questa stanza che ancora oggidì sussiste si chiama comunemente la prigione di Francesco I. Sopra di essa evvi un terrazzo o loggia scoperta, credono alcuni che da questo luogo si scendesse dal mare al monistero ne' tempi antichi, ma non si vede alcun vestigio che lo comprovi. Avea il Re per suo consigliere ed elemosiniere D. Agostino Grimaldi figlio di Lamberto de' principi di Monaco, abate dell'antico e celebre monastero di S. Onorato di Lerino, dell'ordine di S. Benedetto, vescovo di Grasse in Provenza. Egli forse, se pure si trovò presente a queste sfortune del suo sovrano, esortò il Lanoy1 a portare il re alla Cervara. Il motivo di portare questo monarca più tosto in quella stanza che in quella della foresteria nel monastero, è del tutto verosimile che sia stata la causa della peste che faceva gran danni nel genovesato… Siedé il Re anche in Portofino essendo ivi costante la tradizione che sia stato in casa dei signori Costa».
Lo storico genovese Michele Canale racconta che durante il viaggio poteva Andrea D'Oria assalire il Re, e che una maggiore dimora in Genova poteva eccitare a rivoluzione il popolo inimicissimo degli Spagnoli, di guisa che deliberossi di recare Francesco a Napoli, e, imbarcatolo, il Viceré lo trasse nel luogo di Portofino «dove alcuni giorni si riposò nel monastero di San Gerolamo della Cervara».
E' degno pur di nota che la badia della Cervara era governata da un suddito del Lanoy, dal priore frate Andrea da Napoli.
Il Canale aggiunge che da cronache di detto monastero risulta che un fra Placido della famiglia dei Fregoso, monaco della Cervara, commosso a tanta calamità, lusingò il Re della sua liberazione, appiccando corrispondenza di lettere con Paolo Bulgaro de Franchi in Genova, che prometteva di avvertirne Andrea D'Oria, il quale avrebbe di cheto colle sue galee navigato a Portofino e tentato di levarlo sopra di quelle e salvarlo. Raccomandava soltanto che Francesco, prendendo qualche onesta cagione, si trattenesse alcuni giorni colà, giacché queste cose per essere diligentemente eseguite abbisognavano di un po' di tempo.
Noi non abbiamo difficoltà a credere che durante gli otto giorni di sosta in Portofino (1-8 giugno) re Francesco dalla flottiglia, ove lo vedemmo il giorno 3 ricevere la visita del cardinale Ercole Gonzaga, sia disceso per alcuni giorni alla Cervara, tanto più che le notizie, che correvano circa la venuta dei Mori (l'anello regalato al sultano avea ottenuto buon esito) e lo scorazzare di Andrea D'Oria, i quali tutti volevano togliere il re prigioniero dalle mani degli Spagnuoli, impensierivano talmente che era più consono per ragioni di sicurezza da Portofino allogare il prigioniero in dimora più appartata, mentre all'imboccatura nel seno portofinese stava a scolta la flottiglia agli ordini del Viceré.
Arrogi poi che nel castello di Portofino «le muraglie erano diroccate e il luogo della banda di terra assai aperto» tanto che nel 1526 all'armata dei collegati, allestita per rimettere Genova sotto la clientela del Re di Francia, riuscì facile impadronirsi di Portofino, ove «per l'importanza di quel seno» Andrea D'Ora, ammiraglio della flottiglia, pose di presidio Filippino Fiesco con 900 fanti, ordinando che si fortificasse di trincee e bastioni con terre e fascina.
Andrea D'Oria adunque dovea essere necessariamente il primo spauracchio del Lanoy, durante la sua dimora a Portofino.
Al Lanoy riuscì facile condare il prigioniero da Portofino a Madrid, giacché, per accomodare ogni cosa, gli avea fatto balenare l'idea di sposare Eleonora, sorella di Carlo V, e già promessa al traditore connestabile di Borbone.
L'idea di trasportare il Re da Portofino in Spagna non fu comunicata ufficialmente a nessuno, per i timori sovraccennati. Anche Teseo Alfani nelle sue Memorie Perugine scrive: «si dice certo che il re di Francia quale era stato prigione tre mesi in circa in Pizzichettone, è stato menato prigione per mare a Napoli».
Soltanto l'oratore di Roma scrisse alla veneta Signoria, in data 10 giugno 1525, che il Pontefice gli avea detto che il Re veniva condotto non a Napoli, ma in Spagna, «et questo sia secretissimo», e lo stesso giorno l'oratore di Milano scriveva che l'andata del re Cristianissimo non procede da Carlo V, ma bensì di volere del Viceré.
Il Viceré avea chiesto scusa al Pontefice ed ai Principi per non aver comunicata la notizia, si trovò anche la scusa che a Napoli era mala saxon di aere.
L'idea poi di trasportare il re prigioniero in Spagna, anziché a Napoli, nacque certamente al Lanoy, mentre a Portofino trovavasi.
Avea ragione Margherita di Brabante2, la soave sorella di Francesco I, a scrivere:

Vaincu je fus et rendu prisonnier
Parmi le camp on touts lieux fu mené
Pour me monstres, ca e là promené.3


1 [Carlo di Lannoy, militare e statista dei Paesi Bassi al servizio degli imperatori d’Asburgo Massimiliano I e Carlo V, fu viceré del Regno di Napoli dal 16 luglio 1522 al 20 ottobre 1523.]
2 [In realtà si tratta di Margherita d'Angoulême, chiamata anche Margherita di Valois]
3 [Sconfitto sono stato fatto prigioniero / Condotto in tutti i posti tra i campi / Per essere mostrato, andato qua e là.]

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