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    Pezzi di storia

Il commercio Genovese degli schiavi
di Luigi Tria

Società Ligure di Storia Patria - Atti Vol. LXX 1947

Il commercio Genovese in generale - Gli schiavi, una delle più importanti merci

Come è stato giustamente osservato, dopo i Fenici nessun popolo fu così esclusivamente marittimo come il genovese. Il dominio del mare fu veramente lo scopo essenziale di ogni attività ligure, come mezzo, s'intende, per lo sviluppo dei traffici; questa singolare attitudine è, del resto, sufficientemente spiegata dalla mappa 1 posizione geografica di Genova.
E l'importanza data al commercio determinò, talora, atteggiamenti politici1, giovò, talaltra, anche alla causa cristiana2.
E' noto che in tutto il Mar Nero i Genovesi estesero il loro dominio, tanto che quel mare venne, e non a torto, chiamato un lago genovese. Infatti, Genova ottenne dall'imperatore Michele Paleologo la facoltà di possedere e di fortificare un sobborgo di Costantinopoli, conosciuto sotto il doppio nome di Galata e di Pera3.
Ma soprattutto il centro di tutte le colonie genovesi, l'"entrepod" [interporto] del commercio dei Genovesi, nel Mar Nero fu Gaffa, l'antica Teodosia greca, di cui essi ottennero il possesso dal Polowces Comani nella seconda metà del secolo XI e che, verso il 1262, ricuperarono dai Tartari Mongoli insieme con Crim, la città destinata a dare il nome alla penisola e che era così estesa che un cavaliere, forte in arcioni, si narrava, non ne avrebbe potuto fare il giro in un giorno.
Caffa acquistò ben presto tanta importanza che, verso la fine del '200, il suo console, Paolino Doria poté mandare validi aiuti a Tripoli contro i Saraceni e nel 1318 Giovanni XXII la eresse in vescovado.
Dell'importanza di Caffa ben si avvide la Repubblica. Così, il 16 maggio 1316, "pro bona utilitate et securitate mercatorum" [per il benessere e la sicurezza dei mercanti] naviganti sul Mar Nero e ad incremento di Caffa "cuius loci hedificatio, melioratio ac fortificatio sit honor comunis et securitas omnium utentium in mari maiori" [ il cui sito edificato, migliorato e fortificato è un onore comune e una sicurezza per tutti i naviganti], fu stabilito sotto gravi pene, che ogni Genovese "dominus sive patronus alicuius galee ligni vel barche seu alterius ligni navigabilis seu qui in aliquo dictorum lignorum partem habuerit qui iverit in mare maius seu in mare maius intraverit cum ipso ligno vel galea et quod duci vel mitti debeat ultra Caffa versus Orientem teneatur et debeat ire ad Caffa et ibi stare per die unam ad minus" [signore o patrono di una galea o di un'altra barca o che ha avuto parte nelle barche che navigano nel mare maggiore diretti verso Oriente e sostano a Caffa almeno un giorno]. Ed ugualmente fu disposto per ogni "patronus cuiuslibet galee seu ligni navigabilis venientis de versus mare Taune et volentis venire in Romania" [patrono di qualsiasi galea o barca che esce dal mare Taune e diretta in Romania].
Questa floridezza dei traffici genovesi determinò ben presto l'ostilità di Pisa e di Venezia, donde le guerre notissime che, da un lato, fecero sì che, caduta Pisa, Livorno si sostituisse ad essa nel commercio toscano e dall'altro Venezia traesse dalla via dell'Egitto, quanto Genova traeva dalla via del Mar Nero.
In Affrica Occidentale fu, poi, floridissimo il commercio genovese nel Medioevo e florido rimase fino a tutto il '400, per quanto ostacolato dalla concorrenza dei Catalani, dei Veneziani e dei Fiorentini.
Anche nel Mediterraneo Occidentale - snidati che furono dalle Baleari i Saraceni ad opera dei Pisani - i Genovesi, al pari dei Pisani, degli Amalfitani, dei Veneziani, liberamente navigarono, spingendosi fin oltre le Fiandre; inoltre, dalle colonie di Crimea e del Mar Nero avanzarono nella regione del Caucaso fino al nave Mar Caspio.
Ma nel '400 Genova perde le sue colonie sul Mar Nero. Derlet-Ghirei si impadroniva della Crimea, determinava una sommossa a Balaclava; Caffa occupata e saccheggiata, s'impegnava a pagare un tributo ai Tartari. Poi, i Turchi, dopo essersi stabiliti nei Balcani, minacciarono Costantinopoli; con la caduta di questa (1453), cadeva Galata. Genova pensava allora di cedere al Banco di San Giorgio le pericolanti colonie della Tauride; degni di ogni lode furono gli sforzi del celebre istituto, ma il male era troppo profondo e le circostanze troppo sfavorevoli: Caffa fu presa nel 1475 da Maometto II e successivamente cadevano le altre colonie.
Varie merci erano oggetto di commercio nella Tauride: sale, grano, legname, spezierie, pelli, lane. E non soltanto nella Tauride, ma in tutto il Mar Nero largamente si esercitava il commercio degli schiavi. A Caffa esisteva un fiorentissimo mercato di schiavi: da Caffa questi venivano trasportati in Egitto. Non avrebbe potuto, del resto Genova non consentire questo imbarco, senza compromettere le sue relazioni commerciali con l'Egitto. A Caffa molti stranieri vennero a stabilirsi per trarre profitto da quel vantaggioso commercio, primi tra tutti gli Ebrei, e fu appunto il fiorente commercio degli schiavi a Caffa che indusse i rappresentanti di alcuni Stati italiani presso la Corte pontificia, gelosi della potenza genovese sul Mar Nero, ad accusare la Repubblica di favorire la vendita degli schiavi cristiani agli infedeli.
E' interessante a questo proposito, la discolpa di Genova al Papa, del 1434, dalla quale apprendiamo importanti norme che regolavano il commercio degli schiavi: i mercanti potevano imbarcare gli schiavi soltanto su navi genovesi; prima dell'imbarco si dovevano contare gli schiavi affinché si pagasse la tassa dovuta per ogni capo4; il vescovo, appena dopo l'imbarco, domandava ad ogni schiavo se fosse cristiano o fosse disposto a convertirsi e chi rispondeva affermativamente non partiva. "Per la qual cosa - continua la lettera - non solamente da noi viene proibito che gli schiavi cristiani si trasportino nei domini degli infedeli ed a costoro siano venduti: ma, mercé la disposizione della legge da noi emanata, una quantità grandissima di non cristiani, alle pie esortazioni del vescovo si converte.
Che se a tutti gli abitanti le sponde del Mar Nero fosse permesso trasportare schiavi senza distinzione alcuna della loro professione religiosa…, senza essere costretti a passare per Caffa e ad imbarcarli là sui legni genovesi, la santità vostra vedrebbe tutti i giorni da Trebisonda, dal Tanai, dal Bosforo, dalla Focide e dagli altri porti dell'Eusino, le navi stipate di schiavi, confusi insieme Cristiani e Saraceni, muovere verso l'Egitto".
Abbiamo parlato di Caffa: ma i Genovesi facevano cabotaggio, oltre che nel Mar Nero, lungo le coste del Mediterraneo, in Provenza, in Ispagna, nelle Baleari. Anche dopo la scoperta dell'America, il commercio degli schiavi non scomparve, ché "le condizioni mutate e la conquista turca non bastarono a sopprimere l'influenza economica dei Genovesi nell'Affrica Occidentale, che era dovuta non soltanto alle circostanze favorevoli ma soprattutto alle virtù di carattere dei marinai e dei mercanti genovesi", come esattamente si esprime Boberto Lopez.
Fino al '600 inoltrato, rimase a Genova l'istituto della schiavitù; il Cibrario fa menzione di due vendite di schiavi a Genova del 1677 ed altri documenti in mappa 2 materia schiavistica abbiamo visto anche successivi5.
Ma occorre osservare che non si tratta di una particolarità di Genova. Se infatti nel Piemonte ed in Lombardia scarsa è la messe di dati schiavistici, se a Bologna con la celebre costituzione "Paradisius" del 1257 veniva abolita la schiavitù è noto quanto incremento ebbe a Venezia il commercio degli schiavi, come a Pisa, a Firenze, a Lucca esiste ancora nel '400 la schiavitù e Livorno sia piena di schiavi fino a tutto il secolo XVIII. Nel porto di Civitavecchia sino alla fine del 1700 durarono numerosi gli schiavi, a Napoli la schiavitù rimase fino al '600 inoltrato, nelle Puglie fino al principio del '700; in Sicilia, si ha notizia di uno schiavo nel 1812; in Sardegna esistevano ancora numerosi schiavi mussulmani nel 1802. Né almeno trattandosi di infedeli, l'istituto era considerato illegittimo, tanto che si narra che ancora nel sec. XVIII i Papi avevano schiavi turchi nelle loro galee.
D'altra parte, questo commercio, che si spiega per la vita economica di allora, non poco contribuì al rinascimento commerciale delle nostre repubbliche marinare. Come efficacemente scrive il Fanucci, parlando dei benefici effetti apportati dall'attività dei mercanti italiani nel Mediterraneo occidentale, furono frutto del lavoro dei numerosi schiavi sparsi in ogni parte d'Italia "le tante e sì maestose Basiliche, copiose di bronzi e di argenti e incrostate di marmi dei più preziosi". Che quel triste commercio fosse una necessità economica si vede anche dall'atteggiamento della Chiesa in proposito: Gregorio Magno afferma che "salubriter agitur" se gli uomini creati liberi dalla natura ed assoggettati a servitù dal diritto delle genti, ritornano nella libertà originaria per effetto di manomissione6, ma riconosce legittimo il commercio degli schiavi da parte degli Ebrei, purché non sia esercitato sui battezzati. Parecchi concili condannarono la servitù di cristiani a favore degli Ebrei ed, anche in seguito, i Papi lanciarono bolle contro gli eccessi, ma non condannarono mai apertamente l'istituto: non di rado, anzi, anche degli ecclesiastici acquistavano schiavi sui mercati per i loro bisogni domestici.
E' da osservare, peraltro, che anche fuori d'Italia, la schiavitù durò molto a lungo. Quanto alla Francia, per diversa che possa essere l'opinione del Biot e del Pardessus, il quale ad eccezione delle consuetudini di Montpellier del 1204, dichiara di non aver trovato traccia, negli statuti delle città francesi, di commercio di schiavi nel Mediterraneo, la schiavitù vi durò non meno a lungo che in Italia. Dopo la scoperta dell'America, anzi, il commercio degli schiavi destinati alla colonizzazione, fu larghissimo nelle colonie francesi ed inglesi, come nelle spagnole e portoghesi, ed i negri soggetti alla tratta si trovavano in una condizione ancora peggiore degli schiavi medioevali: nelle colonie francesi era comune l'adagio: "Battre un nègre c'est le nourrir" [Picchiare un nero è educarlo]. Che in Germania, poi, non fosse presto scomparsa la schiavitù, è provato, a tacer d'altro, dal diploma, dell'imperatore Federico III datato da Neustadt, 1 luglio 1466, con cui si concede "honorabilibus provisoribus, ancianis rectoribus et comitatibus Ianue et Caffe" per dodici anni la facoltà di "donare, vendere, abducere, commutare etc. omnes et singulas merces et signanter sclavos emptionis, sive mancipia quecumque, sexus utriusque ecc.". Non si deve dire diversamente della Spagna.
La verità è che soltanto nel secolo XIX è il vanto di "un'opera assidua e tenace, diretta a restringere, ad abolire ed a proibire, come istituto giuridico la schiavitù".

Se nell'Europa settentrionale la schiavitù si è lentamente ma definitivamente estinta nel corso del medioevo, essa si è invece mantenuta vitale e prospera nelle società mediterranee, in quelle mussulmane come in quelle cattoliche.
Sono uomini, donne, bambini, bianchi, ma anche neri, mussulmani d'Africa, ortodossi greci e balcani, circassi turchi e tatari delle regioni del mar Nero; dopo il 1460 compaiono anche i guanchi delle Canarie, e poi i neri della costa di Guinea.
Gli schiavi vengono comprati e venduti nei grandi mercati d'oriente (Tana, Gaffa, Pera, nel xv secolo) e d'occidente.


Gli schiavi
di Sergio Frau

La Repubblica – 10 ottobre 2000

Una merce preziosissima che serviva anche al Papa

A un certo punto, Aurelia Martin Casares dell'Università di Granada chiama Cervantes a testimone del XVI secolo in Spagna: «Danno la libertà ai loro neri ma solo quando sono vecchi e non possono più servirgli. Cacciandoli di casa con il titolo di liberi, li fanno schiavi della fame di cui non si libereranno se non con la morte».
E il Cardinale d'Este, anche lui a fine Cinquecento, come teneva in ordine quella sua villa di Tivoli tutta giochi d'acqua che, oggi, fa disperare le soprintendenze? Schiavi, ovviamente! Decine e decine di schiavi "turchi" che mandavano avanti tutto. «E quando in 50 ne fuggirono», racconta Salvatore Bono che agli Schiavi musulmani nell'Italia moderna ha da poco dedicato un librone per le Edizioni Scientifiche Italiane, «il cardinale ne fece venire altri 50 dal Friuli, catturati nei Balcani, che però non diedero buona prova. Così il porporato con rammarico li rivendette alla corte di Napoli».
E il re d'Italia, allora? Nel 1872 Vittorio Emanuele di Savoia ricevette in dono dal re d'Egitto due schiavetti pigmei. Girarono un po' per la reggia a dare un tocco d'esotismo prima di essere donati, come oggetti, dal sovrano alla Società Geografica Italiana.
Che schifo di mare, che siamo! Ad ascoltarli uno via l'altro, i trenta storici arrivati a Palermo per il convegno La Schiavitù nel Mediterraneo in età moderna, vengono i brividi. Per la prima volta, infatti, sono stati forniti così tanti dati, fatti, cifre e testimonianze dall'orrore che il Dio dei cristiani e quello dei musulmani promossero, benedissero o finsero di non vedere.
Dove sbarchi sbarchi: per mille anni - dall'800 al 1800 - non c'è porto, non c'è merce che in qualche modo non abbia a che fare con lo schiavismo. E non perché prima o dopo le razzie corsare non abbiano fatto prede, ma solo perché il periodo analizzato taglia fuori fenici, greci, etruschi, traci e cilici che sul mare, ai tempi loro, ne hanno fatte assai. Oro, zucchero, schiavi, muschio, spezie…
E sì, nelle partite doppie degli armatori e dei corsari, gli schiavi finivano sempre nell'elenco delle merci. Proprio là dentro - negli archivi delle città di mare, in quelli della chiesa, tra le scartoffie dei notai - gli storici sono andati a frugare per estrarne notizie e microstorie che solo il tempo trascorso rende di primo acchito più fascinose che tristi. Tutte insieme disegnano una mappa ancora inedita del Mediterraneo.
Malta? Per tre secoli - dal 1530 quando i Cavalieri di San Giovanni, quelli con la croce, vi si istallano - fu il mercato di schiavi più importante. Era lì che le marine europee andavano a comprare ciurme a prezzi stracciati: nord africani, turchi, romeni, persino sfigatissimi veneziani. I Cavalieri partecipavano agli utili con un 10 per cento su ogni guadagno. mercato
Granada? Il "parco schiavi" in città era costituito in maggioranza da donne, ma solo perché gli uomini catturati vivi, dopo le stragi della guerra, erano pochi e quelli validi finivano sempre ai remi o a far da bestie in campagna.
L'Internazionale dei prelati cattolici? Compravano, vendevano, usavano schiavi musulmani senza problemi. E senza che mai, dalla Cattedra di Pietro, venisse una parola di vera condanna, nonostante che già nel 1547 voci isolate, persino al Concilio di Trento, avessero denunciato gli orrori della tratta.
Lepanto? Il bottino di quella poderosa battaglia navale del 7 ottobre 1571 furono 7.200 schiavi. La Lega santa se li spartì così: 3.600 ai cattolici di Spagna, 2.400 ai cattolici di Venezia, 1.200 agli Stati Pontifici.
Tunisi? Catturare schiavi nelle terre degli infedeli fu sempre per i tunisini un gran business. Ovvio che, stavolta, gli "infedeli" fossero siciliani, sardi, campani, calabresi.
Orano? Dal fortino spagnolo i raid nelle campagne algerine tutt'intorno rendevano sempre bene: la caccia all'uomo durava un giorno ma bastava a catturare un bel po' di gente "nuova" da mettere sul mercato.
Tripoli? La schiavitù familiare termina nel 1911.
Tutto solo ieri, insomma.
Avrà pure ragione Einstein, con quel suo scintillante aforisma, che siamo una sola razza, "la razza umana"… Ma che razza di gente siamo qui, su questo mare chiuso da Gibilterra? Sballano tutti i colori della storia: neri che vendono neri loro confinanti; arabi che glieli ricomprano giù in Mali o in Ghana per poi trascinarli attraverso il Sahara e rivenderli qui a bianchi che ne fanno tratta; più giù, altri arabi che catturano altri neri e li fanno castrare ad Assyuth (dove, per queste cose, avevano mani d'oro) prima di portarli a Cairo o Istanbul, mercati per le corti di Russia o Polonia. E bianchi che rivendono bianchi; e cristiani di Spagna che fanno schiavi i "moriscos", cristiani come loro, ma di colore…
Poco può tranquillizzare il fatto che la tratta mediterranea fosse meno mostruosa di quella che, attraverso l'Atlantico, dissanguò l'Africa succhiandole via sangue buono e milioni di schiavi da soma. Spiega Jean-Michel Devau, professore a Nizza: «Nel mare nostro lo schiavo rimaneva, comunque, una persona, con la sua identità, la sua religione, la possibilità di riscatto. Sulle navi negriere per le Americhe, invece, i neri erano solo "pezzi" da trasportare e rivendere. Se parte del carico si rovinava o "andava a male" lungo la traversata non c'erano problemi: il guadagno avrebbe fatto felici ugualmente gli armatori e i ricchi europei che su di loro investivano».
Meritava la zoomata che gli è stata dedicata Sidi Muhammad Ben Abd Allah. Gran personaggio! Ne ha parlato il professor Ben Driss: a fine Settecento mentre i lumi di Francia giustificavano schiavismi salvifici ai danni dei "selvaggi", questo sultano marocchino si diede un gran da fare "con i sovrani europei per stabilire regole e accordi per limitare e abolire la schiavitù.
Italiani brava gente? Il professor Bono in quel suo bel libro dimostra che no, che ci siamo stati dentro fino al collo anche noi.
Anche lo Stato papalino. E siccome il professore scrive anche per l'Osservatore Romano la sua testimonianza scomoda vale doppio: «Il Pontefice era a capo di uno Stato con il suo esercito, la sua flotta, le sue galere e gli schiavi "infedeli" sono sempre stati "il motore" di quelle sue galere. Del resto, da Civitavecchia, le navi corsare del papa hanno fatto più di un colpo ai danni delle navi o delle coste "turche"…».
Tutto solo ieri.
Così ascoltare queste relazioni di odio mediterraneo - con negli occhi e nelle orecchie le sparate dei Ratzinger e dei Biffi, fiammeggianti contro l'Islam - fa davvero accapponare la pelle.
Incoscienza? O che cosa?
Religioni usate, ancor oggi, come armi? E con quale diritto sull'Italia?
Di Palermo racconta Fabrizio D'Avenia: «Raìs maghrebini e corsari siciliani, bey e pascià, mercanti europei e notabili turchi, cristiani rinnegati e diplomatici internazionali: dagli archivi vien fuori che il conflitto tra Francia napoleonica (alleata dell'Impero turco) e potenze europee prolungò le guerre corsare ai danni dei siciliani fino agli anni Venti dell'Ottocento.
Almeno un migliaio vennero catturati in quel periodo. Le scorrerie finirono davvero solo con l'invasione francese dell'Algeria, roccaforte dei pirati barbareschi».
Ma anche - vera "par condicio" - c'erano schiavi musulmani nell'isola a fare quei lavori che facevano rischiare la vita con gli esplosivi o lavorando lì dove la terra smotta e può ammazzare.
Pisa? Michele Luzzati, analizzando le liste battesimali della seconda metà del Quattrocento, ha trovato schiavi anche lì. Gli sono venute fuori: 17 Lucie, 16 Caterine, 8 Margherite… decine e decine di schiavette nere che il battesimo, però, non liberava.
Napoli? Una vera e propria capitale dello schiavismo con i suoi ventimila schiavi all'inizio del Seicento.
E Livorno, e Genova, e Venezia…
E chi se lo sarebbe immaginato che persino Bologna ha le mani sporche? Raffaella Sarti: «I documenti dimostrano bene che, nel Settecento, gli schiavi c'erano, eccome: si sfata così l'idea che il fenomeno riguardasse solo le città di mare».


1 Così la lotta tra Genova e Federico II di Svevia fu in particolare determinata dall'allettamento del grosso nolo pattuito per il trasporto a Roma dei prelati raccoltisi in Genova per recarsi per via di mare al concilio generale, indetto dal Papa Gregorio IX.
2 Così, a Caffa vi erano numerosi Greci ed Armeni tra loro rivali ed in scisma con la Chiesa di Roma: ciò non poteva veder bene Genova che considerava quei due popoli la sua più valida difesa contro l'invadente potenza dei Turchi. Di qui gli sforzi per far ritornare alla religione i due popoli, il che avvenne per opera specialmente del Doge Tomaso da Campofregoso nel 1439 pei Greci, nel 1440 per gli Armeni, con grande gioia del Papa.
3 E' dubbio l'anno in cui avvenne la cessione di Galata ed anche si discute sulle ragioni che indussero a ciò l'imperatore greco: per il Pardessus la cessione avvenne in seguito agli aiuti dati da Genova all'imperatore contro i Franchi che avevano conquistato l'impero nel 1204. Ritiene, invece, il Bratianu che la colonia fu stabilita a Galata solo nel 1261, ma che sin da più di mezzo secolo prima (1203), i Genovesi vi avevano un sobborgo.
4 Da vendite del 1408 risulta che tre erano le tasse che riguardavano gli schiavi: la prima, di mezzo fiorino annuale, cioè dodici soldi e mezzo per ogni schiavo o schiava (questa gabella sugli schiavi, che, secondo il Cibrario, è un testatico che colpisce gli schiavi perché uomini, riteniamo che sia piuttosto una specie di mobiliare che colpisce i possessori dei medesimi: se, infatti, era necessariamente ragguagliata ad ogni capo di schiavo, non si può dire una imposta personale, come non lo diremmo oggi di quella sui domestici); la seconda, sopra le compravendite, di due fiorini d'oro, da pagare uno dal venditore e l'altro dal compratore; la terza, di dieci lire per ogni manumissione.
Sono, poi, interessanti, indipendentemente dagli schiavi, la tariffa delle tasse da pagarsi dalle navi, dei dazi imposti sopra alcune merci e le norme per il trasporto ed il deposito di legname da costruzione, contenute in un atto del 1149, che si possono leggere nel Codice Diplomatico della Repubblica di Genova.
5 Così, il 29 novembre 1691, Francesco Maria Spinola manomette la sua schiava Anna e Giuseppe figlio di questa.
6 Nel diritto romano manumissio

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