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    Pezzi di storia

I merletti di S. Margherita e di Rapallo
di Elena Bianchi

Il Mare – 18 luglio 1914

Fra le industrie femminili liguri la più nota ed apprezzata è certamente quella dei merletti al tombolo, conosciuti sotto il nome di pizzi di Santa Margherita, in Ghiaia perché la graziosa cittadina ligure, sì cara ai forestieri che vanno a cercarvi la pace e la salute, è la culla o meglio, uno dei centri più importanti per la lavorazione di questi merletti, nati da modeste, industre mani.
Santa Margherita! Rapallo! Ricordo la visione di un giorno autunnale, pieno del fascino e della dolce mestizia che, verso il tramonto, sì facilmente assale. La città era invasa da una luce rossastra, iridescente, ché il sole lentamente declinava dietro Portofino sul mare e le ombre invadendo le viuzze ponevano in fuga lo sciame cinguettante delle merlettaie che avevano passato tutto il giorno chine sul tombolo, intente a muovere velocemente i piccoli fusi di legno, che a me sembravano tante snelle ballerine danzanti a suon di nacchere!…
L'arte gentile dei merletti fiorì in Italia al secolo XV, e Venezia fu la città che meglio e con più finezza riuscì a perfezionarvisi, acquistando quella fama che i suoi merletti tuttora godono ovunque.
Bisogna però distinguere fra merletto ad ago e quello a fusetto od a tombolo: il primo è più ricco, più prezioso, l'altro più comune e forte, qualità che favorirono e facilitarono la sua propagazione.
Questo genere è abbastanza antico: infatti il Vecelio1 nel sotto-titolo della sua opera Corona delle nobili e virtuose donne specifica «et molte delle quali mostre (modelli) possono servire ancora per opera di mazzetti» (fusetti).
La Corona del Vecelio è datata dal 20 marzo 1591, e perché un sì celebre disegnatore prendesse cura che i suoi disegni servissero anche per tal genere, bisogna arguire che fin d'allora i merletti a fusetto fossero assai usati e noti. frontespizio
Intorno all'origine di questi pizzi si discusse a lungo per stabilire a chi spettasse, fra l'Italia e la Fiandra2, la gloria d'aver per la prima usato tale procedimento; ma, come spesso accade in simili dibattiti, da ambo le parti si fu poco imparziali. Coloro che ammettono la tesi della proprietà italiana si basano specialmente su di un documento, un contratto divisionario, fatto a Milano il 12 settembre 1493 fra le sorelle Angela ed Ippolita Sforza ove si accenna ad una striscia lavorata a punto de doi fuxi. Citano poi la prefazione d'una raccolta di disegni per merletti, pubblicata in Germania, nella quale s'afferma che i pizzi a fusetti furono introdotti colà per opera di mercanti italiani e, perché nel 1536 emigrassero all'estero, è logico supporre che da lungo tempo già fossero assai comuni, in Italia.
A tutto ciò, gli avversari oppongono una raccolta di disegni ideati da Guglielmo Vosterman3 di Anversa, incisi tra il 1514-1542, ma più che di pizzi qui si tratta di ricami. Inoltre, a favore della loro tesi, citano un documento tendente a provare che l'industria dei merletti a fusetto era, per le donne fiamminghe, un'occupazione assai comune fin dal 1580. Si tratta delle dieci stampe, incise da Martino Davos rappresentanti le occupazioni umane nelle diverse età, in una delle quali, la quarta, si vede una giovane col tombolo sulle ginocchia. Senza entrare in merito se si tratti o no di un tombolo, ché la giovane potrebbe essere intenta ad un qualsiasi lavoro di passamanteria, non bisogna dimenticare che il Davos passò la maggior parte della sua vita in Italia e specialmente a Firenze ed a Venezia.

pizzo Tratto da "Corona delle nobili et virtuose donne"

Infine poi ricordano la tela di Quintino Metasys4 conservata nella Chiesa di San Gomar a Lierre5 dove, come nella stampa del Davos, è rappresentata una giovinetta intenta a lavorare al tombolo. Anche questo documento non può molto influire, sia per mancanza di date certe, sia per essere solamente attribuito a Quintino, mentre potrebbe essere opera di suo figlio.
Questa questione è, dunque, lungi da essere risolta e sebbene per noi tutto ciò non abbia molta importanza, m'è parso utile ed interessante accennarvi, almeno di sfuggita. Devo però far notare che, quand'anche i merletti a fusetto fossero stati noti in Italia nella prima metà del secolo XV, fu solo dopo un secolo che il loro uso s'estese in modo prodigioso ed oltre ai veneziani divennero notissimi quelli di Milano e di Genova.
E' pur vero che prima d'allora i merletti di Genova erano celebri e ricercati: questi però erano d'oro, d'argento filato, industria già coltivata dagli Etruschi e fiorita nella nostra città nel secolo XIV, i cui prodotti servivano quasi esclusivamente per guarnizioni di letti. Nel secolo seguente si cominciò ad usarli anche nelle vesti e dopo poco coi merletti d'oro entrarono in gara quelli di candido refe, l'abuso dei quali diede luogo, intorno al 1705, a leggi repressive proibenti i pizzi troppo ricchi e quelli oltrepassanti date misure.
Col tempo, i centri di produzione si spostarono dalle grandi città ai paesi circonvicini e così da Venezia a Burano e Pallestrina, da Milano a Cantù, da Genova un po' per tutta la Riviera e specialmente a Santa Margherita e Rapallo, conservando però sempre l'antica denominazione.

Sull'antichità dei merletti di Santa Margherita esiste un documento assai importante, scoperto nella parrocchia, ove si legge che nel 1592 Nicolosio Lomellino offriva, in ringraziamento d'una buona pesca di corallo, delle reti ed una larga bracciata di pissetti.
Ciò dimostra come da secoli a Santa Margherita e paesi vicini viva quest'industria, la prosperità della quale è in gran parte dovuta ad una stessa esportazione. Il commercio dei merletti fu specialmente attivo colla Francia; ne son prova le diverse leggi emanate dai governanti per por freno all'eccessivo lusso e nello stesso tempo proteggere l'industria nazionale.
Infatti, nella prima metà del secolo XVIII, ecco la legge Michaud, il di cui articolo 133 proibisce esplicitamente l'uso dei merletti eccetto quelli fabbricati nel regno, non eccedenti il prezzo di L.3 l'auna6. Questa legge precede quella ancor più rigorosa messa in vigore nel 1665 da Colbert, ministro di Luigi XIV.
E tutto ciò perché Venezia e Genova, ogni anno, esportavano colà importanti partite di merletti per somme considerevoli! Anche i merletti di Santa Margherita, stampa come quelli di Venezia, hanno i loro punti speciali, caratterizzati da varie denominazioni: fra i più comuni, il punto intero imitante il tessuto, e il mezzo punto, assai simile al primo, ma più rado. Indi il punto armeletta7, così chiamato per la sua forma ricordante i semi di certi frutti specialmente quelli della pera, della mela e della zucca; il punto a gruppi (guipure8), il punto crespo (chantilly9)… ed infiniti altri che troppo lungo sarebbe citare, tanto più che i punti assumono a seconda delle operaie, i nomi più diversi e strani.
Sui merletti incombe uno strano, curioso destino; non solo ad un periodo di floridezza ne succede uno di decadenza, ma le misere condizioni dell'industria furono quasi sempre rialzate per merito di umili donne. Se Venezia deve ad una vecchierella di Murano, Cencia la Scarparola, se i suoi merletti destano l'ammirazione di tutti, Genova e la Riviera devono l'attuale floridezza ad un'altra donna, Bianca Bafico. La Bafico nacque a Chiavari nella parrocchia di S. Giacomo il 26 febbraio 1838 da Bartolomeo Vignolo e sposò nel 1849 G. B. Bafico recandosi poi col marito ad abitare la vicina ridente cittadina di Santa Margherita. Là ebbe modo d'osservare che l'industria dei merletti attraversava una forte crisi, dovuta in gran parte all'imperfezione e deficienza dei disegni; e pensò di richiamare in vita l'industria, desiderosa anche di portar un qualche sollievo a tutte quelle donne che il ristagno del commercio aveva ridotto in ben tristi condizioni.
Infatti nel 1851 mandò in effetto il nobile pensiero, cominciando a far lavorare per conto proprio, provvedendo i disegni ch'ella stessa aveva corretto e modificato, curando in special modo la perfezione delle cartine dalle quali dipende in gran parte la buona riuscita di un merletto. I risultati ottenuti superarono ogni aspettativa e ben presto la Bafico diventò celebre come negoziante e fu giustamente considerata come la restauratrice dei merletti di Santa Margherita.
Come già dissi, in questi paesi il lavoro del tombolo è comune a tutte le donne di qualsiasi età e condizione. Le ricche lavorano per passatempo, le altre per guadagnarsi la vita; sicché appena le bambine hanno compiuto i sei anni, sono mandate alla scuola del cuscino o tombolo per imparare a far il punto e saper così, in breve, lavorare con meravigliosa sveltezza una puntina.
Non mi consta che qui sia mai esistita una vera fabbrica di merletti, cioè ove si lavori collettivamente sotto date norme amministrative. Generalmente le merlettaie lavorano per conto proprio comperandosi il refe e la seta e rivendendo poi il lavoro ultimato: quelle, alle quali le condizioni finanziarie non permettono tale spesa, ricevono materiale e disegni dai negozianti che sono numerosissimi, tanto che dalla fruttivendola alla cartolaia tutti vendono merletti.
Oggi, più che mai, l'industria dei merletti è florida concorrendovi oltre che l'attiva esportazione nell'America del Sud, il gran commercio locale, aumentato ancor più dopo che Santa Margherita e Rapallo ospitano, anche d'inverno, una vera folla cosmopolita che largamente acquista.
Ormai tutte le donne che indefessamente lavorano al tombolo, rompendo il ritmico tic-tac dei fusi con allegre canzoni o spensierati cicalecci, conferiscono ai nostri paeselli un aspetto originale che fa parte della fisionomia del luogo. Se, per caso strano, le merlettaie liguri dovessero sparire, le graziose piccole città perderebbero un po' della loro caratteristica: per i forestieri sarebbe lo stesso che veder Venezia senza colombi, Napoli senza tarantella.


1 [Cesare Vecellio, nato a Pieve di Cadore nel 1521 e secondo cugino del celebre pittore Tiziano. Fu pittore, disegnatore, incisore, miniaturista, stampatore attento alla ricerca dei costumi]
2 [regione del Belgio]
3 [Willem Vorsterman, stampatore attivo dal 1504 al 1543, anno in cui morì ad Anversa]
4 [Quentin Matsys, pittore belga vissuto dal 1466 al 1530]
5 [la chiesa gotica di Saint Gommaire, nella località belga in provincia di Anversa]
6 [Misura di lunghezza corrispondente a un metro e 18 centimetri]
7 [In dialetto genovese armellette sono i piccoli semi, o anche la pasta per minestra minuta e ovale]
8 [Termine francese per indicare una trina con disegno compatto, inizialmente fatta con un grosso filo ricoperto di un filo pregiato d'oro, argento o seta]
9 [Termine francese per indicare un merletto in seta, tipico dell'omonima località]

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