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La caduta di un imperatore

Dopo aver osannato per anni il genio di Napoleone Bonaparte, ecco come è stato trattato dopo la sua abdicazione del 4 aprile 1814. Fontainebleau
Meditate gente, meditate!

Senato-consulto [decreto] che dichiara Napoleone Bonaparte decaduto dal trono, e abolito il diritto di successione nella sua famiglia1.
Il senato conservatore,
Considerando che in una monarchia costituzionale, il monarca non esiste che in virtù della costituzione o dal patto sociale;
Che Napoleone Bonaparte, durante qualche tempo d'un governo fermo e prudente avea dato alla nazione de' motivi di sperare per l'avvenire su degli atti di saviezza e di giustizia; ma che in seguito ha stracciato il patto che l'univa al popolo francese, e particolarmente levando delle imposte, e mettendo delle tasse, altrimenti che in virtù della legge, contro l'espresso tenore del giuramento che avea prestato al suo avvenimento al trono conformemente all'art.53 dell'atto delle costituzioni del 28 fiorile anno 12 [18 maggio 1804].
Ch'egli ha commesso questo attentato ai diritti del popolo anche quando aggiornava senza necessità il Corpo Legislativo, e faceva sopprimere come criminoso un rapporto di questo corpo al quale egli contestava il suo titolo e la sua parte alla rappresentanza nazionale;
Ch'egli ha intrapreso una serie di guerre in violazione dell'art.50 dell'atto delle Costituzioni del 2 frimajo anno 8 [23 novembre 1799], che vuole che la dichiarazione di guerra sia proposta, discussa, decretata e promulgata come le altre leggi;
Ch'Egli ha fatto incostituzionalmente molti decreti di pena di morte, e segnatamente i due decreti del 5 maggio decorso, tendenti a far riguardare come nazionale una guerra che non si faceva che per l'interesse della sua smisurata ambizione.
Che ha violato le leggi costituzionali co' suoi decreti sulle prigioni di Stato;
Che ha annientato la responsabilità de' Ministri, confuso tutti i poteri, e distrutto l'indipendenza de' corpi giudiziarj;
Considerando che la libertà della stampa stabilita e consacrata come un diritto della Nazione, è stata costantemente sottomessa alla censura arbitraria della sua polizia, e che nel tempo stesso egli si è sempre servito della stampa per inondare la Francia e l'Europa di fatti non veri, di massime false, di dottrine favorevoli al despotismo, e di oltraggi contro i governi stranieri;
Che degli atti e rapporti intesi dal Senato hanno subito delle alterazioni nella pubblicazione che ne è stata fata;
Considerando che invece di regnare colla sola vista dell'interesse, della felicità, e della gloria del popolo francese, a termini del suo giuramento, Napoleone ha messo il colmo alle sventure della patria, col suo rifiuto di trattare a condizioni che l'interesse nazionale obbligava di accettare, e che non compromettevano punto l'onore francese;
Per l'abuso che ha fatto di tutti i mezzi che se gli sono confidati in uomini e denaro;
Per l'abbandono de' feriti senza medicamenti, senza soccorsi, senza sussistenze;
Per diverse misure le cui conseguenze erano la rovina delle città, la spopolazione delle campagne, la fame e le malattie contagiose;
Considerando che per tutti questi motivi il governo imperiale stabilito dal Senato-Consulto del 28 fiorile anno 12 [18 maggio 1804], ha cessato di esistere, e che il voto manifesto di tutti i Francesi, richiede un ordine di cose, il cui primo risultato sia il ristabilimento della pace generale, e che sia egualmente l'epoca d'una riconciliazione solenne tra tutti gli Stati della gran famiglia Europea;
Il Senato dichiara e decreta ciò che segue:

  1. Napoleone Bonaparte è decaduto dal trono, e il diritto d'eredità stabilito nella sua famiglia, è abolito.
  2. Il popolo francese e l'armata, sono sciolti dal giuramento di fedeltà verso Napoleone Bonaparte.
  3. Il presente decreto sarà trasmesso con un messaggio al Governo provvisorio della Francia, spedito subito a tutti i dipartimenti e alle armate, e proclamato immediatamente in tutti i quartieri della Capitale.

Il Presidente e segretarj,
Barthelemy, Conte di Valence, Pastoret.

Anche il Governo di Genova (non dimentichiamo che la Liguria faceva parte dell'Impero francese) prende posizione1 e scrive quanto segue.
Bonaparte e la sua dinastia hanno finito di regnare in Francia, e la famiglia dei Borboni, il sangue francese, Luigi XVIII è risalito sul trono de' suoi avi. L'immensa mole dell'Impero francese è disciolta. La distruzione era intrinseca nel sistema, ed era evidente che non poteva durare.
Ma come sperare che dovesse finire così presto, che dovesse finire in un colpo, che dovesse finire così felicemente? Bravi Francesi, bisognava combattervi per liberarvi: siete stati vinti, ed eccovi liberati!
Tutto il mondo benedice gli sforzi generosi de' Sovrani coalizzati; sono essi i benefattori, non i nemici della Francia, ed hanno salvato l'Europa.
Circolava sordamente in Genova in questi giorni passati la fausta notizia dei grandi avvenimenti di Parigi, e si vedevano avvicinare con gioja le armato Waterloo coalizzate che avevano già liberata una gran parte dell'Italia. Il corriere e i fogli di venerdì hanno resi manifesti i cambiamenti accaduti in Francia, ch'erano rimasti fino allora ignoti. Il popolo ne tripudiava, e si preparava ad andare incontro agl'Inglesi e tutto era festa in Genova. Ma però si vedono continuare le ostilità, si ricusa di evacuare la piazza: siamo sempre in guerra e non si sa con chi, né perché? Non si hanno forze proporzionate per difendere la città, non è nemmeno in regola di difenderla secondo le leggi francesi, non può difendersi per un governo che più non esiste, né contro nemici che più non sono nemici, né per un popolo che vuole essere liberato e non difeso…
Intanto gl'inglesi nel cadere della notte di sabato hanno fatto un fuoco tremendo per mare e per terra, e con bravura irresistibile hanno superato in poche ore le linee di S. Martino che si credevano inespugnabili, e presi un dopo l'altro tutti i forti e sono arrivati domenica mattina fin quasi alle porte della città minacciando di prenderla d'assalto nella giornata. Si sono allora indotti i francesi a capitolare e si è firmato lunedì notte il trattato per l'evacuazione della piazza che sarà effettuato dimani. Sono intanto entrati in porto gl'Inglesi, si vanno impossessando dei forti interni, ed entreranno dimani in città: tutto è cambiato e finito, e siamo liberi e tranquilli.

I dettagli più circonstanziati che si sono potuti raccogliere di questa importante evacuazione sono i seguenti.
Già da parecchi giorni si vedevano i legni inglesi, sia da guerra che da trasporto, crescere in numero sui nostri paraggi, mentre intanto dalla parte di terra altre truppe incalzavano di posto in posto i francesi che sono stati rispinti fino al ponte di Sturla. Si erano essi proposti di mantenersi nella linea d'Albaro protetta dai forti e difesa da vantaggiose posizioni. Ma tale è stato l'impeto e la bravura con cui gl'inglesi l'attaccarono domenica mattina, che ne divennero ben presto padroni: i forti circonvicini furono occupati in brev'ora, e i francesi costretti a ritirarsi sotto le mura della città. Questa giornata, in cui s'è combattuto con gran valore d'ambe le parti è stata molto sanguinosa.
Si seppe nello stesso giorno che il numero delle truppe britanniche andava aumentando e che tutto si preparava per un assalto, e nel giorno di domenica 17 corrente, cominciò a tirarsi dello bombe in città, e s'impegnò un vivo cannoneggiamento dalle batterie del Zerbino e di Santa Chiara, coltro i posti d'Albaro ove scorgevasi adunarsi truppa, e contro i lavori intrapresi per erigervi delle batterie.
L'agitazione cagionata la notte andava crescendo a misura che il fuoco rinforzava, e faceva temere che si avrebbe avuto una notte peggiore.
Il Comandante francese non voleva sentir parlare di capitolazione ricusando di riconoscere come autentici gli atti del Moniteur [Gazette nationale, Le Moniteur, organo ufficiale del governo francese] contenenti la caduta della Dinastia di Bonaparte, e gli atti del nuovo Governo provvisorio. Allora il Maire [sindaco], adunato il Corpo municipale, e coll'intervento del Emo. Cardinale Arcivescovo, e dì altri rispettabili soggetti, fattosi capo d'una deputazione, presentò al Comandante una viva rappresentanza e si ottenne alfine di spedire a S. E. Lord Bentinck, Co-mandante in capo le truppe britanniche, due parlamentarj, e si nominarono i sigg. Agostino Pareto, ex-maire, ed Emmanuele Balbi, altro de' Maires aggiunti unitamente ad un officiale francese. Questa deputazione aveva per oggetto d'impetrare una sospension d'armi e risparmiare così de' danni gravissimi ad una Città che altro non bramava, che di accoglierli come amici e liberatori, fintanto almeno che si fosse potuto spedire un espresso a Mantova e a Torino.
I cittadini ansiosi di sentire una risposta da cui dipendeva la loro sicurezza e tranquillità, si portarono in gran numero, verso la sera, lungo la via, aspettando con impazienza il ritorno della deputazione. Ritornata essa e recatasi dal Generale, restando sempre incerto il popolo sul buon esito, si raccolse in gran folla sotto le finestre del suo palazzo, e chiedeva ad alta voce di essere informato del risultato. La risposta del Comandante in capo portava, che non era punto sua intenzione di accordare alcuna sospensione nello operazioni militari, ma che avrebbe volentieri accettato che s'intavolassero delle trattative per la capitolazione, inviando intanto de' nuovi atti pubblicati a Parigi, che non lasciavano alcun dubbio sui cambiamenti ivi accaduti. Vedeva bene lord Bentinck, che la sospensione non era in regola in quelle circostanze, che non poteva dimandarsi da una guarnigione che non era in grado di difendersi, che non poteva andare che in pregiudizio degli assalitori, che poteva dar luogo a degli avvenimenti, e non faceva in ogni caso che aggravare i nostri mali ritardando la nostra liberazione.
Radunatasi nuovamente la Municipalità, ritornò il Maire dal Generale unitamente al Capo-coorti della Guardia nazionale, e gli fecero delle istanze più pressanti ancora. Il Generale si determinò allora a spedire un nuovo parlamentario per intavolare delle trattative, a cui successero altri con tale rapidità che tutto fu terminato la notte del lunedì.
Grazie sieno rese all'ottimo nostro Maire che ha saputo salvare la Patria in circostanze così difficili. Grazie sieno rese ai suoi degni Aggiunti e al rispettabile Corpo municipale, che lo ha secondato indefessamente con tanta intelligenza e con tanta fermezza. Grazie finalmente sieno rese ai nostri bravi Concittadini della Guardia Nazionale e ai suoi Capi valorosi, che hanno fatto rispettare la tranquillità e il buon ordine, e sempre vigilanti, sempre intrepidi e presenti dapertutto hanno tenuto di vista i male intenzionati, li hanno privati di ogni mezzo di nuocere, hanno arrestato i perturbatori, e prevenuto ogni disordine. Siano benedetti! Non solo siamo loro debitori della nostra sicurezza e quiete, ma siamo anche loro debitori di averci repristinato nel nostro buon nome, e dato una gran prova in questa solenne occasione, che tanti anni di miseria, e di avvilimento, non hanno spento l'antico amore della patria, e che siamo ancora degni e capaci di formare una nazione rispettabile.

Jeri mattina poi lo spettacolo di molti vascelli che veleggiavano per entrare in porto ha portato la curiosità da quella parte, e la giornata si è passata molto tranquillamente. Verso mezzogiorno due de' sigg. Maires aggiunti si sono recati in Albaro a complimentare S. E. lord Bentinck.
E' in questa guisa che si apre anche per noi la prospettiva di un più lieto avvenire, e che ricuperiamo ad un tratto una nuova esistenza, la nostra marina, il nostro commercio, la nostra prosperità, la nostra libertà… la libertà ancora di parlare e di scrivere nella nostra lingua!


1 "Gazzetta di Genova" n.31 del 20 aprile 1814

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