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    Pezzi di storia

Luca Assarino – Istoriografo dei Duchi di Savoia (1/2)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 29 novembre + 6 dicembre 1913

Luca Assarino fu tolto a soggetto d'una speciale monografia dal compianto barone Gaudenzio Claretta e delle Curiose avventure di Luca Assarino, genovese, storico, romanziere e giornalista del secolo XVII discorse con dovizia di erudizione il nostro prof. Achille Neri.
Luca era nato il 18 ottobre 1602 al Potosì1 delle Indie da Antonio di Marino Assarino, famiglia che trovo numerosa a Varese ligure, e da madre portoghese.
L'Antonio, reduce dal Perù, nel maggio del 1616, avea già scelto il domicilio nel borgo di Santa Margherita, la splendida gemma della riviera orientale, ed ivi iniziò una lite coi Consiglieri della minuscola Comunità sammargheritese, giacché rifiutossi di pagare i balzelli, imposti per l'acquisto fatto di alcune possessioni, del che l'8 maggio ed il 10 agosto 1616 mossero lagnanze al Doge ed ai Senatori il predetti Consiglieri.
Le lagnanze rimasero inascoltate, onde, il 22 maggio 1617, i Consiglieri supplicarono di bel nuovo «di poter mandare un sindaco a Genova per poter terminare le differenze, che vertono con Benedettina Soffia ed il sig. Antonio Assarino, che pretendono non essere tenuti a pagare le avarie di molti beni, che possiedono nella giurisdizione di Santa Margherita».
L'Antonio aveva seco il giovinetto Luca, il quale, in Santa Margherita, il 20 aprile 1618, impalmò Gernima, figlia del notaio Gio. Battista Pino.
Il garzoncello, aitante ed ardito, si rese ben tosto noto per i suoi spiriti bollenti e per le sue bravate, e, non ancora diciasettenne, esordì, battendo la strada del delitto.
Infatti, il 13 maggio 1619, il magnifico Ansaldo Giustiniano, capitano di Rapallo, informava il Senato che «hieri a ventidue hore in circa nel luogo di Santa Margherita fu da Luca Assarino sparato un'archibugiada a Gio. Maria Schiattino del fu Antonio, quale alle 3 della notte passò di questa vita»,
Ed il 15 maggio il rev. Agostino Schiattino, dando pur contezza al genovese Senato dell'uccisione del proprio fratello, esclamava:
«Il Luca Assarino principale como anco Antonio suo padre e Gio. Battista suo suocero e Sentino Pino parenti, uomini ricchi e potenti in detto loco consiglieri e complici di esso per volontà di Nostro Signore furono presi e posti nelle carceri di Rapallo; dubitando li parenti del morto che non hanno altra difesa che la sola giustizia, che con il mezzo di dinari amici et parenti che hanno in gran numero in quel luogo e ville non operino e le riesca la fuga loro da dette carceri assai debili e facili a questo effetto».
E Filippo Schiattino, altro fratello del morto, il 30 settembre 1619, scriveva al Senato.
«Di già V.V.S.S. Serenissime restano informate dell'assassinamento ed omicidio commesso in la persona di Gio. Maria Schiattino da Luca Assarino figlio dell'indiano con archibugio, da mezzo giorno, persona ricca e potente, il quale confidato nelle sue ricchezze e favori ha avuto ardire nelle sue difese far esaminare testimoni che hanno detta l'istessa falsità: è perciò stato necessitato Filippo, fratello del morto dar querela di falsità a tre de' testimoni, avendo essi tre o quattro avvocati, onde il povero Filippo altro avvocato non ha che la giustizia».
Si pensò di far evadere dal castello di Rapallo il Luca, ma questi di sua elezione rientrò in gabbia, onde, il 10 ottobre 1619, il capitano di Rapallo esponeva al Senato:
«Questa mattina, a ore 6, sono fuggiti da questo castello, dove sono le prigioni, Luca Assarino di Antonio, imputato per la morte di Gio.Antonio Schiattino di Santa Margarita e Nicolò Viganego di Recco per la morte di Michelangelo Vaccò senza aver rotto né guasto alcuna delle quattro porte per le quali sono passati nel fuggirsene. Si sono però già costituiti».
E nel novembre 1619 da Santa Margherita veniva trasmessa al Senato la seguente relazione dell'omicida:
«Andandosene Antonio Assarino con Luca suo figlio e sua nuora a messa nella chiesa di S. Siro a Santa Margherita, si compiacquero alcuni giovani beffardi con gnarra, facendole anche segno di corne. Il Luca che se n'avide, come giovanetto di sedici anni, che pur vi aveva sua moglie, se n'alterò assai e per allora non seguì altro, alla sera poi, como che questo fatto fusse venuto all'orecchio di Gio. Battist pino socero del Luca si ravide con alcuni parenti di quella che la mattina fecero detto scorno et allora in strada trattando vennero detti Gio. Battista con Gio. Maria Schiattino, uno di quelli giovani della mattina, a contrasto e contesa di parole, e ritrovandosi il Luca giovinetto in casa del socero come che gridassero sotto le finestre di detta casa e stimando che il suocero ve' malamente offeso dalla finestra essendo stato invitato ad uscir fuori, sparò un'archibugiata al Gio. Maria che poi se ne morse. Fu allora dagl'istessi parenti fatto prigione e condotto a Rapallo. Dopo molti mesi di carcere è stata spedita la causa in dieci anni di relegazione di Corsica e di più condannato in scuti cinquecento d'oro».
Poco prima del 13 dicembre 1619 il Luca, che volea trovarsi per le feste natalizie in seno alla sua famigliuola, scrisse al Senato che avrebbe di buona voglia osservata la relegazione in Corsica, ma che, essendo stato carcerato a lungo ed avendo contratto un'infermità, avea bisogno d'una dilazione, non tanto per i tempi cattivi d'inverno, quanto per la necessità di provvedere ad alcune sue faccende.
I suoi voti furono paghi, ed il Senato, con decreto del 13 dicembre, gli assegnava ancora un mese, prima di prendere la strada dell'esiglio.
Partì l'Assarino per la Corsica, ed ebbe tosto il cuore straziato, giacché in Santa Margherita, il 4 febbraio 1620, moriva il primo frutto dei suoi amori, una tenera bambina, per nome Benedetta. copertina
La Corsica fu l'eterna malinconia dell'ora, che passa febbrile e turbinosa.
«La serie della mia vita, scrive l'Assarino, è cosa strana e piena d'accidenti non volgari, che per narrarsi appieno richiederebbe non minor lunghezza che travaglio. Basti per tanto dire che sino all'età di quasi vent'anni io hebbi per tal maniera in odio le lettere che quantunque nella pueritia havessi non senza qualche lode d'ingegno fatto il corso di quasi tutte le scuole, ad ogni modo, datomi tutto all'armi, non poteva vedere i libri, fossersi quando si volessero ameni e dilettevoli. In questo tempo fui per la morte d'un huomo relegato in Corsica, ove non havendo compagnia alcuna d'huomini civili, fui dalla necessità forzato a passar buona parte del tempo col leggere et havendo nella città di Bianno trovato un medico ch'era bravo filosofo udii da lui la fisica. Così affettionandosi a poco a poco alle cose letterarie, mi diedi per recreatione a far qualche compositionetta particolarmente in versi, da' quali passai dopo d'esser tornato in Genova, a comporre isforzato da una troppo valevole inclinazione la Stratonica2».
E segue ad annoverare le sue opere.

Il primo maggio del 1625 il Senato sanciva che venisse provvisoriamente richiamato dal bando Luca Assarino di Rapallo, così detto per essere allora Santa Margherita compresa nel quartiere di Pescino, sottoposto alla giurisdizione rapallese; e l'indomani l'Assarino, che avea odorato il vento non infido, chiedeva ed otteneva un salvocondotto ducale, essendosi arrolato nella coorte del capitan Gerolamo Rivarola.
E il 29 agosto 1625 inviava la seguente supplica al Doge ed ai Senatori di Genova:
«Luca Assarino per causa di morte in rissa commessa in età di sedici anni, stette in carcere sette mesi e mezzo, pagò 200 scudi d'oro di condanna ed osservò cinque anni di relegazione in Corsica. Hora restan degli ancora altri due anni di bando da osservare, presentossegli occasione da servire V.V.S.S. Ser.me in questa guerra in cui ha già speso sei mesi di tempo con molta soddisfazione di capitani di cui egli è stato soldato come appare per lo ben servito da loro avuto. Ultimamente trovandosi alle trinciere sotto Gavi, mentre con grand'impeto si scaramucciava, venne un colpo di cannone a dar nella trinciera, che coperse lui e molti suoi compagni di terra, dal cui terribil moto ei rimase offeso di rottura intestinale, del che fanno testimonianza queste due fedi di barbiere e medico, che a V.V. S.S. Ser.me si presentano. Perciò restando detto Luca inabile di qui in campagna a maneggiare l'arme, supplica umilmente V.V. S.S. Ser.me che se tante pene patite per un sol delitto meritano alcun perdono, sian servite di concedergli la total remissione del suo bando. E se pure non avessero per ora comodità di leggere il processo, gli diano almeno licenza con un salvacondotto di potersi curare sino a che resti sano».
La licenza fu rilasciata, ed il Luca volò a Santa Margherita ad abbracciare la moglie, la quale gli regalò un'altra bambina, vissuta appena sei mesi e morta il 7 ottobre 1626.
Per Santa Margherita dimenticò parecchie volte i propri doveri.
Infatti il 29 luglio 1626 venne di nuovo condannato ad un anno di relegazione in Ventimiglia ed a servire gratis nell'esercito, per avere disertato la compagnia di Benedetto Spinola «che aveva il posto al Castellazzo ed alla porta di Carbonara» ed essere andato a Santa Margherita.
Il 12 aprile 1627 Antonio Assarino esponeva al Senato che suo figlio Luca «per causa di morte in rissa fu l'anno 1619 relegato in Corsica per dieci anni dal magnifico capitano di Rapallo, e più pagò 200 scudi d'oro di condanna e poi per pretesa inosservanza condannato in due anni di galera. Dopo essere stato absente per spatio d'anni sei in circa è venuto a servir la Repubblica Serenissima nella presente guerra et ottenuto in compagnia d'alcuni altri banditi decreto d'impunità da Serenissimi Collegi che servendo sino a guerra finita etiam senza pace resti libero. E' andato a Masone e per la riviera di Ponente et ultimamente alla recuperazione di Gavi, ove havendo la sua compagnia acquistato un posto dei più pericolosi e fortificatolo con trinciera, rimase da colpi di cannonate, che distrussero essa trinciera, sotto questa sotterrato, e si è maltrattato della sua persona che dall'ora in qua non è stato più abile a l'esercizio militare. E con tutto ciò ha perseverato sinora a servire sebene conoscendosi inabile da quel tempo in qua non ha voluto più paga. E perché esso Luca ha fatto tutto quello che potea fare un soldato di valore et onore e resta inabile a più servire, supplica a dichiararlo libero per l'impedimento dall'obbligo di più servire come se havesse servito a guerra finita».
Il Senato non fece del tutto il viso dell'arme al padre di chi avea acquistato allori sul campo di battaglia contro le truppe sabaude, e con decreto del 6 maggio 1627 concesse un salvocondotto per il Luca Assarino «con condizione che stia lontano dieci miglia dal luogo dove habita la parte offesa».
Gli era in tal modo preclusa la strada per avvicinarsi a Santa Margherita, dove gli Schiattino non avevano ancor perdonato.
E, soggiornando a Genova, fu derubato di tanta merce del valore di lire ottanta da certa Catarinetta Durante, la quale, il 13 giugno 1627, fu condannata dalla Rota Criminale al taglio delle narici e ad uno sfregio nella faccia, pena che il 6 luglio dello stesso anno veniva dal Senato commutata in una quantità di sferzate da Piazza Banchi sino a S. Lazzaro.

Un barbaro assassinio contristò di bel nuovo il borgo di Santa Margherita.
La vittima fu questa volta il notaio Gio. Battista Pino, suocero dell'Assarino.
Il notaio, che aveva incominciato a rogare il primo atto l'11febbraio 1584, vergò l'ultimo l'11 agosto del 1627, e spirò sgozzato da un coltello acuminato.
Il magnifico Gio. Tommaso Porrata, capitano di Rapallo, con lettera del 20 agosto, informò il Senato che «Antonio Assarino avea ammazzato Gio. Battista Pino, mandò il suo vicario col notaio a far visita e prendere le dovute informazioni per mettere il delitto in chiaro, e gode che in tal causa il Senato abbia eletto apposito commissario».
Il Commissario prescelto a disbrigare l'aggrovigliata matassa fu il magnifico Nicolò Bava. Questi si recò a Santa Margherita, di dove il 22 settembre trasmise ai Senatori «il coltello col quale è stato ammazzato Gio. Battista Pino che eccede un palmo», e più che della reità dell'Antonio Assarino, cui confiscò i beni, si convinse di quella del figliuolo suo Luca, il quale avea rotto il confine.
Da questo punto comincia il martirio di un'anima.
La Geronima Pino, figlia e sposa infelice, carteggia, implora; ed ora col Doge e coi Senatori si lamenta dei tratti di corda e di altri tormenti, dati dal commissario Bava al suo povero consorte, il quale di fronte alle accuse non era fuggito, il che poteva fare, ma si era presentato spontaneamente; ora denuncia ai Serenissimi Collegi e ad altri magistrati il tempo esiguo, assegnato per la difesa, i soprusi per la ripulsa di titoli, allegati alla causa, la lentezza del processo, che, incominciato il 24 agosto, fu appena trasmesso il 19 dicembre alla Rota Criminale. L'Assarino in una lettera, senza data, scritta a Francesco Maria Spinola, che è nella raccolta delle sue epistole, edita in Venezia l'anno 1640, dice:
«Fu così valevole la malignità d'alcuni miei nemici, a' quali in rissa, e per giustissima cagione tolsi un parente, che indi a non so che anni mi accusarono a padroni per reo d'haver fatto ammazzare un uomo. E seppero così ben colorire nella mia persona il delitto che la perspicacità di quei prudentissimi Linci, che allora governavano, non poté accorgersi che il colorito di così ruinose menzogne non havea fondamento più saldo che il livore. Onde commettendo questa causa ad un Commissario che con assoluta autorità formasse il processo e facesse eseguir la sentenza; io per provar la mia candidezza fui forzato a presentarmi innanzi al suo Tribunale et ad abbandonarmi nelle braccia della di lui severità».
Narra poi come si volgesse a raccomandarsi a S. Niccolò da Tolentino, suo singolare protettore:
«e mentre mi stavo serrato in una prigione (il castello di Rapallo) la cui minor sciagura era il non poter godere un sol raggio di luce, fatto certo che il mio giudice voleva tormentarmi sulla corda, mi sovvenne ch'egli si chiamava Niccolò,e che pure San Niccolò era il mio protettore».
per la quale ragione egli compose un sonetto votivo, dopo di che dichiara essere uscito trionfante dalla barbara persecutione.
Non del tutto trionfante uscì l'Assarino, perché il commissario Bava, con sentenza del 7 gennaio 1628, lo condannò a tre anni di relegazione in Savona e per soprassello ad un versamento di 1000 scudi d'oro per cauzione.
L'Assarino, dalle carceri del castello di Rapallo, il vecchio baluardo architettato dall'Olgiati, e che sfida tuttora i marosi, che si frangono attorno, dovea, per ordine ducale del 10 gennaio, passare nelle carceri criminali di Genova, ed il capitano di Rapallo, il 14 gennaio, trasmise al Senato il seguente rapporto:
Mercoledì p.p. conforme l'ordine di V.V. S.S. Ser.me verso le 17 hore ordinai al bargello che caotamente conducesse costì alle carceri il Luca Assarino, e per ciò fare ordinai che si preparasse un liuto dandogli quattro famegli e doi soldati corsi avvertendolo che se ne assicurasse molto bene e che lo conducesse costì per mare come seguì con lettera diretta a V.V. S.S. Ser.me: ho poi inteso da bona parte che detto bargello contro l'ordine datogli sbarcò in terra a parte et inviò et inviò verso Recco. In questo punto sono ritornati li doi soldati, che inviai col detto bargello, e raccontano che essendo andati sino al monte di Portofino e che per essere un poco di maretta si risolsero, perché molti di loro pativano, di ritornare indietro, e l'Assarino disse al bargello è bene che andiamo per terra, perché prima che siamo a Rapallo saremo sopra il monte di Rua e contentandoli il detto bargello, li calò in terra a Corte (Santa Margherita) e giunti a Recco l'Assarino montò a cavallo, seguitandolo tutti a piedi, havendo prima detti soldati detto al bargello che non era bene che l'Assarino andasse a cavallo e loro a piedi, perché non l'haveriano potuto seguitare, se si fosse messo in fuga col cavallo. All'hora il bargello disse che l'Assarino havesse tentato di far fuga, li tireria delle archibugiate, e seguitando detto Assarino sino passato Sori d'un miglio e cominciando caminare più del solito disse al bargello che lo facesse fermare, perché non potevano seguitarlo: all'hora il detto bargello non li disse altro, e seguitandolo alla meglio sino a Nervi, ivi detti soldati lo perseron di vista; finalmente giunti essi doi soldati soli in Vernazza, che era un'hora di notte, stimando che il bargello l'havesse posto nelle carceri di Bisagno, domandarono alli soldati corsi, nel sig. capitano di Bisagno se havevo veduto il bargello col prigione, gli dissero che erano andati avanti, e che all'hora potevano essere a Genova, e non essendo più hora d'entrare nella città, si fermarono in detto loco di Vernazza. Alla mattina poi, a bonissima hora, si partirono per andare a Genova; giunti al ponte di Bisagno si incontrarono in due famegli di quelli che accompagnavano detto Luca che li dissero torniamo indietro perché il prigione è scapato, e domandandoli come ciò era seguito li disseron che essendo detto Assarino gionto al ponte di Bisagno disse al bargello che li facesse gratia di lasciarlo andare a dormire in casa che poi alla mattina insieme anderiano alle carceri, e così glielo consentì, e andorno di compagnia alla casa di detto Assarino, di dove se ne è fugito e ritiratosi in chiesa».
Dopo molte peripezie l'Assarino andò a costituirsi nelle carceri di Savona, ed il governatore Felice Spinola, il 14 febbraio 1628, informava il Senato che «questa mattina è venuto da me Luca Assarino, che si tratteneva in chiesa, ma poi non so per qual causa si è assicurato di uscirne, io ho intimato che vadi carcerato et è stato prontissimo ad ubbidire».
E lo stesso giorno l'Assarino, dalle carceri di Savona, scriveva al Doge ed ai Senatori:
«Ho presentito che V.V. S.S. Ser.me hanno scritto al Governatore che mi faccia carcerare, ond'io senz'altro mi sono partito da S. Agostino dov'era alloggiato e sono venuto volontariamente a costituirmi prigione. Se l'ubbidienza che ho mostrata in venir all'osservanza, non è stata compita alla volontà di V.V. S.S. Ser.me ecco che di nuovo ubbidisco al comando del carcere. Io mi rimetto in tutto alla pietà e prudenza di V.V. S.S. Ser.me. Se vogliono che io stia prigione, ci starò quanto vorranno. Le priego solo ad haver riguardo alla mia debolezza e miseria».

(continua)


1 Oggi comune della Bolivia, fino all'indipendenza del 1825 faceva parte del vicereame del Perù, distretto coloniale spagnolo.
2 La Stratonica è un romanzo avventuroso-galante che offre una visione dell'esistenza pervasa dall'instabilità, dal mistero, dalla pluralità di prospettive e dal silenzio, dove risulta sempre più necessaria "l'arte di osservare gli uomini".

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