Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Lo squadrismo a Genova (1921 - 1926) (3/5)
di Francesca Alberico

Balbi Sei, Ricerche Storiche Genovesi – n.1 2004

(precedente)

Per il fascismo genovese si aprì una fase legata alla linea intransigente e violenta, di stampo farinacciano, i cui massimi esponenti divennero Ferruccio Lantini, Giovanni Pala e soprattutto il capo delle squadre d'azione Gerardo Bonelli. Questo nucleo dirigente rimase alla guida del Pnf genovese finché gli eccessi squadristici convinsero il direttorio nazionale del Partito ad attuare una svolta moderata, che coincise con la trasformazione del fascismo-movimento in regime. Nei primi anni di comando, comunque, proprio grazie al controllo esercitato sui suoi squadristi, Bonelli contribuì in modo decisivo a rafforzare il peso del suo gruppo, colmando in parte quel vuoto generato dalla mancanza di leader autorevoli, a cui si attribuivano le iniziali difficoltà di sviluppo e di diffusione del movimento.
Poco prima che le disposizioni sulla Mvsn entrassero in vigore, il prefetto ricevette la segnalazione che nei locali di Via Ponte Carignano, che prima ospitavano la sezione comunista ed ora la squadra Vola, si facevano "controlli", che talvolta degeneravano, e di cui dimostravano di essere al corrente anche le autorità locali:

La notte decorsa, verso le ore 23, sparsasi la voce che giovani di idee sovversive erano stati fermati e accompagnati sede squadra fascista Vola, via al Ponte di Carignano, Arma intervenuta prontamente luogo, poté stabilire che nessuno era stato trattenuto nei locali. Indagini accertarono però che tre giovani ritenuti di idee sovversive, erano stati precedentemente accompagnati detta sede, due dei quali erano stati rimessi subito in libertà mentre il terzo, a nome Colombo, non meglio identificato, pare sia stato rilasciato poco prima ore 23, dopo essere stato picchiato.

La squadra d'azione Vola era ben lontana dall'obbedire alle disposizioni di scioglimento e sotto il comando di persone come Gian Gaetano Cabella1, di Gerardo Bonelli e del suo fido Gigetto Masini, dimostrò ben presto che la Milizia ufficiale poteva convivere con lo squadrismo "illegale".
La dissoluzione delle squadre, attuata solo parzialmente, suscitò comunque malumori e sbandamento tra i fascisti, assuefatti alle forme di lotta adottate fino ad allora, che spesso li avevano portati

all'abitudine alla violenza contratta nel corso di quasi due anni di azioni squadriste, alla incapacità di risolvere altrimenti i problemi politici e sociali quotidiani e al clima di odi e di vendette venutosi a determinare in un così lungo periodo [che] rendeva un ritorno alla normalità estremamente difficile.

Proprio i membri della Milizia, che avrebbero dovuto coadiuvare le forze dell'ordine, assumevano atteggiamenti teppistici e criminali, che le autorità non erano in grado di contrastare: la notte del 30 aprile un gruppo di fascisti della Vola appiccò fuoco a 25.000 copie del Lavoro, alla cui sorveglianza erano stati preposti altri membri della stessa squadra.
I capi della Milizia genovese – Luca Ciurlo, Masini, Cabella e soprattutto Bonelli – di certo non erano un esempio di comportamento per i loro militi. La Questura, in data 10 giugno 1923, segnalando un diverbio accesosi tra alcuni comunisti e Arturo Ciurlo, fratello di Luca, riferiva anche della esagerata reazione fascista che ne era seguita:

Dalla sede del Fascio, dove subito pervenne la notizia, partirono alcuni fascisti guidati dall'avv. Ciurlo, fratello del percosso. Giunti sul posto fecero chiudere alcuni esercizi pubblici prendendo a schiaffi qualcuno dei passanti che dal contegno credettero trattarsi di comunisti […] Successivamente gli stessi fascisti, di cui alcuni in divisa, si recarono in Via Borgo Incrociati dove girarono in cerca di sovversivi, ma non avendone trovati, si fermarono in piazza Cipro, dove tirarono alcuni colpi di rivoltella in aria a scopo dimostrativo.

Pochi giorni dopo la Questura compilò un rapporto simile su Bonelli:

vennero a diverbio un fascista e un imperialista per motivi non meglio precisati. In seguito a ciò verso le ore 22 diversi gruppi di fascisti delle Squadre Vola e Randaccio di cui faceva parte il rag. Bonelli Gerardo, segretario politico […] si recarono nel bar di via G. Torti, ove si trovavano gli imperialisti […] Furono scambiati diversi pugni e infine gli imperialisti si diedero alla fuga.

In previsione di agitazioni derivanti da possibili licenziamenti di ferrovieri, la Questura genovese nel giugno del 1923, decise di utilizzare per il servizio d'ordine presso il Circolo Ferrovieri di Via Rivalta, circa duecento militi della Mvsn. Anziché attenersi agli ordini di una semplice sorveglianza i militi, comandati da Gian Gaetano Cabella, penetrarono nei locali del Circolo, li sottoposero ad una perquisizione e si arrogarono il diritto di sequestrare pubblicazioni "sovversive". Ancora una volta le autorità, che avevano affidato proprio ai fascisti l'incarico di sorveglianza, si trovarono impossibilitati a procedere contro gli autori dell'irruzione, perché i rappresentanti del Circolo Ferrovieri non inoltrarono alcuna denuncia. Uscito indenne dall'episodio, pochi giorni dopo Gian Gaetano Cabella fu di nuovo coinvolto in un'altra inchiesta della Questura, che si riferiva all'invasione della Società di Mutuo Soccorso Felice Cavallotti.
Alla fine dell'estate le intemperanze dello squadrismo genovese subirono un'apparente battuta d'arresto. In seguito alla devastazione compiuta a luglio ai danni del giornale "Il Popolo di Rapallo", la squadra "Vola" fu sciolta. In realtà le nuove disposizioni adottate si rivelarono inconsistenti: nei locali di via Ponte Carignano sarebbe stato ospitato il Circolo sportivo "Vola", che non solo manteneva inalterato il nome della squadra fascista ma anche la composizione dei suoi membri. Gerardo Bonelli, indicato come il maggiore responsabile della devastazione, uscì assolto dal procedimento che gli fu intentato dal tribunale di Chiavari.
Tra il settembre e l'ottobre dello stesso anno il fascismo genovese attraversò una forte crisi, scatenata dalla polemica revisionista capeggiata da Massimo Rocca e indirizzata verso i maggiori esponenti fascisti locali. Già nei primi mesi del 1923 all'interno del Fascio genovese si era creato un atteggiamento critico che si ispirava al recupero dello "spirito puro" del '19. La dissidenza dei fascisti genovesi della prima ora, che prendevano le distanze dai nuovi arrivati, si raccolse attorno ad un gruppo che fu significativamente battezzato "Compagnia della Vecchia Guardia" e che faceva capo al diciannovista Giuseppe Mastromattei, rappresentante del nucleo fascista originario, quello ancora legato ai Perrone e a Giulietti.
Al gruppo raccolto attorno a Mastromattei diede il suo appoggio Massimo Rocca, che insieme a Giuseppe Bottai era sostenitore, su scala nazionale, di un revisionismo che criticava le limitazioni alla libertà di stampa e l'uso sistematico della violenza e condannava lo strapotere dei ras locali e i loro stretti legami con gli industriali. Nel caso genovese gli attacchi di Rocca si indirizzavano contro la nuova dirigenza, strettamente legata all'azienda armatoriale Odero; tra i suoi bersagli c'erano Giovanni Pala, Gerardo Bonelli e soprattutto Ferruccio Lantini. Proprio a quest'ultimo Rocca indirizzò una accesa lettera di critica che "Il Secolo XIX", di proprietà dei Perrone, si premurò di pubblicare: "Non posso perdonare la lotta lunga e continua e tenace e sleale e sorda condotta contro tutti coloro che nel partito superano la tua mediocrità" - denunciava Rocca - "lotta che in confronto a Mastromattei, ad esempio, è scesa fino alla volgarità della cagnara teppistica preparata dai tuoi squadristi".
Dopo quest'ultimo episodio la rottura del fascismo genovese in sfere ben distinte di influenze e di simpatie era ormai irrimediabile e l'instabile equilibrio mantenuto fino allora collassò, facendo registrare una serie di aggressioni fra fascisti di schieramenti diversi e inquinando l'ambiente locale in cui, già all'indomani della pubblicazione della lettera di Rocca, ripresero ad operare gli squadristi di Bonelli. Mentre Rocca si trovava nella sede del Corriere Mercantile, per pubblicare una rettifica sulle pagine del giornale, Bonelli, Masini e altri fascisti minacciarono a più riprese di penetrare con la forza nella redazione.
Intanto il capo della Pubblica Sicurezza De Bono inviò un telegramma al prefetto in cui, sottolineando la necessità di mantenere la disciplina, ordinò di procedere all'arresto di Bonelli e di affidarlo alle autorità militari:

Pervengono da fonte autorevole notizie di azioni violente impunite costà dal seniore Bonelli della Milizia Volontaria Nazionale contro avversari suoi appartenenti allo stesso partito fascista e contro le loro famiglie. Lo stesso Bonelli ha oggi telegrafato a qualcuno di essi esprimendo apertamente i suoi propositi violenti. Si prega N S voler intervenire energicamente far cessare queste intemperanze, procedendo senza riguardi alla qualità delle persone, all'arresto di quanti turbano l'ordine pubblico e commettono reati contro persone.

Dopo l'arresto, Bonelli, fu inviato nel carcere di Savona, lontano da Genova dove, per l'appoggio e la popolarità di cui godeva fra i suoi militi, avrebbero potuto verificarsi disordini. Ma l'esperienza del carcere sembrò accrescere la sua fama; dalla prigione riceveva messaggi dai suoi squadristi, pronti ad accoglierlo al suo ritorno come un eroe: "Gerardo Bonelli - Fortezza - Savona: Vola, la fedelissima, invia saluti affettuosi al Comandante con l'augurio di presto rivederlo". Sempre più impazienti per l'assenza del loro capo, gli squadristi genovesi meditarono di recarsi in massa a Savona, per manifestare la loro contrarietà al provvedimento detentivo.
Il 27 ottobre giunse da Roma un telegramma di De Bono con cui si dava disposizione di rimettere in libertà Bonelli. Il suo ritorno sulla scena genovese era visto con preoccupazione dalla Questura che teneva sotto sorveglianza i suoi fedelissimi – circa duecento – che, in segno di protesta per i provvedimenti adottati a carico del loro capo, avevano deciso di rassegnare le dimissioni dalla Milizia e di raggrupparsi in un nuovo gruppo, che chiamarono Circolo Camicia Nera. Secondo le informazioni raccolte dalla Questura già all'inizio di novembre, pochi giorni dopo il rientro a Genova di Bonelli, il nuovo Circolo

sta per fare risorgere lo squadrismo; difatti i componenti sono gli ex appartenenti alle squadre d'azione del fascio di Genova, quali la Mussolini, la Disperata, l'Ardita, la Piero Sommensi, che hanno adottata la vecchia divisa da squadristi consistente nella camicia nera portante al bavero le mostrine della squadra cui appartenevano2. Essi hanno di già dato luogo a qualche incidente […] Risulta anzi che qualcuno dei maggiorenti del gruppo Bonelli abbia dichiarato che se per una ragione qualsiasi venisse adoperata la Milizia Nazionale contro gli squadristi, questi avrebbero saputo tenere a bada anche la Milizia.

L'esistenza del Circolo Camicia Nera sembrò preoccupare addirittura Roma: il Governo ne ordinò lo scioglimento, diffidando Bonelli

dal ricostituire anche sotto altro nome il circolo disciolto, nonché da qualunque forma di attività illegale da cui possa derivare turbamento dell'ordine pubblico, avvertendolo che in caso contrario, non soltanto sarà aggravata la sua posizione nei riguardi dei procedimenti anzidetti, ma egli sarà senz'altro arrestato.

Lo squadrismo "legalizzato"
Il periodo che precedette le elezioni del 1924, fissate per il 6 d'aprile, fu caratterizzato da un clima teso, in cui si intensificarono intimidazioni ed aggressioni, come si evince dai rapporti della Questura: il 18 marzo un gruppo di fascisti "si recarono allo scalo merci di Terralba, ove lavora come facchino noto comunista Manzoli Remo […] e lo invitarono a seguirli alla sede del Circolo Rionale Fascista di via Giovanni Torti 11, ove lo perquisirono […] Infine lo lasciarono libero, ingiungendogli che tutte le sere dovrà passare dalla sede del Circolo per apporre la propria firma in un registro"; il 3 aprile una decina di fascisti "si sono recati al deposito tramvai e presenti i carabinieri […] agli operai e al personale viaggiante, di ciascuno dei quali hanno preso i numeri, hanno consegnato degli opuscoli e manifestini elettorali, minacciandoli di bastonate se domani […] non li trovassero in possesso degli opuscoli e manifestini". Nella stessa giornata, dopo aver invaso lo studio di un fiduciario del Psu, un gruppo di fascisti, sotto la minaccia delle armi, gli sequestrò materiale di propaganda politica. Ancora il 3 aprile un altro esponente del Psu, nominato scrutatore ai seggi, subì l'aggressione di un gruppo di fascisti che, dopo avergli ritirato il certificato elettorale, gli intimarono di non andare a votare o sarebbero stati "guai seri". Il 4 aprile

fascisti bussarono all'abitazione di Rossi Alfredo […] invitandolo ad uscire. Avendo egli aderito due di essi lo accompagnarono nella di lui bottega da barbiere poco distante, ove alla sua presenza ruppero ogni cosa […] Gli stessi sconosciuti imposero al Rossi di consegnare loro il di lui certificato elettorale e lo percossero con schiaffi, quindi se ne andarono non senza averlo minacciato di gravi danni se oggi fosse uscito di casa.

Nel periodo elettorale aveva ripreso vigore la polemica revisionista, che la vicenda Matteotti avrebbe ulteriormente amplificato. In quell'occasione Massimo Rocca, ormai espulso dal Partito, tornò ad essere un obbiettivo degli squadristi genovesi, come ricorda nella sua autobiografia: "La mia seconda e definitiva espulsione dal partito ebbe luogo il 20 maggio 1924 […] Pochi giorni dopo, il Fascio di Genova inviava a Roma tre squadristi ad aggredirmi, "per vendicare il suo onore"; ma senza che nessuno si curasse di smentire una sola delle mie affermazioni". Gli squadristi di cui parla Rocca nella sua autobiografia altri non erano che Gerardo Bonelli e i suoi compagni di sortite, Gigetto Masini e Gaio De Nardo. Bonelli, che appoggiando la corrente intransigente di Farinacci si era sempre schierato contro Rocca, organizzò una spedizione punitiva a Roma, di cui le autorità erano debitamente informate, come dimostra il rapporto inviato dalla Questura alla prefettura in data 19 maggio 1924: "Iersera partirono per Roma segretario politico fascio Bonelli Gerardo accompagnato da noti fascisti Masini Gigetto e De Nardo. Pare che essi siano intenzionati usare violenze contro deputato Massimo Rocca per accuse da questi fatte ai fascisti genovesi".
Un nuovo giro di vite nei confronti di ogni dissenso fu dato in occasione del delitto Matteotti: il 16 giugno, giorno in cui fu ritrovato il cadavere del deputato socialista, Bonelli, Ciurlo e i loro fascisti si occuparono di stroncare sul nascere ogni forma di protesta:

dalle 21 alle 24 alcuni fascisti capitanati da Gerardo Bonelli e dal dott. Luca Ciurlo in piazza De Ferrari ebbero a percuotere con pugni vari sovversivi che sostavano nella predetta piazza commentando gli avvenimenti del giorno.


(continua)


1 Gian Gaetano Cabella fu rappresentante dello squadrismo più aggressivo; ripropose i suoi metodi di lotta in toni esasperati nel periodo della RSI, quando giunto alla direzione de "Il Popolo d'Alessandria", ne fece una delle pubblicazione antipartigiane più violente. Antisemita convinto, partecipò alla distruzione della Sinagoga di Alessandria nel dicembre 1943.
2 Dal 1° di novembre non era più concesso di portare le camice nere a fascisti non appartenenti alla Mvsn.

© La Gazzetta di Santa