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    Pezzi di storia

La Via della Seta
di N. F.

Teknos – settembre 1995

La storia dell'arrivo in Occidente del tessuto prodotto in Cina si confonde con quella dei contatti tra popoli lontani.

strada Per raggiungere il mitico Celeste Impero, Marco Polo percorse strade senza fine, attraverso paesi sconosciuti, molti dei quali sono rimasti identici fino a oggi. Tale è, per esempio, Ladakh, "piccolo Tibet" come oggi lo indicano le guide turistiche.

Fu 2698 anni prima dell'era Cristiana che una principessa cinese di nome Silin-chi, moglie dell'imperatore Hoang-ti inventò il primo filo di seta. I Cinesi hanno elevato questa principessa al ristretto rango dei geni dell'umanità: e a buona ragione se si pensa che la seta, la carta e la stampa sono le tre "invenzioni" che hanno reso grande per tanti secoli la Cina.
I più antichi testi sacri e più tardi Confucio (551-479 a.C.) nei suoi annali, menzionano spesso la seta, raccontando con ampi particolari come l'industria sericola si sia conservata, senza discontinuità nel lontano e una volta isolato Paese asiatico. Inizialmente, tuttavia, le seterie erano riservate alla Corte dell'Imperatore, non ancora applicate alla produzione degli abbigliamenti. Si fabbricavano stendardi e parasoli, segni distintivi del rango sociale. Il giallo era riservato alla coppia imperiale, il violetto alle altre donne dell'imperatore e ai suoi familiari, il bleu funzionari superiori, il rosso ai funzionari di secondo rango, il nero agli ufficiali di terzo e quarto rango. Per gli abiti si impiegava il lino, la canapa e le pellicce. popolazione
Nel XII secolo a.C. con l'avvento del regime feudale, la suddivisione dell'Impero Cinese in un gran numero di stati e la sontuosità delle varie corti dei feudatari in competizione tra loro, nasce l'esigenza di ricorrere ai più abili tessitori per la fabbricazione di nuovi costumi e così l'impiego della seta nell'abbigliamento si diffonde a tal punto che l'imperatore, per distinguersi, adotta l'uso del broccato, cioè una stoffa mista d'oro, argento e seta. I principi lo imitano e l'imperatore fa arricchire di pietre preziose i tessuti fabbricati per lui.
Nel 249 a.C. Chi-hoang-ti fonda una dinastia che riunisce sotto il suo potere tutti i reami che com-ponevano allora la Cina. Con essa comincia l'opera di espansione perseguita poi dalla dinastia degli Han. Uno dei suoi imperatori, Wen-ti (188-156 a.C.) dota il suo Paese di una completa organizzazione. Costruisce città, fonda colonie, rette da governi militari. Una alleanza con i capi dell'Oasi di Khotan (Sin-kiang) apre alla Cina la via dell'India e della Battriana (Afghanistan), rimasta greca dopo Alessandro. Si creano nuovi sbocchi all'esportazione e l'industria della seta si espande.

Come lavora il baco da seta
La seta è una sostanza elaborata, non solamente, ma soprattutto dal baco da seta. Fibra tessile naturale finissima, tenace e molto elastica, fornita da un bruco appartenente all'ordine dei Lepidotteri e denominato "Bombyx mori" (bombice del gelso) o più comunemente baco da seta. La formazione e la secrezione della fibra avviene così: dal labbro inferiore del baco partono due esilissimi canali che, separandosi, si diramano lungo i fianchi del bruco descrivendo numerose serpentine, per terminare verso l'estremità posteriore del corpo. Nel tratto ventrale il loro diametro appare notevolmente ingrossato.
Questi canali, detti seritteri, sono serbatoi che il baco riempie a poco a poco di un liquido denso denominato fibroina, trasformando in tale sostanza le foglie di gelso ingerite. Presso l'inizio dei seritteri si trovano le glandole serigene, che contengono un liquido gommoso: la sericina. Il baco, per emettere la bava serica, dondola la testa e tale movimento, comprimendo i seritteri, provoca l'uscita della sericina. Gli esilissimi fili di fibroina, uscendo dai seritteri (il punto di confluenza è in prossimità del labbro inferiore) si affiancano e rimangono avvolti dalla sericina emessa dalle ghiandole serigene, formando con esse un'unica bava. Questa, superando un piccolo orifizio detto filiera, esce all'esterno e appena a contatto con l'aria si solidifica, dando origine al filo di seta, che risulta perciò composto di due sostanze: la fibroina, che rappresenta il 75 per cento della fibra, e la sericina.

La clientela di frontiera si allarga, e aumenta ancora di più con quella di Roma, i cui eserciti si spingono in Asia minore sull'Eufrate sino all'impero dei Parti. Di qui la vera seta viene conosciuta sino a Roma dove, si narra, arrivò con un'ambasceria ai tempi di Augusto. Tra gli altri regali, essa offrì delle stoffe fatte di una materia prima sconosciuta, come il popolo che la produceva. Roma stessa darà lo stesso nome al tessile e a questo popolo con il quale cercherà di allacciare relazioni commerciali dirette, indipendenti dai Parti, che vietarono rigorosamente il loro territorio agli stranieri per riservarsi l'esclusiva delle transazioni commerciali. maschera
Due cause risulta- rono deter- minanti allo svilup- po di un com- mercio regola- re tra la Cina e l'Occidente. Da una parte, l'introduzione del Buddismo in Cina (anno 64 d.C.) crea delle relazioni più strette tra l'India e la Cina. D'altra parte, la necessità di sorvegliare più da vicino le loro colonie dell'Asia centrale, di sottomettere i reami limitrofi rivoltosi, porterà i Cinesi sino alla regione Caspica.

Ladakh Le città del mistero Ladakh, così simili a quelle tibetane (famosa e notissima la foto della sede del Dalai Lama, che ci ricorda l'edificio in alto a sinistra) hanno finestre piccole e muri spessissimi per difendere gli abitanti dal gelido vento che spazza grandi vallate del paese.

Il Buddismo farà nascere l'occasione di numerosi pellegrinaggi ai luoghi santi dell'India, e come avvenne successivamente durante le Crociate, le carovane commerciali profittarono dell'occasione difensiva dei pii viaggiatori unendosi a essi. Così si stabilì un più intenso movimento di scambi. Lungo i tracciati delle carovaniere nacquero e si svilupparono molte città e centri commerciali, come Chan-gHan e Dunhuang con le grotte dei mille Budda, dove la via della seta si biforcava nel percorso settentrionale (oasi di Turfan) e in quello meridionale (Miran e oasi di Khotan). Verso occidente fiorivano Samarcanda, Bukhara, Europos, Antiochia, Damasco, Alessandria, Petra e Bisanzio.
Allorquando i Cinesi furono arrivati al mar Caspio, i Parti raccontarono loro le meraviglie della civilizzazione romana, per i Cinesi ancora più impressionanti perché sulla loro strada non avevano sino ad allora trovato che popoli a quell'epoca barbari. Poco mancò che essi tentarono di penetrare sino a Roma; ma i Parti li avevano convinti che sarebbero occorsi anni per attraversare il Caspio, in caso di venti contrari, così essi ritornarono sui propri passi dopo aver esplorato solo la riva orientale di quel mare.

Sulle orme di Marco Polo
di Claudio Finzi
Quando si parla di Estremo Oriente, di Cina, di via della seta, il nostro pensiero corre subito a Marco Polo e alle sue avventure asiatiche, durate dal 1271 al 1295 e consacrate in uno dei maggiori successi editoriali di tutti i tempi, quel Milione, che ha avuto infinite edizioni e traduzioni. Ma Marco Polo non fu l'unico italiano a raggiungere quelle lontane terre; al contrario, i contatti e le relazioni furono piuttosto frequenti.
Intensa fu l'attività dei francescani, che si recarono in Mongolia e in Cina prima e dopo Marco Polo. Nel 1245 parte per l'Asia Giovanni da Pian del Carpine, che raggiunge la corte mongola a Qaraqorum nella primavera del 1246, raccontando poi le sue vicende nella Historia Mongolorum. Nel 1253 parte Guglielmo di mappa Rubruk, che sarà ricevuto dal Gran Khan sempre a Qaraqorum il 4 gennaio 1254 e scriverà un Itinerarium. Un suo compagno di viaggio, Bartolomeo da Cremona, resterà in Oriente e vi morirà. Nel 1290 parte Giovanni da Montecorvino; la meta questa volta è Pechino, raggiunta quattro anni dopo. Nominato vescovo di Pechino, Giovanni vi muore a 81 anni, lasciandoci preziose informazioni. Odorico da Pordenone parte nel 1314, raggiunge la Cina, ritorna in Europa nel 1330 e scrive una interessante Relatio. Per ultimo nel 1339 parte Giovanni de' Marignolli, che viene accolto ottimamente a corte a Pechino o a Shangdu nel 1342. Intanto si è svolta anche l'avventura di Marco Polo.
Tranne quello di Odorico, gli altri viaggi, che abbiamo ricordato, sono tutti viaggi ufficiali: i francescani portano ambascerie dei pontefici o di Luigi IX di Francia, il re santo; e allo stesso tempo ambascerie mongole raggiungono l'Europa.
Oltre le relazioni degli europei ci sono restate alcune lettere dei Khan mongoli indirizzate al papa o al re, di eccezionale significato politico, a suo tempo acutamente studiate da Eric Voegelin, uno dei più grandi storici e filosofi della politica del nostro tempo.
Poco dopo però tutto finisce. La peste del 1348 provoca una crisi generale; cambia la situazione politica in Persia, terra da attraversare per raggiungere l'Oriente lontano; la Cina si libera dal dominio mongolo e si chiude in se stessa, sbarrando l'accesso agli stranieri. Due secoli dopo, quando il gesuita Matteo Ricci raggiunge nuovamente la Cina, delle vecchie comunità cristiane non c'è più traccia.
Intanto però fra Duecento e Trecento molti altri italiani si erano recati in Estremo Oriente, vivi e reali, benché non ci abbiano lasciato relazioni di viaggio. Mercanti soprattutto, che cercavano di arricchire su quelle vie lunghe e spesso pericolose, sempre faticose. Anche donne, di una delle quali conosciamo il nome: Caterina Vilioni, morta nel 1342, come narra l'iscrizione della sua tomba in Cina.
Questi italiani non riportavano soltanto merci preziose, ma anche idee e suggestioni artistiche e persino opere d'arte, posto che in un registro di Marco Soranzo troviamo annotata la vendita di due "tabulae laboratae ad opera de Chataio" (e Cha-taio, ricordiamolo, è la Cina). Ben noto è il celebre libro di Jurgis Baltrusaitis, Il Medioevo fantastico, la cui seconda parte è tutta dedicata agli imprestiti orientali nell'arte gotica; ma ancor più affascinanti per noi italiani sono le considerazioni di Mario Bussagli, eccellente conoscitore dell'arte asiatica, in merito alle suggestioni orientali nell'arte della sua Siena, città che partecipava attivamente al commercio delle sete cinesi. E basti ricordare due celebri nomi di pittori: Simone Martini e Ambrogio Lorenzetti, che dimostrano conoscenza e delle tecniche pittoriche e delle stesse immagini mongole e cinesi.
I contatti fra Asia, anche lontanissima, e Italia nel tardo medioevo furono pertanto molto più intensi di quanto non si creda solitamente. Perché dunque l'impresa di Marco Polo risalta tanto nei secoli così da far quasi dimenticare i contatti commerciali e le missioni diplomatico-religiose, che pure ci hanno lasciato relazioni importanti e dense di notizie?
La risposta è complessa e molteplice. Prima di tutto l'attività esplorativa di Marco Polo, condotta dapprima insieme al padre Niccolò e allo zio Maffio, quindi da solo, ebbe una vastità nello spazio e una durata nel tempo di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri. Per 24 anni Marco Polo percorse gran parte dell'Asia orientale, spesso in posizione di osservatore privilegiato, perché incaricato di missioni ufficiali da parte dei khan, e comunque sotto l'ombrello protettivo del sovrano. A favore di Marco Polo giocano inoltre la sua fortissima capacità di osservazione e la sua eccezionale curiosità, che gli fanno rilevare e segnalare tutta una serie di fatti, di notizie, di avvenimenti, che gli altri trascurano.
Diverso e più affascinante è anche il suo modo di raccontare. Marco Polo scrive un libro di viaggio; gli altri, da Giovanni di Pian di Carpine in poi, stendono relazioni per l'autorità, che li ha invitati in Oriente. Il suo testo è destinato per natura a un pubblico vasto, mentre le relazioni degli altri sono scritte per pochi, una persona o un ufficio, nei cui archivi possono ben restare sepolte, dopo che hanno assolto pienamente la loro funzione. Questo intreccio fra personalità, avventura, racconto fonda la fama di Marco Polo e fa di lui "il più grande esploratore terrestre di tutti i tempi e di tutti i paesi", come lo ha definito Alexander von Humboldt.

Gli storici cinesi della fine del primo secolo d.C. menzionano sovente l'impero Romano. I Parti, che bloccavano così gelosamente la strada terrestre, non potevano però interdire ai Romani la via del mare. E attraversando i mari arrivò nel 165 d.C. una ambasceria di Marco Aurelio alla corte di Houanti. Passando per il Golfo Persico, essa poté raggiungere attraverso l'Oceano Indiano un porto cinese, poco lontano dall'attuale Canton.
Si crearono col tempo vere e proprie compagnie di trasporto. Si cominciò a sfruttare l'impulso dei venti monsoni, che soffiano da ovest a partire dal solstizio d'estate, per tornare a est, a partire da gennaio. La rotta si trovava così abbreviata di molto. Secondo lo storico romano Plinio erano sufficienti quaranta giorni per effettuare il viaggio dall'Indo al Mar Rosso.
Per raggiungere il Mediterraneo, di cui Alessandria era il porto Africano, dove si svolgeva il più grande traffico commerciale del mondo, secondo lo storico Strabone, le seterie seguivano parecchie strade. Partendo dalla Cina, esse andavano sia al Mar Rosso, sia al Golfo Persico. Nel Mar Rosso le navi si arrestavano a Berenice, a due terzi circa dal Golfo Arabico, sulla costa occidentale. Delle carovane trasportavano allora le mercanzie al Nilo, che discendevano poi sino ad Alessandria. Nel Golfo Persico invece esse prendevano l'Eufrate per rimontarlo sino a Palmira. Da lì le carovane traversavano il deserto Arabico per incamminarsi infine sino ad Alessandria.
Quando le carovane con le sete passavano per l'interno, discendendo l'Indo e il Gange, i commercianti profittavano dei pellegrinaggi buddisti per mettersi in cammino. Una volta nell'Oceano Indiano, le merci prendevano la strada di Alessandria attraverso il Mar Rosso e il Golfo Persico.
Il Giappone fu invece iniziato ai segreti della sericoltura da alcuni emigranti cinesi e coreani. Si tramanda che nell'anno 289, due capi di famiglie, O-tchi e Tou-kia arrivarono dalla Cina con diciassette persone. Esse dovevano formare in Giappone una tribù cino-giapponese, chiamata Ayando. L'ultimo mese dell'anno 306, furono inviati due "dirigenti" in Cina, con l'incarico di cercare delle operaie. Il re della Corea ne offri quattro: una di esse sapeva fabbricare le stoffe in tessuto unito, un'altra le stoffe broccate. Le loro compagne erano in grado di insegnare l'allevamento domestico del baco da seta e come purificare i bozzoli. Così il Giappone si impadronì della nuova industria.

ruote Le "ruote della preghiera" accolgono le suppliche
dei fedeli, scritte su striscioline di carta. I monaci
le inseriscono nelle loro litanie, incaricandosi di farle pervenire alla divinità.

Lo storico francese de Rémusat racconta che verso la fine del IV secolo, una principessa cinese, fidanzata a un re del Khotan, poté rivelare alla sua nuova patria i segreti della sericoltura. Lei introdusse alcuni semi che aveva nascosto nella sua capigliatura. Leggenda o storia che sia, resta il fatto che il Khotan conobbe la seta dal IV secolo, e dal Khotan appresero l'arte della seta i Persi Sassanidi.
Quello che è certo, come riportava nel 1914 Raymond Cox, direttore del Museo storico dei tessuti della Camera di Commercio di Lione, è che sotto Giustiniano, due monaci portarono alla corte di Costantinopoli due uova di bachi da seta, dissimulati in canne di bambù. I monaci avevano appreso nel loro lungo viaggio come allevarli e sapevano ugualmente come si dipanavano i bozzoli.
Grazie a essi, l'Occidente fu in grado a sua volta di fabbricare meravigliosi tessuti, senza più bisogno di ricorrere alla Cina per procurarsi una straordinaria materia prima: la seta. suonatori

La tessitura
I filati vengono trasformati in tessuti attraverso un complesso di operazioni. I tessuti sono formati da numerosi fili allineati parallelamente in senso longitudinale, intersecati trasversalmente da altri fili, pure paralleli. I fili che seguono la direzione longitudinale del tessuto sono detti catena od ordito, mentre quelli trasversali costituiscono la trama o tessimento. I filati di trama, essendo molto più lunghi dell'altezza della stoffa, la percorrono alternativamente da un lato all'altro, formando ai bordi laterali due resistenti legature dette cimose, vivagnoli o lisiere.
I primi rudimentali tessuti comparvero sul finire dell'epoca lacustre e furono ottenuti presumibilmente partendo dal principio di infittire le maglie delle reti da pesca. I più antichi telai furono di tipo verticale; quelli orizzontali comparvero molto più tardi.
Il primo telaio a mano fu costruito nel 1470 da Giovanni il Calabrese. In Calabria, infatti, a Catanzaro si impiantarono numerose filande seguite all'introduzione della seta in Sicilia da re Ruggero il Normanno nel 1146. La grande arte dell'industria serica italiana tenne il primato europeo dal 1200 al 1600. L'industria della seta in Francia prese infatti l'avvio da Catanzaro e da Genova da dove partirono i tessitori italiani che si stabilirono in Francia. Nel 1620 il francese Dragon realizzò un telaio a mano detto "à la grande tirée", mediante il quale si potevano ottenere tessuti con disegni a colori.
La trasformazione del telaio a mano in telaio meccanico fu iniziata dall'inventore inglese Edmund Cartwright, nel 1785; ulteriori decisive innovazioni furono apportate da Wilke e Lacserson. Nel 1801 il francese Joseph Marie Jacquard mostrò a Parigi una macchina applicabile sia al telaio a mano sia a quello meccanico, allo scopo di potenziarne le prestazioni. Si tratta di una ingegnosa combinazione di dispositivi che permettono di ottenere, senza limitazione, i più svariati disegni. L'introduzione delle nuove macchine, benché inizialmente ostacolata per timore della perdita dei posti di lavoro, si diffuse rapidamente. Nel 1812 ben 11.000 telai Jacquard erano in funzione in Francia e producevano, con l'espansione dell'industria, nuova occupazione in Europa. Nei pressi di Napoli, industriali francesi (i fratelli Fevrié) adottavano i telai Jacquard nella seconda metà dell'800 introducendo innovazioni nell'industria tessile meridionale che produceva sete e tessuti pregiati.

Ladakh, l'ultimo Tibet
di Michelangelo De Lauretis
Il Ladakh, la "terra dei passi", la piccola regione himalayana, incastonata tra le altissime vette del Karakorum, è una delle tante terre "impossibili" del pianeta.
Uno straordinario paesaggio di deserto e ghiacciai, valli e montagne imponenti, una terra aspra, polverosa, arsa dal sole durante la breve estate che l'altitudine concede, altrimenti stretta nella morsa di un gelo polare nei lunghi mesi invernali, quando tutte le vie di accesso al Paese vengono chiuse e il Ladakh è completamente isolato.
Il Paese è costantemente spazzato da un vento che con la rigidità delle temperature invernali impedisce a ogni forma di vegetazione di vivere e sopravvivere, creando un insolito e incredibile deserto di rocce e sabbia a oltre 3.500 metri.
Solo i fiumi portano una nota di vita e di speranza: chiazze di vegetazione che esplodono qua e là all'improvviso, come vere e proprie oasi annegate nell'immenso mare di pietre e di sabbia. Accanto a questi corsi d'acqua si concentra tutta la difficile vita e il lavoro dell'uomo. Fioriscono i campi di miglio e di riso, pascolano le capre, le pecore e i cavalli, sorgono imponenti e magnifici i Gompa, i monasteri buddisti.
Anche in questo universo ocra, inerte, silenzioso, anche in queste lande remote attanagliate dal gelo e dalla penuria d'acqua, anche in un paesaggio dalla Ladakh 1 natura tanto impervia e inospitale domina l'uomo. Domina un uomo "piccolo", minuto, apparentemente impotente. Qui come altrove viaggiare vuol dire incontrare e conoscere l'incredibile capacità dell'uomo di adattarsi, di vivere nei più difficili e ostili paesaggi, nelle più drammatiche e impervie regioni.
Un tempo il Ladakh era terra di transito, terra di passaggio per la epica e leggendaria "via della seta", la lunga strada che le carovane percorrevano per portare le merci dell'Oriente, del Cathay dalla Cina imperiale all'India dei regni e dei rajà; e viceversa. Lo stesso Marco Polo attraversò queste terre, annotando ed elogiandone sorprendentemente i costumi sessuali.
Ancora oggi l'unica via del Paese è la mitica "via della seta": strada che oggi serve per approvvigionare e trasportare oltre i locali e i turisti anche gli oltre 300.000 militari indiani che vivono nelle più alte caserme del mondo.
Il Ladakh è infatti terra contesa e di straordinaria importanza strategica, incastonata com'è tra l'India e la Cina.
Il Ladakh era comunemente chiamato "little Tibet", piccolo Tibet.
Infatti le affinità sono straordinarie: la vicinanza geografica tra i due Paesi così simili in quanto a paesaggio e natura, ha contribuito al consolidarsi di Ladakh 2 affinità anche culturali e religiose. Per secoli il Ladakh è stato un regno tibetano, e la capitale Leh, piccola città a 3.600 metri sopra il livello del mare, è dominata da un imponente palazzo reale che solo per magnificenza e splendore non è la copia del fantastico Potala di Lhasa, benché lo ricordi da vicino.
La popolazione, come in Tibet, parla il tibetano, mangia cibi tibetani, come il tradizionale tè al burro di latte di yak, ma soprattutto è pressoché uniformemente di fede buddista lamaista: quella forma tibetana del buddismo tantrico che oltre ad adorare l'Illuminato, ne adora anche le presunte reincarnazioni, morte ma anche viventi, quella religione che prega e teme centinaia di spiriti, retaggio delle tradizionali religioni induista e animista che precedettero l'avvento del buddismo.
Capo spirituale dei lamaisti è il Dalai Lama, incarnazione del Buddha e capo politico in esilio dello Stato del Tibet, oggi ospitato dal governo indiano, a Dharamshala, nell'Himachal Pradesh, alle prime valli dell'Himalaya.
Purtroppo oggi, con la sanguinosa occupazione cinese del Tibet, con il continuo tentativo di estirpare da quelle terre la religione e la cultura dei padri, con la persecuzione verso i lama nazionalisti e la chiusura o la distruzione dei monasteri il Ladakh non è più considerato il "piccolo Tibet", ma l'unico Tibet: la sola terra dove grazie alla rinomata tolleranza del governo dell'India, cultura, lingua e religione tibetana si possono liberamente esprimere; l'unica terra dove è facile osservare le antiche tradizioni e il semifeudale sistema sociale che vige nelle valli, nelle quali padroni assoluti delle terre e dei villaggi sono i Gompa; l'unica terra rimasta per rincorrere quell'autenticità (già perduta nel Tibet, e che va perdendosi velocemente anche in Ladakh sotto i colpi del nascente turismo di massa) che è poi l'agognato oggetto del desiderio per viaggiatori e turisti occidentali di ogni epoca e origine.
La vita e la religione tradizionale nel Ladakh si manifestano ovunque: tutto ha un significato rituale e religioso, dai colori dei vestiti quotidiani agli oggetti del lavoro artigianale o dei campi, dagli straordinari monasteri sparsi per le valli ai lunghissimi "muri mani" che affiancano ogni villaggio (interi muri costituiti da migliaia e migliaia di pietre scolpite con la rituale formula "Om…"), dalla concezione del tempo scandita al ritmo delle feste tradizionali di Ladakh 3 ogni singolo Gompa, alla vita sociale ed economica stessa ancora incentrata su un medievale strapotere dei religiosi su raccolti, terre e abitazioni.
Viaggiare in Ladakh è il fascino dei monasteri secolari, aggrappati lungo i fianchi secchi e ripidi delle montagne, ornati dalle svolazzanti e colorate bandiere-mantra (preghiere dipinte su pezzi di stoffa i quali mossi dal vento "diffondono" per le valli l'invocazione agli dei). I Gompa sono esplosioni improvvise di colori e di vita, inaspettati rifugi per turisti e viaggiatori dagli stupendi patrimoni artistici, dalla favolosa atmosfera immersa nella spiritualità, dall'aria pregna dei fumi e degli incensi devozionali.
I monaci sono tantissimi, ogni famiglia ha almeno uno dei suoi membri "consacrato" al monachesimo. Girano imperiosi per le vie delle cittadine apparentemente tutti vestiti allo stesso modo, in realtà divisi in mille ordini e gerarchie diverse indicati proprio dai colori della tunica, e dalla forma dei cappelli durante le feste dei Gompa.
Tutti i bambini vanno a scuola nei monasteri dove imparano oltre al tibetano e alla religione tradizionale anche la matematica, l'hindi e l'inglese.
E' monaco inoltre il rappresentante ufficiale del Ladakh al parlamento di Nuova Delhi, si tratta della guida spirituale dei buddisti ladakhi, il Lama a capo del Gompa di Hemis: stupendo ed enorme monastero a qualche ora di viaggio a Est di Leh, centro di pellegrinaggio da tutta la regione e sede del più importante avvenimento religioso dell'anno.
Nella festa che vi si tiene a cavallo fra giugno e luglio, i monaci danzano ritualmente nel cortile del monastero, mascherati e rappresentanti gli spiriti maligni e benigni che popolano questa versione del buddismo. La rappresentazione apotropaica del male che vi si compie avviene sotto gli occhi attoniti e impauriti di migliaia di fedeli e sotto gli auspici di un enorme e bellissimo Tanka che rappresenta Padma-Sambawa, il leggendario fondatore del buddismo lamaista e tantrico, reincarnazione del Buddha, Tanka tanto enorme da ricoprire una intera parte della facciata del monastero.

umanità Un'umanità antica, silenziosa, religiosissima abita questi remoti paesi sulla via della seta. Monasteri e burroni, deserti e climi durissimi, molta pastorizia e poca agricoltura. E il vento, perenne, che soffia gelido e violento per buona parte dei mesi dell'anno.

Una volta ogni dodici anni viene esposto il più straordinario e prezioso Tanka di Padma-Sambawa, interamente in seta e decorato con altri materiali pregiati. La vista di questo è particolarmente beneaugurante. La prossima volta sarà esposto nel 2004, probabilmente a godimento esclusivo dei turisti occidentali.
Il Ladakh infatti sta velocemente diventando una punta di diamante per il turismo indiano: cultura e paesaggi, religione e avventura, storia e trekking vi sono coniugati in modo sublime.
Ma viaggiare nel Ladakh è ancora oggi un viaggio nel passato, un viaggio che si sviluppa sulla antica "via della seta", attraverso un paesaggio lunare, arido e fantastico; un viaggio in visita ai monasteri, ai Gompa pieni di arte, di mistero e di misticismo. Un viaggio attraverso valli e passi altissimi, isolati la gran parte dell'anno, un viaggio per strade vertiginose e spaventose, un viaggio nelle tradizioni e nei rituali onnipresenti di una religione affascinante e misteriosa, di una società strutturata come ormai solo sui libri medievalisti si legge e si studia. Un viaggio che immerge l'occidentale in un mondo diverso e in qualche modo inaspettato, che gli sbatte in faccia un paesaggio e una natura straordinariamente e spaventosamente potenti, e tanti "piccoli" uomini e vivono, lavorano, pregano, che la dominano. Un viaggio nel "piccolo Tibet" che gli eserciti della Politica e della Storia hanno reso l'"ultimo Tibet".

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