Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Le donne e il velo
di Giuseppina Muzzarelli

viaBorgogna3 – n.9 2018

XIII-XVI secolo, una serie di paradossi

La storia del velo, una cosa inanimata che continua a destare reazioni animatissime, è piena di paradossi.
In primo luogo va detto che l'oggetto in sé presenta aspetti paradossali: è leggero per definizione ma risulta appesantito da una serie di elementi che l'hanno gruppo caricato di significati simbolici tanto da trasformarlo in una sorta di giogo che dovrebbe rappresentare la sottomissione della donna all'uomo.
Nella definizione stessa di velo si colloca una contraddizione: è un tessuto che per trama e leggerezza non copre, come usualmente fanno i tessuti, e se coprisse non sarebbe un vero velo. L'ideazione stessa del velo e la relativa produzione e commercializzazione si basano sull'assunto che il tessuto non deve avere le proprietà che hanno in genere i tessuti e cioè essere coprente e fare caldo. E' pensato e realizzato per decorare, per bellezza e, paradossalmente, è diventato simbolo del nascondimento della bellezza.
Nel mondo islamico, che ha lottato contro le immagini, e qui si colloca un altro paradosso, la donna con lo hijab è diventata un'icona, un'immagine che si impone e suscita riserve.
Quel velo che attualmente rende riconoscibili le islamiche e in qualche caso suscita timori fa parte della tradizione mediterranea e dunque anche della tradizione cristiana. Se il velo cristiano è stato un'eredità, quello islamico ancora di più: è certo che la tradizione del velo non deriva dal Corano e non è specificatamente legata all'Islam.
Riprendendo un dato di costume, il cristianesimo ha poggiato su basi religiose la prescrizione della copertura del capo facendone un elemento di "pubblicità" per la nuova religione: simbolo di sottomissione delle donne agli uomini. San Paolo (Tarso 5/10 – Roma 64/67 d.C.), "inventore del cristianesimo", si è espresso così nel noto passo della prima Lettera ai Corinzi (11, 3-5):
"Voglio che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l'uomo, e capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o profetizza con la testa coperta, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sulla testa, manca di riguardo al proprio capo& #133;"
In Grecia ragioni di pudore e di obbedienza presiedevano all'uso del velo che entrava in scena al momento del matrimonio. Il gesto del marito di togliere il velo alla moglie sanciva il passaggio di status a seguito del matrimonio e la donna sposata lo indossava certamente nelle occasioni ufficiali ma forse lo portava anche più spesso pur in assenza di precise prescrizioni. Anche a Roma le donne erano tenute a coltivare la modestia per essere rispettate, mostrando la loro sottomissione tramite la copertura del capo.
A Tarso, città originaria di san Paolo, teorico dell'obbligo al velo, le donne in pubblico, stando alla testimonianza di Dione Crisostomo, dovevano essere coperte da un velo. Dunque si trattava di una prassi invalsa alla quale san Paolo ha voluto attribuire significati di modestia e di subordinazione e quindi di riconoscibile virtù femminile ad onore del cristianesimo.
Secondo Tertulliano (Cartagine 155-220 ca), autore di un trattato intitolato De velandis virginis, la subordinazione non doveva riguardare solo le coniugate ma anche le nubili.

Hijab Hijab Il termine deriva dalla parola araba "velo". E' un foulard che copre testa e spalle lasciando scoperto il viso.
Al-amira Al-amira Velo in due pezzi. Sotto una specie di berretto aderente in cotone che trattiene i capelli e sopra un foulard tubolare che copre il collo.
Shayla Shayla Lunga sciarpa rettangolare avvolta intorno alla testa e fermata con una spilla sulla spalla.
Chador Chador Lo indossano le donne iraniane quando escono. Copre completamente il corpo fino ai piedi.
Khimar Khimar Lungo velo, sorta di mantello, che arriva fin sopra la vita e copre capelli, collo e spalle ma lascia libero il viso.
Niqab Niqab Serve per velare il volto lasciando scoperti gli occhi. Solitamente viene indossato con il khimar.
Burqa Burqa Specie di mantello che copre completamente la testa, il viso e il corpo. Una retina davanti agli occhi permette di vedere.

Nei primi secoli del cristianesimo le donne si recavano in chiesa velate con l'eccezione delle ragazze ma questo secondo Tertulliano costituiva un abuso. Per lui tutte le donne, definite genere "di seconda umanità", erano tenute a portare il velo e perciò egli può essere considerato il fondatore dell'obbligo generalizzato al velo sistematizzando un uso precedente e collegandolo al pudore o, per meglio dire, alla debolezza femminile e alla conseguente necessità di sottomettere la donna al controllo dell'uomo. A ben vedere il collegamento va fatto con l'incapacità maschile di resistere alla tentazione più che con la debolezza femminile. Se per i cristiani velare tutte le donne voleva dire sottolineare i valori del cristianesimo e fare "pubblicità" alla Chiesa morale, questo era anche un modo per fare i conti con Eva o, meglio, per accorrere in soccorso di Adamo.
Il riferimento ad Adamo ed Eva introduce un altro paradosso: la debolezza maschile davanti alla tentazione ha portato l'uomo a imporre alla donna di coprirsi il capo per essere meno allettante possibile.
Nella già citata lettera ai Corinzi san Paolo aggiunge che le donne devono stare velate "a motivo degli angeli" e l'enunciato, di non facile comprensione, è spiegato con il timore di risvegliare le brame sessuali degli angeli che sarebbero caduti per essersi innamorati delle donne, secondo il racconto di Genesi (6,4) poi sviluppato in testi apocrifi.
Alla base dell'obbligo ci sarebbe dunque la debolezza maschile davanti alla attrazione costituita dalla donna e in particolare dai suoi capelli. Tanto il velo come la custodia della donna entro casa servivano a proteggere l'uomo: la sua fragilità, il suo onore, la sua insicurezza. In questa prospettiva l'uomo esige che sia la donna a prendersi cura della scarsa capacità di disciplinamento del genere maschile imponendole limiti nella manifestazione di sé e nella sua vita di relazioni. Così con atto imperativo gli uomini hanno obbligato le donne a coprirsi il capo per ridurre il loro potenziale seduttivo e per mostrarsi pudiche.
L'imposizione richiede ubbidienza e il velo simboleggia non solo modestia ma anche sudditanza. Con un unico comando si attua così una duplice finalità: si sposta l'onere della resistenza alla tentazione sulle spalle o meglio sulla testa delle donne e si ottiene da queste ultime il riconoscimento e la dimostrazione della loro subordinazione.
L'uomo riesce a far passare per operazione protettiva della donna quella che invece è un'autoprotezione: la protezione dal proprio desiderio e dalla propria cedevolezza affidando alla donna il compito di supplire al mancato dominio maschile del desiderio. In questo modo, paradossalmente, una manchevolezza si trasforma in un elemento di forza.
Che la copertura del capo della donna avesse lo scopo di neutralizzare un potente elemento seduttivo lo si ricava dalle parole di San Paolo sopra riferite: "a motivo degli angeli". Dagli scritti di Clemente Alessandrino, padre della Chiesa, si evince chiaramente come una presunzione di colpevolezza gravi sulle donne in quanto suscitatrici di desiderio: il corpo femminile, infatti, è un'esca e la preda che ci casca è innocente; spetta quindi alle donne rendersi inoffensive: non sono gli uomini a dover dominare le loro pulsioni. E' proprio per evitare di trasformarsi in pericolose esche che dovevano stare a capo coperto.
Questa lettura è confermata, a secoli di distanza rispetto a Clemente Alessandrino, da un'esplicita dichiarazione del Minore Osservante Giovanni da Capestrano (Capestrano, AQ 1386-1456). Il frate capestranese in pieno XV secolo ribadì nel suo "Trattato degli ornamenti, specie delle donne" l'obbligo per tutte le donne di velarsi a meno che non intervenissero ragioni particolari fra le quali era annoverabile la deformità, quando cioè pur restando a capo scoperto la donna non poteva suscitare desiderio.
Dall'iconografia si ricava che nel periodo in cui Giovanni da Capestrano raccomandava di velarsi accuratamente le donne anziché "nascondersi" si resero, coprendosi il capo, più visibili indossando magnifici e preziosi veli ma anche complessi ed originali copricapi. Qui il paradosso è palese.
Non è solo l'iconografia a offrire testimonianza di ciò. Sappiamo che nel 1279 il cardinale Latino Malabranca formulò una serie di decreti l'ultimo dei quali ribadiva l'obbligo per le sposate che avessero più di 18 anni a indossare il velo. Tale prescrizione produsse come effetto, si legge nella "Cronica" coeva del frate minore Salimbene de Adam (Parma 1221- San Polo d'Enza 1290), la "agitazione" delle donne e in particolare "mandò su tutte le furie le dame di Bologna". Salimbene testimonia dunque la consapevolezza delle donne di patire una limitazione ma anche la loro capacità reattiva, una resistenza e insieme una propositività manifestata in particolare là dove, come riferisce il cronachista, le donne seppero approfittare della prescrizione del velo per diventare dieci volte più belle e attirare ancora di più l'attenzione facendosene confezionare di bisso, di seta, intessuti d'oro. Le donne convertirono dunque l'obbligo al velo per modestia in occasione di sfoggio di lusso. velo
Il catalogo dei copricapi femminili alla fine del Medioevo è molto esteso: si va da oggetti di enormi proporzioni che sbilanciavano la figura, come certi enormi balzi a forma rotondeggiante o complesse architetture ricoperte da veli che volteggiavano all'aria, fino a piccole e preziose cuffie percorse da fili d'oro, trapunte di perle e riccamente decorate. Il repertorio è vastissimo ed appare difficile coniugare un copricapo fitto di penne di pavone o la "terzolla" realizzata con alcune centinaia di perle con l'idea di modestia. Chi indossava copricapi del genere aveva sì la testa coperta ma in realtà esibiva originalità, ricchezza, privilegio, voglia di apparire.
Sempre nei secoli dell'ultimo Medioevo la subordinazione femminile che i veli avrebbero dovuto simboleggiare ha trovato, grazie ad essi, un ribaltamento guadagnando alle donne fama e buone entrate attraverso un'intensa attività produttiva e commerciale femminile relativa ai veli e più in generale ai copricapi.
Benché spesso non risultino iscritte alle arti, all'interno delle quali però operavano regolarmente, le donne erano impegnate in diversi settori produttivi e in particolare nel comparto della seta. Non si limitavano a svolgere attività poco qualificate e scarsamente remunerative e non sono mancate imprenditrici impegnate a gestire direttamente l'intero processo produttivo investendo risorse personali in iniziative in questo campo. Fonti milanesi testimoniano casi del genere e attestano che nel settore serico alle donne fu consentito non solo di essere apprendiste ma anche magistræ.
L'ambito che appare di tipica se non esclusiva pertinenza femminile fu quello della confezione delle cuffie, un copricapo molto apprezzato e assai diffuso indossato da donne di ogni età. I documenti confermano non solo che le donne esperte in questo tipo di confezione erano molto ricercate ma anche che spesso le maestranze femminili ricavarono notevole fama grazie alla loro abilità. Ciò in netto contrasto con il disegno maschile di mantenere le donne, artigiane comprese, subordinate, silenziose e poco partecipi alla vita pubblica.
Dunque le cuffie offrirono una buona soluzione all'uso di coprire il capo senza sacrificare la bellezza ma consentirono anche a un certo numero di donne di acquisire un ruolo riconosciuto nel mondo della produzione. Quelle stesse donne che erano tenute a stare a capo coperto fecero della produzione di veli da mettere in testa e soprattutto di raffinate cuffie un mezzo di affermazione personale e di gruppo. Conosciamo il nome di alcune artigiane-ricamatrici fiorentine attive in questo campo e tanto brave da essersi guadagnate una specifica menzione nei documenti.
Non solo a Milano ma anche a Firenze e a Venezia è attestata una ben organizzata imprenditoria femminile. Ma le donne operavano anche nel campo dei commerci come attestano fonti provenienti dalla nota compagnia pratese di Francesco Datini.
Da documentazione risalente al XIV secolo si ricavano notizie di merciaie molto attive sulla piazza di Maiorca, impegnate in particolare nel commercio di veli di cotone. Non sappiamo se il caso di queste merciaie fosse o meno un unicum ma si può certamente affermare che le donne ebbero in più città un ruolo centrale nella produzione e nella lavorazione di veli, pannetti da testa e acconciature. Tali oggetti divennero sempre più vari, originali ed elaborati grazie alla moda.
Al centro di buona parte delle risposte proattive delle donne si colloca la moda. Si può parlare di nascita della moda a partire dal XIII secolo, da quando cioè le botteghe artigiane raggiunsero un notevole sviluppo proponendo una ricca varietà di oggetti in gran parte legati all'abbigliamento; da quando le leggi suntuarie [che limitavano il lusso nella moda] cominciarono ad esaminare accuratamente quello che soprattutto le donne si mettevano addosso attribuendo alle diverse categorie sociali specifici tessuti e determinate fogge con tanto di precisazione di lunghezze e larghezze di maniche o strascichi; da quando i predicatori dedicarono interi sermoni alle vanità non parlando in generale di vizi e virtù ma affrontando precisi temi, dalle acconciature agli strascichi ("caudæ").
Nel XIII secolo si osserva inoltre, grazie all'iconografia, una netta distinzione fra abbigliamento maschile e femminile e una ricca varietà di forme.
Ebbene tutto ciò ha messo nelle mani delle donne uno strumento di reazione, ha offerto loro materia e spunti per forzare i limiti loro imposti e per rendersi ben visibili. Tanto l'impegno nella produzione di copricapi, veli compresi, come l'adozione di fantasiose acconciature sono strettamente connessi alla moda. Quest'ultima, e siamo a un altro paradosso, ha fatto del velo il simbolo di un modo di proporsi seduttivo, aggraziato, iperfemminile.
Oggi la moda sembra pronta a rilanciare il velo e non solo per strizzare l'occhio al mondo islamico. Anche presso chi non appartiene a tale mondo la cosiddetta "modest fashion" ha un buon numero di seguaci con le sue proposte di linee sobrie e coperture del capo.
Oggi la situazione appare molto differenziata per area geografica e situazione politica ma anche sociale e il velo a sua volta assume aspetti e significati diversi. Vi sono coperture imposte che appaiono pesanti sotto ogni punto di vista e veli scelti da donne islamiche, non disposte a rinunciare all'eleganza, che ne adottano di leggeri ed aggraziati. In quest'ultimo caso la moda gioca la sua parte nell'"alleggerire" il peso del velo e riesce ad affermare, con grande vantaggio economico per chi produce e commercializza, veli e altre coperture che forse padri e mariti faticherebbero a far indossare alle loro donne.
Questa è un'altra prova della forza della moda, cosa della quale i più avvertiti sono consapevoli da tempo, eppure c'è chi continua a giudicarla frivola e superficiale.
Come alla fine del Medioevo la moda ha indicato alle donne la via per una forma di resilienza, così oggi offre materia a non poche musulmane per interpretare con gusto e originalità un elemento entrato a far parte dell'identità islamica e prospetta buone opportunità economiche a chi si impegna a coniugare copertura e stile, ortodossia e innovazione, modestia ed eleganza: una sorta di aporia [problema con due soluzioni opposte ma entrambe valide], un altro paradosso da affiancare ai molti fin qui indicati.
Procedendo di paradosso in paradosso, siamo arrivati almeno a un punto e cioè allo scardinamento della lettura riduttiva e stereotipata del velo come elemento identificativo della donna islamica e come simbolo di sottomissione e di mancata emancipazione.
Comunque un programma del genere c'è oggi in taluni paesi e c'è stato nel mondo mediterraneo, segnatamente in ambiente cristiano e vale la pena interrogarsi sulle ragioni di esso e sulle forme che ha assunto. Ci sono state però anche reazioni, interpretazioni, conseguenze inattese o comunque impreviste.
Per tutte queste ragioni il velo non è stato e continua a non essere un velo e basta: è pesante, ingombrante, carico di significati e di storia ma sa anche volteggiare leggero se maneggiato con sapienza e consapevolezza.

© La Gazzetta di Santa