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Il Principe Oddone di Savoia

Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia - 25 gennaio 1866 (Appendice)

Un giovinetto non ancora quadrilustre moriva in Genova la notte del 21 al 22 gennaio. Oddone
Il breve corso della sua mortal carriera, e più ancora le condizioni di una inferma e travagliata esistenza non gli consentirono rifulgere nel mondo per quelle doti che maggiormente si cattivano l'ammirazione e il plauso.
Com'è dunque che all'annunzio della morte di S. A. R. il principe Oddone di Savoia, duca di Monferrato, sorgesse universale a sì vivo il compianto in tutto il Regno? e la sventura che colpiva la Casa dell'augusto nostro Sovrano, e il lutto che abbruna la Reggia divenissero lutto e sventura della Nazione?
Certo egli è questo effetto di quella intima, perenne corrispondenza d'affetti che fa alle gioie ed ai dolori del re Vittorio Emanuele, e dell'augusta sua Famiglia, compartecipe la Nazione tutta: ma ha pur causa in quella ricca eredità di memorie che l'augusto Principe ha lasciato; nella ricordanza di una eletta mente e di un nobil cuore che i perduti giorni di una breve vita largamente riempierono beneficando.
Però ci è dolce riprodurre dalla Gazzetta di Genova questa breve commemorazione che dettava del compianto Principe, con parole le quali nella loro semplice schiettezza fanno meglio testimonianza dei sentimenti dai quali sono inspirate.

«Nel rapido giro dei quattro non compiuti lustri che l'augusto e sventurato Principe trascorse tra i vivi, lasci tale ricca eredità di affetti e di memorie che a buon diritto potrebbero invidiare e più lunghe e più brillanti carriere di quello non abbia potuto essere la breve e travagliatissima sua vita.

Il principe Oddone Eugenio Maria di Savoia, duca di Monferrato, nacque a Racconigi l'11 luglio 1846 e morì a Genova il 22 gennaio 1866. Era il quarto figlio di Vittorio Emanuele II (il Padre della Patria), sposato con la cugina Maria Adelaide d'Asburgo Lorena (dopo Maria Clotilde, Umberto, Amedeo e prima di Maria Pia, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele e V. E. Leopoldo).
Malato di rachitismo, nel 1861 si trasferì da Torino a Genova, Palazzo Reale, per l'effetto benefico del clima.
Dopo la morte "S.M. il Re fece dono delle preziose raccolte del Principe Oddone alla Città di Genova, che diede tante dimostrazioni di sincero affetto e in vita e in morte al suo dilettissimo Figlio".

Diseredato dalla natura che dotavalo di una costituzione inferma e predestinata a lunghe tribulazioni, quasi a compenso del martirio cui doveva riuscirgli la vita, la Provvidenza volle arricchirlo di un cuore e di una mente che gli aprissero il campo a fruire delle più soavi gioie dell'esistenza in quegli anni in cui la comune degli uomini riesce appena ad iniziarsi alla vita.
Breve fu il passaggio del compianto Principe sulla terra, ma fu quale di brillante meteora che lascia dietro di sé durevoli raggi di luce.
Condannato dal suo fisico a rinunziare a quegli studi e quelle esercitazioni che formano col precipuo ornamento la principale occupazione dei principi, egli volse l'animo sopratutto ai pacifici studi preparandosi a servire la nazione colle facoltà intellettuali di cui in breve si riconobbe essere fornito in proporzioni di gran lunga superiori all'età.
Per ragioni igieniche venuto ancora in tenera età sulle genovesi spiaggie si innamorò del mare e prescelse Genova a suo soggiorno.
E fu questa grande ventura pel paese nostro che ebbe nell'amato Principe i più nobili esempi di quella carità instancabile e preveggente che non ha bisogno di eccitamenti o di preghiere, ma volonterosa corre all'incontro e va in cerca di chi possa beneficare.
Mirabilmente secondato da quel gentiluomo che Genova conosce essere il marchese Orazio Dinegro, destinatogli a governatore, il Principe non tardò ad essere il raggio di speranza di quanti soffrivano, un oggetto di venerazione per quanti hanno in pregio le nobili e generose idee.
Né questa pregievolissima dote del cuore che fa l'abbiente amico ed amorevole al bisognoso fu nell'augusto Principe scompagnata da quel magnanimo sentimento che della generosità sa fare leva di incoraggiamento e di progresso.
Generoso e benefico coi poveri, segnatamente cogli innocenti diseredati della fortuna, che la prima educazione aspettano dalla carità cittadina, l'augusto Principe fu altrettanto magnanimo e liberale, amante delle arti belle e degli artisti, dei quali di preferenza formava la sua abituale conversazione.
L'amore delle arti egli ebbe grandissimo e con gentile studio gran parte del suo appannaggio egli destinava ad acquisti di preziose antichità, di pregevoli dipinti ed a commissioni di lavori agli artisti che lo circondavano ed a quanti nel perspicace suo ingegno intravedeva destinati a segnare col loro nome i progressi dell'arte.
Nelle varie collezioni, di oggetti antichi pregevoli non tanto per la ricchezza del numero quanto per la fina intelligenza delle scelte, lo studioso Principe seppe trovare, assai meglio che soddisfazione a vanità di collettore, largo campo a profondi studi che gli valsero in breve di potere sedere maestro coi maestri in fatto di giudizii sul bello antico, della pittura principalmente.
Più d'una volta ci venne fatto udire da uno dei professori di cui va gloriosa la lanostra Accademia di belle arti, che nessuno, fosse anche il più scaltro dei commemorazione negozianti di antichità, sarebbe riuscito a sorprendere la buona fede del Principe o trarlo in inganno sul merito intrinseco di qualche lavoro.
Per questi suoi talenti principalmente la Società ligure di storia patria e l'Accademia ligustica di belle arti recaronsi ad onore di averlo a presidente onorario.
Non poche altre Accademie sì nazionali che estere sollecitarono l'onore di avere ascritto nell'albo del loro membri l'illustre Principe che in tanto giovine età rivelava cotanto senno e tanto amore professava agli studi ed alle arti belle.
L'amore dello studio delle cose antiche gli faceva ansiosamente seguire colla mente gli scavi di Pompei e lo indusse ad intraprendere a proprie spese scavi nelle vicinanze di Capua, che, fatti sotto la sua direzione coll'assistenza del commendatore Santo Varni, che si avea chiamato compagno nella scientifica peregrinazione, diedero preziosi risultati e ricche raccolte.
L'amore dell'arte antica non gli fece mai dimenticare l'arte moderna e molti pregiati lavori di viventi furono posti dall'augusto mecenate accanto alle rarità antiche. Difficile sarebbe lo enumerare i vari lavori ed i diversi artisti che volle onorare della sua attenzione. Noteremo semplicemente i più recenti acquisti dei quadri del Bellucci e del Castagnola tacendo dei molti altri che con principesca munificenza soleva acquistare ad ogni esposizione e tra le varie commissioni che lascia in corso accenneremo gli affreschi del Palazzo Reale di cui volle affidata l'esecuzione al chiarissimo professore cav. Giuseppe Isola, una statua rappresentante Pane e Lavoro ordinata al valente scultore Caggiano di Napoli; un'altra rappresentante il Genio del Mare del Lazzarini di Carrara; una copia della Madonna di Michelangiolo; il gruppo della B.V. della Concezione, destinato in dono alla nuova chiesa dell'Immacolata che si sta costruendo in via Assarotti; un gruppo rappresentante l'Amore che doma la forza e altri minori lavori ordinati al Varni, come pure un quadro storico di cui dava commissione all'egregio Frascheri.
L'amore delle arti divise coll'amore delle scienze, la vita dell'augusto e compianto Principe, e se le arti belle perdono in lui un generoso mecenate, la scienza perde uno dei suoi più ardenti cultori.
Dato nei suoi primi anni ai severi studi della nautica riuscì dottissimo delle cose di mare, e se la salute non glielo avesse contrastato, la marina italiana, che lo annoverava tra i suoi capitani di vascello, avrebbe avuto in lui un ardito navigatore di più.
Volto l'animo alle investigazioni dei misteri della natura, coltivò con amore e profitto affatto eccezionali le scienze naturali e delle varie divisioni della Storia Naturale si rese in breve dottissimo.
Ma tutte queste belle doti erano destinate ad avere un fugace splendore.
Le gravi indisposizioni che gli aveano tolta la gioventù, col crescere dell'età di altre infermità aggravandosi, da circa tre mesi lo aveano ridotto ad una disperata prostrazione di forze cui solo l'energica tempera del coraggioso e rassegnato animo suo poteva resistere.
Supremo pensiero della vita che sentiva mancare a misura che in essa inoltravasi furono sempre gl'infelici e le arti belle, e così mentre erogava somme per premio agli studiosi di belle arti voleva che di tema al concorso di quel premio fosse una casa di salute che egli aveva in animo di fondare in riva al mare per raccogliervi i fanciulli scrofolosi e bisognosi della cura dei bagni di mare.
Così, per non dissociare l'amore dei capolavori antichi dal desiderio di incoraggiare ed aiutare lo studio delle arti meditava di radunare in una sola pinacoteca tutti i capolavori di cui le chiese di Genova sono ricche, ed a quelli surrogare altrettante copie da farsi eseguire dagli artisti viventi. Nobile concetto che morte invidiosa troncò nel suo nascere!
I professori Adami, Botto, e Sperino gareggiarono di premure e di studi per trarre dalla scienza il segreto di prolungare una così preziosa esistenza. Il marchese Dente ed il cav. Frigerio incaricati di assisterlo nulla risparmiarono per rendergli meno sentite quelle tribolazioni che con grandezza d'animo unica piuttosto che rara l'augusto infermo seppe sopportare.
Durante i penosi giorni di questa sua ultima malattia l'augusto estinto amava intrattenersi dei suoi studi prediletti e di belle arti cogli artisti, che particolarmente onorava di sua amicizia, e gli ultimi suoi discorsi col suo governatore, che tanto bene sapeva comprenderne le intenzioni, furono di quelle opere di beneficenza che nel generoso animo suo meditava.
Conscio a persuaso del suo inevitabile fine, fino a ieri sera alle 5 pomeridiane l'augusto Principe trovò sempre un'amica parola, un benevolo sguardo per salutare e ringraziare coloro che gli prestavano le loro cure e s'interessavano ai suoi patimenti.
Dopo le cinque la prostrazione andò sempre crescendo e poco dopo la mezzanotte avea cessato di essere quel principe, che Genova avea imparato a benedire e la cui memoria conserverà indelebile tra le più care rimembranze.»

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