Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

San Fruttuoso
di Gio Bono Ferrari

tratto da "La città dei mille bianchi velieri – Camogli" di Gio Bono Ferrari, 1934


Insenatura di San Fruttuoso, patria di marinai nati, terra di uomini che sanno tutti gli ardimenti, di naviganti che principiano a lottare con il mare a otto foto 1 anni e che del mare conoscono tutte le insidie e tutti i pericoli. Uomini ardimentosi che per salvare un ammalato vengono a Camogli in cerca di medicinali, e doppiano la Punta Chiappa con un mare sul quale non ardirebbe navigare una barca a vapore. Pescatori abbronzati che con fragili schifi1 non indietreggiano davanti a nessun periglioso salvataggio; uomini di mare che per solidarietà umana hanno sempre saputo il tutto osare.
Compagna di queste gente, così ambientata, se ne sta la bella Badia piantata in mezzo alla calanchetta, con le radici quasi nell'acqua, sostenuta da quattro arconi a base speronata. L'edificio, esternamente, così tutto offeso dall'opera degli uomini e dai tanti secoli, non è artistico. Per ora è soltanto pittoresco. Non è nemmeno genuinamente Ligure: è una costruzione che sa di monastico con sfumature bizantine, e che somiglia alle tipiche badie romaniche di Provenza, a quelle della Spagna e persino a certune del lontano Portogallo. Potrebbe stare tanto in una calanca di Manfredonia come nel quartiere dei genovesi a Cadice.
La torre campanaria invece ha qualche cosa in sé che obbliga a pensare. E' più nobile. Chi la costruì volle mettere come un sigillo di forza e anche di grazia sull'ammasso grigio dei tetti disadorni. E' cupola ed è torre a un tempo. Il Maestro Lombardo che la fece costruire, forse nel lontano X secolo, doveva essere un buon credente, perché la innalzò al cielo, svelta e armoniosa come una preghiera.
Ma se la Badia vista dal mare dà soltanto un sottile senso di poesia, la torre che un po' più in alto sta a mano destra, quasi a difesa della Chiesa, e che l'Ammiraglio Andrea Doria fece costruire quando ottenne l'jus dalla Sede Apostolica, dà invece, subito, l'impressione della forza Ligure e della possanza genovese della Repubblica.
Guardandola si sente che era veramente una torre da offesa e da difesa e si comprende come i Saraceni dovessero temere i tiri delle sue colubrine e lo scolatoio centrale del suo olio bollente.
E' forte ma è tanto leggiadra vista così sullo sfondo lucente dei pinastri Ed è proprio Ligure, tipicamente genovese, come la sua cugina germana di Recco, fatta costruire da Biagio Assereto, il vincitore della battaglia dì Ponza; come quella più piccola ma tanto armoniosa di Santa Margherita Ligure, come quella che era in Albaro vicino alla torre dell'Amore, come quelle delle Cinque Terre e come la tipica della Commenda dei Cavalieri di Malta a Fegino. Come tutte quelle altre che da Campomorone su su per i valichi cingevano la terra di Liguria, baluardi di offesa e di difesa.
La Badia o monastero fu tenuta dai Monaci di San Benedetto fino al 1454 circa. La sua fondazione, remotissima, ha del leggendario e del poetico. Regnando l'Imperatore Ottone I, Adalgisa sua sposa, quale figlia ed erede di Rodolfo, donava al Monastero molte cose di valore, fra l'altro il Monte di Portofino, libero da ogni imposta o gabella e con aggiunto i fuochi o poche case di Portofino, Nozarego e San Giacomo di Corte.
Più lardi venivano a dipendere dal Monastero di San Fruttuoso, i Priorati del Castello Genovese di San Antonio in Sardegna e quello di San Giuliano d'Albaro a Genova. Verso il 1125 essendo Priore Martino Doria il Monastero di San Fruttuoso fondava o almeno contribuiva del proprio a fondare la Chiesa e Chiostro di San foto 2 Matteo in Genova, la bella Chiesina conosciuta da tutti e che racchiude nella sua cripta il corpo del grande Ammiraglio Genovese.
Una leggenda gentile racconta la costruzione di questa vecchia Badia. San Fruttuoso, Vescovo spagnolo subì il martirio della fede verso il '259 d.C. assieme al suoi diaconi Elogio ed Augurio. I suoi discepoli, perseguitati dai soldati di Valeriano poterono avere, valendosi di sotterfugi, i resti dei tre martiri che depositarono in luogo appartato vicino al mare. Ma essendosi maggiormente acuita la persecuzione contro i cristiani, due fedeli uomini che erano stati Ordinati da San Fruttuoso stesso e che avevano nome Giustino e Procopio presero accordi con uomini di mare chiamati Giorgio, Pantaleo e Marziale e imbarcati i resti del Santo e dei Martiri abbandonarono le coste della Spagna. Già in mare aperto una voce venuta dall'alto aveva detto: voi navigherete sempre verso il sole; quando si eleverà davanti a voi una montagna a picco e vedrete in una calanca lo zampillare dell'acqua, approderete e dove ci saranno tre bestie colà depositerete i Martiri e edificherete una Chiesa.
Dopo vari giorni e varie notti di pericolosa navigazione la barca si trovò sotto un monte nero e orrido per la sua struttura; la calanca era nel mezzo con l'annunciato zampillo d'acqua.
I Neofiti e i due Sacerdoti sbarcarono i resti dei Martiri, trovarono le tre bestie che con le zampe stavano tracciando il perimetro della Chiesa e colà, sulle tracce lasciate nel terreno dalle belve, edificarono la prima chiesetta entro la quale deposero le ossa dei Santi. Così finisce la leggenda antica, squisitamente bella nella sua primitiva semplicità.
La Chiesa, alta, è quasi murata nell'interno del palazzo che guarda il mare. Il suo stile è romanico. Sotto gli antichi e spessi intonaci vi devono essere ancora delle cose non comuni. Nella navata niente opere d'arte di rilievo. E si spiega: chissà quante cose belle e di valore avranno portato via i Saraceni nelle loro fulminee escursioni piratesche! Il Chiostro della Prioria, piccolo, benché deturpatissimo, è degno di essere visitato. E' massiccio ed è allo stesso tempo grazioso. I suoi archi sanno di fortezza, di maniero da guerra più che di chiostro. La leggiadria, l'ingentilimento, è dato dalle superstiti colonnine ornate di bei capitelli di stile romanico. E' un chiostro questo, che parla più di guerra che di pace. Dall'angolo che guarda a monte, da sotto a quei tre oscuri arconi che hanno le rotondità architettoniche di certe costruzioni dei crociati genovesi di Terrasanta, si ha l'impressione di vedere uscire degli antichi Priori e degli Abati armati di elmo e corazza e calzanti gli speroni d'oro. Più che lo salmodiare delle preci par di sentire sotto quelle volte lo cozzar delle armi, il lamento dei feriti e le imprecazioni dei barbareschi.
Questo solo cantuccio così pieno di rimembranze, di storia genovese e perciò nostrana, meriterebbe da solo una escursione a San Fruttuoso. Sennonché quasi al di sotto del Chiostro, o più precisamente in un lungo androne della parte inferiore del vero Monastero, il viaggiatore si scontra in un'altra meraviglia: qui sta uno dei più bei sepolcreti che l'arte del 1200 ci abbia tramandato. Un gioiello, un lavoro da poeti del marmo. Un non so che di puro, di elevato e di nobile. Un cantico foto 3 ai morti Ammiragli ivi sepolti, un inno innalzato all'Arte con poche colonnine e con poche lastre di marmo bianco e nero. Un insieme di armonia. E nella loro semplicità: di magnificenza.
Chi sarà stato l'autore di tanta pura bellezza? Quale l'artista, il maestro marmoraro che in questa insenatura di San Fruttuoso avrà creato queste edicole così belle? E chi sarà stato l'Abate che questi lavori ha saputo ordinare in quei lontani secoli di lotte e di battaglie? E che uomo sarà stato prima di indossare l'abito dei Monaci? Un uomo d'arme, un condottiero, oppure uno di quei monaci pieni di misticismo e di fervore che passarono tutta una vita chini sui grossi manoscritti monastici così finemente miniati dagli artisti di quel tempo?
Quante e quante domande ispirano queste belle edicole le cui pietre parlano di tempi tanto lontani. Chi sa cosa le avrà domandato Nietzsche quando dal suo soggiorno di Ruta scendeva per le Pietre Strette a San Fruttuoso? Cosa avrà domandato lui, figlio di Germania e discendente degli uomini del Barbarossa a Nicolò Doria il fiero Capitano del Popolo di Genova di quei tempi? E che cosa ancora a quell'altro magnifico Ammiraglio, ad Ansaldo Doria, che non pago di avere sbaragliato i Veneti sul Bosforo, volle, al ritorno, espugnare e domare il Castello di Cartagine d'Africa? Quali saranno stati i pensieri del formidabile scrittore tedesco quando con le sue mani avrà accarezzato le pietre levigate di queste tombe? Avranno, le visite a queste edicole e i loro tanti e lontani ricordi influito sul pensiero filosofico di cotanto Uomo?2.
Le belle edicole che racchiudono gli ammiragli e gli uomini della schiatta dei Doria sono otto.
Quattro si trovano a destra di chi entra; una sta quasi di fronte all'ingresso, quale altare; le altre sono collocate a sinistra. Sopra ogni tomba si elevano eleganti e acuti archi costruiti in armoniose fasce bianche e nere; ogni edicola, pari a un tempietto, è sostenuta da colonnette di marmo con graziosi e primitivi capitelli. Nell'insieme è uno dei più belli sepolcreti nobiliari di quei tempi e sarebbe degno di stare in una Cattedrale.
I Doria tumulati nei sepolcreti sono i seguenti per ordine di data: Guglielmo Doria e la sua Consorte, tomba senza data.
Jacopo Doria, morto nel 1275.
Nicolò Doria, il terribile Capitano del Popolo negli anni fortunosi del 1260. L'urna porta la data della sua morte: 1276.
Ansaldo Doria figlio di Oberto, Colui che nel Bosforo sconfisse l'armata veneziana e che al ritorno espugnò il Castello di Cartagine, morto nel 1290; accanto a Lui, più tardi, furono collocati i resti dei suoi due Figli Oberto e Lucchetto Doria il quale ultimo fu a suo tempo Vicario e Governatore Generale della Corsica.
Nella tomba appresso fu tumulato, nel 1296, Babilano Doria, Signore del Castello dei Doria in Sardegna e onorato Ambasciatore di Genova alla corte di Francia; nell'altra edicola riposa Egidio Doria, Capitano delle galee genovesi, morto nel 1305. Questi fu l'ultimo di Casa Doria sotterrato nella celebre Badia.
I Monaci del Monastero avevano supremazia su quasi tutto il Monte per la donazione fattale dalla Regina Adalgisa. Come pure godevano di privilegio per la pesca attorno alla penisola di Sestri Levante. Per la giurisdizione delle acque a San Fruttuoso e Portofino il Convento dettava legge e volta per volta concedeva il permesso di pesca. Verso il 1200, essendo aumentati di molto i pescatori, l'Abate li dichiarò liberi di esercitare la pesca nelle acque del Convento a condizione di pagare un tributo di due boghe3 per barca a favore dei Monaci.
Gli uomini di Camogli erano obbligati a consegnare a Messere l'Abate parte delle Lucerne4 pescate durante la Quaresima. Passarono poi gli anni e i secoli e la libertà di pesca fu generale.
I Monaci e gli Abati avevano dovuto emigrare causa le continue incursioni piratesche. Vi fu il dominio secolare dei Doria. Poi tanti anni grigi.
Ora la vetusta Badia sta rinascendo e si fa bella. Ed è supremamente meritevole di essere visitata. Per tutti i suoi ricordi storici, per tutte le sue ascose bellezze e per lo stesso folclore della calanca forse unica al mondo.
La gita, fatta da Camogli è meravigliosa: dalla stazione prendere la pittoresca strada a San Rocco ricca di panorami; poi per la strada dei Galletti all'Acqua Fredda. Una svolta a destra ed ecco la strada che conduce alle Pietre Strette, con le sue magnifiche vedute e la bella ombra dei castagni e dei pini. Dalle Pietre Strette è un unica discesa, ripida, ma bella e pittoresca.
Ed ecco San Fruttuoso, il paese misterioso della puddinga e delle leggende.
L'altra gita, pur bellissima, si può fare da Camogli, rotabile a Ruta e poscia strada mulattiera comoda e bella che dalla Cappelletta conduce alle Pietre Strette. Strada pittoresca, posta quasi tutta a crinale, con i meravigliosi panorami dei due versanti. Dalle Pietre Strette a San Fruttuoso la strada è unica per le due gite.
Il porto di Camogli poi, attrezzato con servizi moderni di trasporto, offre all'amante del mare la gita ideale; una traversata di mezz'ora che lascia contemplare il meraviglioso anfiteatro di una Camogli bella e sconosciuta con tutte le sue case messe a scalea, con i suoi giardini fioriti, con le sue fasce rese color argento dagli annosi ulivi e con in alto la stupenda spalliera di Ruta.
Poi l'ombra del monte, l'orrido bello dei primi ammassi di puddinga, la piccola Stella Maris della Punta, il mistero e il silenzio della Cà dell'Oro, la minaccia quasi paurosa di uno sperone a picco e poi, poi la bella insenatura di San Fruttuoso.
Questa la bella terra, la strana terra, di valorosi marinai e di intrepidi navigatori camogliesi. Popolazione di mare, permeata di mare, vivente sul mare. E del mare.
Tanto profondamente, che gli Antenati di questa gente non hanno mai sentito la necessità di avere, a ridosso della Chiesa, il solito piccolo cantuccio benedetto ove far riposare i morti. San Fruttuoso non ha mai avuto un Camposanto.
Con un rito semplice e solenne, che quasi ricorda le usanze di antichi argonauti o di Vickingi, gli uomini della calanca prendono la bara del loro morto e - quasi religiosamente - la depositano in una barca. In altre barche prendono posto il prete, i parenti e gli amici e poi il mesto corteo, a forza di remi, arranca verso Camogli, doppia la Punta Chiappa sotto gli occhi amorevoli della Madonnina e porta il loro caro a Camogli, nel Cimitero ove riposano quegli Avi che non dormono in fondo al mare.
E così il morto lupo di mare rifà per l'ultima volta quel cammino che Egli conosceva così bene, che aveva fatto le mille e tante volte, con la pioggia, con il sole, con il nevischio o con la tempesta. Sempre a forza di remi, solo col suo coraggio.
E con il suo molto ardire.


1 piccole barche a remi
2 Federico Nietzsche. Dopo di una breve parentesi a Genova, il grande Pensatore prese soggiorno a Ruta. Vecchi rutesi ricordano ancora che lo Scrittore, di buon mattino, faceva la passeggiata a Ruta vecchia, saliva l'erta del monte Esoli e si andava a sedere nella bellissima pineta fatta piantare dal Capitano camogliese Armatore Repetto Cap. Antonio. Il suo posto prediletto era vicino a una capannetta. Si beava del panorama, osservava e poi scriveva a lungo, tenendo i fogli appoggiati alle ginocchia. Altre volte andava a sedere sotto il pino secolare che allora esisteva sullo spiazzo che oggi è dei Gaggino. E anche colà scriveva.
Certi giorni prendeva la strada delle Pietre Strette e scendeva a San Fruttuoso. Se veniva a Camogli, sua meta preferita era la Chiesa, nella quale stava delle ore ammirando e prendendo appunti. Qualche volta amava anche vagare per i pittoreschi androni dell'Isola. Non fu mai visto attraversare la cittadina. La sua strada era sempre la stessa: Scala di Priaro e per San Prospero la strada Romana. Una buona vecchia della Capelletta soleva raccontare che la finestra del Pensatore era sempre illuminata fino alle quattro del mattino.
3 specie di pesce azzurro
4 cernie

© La Gazzetta di Santa