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    Pezzi di storia

Genova - San Giovanni di Prè
di Giuseppe Portigliotti

Bollettino Municipale del Comune di Genova – 30 giugno 1925

foto oggi Non più a specchio del mare è l'antica chiesa dei Cavalieri di Gerusalemme, e dal loggiato cinquecentesco dell'ex Commenda il nostro occhio scruta invano l'arrivo, come un tempo, di navi. Vi giungevano talvolta gruppi di galee sontuose, con bei fanali dorati a prua, grandi vessilli crociati sugli alberi, e a bordo gentiluomini in abiti di seta o in armature d'argento: ne scendevano a terra Vicari di Cristo e Principi della Chiesa, fra inchini di Dogi e genuflessioni di popolo, mentre vergini biancovestite gettavan fiori lungo il loro passaggio.
In una sera remota del 1098 Oberto da Passano, di ritorno dalla Siria all'epoca della prima Crociata, qui aveva deposte religiosamente le sacre ceneri del Precursore, ch'egli recava in dono alla patria.

ricostruzione Chiesa e commenda di S. Giovanni di Prè (ricostruzione di Alberto Terenzio)

Ma anche così ingombro e malconcio, com'è pur sempre suggestivo quest'insieme di edifici! E degno coronamento del quadro è la poderosa torre campanaria sormontata da cinque piramidi in pietra, la maggiore delle quali, al centro, leva ancora in alto l'emblema dei Cavalieri: di mezzo alle colonnine marmoree, che quasi ne attingono la vetta, saettarono con furia i balestreri nelle lotte tra le fazioni cittadine del Duecento e del Trecento, e tirò qualche colpo un cannoncino trascinatovi su faticosamente dagli Austriaci quando Genova insorse dopo il che l'inse?1 di Balilla.
Entro alla piccola nicchia ove posa la sua testa di nazzareno, chi sa come dovrà essersi rammaricato di tale uso il pio Willelmo Actone2 che nel 1180 l'aveva innalzata a gloria di Dio ed a lustro del proprio Ordine!
Di solito, però, non urla feroci di combattenti, bensì un tacito fervore di carità fraterna. Di là della Commenda si apriva un ospedale a ricovero di infermi e ad asilo di pellegrini. Vi approdavano dalla Terrasanta uomini d'ogni condizione e di ogni lingua, esausti, macilenti, decimati dalla fame e dalle malattie, portando con sé rami d'olivo di Betlemme, rose di Gerico, spine di Getsemani o del Golgota, acqua del Giordano o del lago di Tiberiade, che le loro mani avevan raccolto devotamente laggiù.
Ne partivano altri con bordone3 e sarrocchino4 azzurro, dopo una sosta più o meno lunga in attesa di navi che veleggiassero pel Levante.
Vi passò nell'agosto del 1212 una strana moltitudine, che si disperse anche in altri hospitalia della città: la maggior parte, però, non trovando alloggio, si distese la notte nelle piazze, dormendo al lume delle stelle. Al comando di un gracile e biondo fanciullo tedesco, di nome Nicolao, quella folla inerme andava a liberare il santo Sepolcro.

da Passano Oberto da Passano reca a Genova le ceneri
di S. Giovanni Battista – Affresco del Tavarone
(Genova – Palazzo Adorno)

Pochi toccavano i quattordici o i quindici anni: pallidi, coi piedi sanguinanti, ma cogli occhi ardenti e febbrili, riempirono le vie di inni sacri, di lamenti, di cenci. [sic&93;Come il mare non si separò miracolosamente a Genova pel loro passaggio secondo la visione avuta da Nicolao, essi presero il cammino di terra, e giunsero finalmente a Brindisi5, seminando gli Appennini di cadaveri. Né là trovarono il naviglio che Dio aveva promesso a Nicolao; e quando il vescovo della città strappò a loro bruscamente ogni velo dagli occhi, essi rifecero, sfiniti, il viaggio compiuto con tanti stenti: ma pochi poterono riattraversare le gelide gole delle Alpi e rivedere le case paterne.

All'assistenza dei pellegrini e alla cura degli infermi attendevano nell'hospitale di S. Giovanni, come negli altri dello stesso Ordine ospedaliero e cavalleresco, i milites o fratres, coadiuvati da un certo numero di sorores. Tutti erano legati da voti quasi monastici, pur appartenendo ad una compagnia laicale: voti non perpetui, però.
Nell'aprile del 1222 una giovine donna genovese si presentava in gramaglie e in lacrime al priore dei Cavalieri: le era stato ucciso il marito che tanto amava, e chiedeva di entrare nella religio. Ma nell'autunno, non ostante che i cieli si facessero tristi e tutto invitasse al raccoglimento e alla mestizia, la vedova già sconsolata deve aver avuto un improvviso tuffo al cuore, se, fatta richiesta d'un notaio, volle dichiarare per iscritto che, al momento della sua decisione, si trovava extra mentem. Ne uscì, dunque, per annodare forse le fila di un vincolo promettitore di sollievi più sicuri e di più rapidi oblii.

lastra tombale Lastra tombale di Simonetta e di Percivalle Lercari (Genova – Palazzo Bianco)

Di meno labili proponimenti che Giovanna Pevere, Simonetta Lercari, anch'essa domina, finì invece nella religio e nell'hospitium la propria esistenza nell'estate del 1259 col dilettissimo suo fratello Percivalle, probabilmente per una malattia contratta insieme. Sulla tomba comune venne messa una lastra marmorea, che poi gli anni coprirono di rottami e di terra. Nel luglio del 1873 la pala di uno scavatore, che lavorava quasi rasente all'antica abside, oggi entrata, della chiesa, proprio dove si stendeva il piccolo cimitero dei Cavalieri, urtò contro la lastra sepolta. Fu, al ritorno dal buio di tanti secoli, un dolcissimo sorriso di bellezza.
Questo stupendo gioiello d'arte ha una leggiadria così delicata di toni e di rilievi, che si è portati a pensare ad un'età assai migliore. Nell'incavo dell'iscrizione le tinte rosse e azzurre danno all'insieme, un po' da lontano, la morbidezza di un intarsio. Quasi nel mezzo, genuflessi e oranti, Simonetta e Percivalle, ai quali la Madonna e il divin Pargolo volgono i loro occhi, compongono un gruppo di squisita soavità.
L'ala della morte dev'esser scesa lieve e carezzevole su quella duplice agonia, se l'ignoto artista è riuscito a far balzare – dal suo cuore, più che dal suo piccolo scalpello – un capolavoro di tanta finezza, proprio in un tempo che vedeva ancora stendersi sull'arte le nebbie dell'imbarbarimento. Spira, su tutto, il soffio annunziatore di una grazia, che il Trecento sentirà presto palpitare nei suoi mattini chiari di luce.

doge 1 Il doge Antoniotto Adorno ordina una spedizione navale per liberare il pontefice Urbano VI – Affresco del Tavarone (Genova – Palazzo Adorno)

Anche la dicitura sembra partecipare di questo prossimo zeffiro primaverile. Essa suona così:
MCCLVIIII ad dies XVI augusti ante terciam [terza ora, le 9 del mattino] transierunt de hoc seculo domina Simoneta et Percivaris Lercarius eius frater que anime in pace requiescant ante Deum. Amen - Tu qi qi ne trovi per Deno ne movi.
Le quali ultime parole esprimevano la preghiera che i resti dei due fratelli non venissero mai più rimossi, in nome di Dio, dal sepolcro che insieme li aveva accolti nella pace eterna. Ma com'era possibile lasciar là, in una via aperta sull'antico cimitero dei Cavalieri e poi percorsa da tanta gente, una lastra marmorea così preziosa e gentile? Anche murata nella chiesa, non sarebbe forse sfuggita, in quella penombra, all'occhio del ricercatore più attento? Simonetta e Percivalle – che nomi per canzoni di trovieri! – non si dorranno forse che i loro tardi concittadini l'abbiano esposta in un luogo più luminoso all'ammirazione di tutti.

doge 2 Il doge Antoniotto Adorno riceve solennemente il papa Urbano VI – Affresco del Tavarone (Genova – Palazzo Adorno)


Alle tenerezze più idilliache s'intrecciano nel Medioevo le più cupe ferocie. Poco più di un secolo dalle pie esequie dei due fratelli, la Commenda è teatro di una lugubre ecatombe; cinque Principi della Chiesa vi chiudono la vita in modo violento, per ordine di un Papa.
La nave di S. Pietro solcava allora un mare in gran tempesta. Appena da quindici mesi le fervide implorazioni di S. Caterina da Siena erano riuscite a piegare in Avignone l'animo dubbioso di Gregorio XI perché restituisse il papato alla sua sede naturale; e a Genova, quasi al termine dell'antica e angusta via di Canneto il Lungo, una lapide ricorda la breve dimora che vi fece la giovine e ardente mantellata toscana nella casa di Orietta Scotto durante il viaggio da Avignone a Roma: modesta e buia casa, dove una notte, titubante ancora se proseguire verso la metropoli cristiana o invece far ritorno in Francia, papa Gregorio si recò a chieder consiglio alla sua santa ispiratrice, impaurito com'era per le notizie che gli giungevano di aspre lotte tra le fazioni del Lazio.
Quando, pochi mesi dopo, questo pontefice morì a Roma, il collegio dei Cardinali gli elesse a successore l'arcivescovo di Bari.
Ma l'aria era pur sempre oscura e il cielo burrascoso, e d'ogni dove ripullulavano minacce e tumulti. I Cardinali, che pensavano con nostalgia ai cari ozi di Francia, si staccarono più o meno visibilmente dal Papa; alla fine il contrasto si fece aperto, tanto più che Urbano, poco malleabile, anzi «privo di mitezza e di carità cristiana» (Pastor), erasi dato a rigidissime riforme del Sacro Collegio.
Scoppio, dunque, di uno scisma, e nomina di un antipapa, Clemente VII, sorretto da alcuni Principi, tra i quali Giovanna I, regina di Napoli; senza tanti indugi, Urbano scomunica l'antipapa e la regina, e incarica Carlo III Durazzo di occupare il Reame, a patto di cedere alla Santa Sede la signoria di alcune città. Facile è la conquista, ma Carlo III rifiuta poi al Pontefice le donazioni pattuite.
Urbano VI, che si trova a Lucera, convoca il clero e il popolo; erecta cruce et accensis candelis, lancia la scomunica maggiore anche contro Carlo e la moglie di lui Margherita, dichiarandoli entrambi deposti dal trono di Napoli e sciogliendone i sudditi dalla santità e fedeltà del giuramento: infine, giusta il rito, in eorundem execrationem candelas extinxit et in terram projecit.

doge 3 Il doge Antoniotto Adorno accompagna il papa Urbano VI alla Commenda
di S. Giovanni di Prè – Affresco del Tavarone (Genova – Palazzo Adorno)

A sua volta re Carlo, messe le mani sui partigiani di Urbano VI in Napoli, ne fa gettare alcuni in carcere e altri affogare in mare; poi stringe d'assedio Lucera. Ma il Papa non è uomo da intimorirsene troppo: mentre si arma a difesa, ter singulis diebus e fenestris arcis cum tinnabulo et candelis accensis maledicebat exercitui Caroli.
Il pericolo va però covando contro di lui entro le stesse mura della fortezza, giacché alcuni Cardinali, stanchi dell'assedio, pensano di deporlo, come inetto, dal soglio pontificio. Egli ne ha sentore, e fa senz'altro arrestare i sei Cardinali che parteciparono alla congiura.
In buon punto gli perviene da Genova la notizia che il cardinale Lodovico Fieschi, l'arcivescovo Jacopo Fieschi e il Doge Antoniotto Adorno, ai quali s'è rivolto per aiuti, gli hanno spedita una flotta. Protetto da un grosso manipolo al soldo di un Orsini, esce di notte da Lucera e prende la via di Benevento. Porta con sé, nella disagevole e precipitosa fuga, oltre ai sei cardinali, anche il vescovo di e Aquila, sulla cui condotta ha non pochi sospetti. Questo vescovo ha dovuto subire, come i Cardinali, la tortura: l'età inoltrata, i dolori fisici, la stanchezza, il vecchio ronzino su cui cavalca, finiscono col farlo rimanere in coda a tutto il corteo; il Papa, che più non lo vede presso di sé e che sempre teme qualche agguato, furor arcensus, a carnificibus mactari mandavit.
Il viaggio prosegue oltre questo primo cadavere. Urbano VI giunge alfine a Benevento, dov'è ricevuto con gran pompa: incede sotto un ricchissimo baldacchino, e dietro gli vengono i Cardinali prigionieri, legati, scalzi, in vesti dimesse. Da Benevento prende la via verso le Puglie, e in una piccola insenatura del mare, non lungi da Barletta, sale, con la Corte e coi Cardinali ribelli, sulle dieci galee che, pattuite per sessantamila fiorini d'oro e al comando di Clemente di Fazio, Genova gli ha inviato per la sua liberazione.
Quando a Genova giunge la flotta, il Doge Antoniotto Adorno è sul pontile ad attendere il Vicario di Cristo, presso la chiesa dei Cavalieri di Gerusalemme: e con un grande seguito di nobili e di clero lo accompagna alla Commenda, dove gli è preparato un degno alloggio.

Grimaldi Tomba di Antonio Grimaldi (Cattedrale Chiesa
di S. Lorenzo: fianco destro)

Poche settimane dopo si compie, nel buio dei sotterranei della Commenda, un'orribile carneficina.
Si era forse tentato, con un assalto notturno, di liberare i Cardinali prigionieri, o si era forse pensato di toglier senz'altro di mezzo il Papa tam veneno quam armis?
Certo è che il piano, da tempo vagheggiato da Urbano VI, si effettua. Sordo alle preghiere e alle implorazioni di grazia che gli vengon da più parti, egli condanna a morte i sei Cardinali. Uno solo di essi sfugge alla strage: è il benedittino Eston d'Herfort, arcivescovo d'Inghilterra, per la cui salvezza si è vivamente interessato il suo re, Riccardo II; egli morirà dodici anni dopo a Roma e sarà sepolto nella chiesa di S. Cecilia. Gli altri cinque vi trovano invece la morte: sono il card. ligure Bartolomeo da Cogorno, francescano, valente teologo, il card. veneto Giovanni Andrea Doria, il card. napoletano Gentile di Sangro, il card. amalfitano Martino del Giudice e un secondo card. veneto Ludovico Donati. Chi dice, come il Platina e lo stesso Ciaconio, che i cinque Principi della Chiesa siano stati chiusi in sacchi e poi buttati nel mare lì presso; chi li vuole invece, come il contemporaneo Pietro Boninsegna e come Teodorico di Niem che faceva parte della Curia romana, strozzati nelle stalle pontificie e là sepolti in una fossa repleta calce viva.
Appena la notizia del massacro trapela dalla Commenda, il popolo assale per le vie i servitori del Papa e si dispone a fatti più gravi. Urbano VI, che vede l'aria farsi improvvisamente minacciosa, decide di allontanarsi dalla città, nella quale del resto non è mai uscito in quattordici mesi di soggiorno. Il Doge, la nobiltà, i Fieschi gli sono larghi di onori, e lo fanno scortare fino a Lucca da cavalieri; ma non riescono a riscuotere i sessantamila fiorini d'oro pattuiti per la spedizione delle dieci galee. In compenso, il Papa dona alla Repubblica vescovati e castelli appartenenti a Savona: compenso magro e anzi funesto, perché non servirà che ad attizzare le rivalità e gli odi, già fortissimi, tra le due terre.
Con un dolce senso di sollievo, Antonio Grimaldi, ch'era a capo della Commenda, deve aver visto allontanarsi il Papa, non tanto per la scena d'orrore che vi si era svolta, quanto per le enormi spese incontrate dall'Ordine nel mantenimento della profuga Corte pontificia. Era un patrizio di grande pietà, ma anche di non comune ardimento. Caduto in battaglia a Famagosta nel 1403, la sua salma venne ricondotta in patria e seppellita nella Commenda, dove fu tosto innalzato in suo onore un superbo cenotafio con un'iscrizione che ne elogiava la nobiltà dei natali, la fortuna delle armi e i ventitré anni di reggenza della Commenda stessa.
Quando questa cessò di esistere come tale, e l'edificio passò a mani private che ne alterarono e ne deturparono l'esterno e l'interno, la tomba venne rimossa di là per sottrarla alla distruzione e collocata lungo il fianco destro della cattedrale di s. Lorenzo, di cui costituisce un pregevole ornamento artistico.

Modeste abitazioni e piccole industrie, oggi, nel doppio loggiato, in parte chiuso, dell'antica Commenda: sotto, dove passavano i Cavalieri e venivano a riposarsi, in cerca di asilo e di cure, i reduci della Terrasanta, botteghe di falegnami, barbieri, spacci di vino. Davanti, uno spiazzo abbastanza largo, e poi l'ampia via rumorosa che costeggia il porto, affollata di caravana6, di tram e di carri.
Prima di allontanarci, il nostro occhio si leva in alto ancora una volta; e ad Actone, che ci sogguarda dalla sua nicchia a semicerchio entro la gran torre campanaria, e al miles Salvago che di sopra a una bottega pare abbassi su noi le sue pupille pietrose, ci vien quasi fatto di chieder scusa se i posteri hanno guastato ignobilmente un lembo così suggestivo della città; e ci vien quasi spontanea la promessa che, in un giorno non lontano, Genova, gelosa dei suoi ricordi d'arte e di storia, ridonerà a questi edifici la loro bella veste d'un tempo.


1 nota esclamazione con la quale il 5 dicembre 1746, secondo la tradizione, Giovan Battista Perasso, il giovane soprannominato Balilla (diminutivo di "palla") diede avvio alla rivolta popolare: in genovese significa "la comincio (la rivolta)"
2 frate Guglielmo Acton
3 bastone con manico ricurvo usato dai pellegrini
4 mantello corto di tela cerata usato dai pellegrini
5 la sesta crociata partì da Brindisi l'8 settembre 1227
6 facchini

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