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    Pezzi di storia

Profilo dei Camogliesi

La Stampa - 5 giugno 1926

A quei tempi gloriosi della marineria velica, fra il cinquanta e il settanta, Camogli, ch'era più piccola di adesso, armava il quinto del naviglio mercantile italiano, ch'era allora il terzo del mondo.
Più che tutti gli altri rivieraschi, quei di Camogli, i camogliesi o «camoglini», portarono nelle imprese marittime uno spirito di cricca paesana e panorama 1 di azienda famigliare, esclusivo o geloso. Il capitano di un barco1 camogliese, era sempre un camogliese: e restava legato all'armatore, camogliese, pur essendo perduto per il mondo; legato, non dal vincolo del contratto o del codice, ma da quello di una associazione di interessi stretti e vari, fondata sui suoi diritti di «colonna» e di «cappa» e su cento altri affari misteriosi. Il maestro d'ascia, il dispensiere, gli altri maggiorenti dell'equipaggio possedevano delle carature del barco. La gente - termine generico per indicare tutti quelli che dormivano a bassa prora - era legata all'armatore e al capitano, e in genere alla fortuna del viaggio, dalla consuetudine della «paccottiglia», che faceva di ogni marinaio un compartecipe di profitti del nolo. E nei primi statuti della Mutua Camogliese Ligure tutti i Capitani dei bastimenti assicurati dovevano essere di Camogli, o dei paesi vicini: in modo da poter conoscere i loro usi, e costumi, di chi erano figli, e quanto spendeva la moglie a casa.
Era un congegno complicato e delicato di compartecipazioni, di lucri e di contrabbandi, che faceva andare la nave, meglio delle vele: e come il congegno delle vele e dell'alberata, si piegava sotto la violenza del refolo, si tendeva elastico, cigolava e gemeva, per poi riaffrontare più gagliardo il vento.

In navigazione, l'occhio esercitato dei camogliesi distingueva sul mare le navi del paese, prima ancora che avessero alzato i segnali. «Quello è un barco di Loano, quello è di Sanremo: no, quello è dei nostri». C'era la sagoma, il taglio, conosciuto come un profilo di persona viva.
A certi passaggi obbligati, a certe strettoie delle rotte, si ritrovavano, tra camogliesi, delle mezze dozzine; come a Gibilterra, in tempo di Levante fresco, quando bisognava star dei giorni a tirar bordate su e giù, per aspettare che il vento permettesse d'imboccare lo stretto; o al traverso2 di Sandy-Hook3, dopo essere venuti giù per l'Hudson col pilota, d'autunno, tutti col carico di cotone per i porti inglesi. Erano adunate di navi, che portavano i nomi di casa, l'Angiolina Madre, la Carlottina figlia, la Maria seconda, la Giuseppina mia, la Sorella prima. Allora, ogni camogliese sapeva, non solo chi era il capitano di ciascuno di questi barchi, e chi li aveva armati; ma conosceva quelle donne, che portavano davvero quei nomi, imprestati alle navi: le aveva vedute «laggiù», le ricordava: l'Angiolina Madre era quella tale che andava sempre alla prima messa col pezzotto nero in capo, la Carlottina figlia era una bella mora. Sapeva quante tonnellate stazzava ciascuno di questi barchi, e quanta dote aveva ognuna di quelle donne; sapeva quale di queste navi era la meglio veliera, e si ricordava quale di quelle donne fosse la meglio a fare l'amore. I giudizi di mestiere si confondevano con i pettegolezzi uditi a casa, nelle settimane di sbarco e di disarmo. Tra una bordata e l'altra la gente cominciava a leggersi la vita; i capitani si davano, così alla lontana, degli esami pratici di attrezzatura e di manovra navale, i gabbieri4 della Maria Seconda volevano farglielo vedere, a quelli della Sorella prima, come si fa a sciogliere una mano di terzaroli5. Mentre le donne camogline «laggiù», il lunedì, da una terrazza all'altra, ingelosivano per la più bella distesa di bucato casalingo, e per le più suntuose nitide lenzuola di lino, gli uomini di Camogli, al largo, ciccavano e si marcivano il sangue, per far comparire di avere, un barco più dell'altro, la meglio distesa di vele; finché il vento levandosi non scioglieva quella raccolta, e non disperdeva sul mare le navi tutte invelate.

E i capitani di mare camogliesi!
Ce ne furono delle dinastie. Dire Schiaffino, dite Descalzi, dire Degregori, dire Dall'Orso, dire Ognio, in qualunque parte del mondo, era dire Camogli.
Come i naviganti liguri si distinguevano fra tutti gli italiani, così i camogliesi si distinsero fra tutti i liguri. Furono eccellenti per abilità manovriera sottovela, per saper tenere e sentirsi la nave sotto mano dalla chiglia all'ultima sartia, per coraggio navale, per senso marino: dono arcano, che solo certo popolazioni hanno, come un privilegio, come un'investitura, e non sostituibile né dallo studio, né dalla tecnica.
A bordo dello loro navi si sentiva, si respirava nell'aria la cura e l'amore dell'alberata: e quella soddisfazione di tutti, di essere al proprio posto, di obbedire al più marino e al più bravo, e quella solidarietà naturale e spontanea, che sulle navi più grosse andò penduta per sempre. I capitani non adottavano nessuna disciplina militare, né alcun segnale di tromba o di fischio si udì mai sul loro bordo; non volevano essere confusi coi «regii», né con gli altri capitani, quelli dei birri6 o dei doganieri. Al titolo di comandante non pretesero mai; e risero, quando la boria dei tempi nuovi lo impose sui grandi transatlantici. In porto, erano sempre discretissimi colla loro gente, perché la gente aveva in terra i suoi affari.
Due principi reggevano allora i camogliesi e la loro disciplina. Il primo era, che «passato il monte di Portofino, ogni marinaio diventa fantino», cioè scapolo; e il secondo più austero, che «gli affari del bordo, non devono sortire fuori del bordo». E così, tutta la compagnia della nave era stretta in una lega di ferro. Il capitano non parlava mai di certi ritorni a bordo, nei porti lontani, alle ore piccine: e i marinai non facevano mai la spia al capitano, anche se lo avevano portato a bordo ubriaco, disteso sul pagliolo delle gossette7, dopo una nottata a Bremenhaven8 o a San Pauli9. E le mogli vivevano sicure.

Intrecciate a queste qualità di naviganti, i capitani camogliesi ebbero, insuperabili, quelle di traffichini, qualche volta di uomini di affari. Nessuno, più di loro, fu lontano da quel tipo di lupo di mare come se lo immaginò la letteratura dei droghieri torraioli; rude, ingenuo, semplice, desideroso non d'altro che di affrontare la bufera e di gridare degli ordini pittoreschi a un equipaggio di eroi.
Ah, no. I camogliesi non amavano questo. Gettati per il mondo, con la responsabilità degli interessi che la loro nave rappresentava, e con una grande autonomia di condotta, libertà di vendere il carico, di contrattare noli, essi impiegavano volentieri le lunghe giornate della traversata a sottilizzare sugli affari e sui contratti da stringersi nel porto di arrivo: e nella notte, invece di guardare le stelle, pensavano alle tariffe. Spesso i loro giornali di bordo portavano, sulla copertina blu, lunghe colonne di cifre, che non erano né dati astronomici, né calcoli di navigazione: erano conti, progetti di lucri, prospettive di quel che si poteva ricavare dal riso che era nella stiva, o dalla paccottiglia che era in quadrato10.
Camogliese, camûggin, era una indicazione scoraggiante per tutti i raccomandatari, i noleggiatori, i sensali e i piloti, per tutta la gente che, nel fondo dei porti, aspetta le navi per mangiarci addosso. Voleva dire che quel capitano aveva già le sue pratiche avviate, il suo recapito sicuro: la bottega del vecchio Bergeggi a Cardiff, gli sgabuzzini dei suoi compaesani alla Boca, tutti i botteghini di prestiti su pegno del Callao, tenuti dai suoi parenti: tutta una rete serrata di mezzi affari e di mezzi espedienti, di maneggi e di pasticci, la cui maglia non si poteva rompere.

Figli di un paese povero, e di una razza parsimoniosa, a bordo, certo, studiarono con amore anche il libro della lesina11, che è un gran panorama 2 libro; e che a studiarlo bene, non basta la vita di un uomo. Anzi si può dire che questo libro della lesina fosse il loro livre de chevet12 e che pochi di essi si perdettero in altre letture. «Economia e sollecitudine, unici e soli mezzi per mandare a compimento il presente viaggio»: questa era la frase sacramentale, adoperata indifferentemente, come preambolo e come chiusa, nelle lettere e nei rapporti dei capitani, ai loro compaesani armatori: e costoro, quando la leggevano, sapevano che la sollecitudine era nelle mani di Dio, il quale poteva mandare anche venti contrari; ma quanto all'economia, ci facevano senz'altro affidamento.
Donde si sparse, e durò, per il mondo dei naviganti la voce, che a bordo dei camogliesi si mangiasse tutto verminoso. Si disse che i camogliesi usavano la malizia di non far gridare neppure la sveglia la mattina, facendo a meno del lavaggio del ponte e lasciando tutta la guardia franca in branda; contenti, perché finché i marinai dormivano, non mangiavano, e così essi potevano lucrare anche quel po' di caffè e di biscotto della prima colazione. Si disse che non ci fosse mai verso di frenarli nella loro ingordigia di noli, e che caricassero le loro navi ben oltre il cerchietto bianco della massima immersione. Tante, se ne dissero; ma di nessuna i camogliesi si ebbero mai a male, e a ripeterle oggi ai vecchi, ridono, e danno la solita disposta: «Meglio, se le gallette erano verminose! Così la gente mangiava di grasso, anche nei giorni di magro!».
Una sola storia li offese e li offende. Secondo la quale, a quei tempi, a Camogli sarebbe esistito un solo osso per fare il brodo: e le pie ed econome massaie so lo passavano da una all'altra, nelle occasioni solenni. Quando, per esempio, un capitano camoglino riceveva una visita di riguardo e voleva farsi onore, mandava la moglie dalla comare; e dalla strada la moglie gridava:
- O comare, me lo date l'osso?
La comare glie lo tirava, e così a Camogli si faceva il brodo ristretto…
Storia insulsa, storia malvagia, messa in giro da qualche genovese geloso, e fatta circolare dai napoletani a bordo dei barchi di Meta e di Procida. Storia falsa contro cui i camogliesi protestarono sempre; e che ancor oggi a Camogli non si può ricordare, senza essere contraddetti con veemenza: - No, non è Camogli il paese dell'osso: è un altro.
- Ma dunque cè?
- C'è, dicono i Camogliesi: è Portofino.

La pratica delle grandi città di oltremare, e dei porti sterminati, li riconduceva col pensiero, sempre, a quel paese con le case tutte serrate a ridosso l'una dell'altra, come un mazzo di asparagi; a quel porticciolo, in cui le donne gettavano la spazzatura direttamente dalla finestra, e questo - specie d'estate - non faceva buon odore. E aprivano la borsa, per farlo più bello e più grande.
C'era un pittore famoso, in Liguria, il Barabino; giusto per il punto, lo chiamarono a Camogli, che dipingesse in Chiesa. Il pulpito della parrocchia vollero che fosse tutto d'un pezzo, tutto ricavato, scaletta, ringhiera, cattedra, ornati, e fin la colomba dello Spirito Santo, da un masso solo di marmo carrarino: un pulpito di cui si parlò a lungo, anche in porti lontani, anche nei docks di New York e negli almacen13 del Pasco de Julio, a Buenos Aires. Costruirono un teatro per l'Opera. Non importa che essi navigassero e non potessero andare a teatro: Camogli doveva avere il teatro, perché le donne camogline potessero farsi vedere, due volte l'anno, l'una con l'altra le buccole14 di diamanti comperate dopo la campagna fortunata del tale anno, o dopo quella tale traversata.
Navigando, pensavano come si sarebbero costruita la casa, se le cose fossero andate bene. Prima di tutto, alta: con della vista, con molta vista, e apertura sul mare. Un terrazzino, per quando sarebbero stati vecchi, e buoni più a niente, da piantarci almeno un alberetto da segnali, e divertircisi a issare il pavese nel giorno della Madonna del Boschetto. Piacevano a loro, per antica abitudine paesana, e quasi per una somiglianza alle sartie delle loro navi, le scale di casa all'antica, che partono diritte, difilate, dalla strada su fino al solaio, fino al tetto, tirate a regola d'arte, ma di un'arte inesorabile per i cardiopalmici e per quelli che patiscono di vertigini: scale con certi gradini troncafiato e troncagambe, senza un ballatoio, senza un ripiano, senza una concessione alla debolezza umana, in cui affacciandosi alla soglia, si vede lassù, in cima in cima alla scala, un finestrino con uno scampoletto di cielo, che pare proprio il Paradiso, ed è semplicemente l'ultimo piano.
I maestri muratori, incaricati dell'opera, chiedevano:
- Ma perché, capitano, volete farvi fabbricare una scala di casa così a tetto?
- Perché se qualcheduno viene a rompermi le tavernelle15, con un calcio nel didietro glie la faccio fare fino in fondo, e più il salto in mare.
E così Camogli, anche oggi, è tutta fatta di case alte, le più alte della Riviera: tutta una voglia ragionala e serrata di aria e di vento del largo.

Gli ultimi capitani di mare si trovano oggi, tutti i giorni, a Camogli, attorno al monumento di Simone Schiaffino.
V'è una gerarchia sicura, immutabile, nel modo in cui i sedili della piazza sono occupati. Sui primi tre, siedono i capitani di mare. Poi, sugli altri che seguono, gli «americani», quelli che hanno fatto soldi in America. Sono gente ricca, ma non hanno, in Camogli, il diritto di primogenitura. Poi, sugli ultimi, la «bassa forza», quasi tutti nostromi.
I discorsi hanno degli argomenti prestabiliti e immutabili, come la gerarchia dei sedili. Prima di tutto, il tempo, che per la vecchia gente di mare ha una importanza inimmaginabile dai terraioli. Poi, gli americani, anche quelli seduti tre metri più in là, che coi loro denari guastano Camogli: «poca plata16, poca plata», trovano che tutto costa poco danaro, pagano senza tirare, e rovinano la piazza. Li chiamano «i guastoni». Poi, il computo degli anni di navigazione, per il libretto pensioni della Casa Invalidi. I vecchi, in questo computo, sono stati trattati severamente. Coi barchi a vela, non era come coi piroscafi: appena si arrivava a casa, l'armatore sbatteva subito il barco in disarmo, e quei periodi di disarmo, per brevi che fossero, non contano per il libretto. Il numero di anni che c'è, sul libretto dei vecchi, è tutto di navigazione effettiva, tutto fatto di giorni passati sul mare, uno dopo l'altro, messi in fila come le grane di un rosario. Ve ne sono di quelli che ne hanno quaranta. Essi prendono, ogni mese, centocinquantanove lire.
I treni diretti non si fermano a Camogli. Ogni tanto, qualche piroscafo da carico, mentre si trascina su Genova, poggia un po' sul porticciolo, e saluta dal largo con qualche strattone di sirena. Quando questo succede vuol dire che là, su quel piroscafo, su quel ponte, c'è qualche figlio o qualche nipote di camoglino, che vuol salutare la patria antica.
Ma ogni anno, questi colpi di sirena, al traverso di Portofino, sono sempre meno frequenti. I discendenti delle dinastie di capitani hanno mutato mestiere o sono stati cacciati dalle alte sedi della potenza marittima, riservate agli uomini di fiducia delle grandi banche. La gente nuova, affluita nella marina mercantile da regioni diverse e lontane, non sa più cosa sia stata Camogli, e quali cose abbiano compiuto i Camogliesi, anche negli anni tristi, dopo Lissa17: quando essi - la gente di un borgo di Riviera! - giunsero a tener sul mare più di quattrocento navi, e duecentomila tonnellate di armamento. Sforzo di tutta una aristocrazia navale, che oggi muore: aristocrazia della vela e del castello di prora.


1 bastimento, nome generico di tutte le navi, tranne le lance o altri legni minori
2 "al traverso" indica oggetti che si trovano in una posizione ad angolo retto rispetto alla linea di navigazione di una nave
3 propaggine sabbiosa a sud di New York
4 marinai addetti alla gabbia, a lavori generici dell'alberatura e delle vele, che assolveva anche alla funzione di vedetta
5 prendere una mano di terzaroli vuol dire ridurre la superficie della vela in caso di venti forti
6 sbirri
7 piccoli battelli
8 città tedesca sul Mare del Nord
9 quartiere di Amburgo
10 locale di bordo adibito a riunioni, così chiamato per la sua forma
11 risparmio, parsimonia e spilorceria
12 libro "da capezzale", da tenere a portata di mano, favorito
13 empori
14 pendenti per gli orecchi
15 "römpî e scàtoe", rompere le lasche, importunare
16 denaro, in spagnolo
17 la battaglia di Lissa, in Croazia, del 20 luglio 1866

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