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Lo squadrismo a Genova (1921 - 1926) (5/5)
di Francesca Alberico

Balbi Sei, Ricerche Storiche Genovesi – n.1 2004

(precedente)

Verso il regime
Il minacciato scontro tra squadristi lessoniani e bonelliani non avvenne, anzi il processo con cui il fascismo stava assumendo la fisionomia di regime, rese inderogabile la risoluzione della questione squadrista. Con la graduale burocratizzazione e gerarchizzazione del Partito, entrarono in esso nuovi iscritti, che prima ne erano stati solo simpatizzanti; fu soprattutto tra di loro che provennero i nuovi funzionari e dirigenti, destinati ad inserirsi nell’apparato di Governo e a sostituire la vecchia dirigenza, ancora legata alla mentalità e agli atteggiamenti squadristici, per nulla disposta a rinunciare all’influenza conquistata ma altrettanto incapace di organizzarsi in qualcosa di più complesso di fazioni territoriali:

Per molti tutto si riduceva ad un rigurgito di “beghismi” personalistici, spesso tanto futili quanto violenti e mortificanti, di lotte per assicurarsi e mantenere quel poco di “potere” personale che era lasciato a disposizione dei vari gerarchi e gerarchetti, per arraffare un “posto”, una carica, per valorizzare il proprio gruppo a danno di altri […] Per molti fascisti, privi di una concreta esperienza politica, portati da quella bellica e squadristica a valutare gli uomini e le gerarchie col metro del coraggio individuale e dei successi conseguiti “sul campo” e psicologicamente diffidenti verso le “burocrazie” di partito […] il “beghismo” era però quasi una seconda natura, spesso un modo rozzo e primitivo di esprimere la propria personalità frustrata e delusa e l’ansia confusamente libertaria che aveva contribuito a far di loro dei fascisti e ora impediva loro di farsi trasformare in tanti “funzionari”. Sicché né gli ammonimenti, per autorevoli che fossero, né - in qualche caso più clamoroso - gli interventi disciplinari dall’alto potevano veramente por fine ad esso.

Il 31 ottobre 1926, a Bologna, il quindicenne Anteo Zamboni tentò di uccidere il duce; l’attentato, il quarto in poco meno di un anno1, scatenò in tutt’Italia una serie di rappresaglie. A Genova gli scontri provocati dai fascisti segnarono il declino del capo delle squadre d’azione Gerardo Bonelli. Nel corso dei tumulti fu ucciso un carabiniere e l’omicida fu protetto per tutto il tempo dell’inchiesta da Bonelli e da Masini, che lo aiutarono a fuggire all’estero. Quando tutta la vicenda giunse a conoscenza dell’autorità e dell’opinione pubblica segnò per Bonelli la fine della sua carriera di gerarca.
Malgrado le misure di sicurezza adottate dalle forze dell’ordine, già il 1° novembre, fin dalle prime ore del mattino, un notevole fermento si diffuse nell’ambiente fascista genovese, come segnala un rapporto della Questura;

Gruppi di fascisti ed arditi segnarono con gesso sui muri minacce di morte verso avversari politici, indicando con frecce negozi e abitazioni di persone a loro invise.

In serata fu invasa l’abitazione dell’avvocato socialista Rosso, fu aggredito l’avvocato Gambini, che rischiò il linciaggio per non essersi tolto il cappello al passaggio dei gagliardetti, si diede infine l’assalto alla Camera del Lavoro:

i fascisti che erano armati di picconi, di grossi palanchini e di martelli da fabbro, riuscirono da diverse parti che sfondavano, a penetrare nei locali. Ivi danneggiarono gravemente le macchine e con latte di benzina […] applicarono il fuoco a rotoli di carta e giornali […] da parte degli assalitori venivano esplosi numerosi colpi di rivoltella a scopo di intimidire […] la forza pubblica. Moltissimi erano armati di rivoltella e pugnali e molti avevano un fazzoletto […] La massa dei fascisti riuscì a sfondare il cordone di truppe, con mazze e martelli da fabbro tentava di abbattere il portone.

Elia Bernardini, uno dei carabinieri intervenuti per contenere la devastazione, fu ucciso da uno degli assalitori, Vittorio Nizzola, che aveva sorpreso a rubare.
In occasione della celebrazione funebre il carabiniere, ucciso da un fascista, fu commemorato insieme ad uno squadrista, anch’egli morto negli scontri dell’attacco a “Il Lavoro”:

Le salme del camerata Mario Bertoni e del carabiniere Elia Bernardini” commentò il Giornale di Genova – “vittime entrambi di uno stesso dovere, sono state trasportate, nelle prime ore del mattino di ieri […] nell’aula della Clinica Medica di Via Balilla trasformata in camera ardente e amorevolmente composte su due lettini che in breve si ricoprirono di fiori. Al capo di essi fu formato un trofeo di neri gagliardetti […] Gerardo Bonelli, Gigetto Masini, Glauco Finzi [tutti e tre complici dell’omicida, ndr] e altri gerarchi del Partito hanno sostato quasi durante tutta la giornata presso le due salme.

Nel timore che lo squadrismo genovese subisse nuove pressioni dopo i fatti recenti o fosse affidato ad elementi estranei per le continue assenze di Bonelli, impegnato dal suo incarico di vice segretario del Pnf, la “Vola” con un comunicato firmato dagli squadristi più noti – Cabella, Dal Negro, Finzi, Brunelli – invocò la nomina di Gigetto Masini a segretario federale genovese quale “unica soluzione possibile per mantenere intatta compagine fascismo genovese”. Masini sembrò riscuotere tra gli squadristi genovesi simpatie sufficienti da preoccupare il prefetto, che in data 3 gennaio 1927, comunicò al Ministero degli Interni:

A Genova squadre fasciste dopo disposizioni emanate dal governo si costituirono in circoli rionali stop A capo detti circoli est squadrista Gigetto Masini seniore Milizia stop. Anche squadra Vola, che esiste però sempre di fatto, formata di elementi più accesi et violenti, ha costituito proprio circolo rionale stop. Essa effettivamente conserva spiccata simpatia per Onorevole Farinacci, tanto più che in varie occasioni maggiori esponenti di essa, legati da saldi vincoli di amicizia con detto onorevole non hanno nascosto loro tendenza farinacciana stop. Non appena però sarà chiarificata situazione locale Partito Fascista […] provvederò senz’altro perché anche di fatto cessino predette organizzazioni che violano nello spirito superiori disposizioni.

Ma ormai il processo irreversibile avviato dall’inchiesta sul carabiniere ucciso produsse un’ampia epurazione della compagine fascista di Genova, destinata a spazzare via ogni residuo di esperienza squadrista. Poco giorni dopo l’invio del telegramma del Prefetto sul riaccendersi della minaccia squadrista, Lare Marghinotti fu inviato a Genova quale Commissario Straordinario della Federazione Provinciale, con il compito di riorganizzare e ristrutturare il fascio locale, allontanandone gli elementi indesiderati. Marghinotti assunse la carica di segretario federale e avocò a sé anche il compito di mantenere i collegamenti con la Milizia, esautorando così Bonelli che fu gradatamente estromesso da tutte le cariche assunte. Il 23 aprile il foglio d’ordine del Pnf comunicò le dimissioni di Bonelli dall’incarico di vicesegretario, il giorno successivo Marghinotti, su ordine diretto di Mussolini, sostituì Bonelli al comando della legione San Giorgio, preparandosi ad avviare una epurazione che avrebbe allontanato tutti i militi a lui fedeli:

Caro Marghinotti, le ordino di assumere in data 24 aprile 1927 il Comando effettivo della Legione San Giorgio. Ella procederà contro il termine di una settimana ad una severissima revisione di tutti i militi. Intendo che Ella mi presenti una legione composta di Camicie Nere di fede sicura, di provata onestà e che sappiano provare come e dove lavorano. F. to Mussolini.

Alla fine dell’estate si giunse all’epilogo della vicenda che aveva travolto nello scandalo Bonelli e altri membri della Milizia: Gigetto Masini e Gerardo Bonelli furono arrestati perché riconosciuti colpevoli di aver ostacolato le indagini e favorito la fuga di Nizzola, fu arrestato anche Gian Gaetano Cabella. Le accuse nei suoi confronti risalivano ad un furto compiuto anch’esso durante i disordini scoppiati dopo l’attentato di Bologna: le indagini, che al momento dei fatti erano approdate a poco, avevano ripreso nuovo vigore dopo la sua recente espulsione dal Pnf, che aveva fatto perdere a Cabella e ad altri ex squadristi la protezione che la camicia nera forniva.
Con la rovinosa caduta di Bonelli ed il suo allontanamento dal partito lo squadrismo fu definitivamente debellato. Per il fascismo genovese ebbe inizio una nuova fase, più moderata, sotto la segreteria federale del marchese Federico Negrotto Cambiaso. Nel discorso di commiato Lare Marghinotti, portato a termine il suo incarico di riorganizzazione del Fascio genovese, con l’insediamento del nuovo direttorio e del nuovo federale, dichiarò il definitivo addio allo squadrismo genovese e l’adeguamento definitivo dei dirigenti locali alle direttive del regime:

Signori Camerati […] il succedersi di atti di violenza gravi più che in sé stessi, come sintomo, che dimostrava il perpetuarsi di sistemi che non avevano più ragione di essere e che pertanto erano contrari alla volontà di Governo e alle direttive di Partito, qualche episodio di losco affarismo e di vera criminalità avevano rivelato la persistenza nei ranghi del Partito di uomini che non vi potevano più restare […] avevano concepito e concepivano la disciplina solo nel comando per cui si rivelavano insofferenti della obbedienza […] credettero di potere dominare con la prepotenza, e di potere tutto osare nella sciocca credenza della inamovibilità loro dalle cariche e della loro impunità.

Nella trasformazione interna al Pnf della seconda metà degli anni venti i capi precedentemente alla guida del movimento furono in gran parte sostituiti da simpatizzanti ed ex fiancheggiatori, scelti per reintegrare le perdite delle epurazioni di Turati e per sancire il definitivo allontanamento degli elementi indesiderati:

A questo proposito Turati era assolutamente intransigente; la fascistizzazione dello Stato non poteva avvenire mettendo dei vecchi fascisti in tutti i posti chiave e in tutti gli uffici; il fascismo non aveva i quadri, le “competenze”, necessarie per una simile operazione e, anche se fosse stato in grado di realizzarla, non era la strada da percorrere poiché essa avrebbe portato inevitabilmente ad un riaccendersi o a un radicalizzarsi del conflitto con i fiancheggiatori, interni ed esterni; la fascistizzazione dello Stato non poteva però avvenire neppure dando solo la tessera a tutti; i nuovi fascisti, gli ex fiancheggiatori, dovevano essere rifatti spiritualmente, dovevano diventare dei veri fascisti; e questo - insieme alla formazione delle nuove generazioni - non poteva che essere compito del partito.

Al termine del suo mandato, nel settembre 1930, quando Turati lasciò la segreteria a Giuriati, l’“inquadramento” politico e burocratico del Pnf era un fatto acquisito e, anche se sopravvivevano ancora correnti interne e forme di potere personale, non rappresentavano più la minaccia che avevano costituito nel 1926, quando erano difficilmente controllabili dalla dirigenza centrale. Sotto la segreteria di Starace, rimasto in carica dal dicembre del ’31 all’ottobre del ’39, si completò l’obbiettivo del regime di inserire ai posti di comando una classe dirigente professionalmente preparata e soprattutto pienamente fascista, interessata più a far carriera che a riproporre il vecchio modello squadrista della prima ora:

Ogni tanto a costoro si chiede un’impennata radicale, qualche pestaggio di dissenzienti grazie al quale il partito possa rinnovarsi alle fonti della violenza squadrista, qualche polemica antiborghese. All’opinione pubblica i gerarchi devono sempre apparire attivi, intenti a “vivere pericolosamente” correndo in motocicletta o cimentandosi nei più spericolati esercizi ginnici; si raccomanda loro di non frequentare locali notturni, di non usare troppo la macchina di servizio, di non spendere in lussi e amanti - di non apparire insomma quello che sono, una classe di rampanti politici di professione.

Nel periodo che era seguito alla presa del potere il fascismo si era servito principalmente della violenza quale arma con cui condurre la propria battaglia politica. Nella sua evoluzione dittatoriale, dopo aver ridotto al silenzio le opposizioni ed aver eliminato ogni alternativa ad esso, il Governo fascista rifiutò la violenza di stampo squadrista, che minacciava la disciplina interna al Pnf ed il mantenimento dell’ordine pubblico. L’uso della forza fu riconosciuto allo Stato, che se ne servì come strumento di governo, per reprimere ogni larvata forma di contestazione, integrando l’articolato apparato repressivo con un altrettanto articolato sistema propagandistico:

La forza - si diceva - aveva rappresentato l’ingrediente essenziale, e per molti aspetti primario, dell’avvento del fascismo. In quei tempi la forza, nessuno lo negava, era stata la chiave di volta dell’ascesa fascista, ma ora, ora che quegli anni, con tutto ciò che di straordinario e di eccezionale avevano posseduto, si erano dileguati una volta per tutte, la forza, anch’essa, aveva cessato di essere l’unica protagonista […] Il fascismo mirava alla concordia nazionale, e intendeva suscitare un’adesione “dal basso” mostrandosi agli italiani e, ancor di più, presentandosi in faccia al mondo con la consapevole autorevolezza di governare non perché in un momento fortunato si era avuta una prevalenza fisica, ma perché lo si meritava davvero.


1 Tra il 1925 ed il 1926 Benito Mussolini fu vittima di una serie di attentati, che, oltre che rafforzare lo sdegno dell’opinione pubblica, servirono ad accrescere la sua aurea di invincibilità. Il primo ad attentare alla vita del duce era stato il socialista Tito Zaniboni, il 4 novembre 1925. Era stata poi la volta dell’irlandese Violet Gibson, che gli aveva sparato il 7 aprile 1926 all’uscita dal Campidoglio, ferendolo al naso. Il terzo attentato era avvenuto l’11 settembre 1926, ad opera dell’anarchico Gino Lucetti.

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