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    Pezzi di storia

Balilla
di Carlo Botta1

L'Illustrazione Popolare – 6 dicembre 1874

Il generale Botta2 dava opera al suo disegno di tor via le artiglierie di Genova per mandarle all'impresa di Provenza. Avevano gli Austriaci cominciato a levare le più grosse dalle mura e posti della città, e già tredici pezzi coi loro carretti ne avevano incamminati verso la Lanterna. Fremeva pittore Giuseppe Comotto il popolo nel vedersi involare quelle armi che dai loro antenati stat'erano apprestate per sussidio e difesa della libertà. Dalle tacite maladizioni passavano alle aperte minacce. Volere gli Austriaci venire, gridavano, dal rubar l'oro per consumare al disarmare per iscannare; certo quelle genovesi robuste mani non potersi legare, se non fatte inermi; coi cannoni portarsi via la libertà, coi cannoni la vita; Genova aver ad essere provincia austriaca, tanto più infelice, tanto più maltrattata, quanto più renitente. La indegnazione, la rabbia, l'orrore più nel minuto popolo si manifestavano, che nei gradi più alti; imperciocché in questi casi il pensare è vizio, il fare virtù, e gli uomini dubitosi non salvano mai gli Stati; perciò la plebe, che tant'oltre non guarda, è stromento eccellente per le subite scosse. Coll'animo invasato dal furore e dalla vendetta ad ogni momento il popolo s'affollava, e fremeva e mormorava là dove qualche ingombro od intoppo nasceva intorno alle artiglierie, che per le strette e montuose vie di Genova, dall'odiato nemico verso la porta, a riva al mare si conducevano. A tutti i segni si vedeva un brutto nembo in aria. Ciò non ostante l'ostinazione del Botta (2), come se Dio pel castigo degli oppressori gli avesse tolto l'intelletto, continuava. Chokel3 altresì con quella sua cupidigia dell'oro non sapeva quel che si faceva; solo gridava, danaro, danaro, date qua danaro, e tra i cannoni e il danaro sorse una scena stupenda, unica al mondo: l'ira del cielo già piomba su i tiranni di Genova.

L'episodio di Balilla si inquadra nella guerra di successione austriaca scoppiata quando nel 1740, alla morte di Carlo VI, salì al trono austriaco la figlia primogenita Maria Teresa d'Asburgo, in assenza di figli maschi. La successione femminile fu causa di rivendicazioni: il re di Prussia in particolare, Federico II, occupò la Slesia. Fu l'avvio di ostilità a livello europeo, che dopo varie vicende videro contrapposti Austria, Inghilterra e Regno di Sardegna, contro Francia e Spagna. La Repubblica di Genova, pur non partecipando al conflitto, fu incolpata di aver favorito questi ultimi e occupata dagli austro-piemontesi: pare che quando il doge Giovanni Francesco Brignole Sale chiese clemenza per la città il generale Botta rispose "Me ne duole invero, ma pure vi restano gli occhi per piangere, ed è dolce consolazione il pianto". Il doge rimase in città, ma molti nobili fuggirono nelle ville abbandonando il popolo.
Dopo l'insurrezione popolare, il doge costituì un esercito di 22.000 uomini e, aiutato dalle truppe francesi del duca di Richelieu, cacciò gli occupanti dal territorio genovese.

Trascinavano gli Austriaci ai cinque di decembre del presente anno 1746, poco dopo tramontato il sole, un mortaro a bombe pel quartiere di Portoria, abitato da numerosissimo popolo, quando, sfondatasi la strada sotto il di lui peso, restò incagliato il trasporto. Vollero i Tedeschi sforzare alcuni popolani quivi accorsi a dar loro ajuto per sollevarlo. Tutti abborrirono da sì empio ufficio: se il volevano sollevare, si il sollevassero essi, dissero. I soldati, che non conoscevano qual grossa piena innondasse quegl'indomiti cuori, si diedero ad usare il bastone contro alcuni per obbligargli. Qui si ruppe l'argine. Strida d'orrore, grida di vendetta, fremiti di furore si udiron d'ogni intorno; le sdegnose mani preste ad avventarsi. Da un fanciullo cominciò la tempesta. Chinossi, diè di piglio ad un sasso, e voltosi ai compagni, Oh, disse, la rompo; parola che in quella tronca ed energica lingua genovese, significa ad un di presso: Oh che stiam facendo che non rompiamo la testa a costoro? Disse, e trasse il sasso fatale al soldato percussore. Ed ecco sorgere una sassajuola così furiosa da tutte le bande contro di quegli stolidi soldati mandati a pericolosa bisogna dallo stolido Botta, che stimarono che fosse bene di dare indietro più che di passo. Ma poi, o vergognosi della fuga, o rinfrancati gli spiriti da chi gli comandava, tornarono con le sciabole sfoderate, persuadendosi che a quell'atto il popolo avrebbe tremato molto alla prima e sgombrato il terreno. Ma ecco un altro suon di sassate peggiore del primo. Basta; accortisi che quello non era luogo da potervi stare, se Che l'inse? n'andarono, dolorose botte portandosene, chi sciancato, chi pesto e chi coi bernoccoli in fronte. Il malauguroso e benauguroso mortaro se ne stette rintanato in Portoria; i ragazzi vi salivano su per festa e per vittoria. Il popolo godeva. Si mescolarono capi, pure del popolo, che vedevano, che se non si faceva di più, s'era fatto peggio di nulla, perché nel Botta ora s'accoppiava al desiderio della rapina quello della vendetta.
Già annottava. Alle ore una della notte il popolo si mosse, ma non in grosso numero da Portoria, gridando ad alta voce: animo, animo; a palazzo, a palazzo; a prender l'armi, a prender l'armi; viva Maria! armi, armi! Calarono pel borgo de' Laneri, per la contrada de' Servi, per la piazza del Molo, e ad ogni passo una gran furia di gente simile a loro si aggiungeva, garzoni di taverna, pattumai, ciabattini, pescivendoli, fognaj, facchini da carbone e da vino: erano già ingrossati in una folla considerabile. Tra il buio della notte, le grida che assordavano l'aria, i lumi che passo passo per le vie e su per le finestre si andavano accendendo, era uno spettacolo ad un tempo spaventoso e promettente: fra i quieti chi per le case temeva l'ultimo eccidio, chi sperava la liberazione.
Giunti a calca avanti il palazzo pubblico, chiedevano con urli e schiamazzi le armi. Erano in quel punto congregati i collegi, sulle afflitte cose deliberando. Udito il romore e le strida del popolo, mandarono i più prudenti padri in una stanza contigua all'interno del cortile, acciocché, fatti quivi venire i capi del tumulto, intendessero a calmare quel furore, che poteva, siccome credevano, mettere la città al bersaglio di un sacco, e precipitarla in un abisso di mali irreparabili. I signori del governo intanto, non volendo essere sforzati a qualche precipitosa risoluzione, fecero serrare le porte del palazzo, raddoppiarono le guardie, contennero fuora del rastrello la folla. I padri pacificatori, coi popolani, contuttoché mettessero dinanzi agli occhi loro la calamità, gli stenti ed i pericoli conseguenti necessariamente alla loro impresa, non poterono ottenere il loro desiderio, perché stettero sempre ostinati nel voler le armi e nel tener guerra cogli Austriaci. Fermaronsi a romoreggiare sino alle cinque della notte, se n'accrebbe il numero, sparsesi il grido negli altri quartieri, specialmente in quel di Prè, onde questi con uguale, e forse con maggior furore, a palazzo corse. Domandavano sempre ferro per le mani, il palazzo sempre il ricusava, e già, malgrado del solito rispetto pei magistrati supremi della repubblica, principiavano a mormorare contro coloro che avevano lo Stato. Tra la notte, che tempestosa era, e piena di piogge e tenebre, la stanchezza dei cittadini, e l'incertezza del comandare dei capi non ancora bene conosciuti, finalmente ciascuno alla propria casa si ritrasse, né dopo le ore cinque si udì altro strepito, quietatesi in gran parte le cose. Ma il giorno seguente doveva vedere maggiore e più importante travaglio.
I signori del governo più timorosi del male che confidenti del bene, che da quel moto poteva nascere, presero consiglio di mandare Niccolò Giovio, patrizio, al Botta, il quale allora aveva la sua stanza in San Pier d'Arena. Gl'imposero d'informarlo dello scompiglio, d'avvertirlo dell'imprudente condotta dei conduttori del mortajo, di pregarlo che si ritirasse dal pensiero di più farlo trasportare, se pur voleva che il popolo si rimettesse in calma, e qualche strano accidente non nascesse. Vollero che gli mettesse in considerazione, che è impossibile a por termine alla vendetta, che si fa dagli assai, quando sono concitati dallo sdegno.
L'austriaco signore rispose, che non temeva del popolaccio, che nella seguente mattina avrebbe mandato per prendere il mortajo altra soldatesca, ma condotta da monumento ufficiale prudente per evitare nuovi scandali. Giovio ripregò, nuovi e maggiori sconcerti augurando, se allo sprofondato bronzo ancora si toccasse. Non si distolse però dalla sua risoluzione il generale d'Austria.
In fatti la mattina del giorno sei, verso le ore quindici italiane, mentre altra novità non era succeduta nella notte, si videro entrare per la porta di san Tommaso cento granatieri austriaci con la bajonetta in canna. Scortavano una compagnia di guastatori destinati a levare il mortajo, col fine di condurlo per le solite contrade al mare. Già per la contrada di Prè marciando erano giunti presso a Fossello, mercato dei commestibili, dove trovarono il popolo affollato, concorsovi da quella popolatissima contrada, che dal quartiere di Prè se ne va alla porta di san Tommaso. Quivi cadde loro addosso un'altra furia di sassate lanciate loro, di fronte dal popolo in contrada, di fianco dalle finestre, per forma che, sentito lo strano ronzio, e pruovato le disadatte percosse, più frettolosamente che non erano venuti al loro alloggiamento se ne tornarono.
In questo mezzo il popolo, fatto più numeroso per l'accostamento di nuova gente accorsa dagli altri quartieri, era tornato al palazzo e minacciosamente domandava le armi. Ad ogni senatore che entrava assordavano le orecchie dicendo: armi, armi ci vogliono, non parole; dateci armi: se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e noi con voi. Ma i signori che avevano paura di essere salvati, continuarono saldi nel disdire la richiesta: fecero, per non essere sforzati, circondare il palazzo con doppie guardie, bajonetta in canna. Il popolo portò scale per iscalare le alte finestre dell'armeria. Ma i signori le fecero portar via dalla soldatesca regolare, e spedirono nuovamente, ma non con miglior frutto di prima, Niccolò Giovio al Botta. Strana contesa, scandalosa da un lato, eroica dall'altro! la signoria resisteva al popolo per perire, il popolo le voleva far forza per salvarla.

«Il popolo che, nato libero, così scrive l'Acinelli; altra mira non aveva che conservare della patria la libertà, e che fatte non aveva promesse, né data parola, o sottoscritti capitoli (quelli che portavano che i Genovesi fossero obbligati di lasciarsi segar la gola dagli Austriaci senza difendersi), l'intese a suo modo, voltossi a cercar le armi altrove, corse alle varie porte e posti della città, e per forza strappò di mano alle guardie i fucili, dicendo loro che se ne facessero dare degli altri. Quindi pensando che ne potessero essere nelle case dei particolari, specialmente degli ufficiali di guerra, si portò a precipizio verso di quelle, e forzandone le porte, o scalandone le finestre, vi entrò e si provvide. Adocchiò altresì le botteghe degli armajuoli, e spezzandone le serrature, s'impossessò di quante armi vi poté ritrovare senza portar via alcun'altra cosa o fare la minima violenza. Si radunò or qua, or là a squadriglie, macchinando ciascuno a suo modo la meditata sorpresa.»

Antonio Botta Antonio Botta Adorno

I Tedeschi si erano fatti forti alla porta di san Tommaso, dove portano le tre contrade dell'Acquaverde, che si continua con strada Balbi, quella di Prè, e più sotto, a seconda del porto, l'altra di Sottoriva. Aveanvi guardie raddoppiate e numerosissime, ed in particolare i due reggimenti di Piccolomini e d'Adreasi. Fuori poi di detta porta sulla piazza del Principe Doria stavano schierate grosse forze, massime di cavalleria, Croati, Panduri, e simili. Il popolo diviso in due squadriglie veniva sonando, l'una per la strada di Prè, l'altra per l'Acquaverde contro san Tommaso, e i Tedeschi quivi alloggiati salutò con una scarica di archibugiate. Questo fu il primo segno di fuoco che accennava alla salute di Genova.
Gli Austriaci furono presti a serrare la porta; poi ne uscirono i granatieri, i quali respinsero i popolani, prendendo loro un cannone, cui una turba di ragazzi, ancor più inferociti dei loro padri, avevano con le giovani braccia ajutato a condurre. Usarono i Tedeschi il vantaggio; onde usciti fuora con alcuni cavalli, sparpagliarono facilmente, fatta prima una scarica, poi con le sciabole nude correndo, quella incomposta moltitudine. Giunsero sino alla piazza della Nunziata, ma poco vi si trattennero, perché i popolani, ripreso animo, avevano voltato la fronte, e tiravano sì sconciamente di strane archibusate che parve agli aggressori una assai brutta salutazione. Due dei loro cavalli restarono morti: tutta la squadra impaurita si riparò a gran fretta nella sicura stanza di san Tommaso.
Queste cose vedutesi dal popolo, che pure voleva cacciare tutta quella tedescheria, e ricuperare la sua libertà insidiata dal nemico, malamente difesa dai patrizj, s'accorse, che più forza, più retto ordine, e migliori armi a tanto proposito erano richiesti. Il suo principale intento era di svellere gli Austriaci dalla porta di san Tommaso. Crebbe l'impeto, crebbe il numero dei padri zelatori, fecero una grande raunata, posciaché s'era posto in arme ed unitosi agli altri il quartiere di san Vincenzo, che giace tra le vecchie e nuove mura verso il Bisagno, quartiere frequentissimo d'abitatori.

Sembra accertato che il Balilla della vicenda si riferisca a Giovanni Battista Perasso, nato il 26 ottobre 1735 nella parrocchia di Santo Stefano del quartiere genovese di Portoria. Figlio di un tintore di seta, Antonio Maria, e di Maria Francesca Contini. Fu lui, non aveva ancora compiuto 11 anni, che scagliò il sasso gridando "Che l'inse?", "Comincio?" (Volete che cominci?).
Il soprannome Balilla deriva da "Balletta", che in genovese significa "pallina, pallottola" ed è usato per indicare i ragazzini.
Perasso morirà a Genova nel 1781.

Trovate le braccia, cercarono le armi, non più solamente sciabole ed archibusi, ma cannoni, mortaj e colubrine. Deliziosissimo aspetto era per gli amatori della patria il vedere il fremito, il bollore, l'ardore, il durare contro la fatica di chi li trovava, e di chi le trasportava. A forza di sole braccia, senza alcun aiuto di bestie da tiro, uomini, donne, fanciulli, laici, preti, frati, strascinarono i pesantissimi bronzi con una velocità incredibile per le ineguali e perciò assai malagevoli vie, cui era loro necessità di traversare per arrivare a fronte di chi Genova subbissava. Uom credere non potrebbe, se non chi l'ha veduto, che per luoghi così erti e così disastrosi si siano potute condurre quelle macchine fatali. Narrasi specialmente, ed è vero, che un grosso mortaio a bombe fu montato a forza di pure braccia in pochissimo d'ora sulla rapida, angusta e difficilissima a salirsi collina, detta di Pietraminuta, cui molto importava di guadagnare per poter battere di là contra i Tedeschi a san Tommaso e sulla piazza del principe Doria. Anche ai nostri dì, chi esamina quel luogo così repente, erto, malagevole e stretto, e col fatto il paragona, non può restar capace della verità. Forse, raffreddatosi il fervore dopo l'esito di quel moto improvviso, quelli stessi, che il fecero, non arrivavano a comprendere ciò che aveano fatto. Tanta forza Iddio spira a chi difende la patria; e più mirabili cose fa talvolta l'istinto che la ragione. Tutto bolliva, come narra pure l'Acinelli. I facchini carichi di polvere presa dalle pubbliche polveriere, spezzate con violenza le porte, chi portava una cesta di palle da cannone, chi una bomba, per sino i ragazzi si aiutavano a portare o una palla, o un piccone da romper terra, o altro arnese bisognevole all'intento. Mariateresa, che col bambino in braccio aveva eccitato così fervido moto fra gli Ungari, avrebbe dovuto ammirare l'ardente zelo del generoso popolo di Genova, non volere soffocarlo con le sue barbare soldatesche. Pacieri bisognava mandarvi, non Panduri e Varadini [soldati ungheresi]. Ma v'era allora gente, e forse vi è ancora adesso, che pretendeva e pretende che quello che era buono in Ungheria era cattivo in Genova.


1 Carlo Giuseppe Guglielmo Botta, storico e politico nato nel 1766 in Piemonte, a San Giorgio Canavese, morto a Parigi nel 1837
2 Il marchese Antonio Botta Adorno era il comandante delle forze austriache. Pare che nutrisse risentimenti personali nei confronti di Genova, dove nel 1698 il padre Alessandro era stato condannato a morte per un attentato da lui commesso ad Ovada: cancellato dal libro d'oro della nobiltà genovese, spogliato di ogni cosa, fuggì. Antonio aveva 10 anni; nel 1709 entrò nell'esercito imperiale. Durante l'occupazione di Genova fu molto arrogante e dal suo quartier generale di Sampierdarena cercò in molti modi di umiliare la città. Dopo la sommossa fu costretto a ritirarsi ed esonerato dal comando.
3 Il generale Jan Karel Chotek era il commissario incaricato della riscossione della "contribuzione di guerra": gli austriaci non avrebbero modificato né il sistema di governo né la legislazione, ma pretendevano tre milioni di genovine (circa 22 milioni di lire austriache) in tre rate uguali, la prima entro 48 ore, poi dopo 8 e 15 giorni.

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