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Testimonianza sul sionismo (3/3)
di David Ben Gurion

Treccani – 25 gennaio 2019

In occasione del Giorno della memoria ripubblichiamo la "Testimonianza sul sionismo" di David Ben Gurion apparsa postuma nell'"Enciclopedia del Novecento" edita da Treccani nel 1982

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Il mandato britannico sulla Palestina
La scelta di un ebreo, H. Samuel, da parte del governo britannico come primo Alto commissario per la Palestina suscitò molte speranze in una prossima fine dell'atmosfera di odio che circondava il potere britannico nella regione. Questa scelta rafforzò anche la convinzione che il governo britannico avesse ormai deciso di dare attuazione integrale alla Dichiarazione Balfour.
Poco tempo dopo il suo arrivo in Palestina, davanti ai funzionari e ai rappresentanti di tutte le comunità e di tutti i settori della vita della regione, Samuel pronunciò un discorso in cui venne ribadita la volontà dei governi alleati di adottare misure idonee a "creare progressivamente una sede nazionale ebraica in Palestina". Egli promise anche che in nessun modo sarebbero stati intaccati i diritti civili e religiosi dell'insieme della popolazione o sarebbe stata danneggiata la sua prosperità economica.
Gli Ebrei rimasero soddisfatti di questa pubblica dichiarazione, ma molti funzionari civili e militari continuarono a guardare con scarsa simpatia la nuova politica che erano stati chiamati ad applicare. Inoltre, i pochi Ebrei che occupavano posti di responsabilità continuarono ad avere scarsa influenza rispetto alla maggioranza inglese, animata da sentimenti di ostilità nei loro confronti. I decreti e i regolamenti del nuovo governo furono pubblicati in inglese, in arabo e in ebraico, e anche di fronte ai tribunali le parti potevano deporre nelle tre lingue; l'Alto commissario decise però che il paese non avrebbe adottato il nome tradizionale, "Ereẓ-Israel", ma quello di Palestina, seguito dalle iniziali del nome tradizionale.
Quando Churchill venne a Gerusalemme nella sua qualità di ministro per le Colonie, si presentò a rendergli visita una delegazione araba, la quale gli chiese che venisse respinto il principio di una sede nazionale ebraica in Palestina, e che venisse impedito agli Ebrei di immigrare e di dar vita a un governo nazionale. Churchill respinse queste richieste, ma aggiunse che la dichiarazione del governo non presupponeva affatto che alla sede nazionale ebraica fosse destinato l'intero paese, ma semplicemente che una tale sede sarebbe stata creata in Palestina; e aggiunse: "Se si vuole sapere cosa significhi lo sviluppo di una sede nazionale ebraica in Palestina, possiamo rispondere che l'intenzione non è quella di dare al nazionalismo ebraico un potere esteso anche agli altri abitanti del paese, ma di favorire il miglioramento delle condizioni degli Ebrei che già si trovano sul posto con l'aiuto anche degli altri Ebrei sparsi per il mondo, in modo che la Palestina possa trasformarsi in un punto di riferimento al quale tutto il popolo ebraico sia interessato e del quale possa andare orgoglioso sia dal punto di vista religioso che razziale. A questo scopo è indispensabile che si sappia che il popolo ebraico si trova in Palestina per diritto e non per carità; e questo spiega la necessità di un interessamento internazionale per la creazione di una sede nazionale ebraica, la cui esistenza si troverebbe inoltre a poggiare su legami storici di antica data".
Per dare attuazione a questa politica, il Libro Bianco di Churchill prevedeva "il proseguimento dell'immigrazione ebraica, ma entro i limiti delle capacità di assorbimento economico del paese". Il Libro Bianco di Churchill precedette di poco la ratifica del mandato per la Palestina da parte della Società delle Nazioni, avvenuta a Londra nella seduta del 22 luglio 1922. Nel testo approvato si leggeva tra l'altro: "E' necessario creare in Palestina condizioni politiche, economiche e amministrative tali da assicurare l'insediamento di una sede nazionale ebraica e lo sviluppo di istituzioni di potere indipendenti. E' necessario inoltre riconoscere l'Organizzazione Sionista come controparte abilitata a trattare per conto degli Ebrei con l'Amministrazione tutti i problemi concernenti la sede nazionale ebraica. L'Organizzazione Sionista deve arrivare a cooperare con tutti gli Ebrei pronti a collaborare alla creazione di tale sede. Occorre facilitare l'immigrazione ebraica (entro limiti opportuni) e incoraggiare insediamenti sicuri degli Ebrei sulle terre di proprietà pubblica e su quelle abbandonate che non siano necessarie per pubbliche necessità. Occorre promulgare una legge sulla nazionalità che permetta, tra l'altro, di attribuire la nazionalità palestinese a tutti gli Ebrei che si trasferiscono in Palestina. Le lingue ufficiali devono essere l'inglese, l'arabo e l'ebraico, e le feste delle tre religioni devono essere giorni ufficiali di riposo per i membri delle tre comunità".

Verso la costituzione dello Stato d'Israele
La conferenza del 1935 elesse nuovamente Weizmann alla presidenza dell'Organizzazione Sionista e Ben Gurion alla presidenza dell'Esecutivo. Nel 1931 fu nominato Alto commissario a Gerusalemme il generale Wauchope, e fu così mantenuta la promessa, fatta precedentemente dal presidente del Consiglio britannico a Ben Gurion, di nominare un funzionario disposto ad aiutare l'immigrazione ebraica. In questo modo nel 1933 immigrarono 30.377 Ebrei; nel 1934, 24.259 e, nel 1935, 61.854. Queste cifre ufficiali non comprendevano però i "turisti" che s'installarono nel paese in quello stesso periodo e che formarono le punte più elevate dell'immigrazione all'epoca del mandato britannico.
Dopo l'ascesa di Hitler al potere, gli Ebrei tedeschi persero tutti i loro diritti e, durante gli ultimi anni del regime hitleriano, sei milioni di Ebrei europei furono sterminati da parte dei nazisti. In un primo tempo Hitler permise ancora agli Ebrei di abbandonare la Germania e di andare in Palestina. Questa emigrazione portò nel paese un patrimonio di conoscenze, di capitali e di capacità d'iniziativa che rappresentò un fattore decisivo nello sviluppo delle industrie e degli insediamenti agricoli.
La guerra italo-etiopica del 1935 rappresentò la causa diretta e indiretta dei sanguinosi disordini che scoppiarono a Giaffa il 19 aprile del 1936 e che si propagarono poi in tutto il paese ad opera degli agenti del gran muftī di Gerusalemme, Hajj Amin al-Husseini, che agiva in collaborazione con Hitler e Mussolini. Questi disordini, e la loro matrice internazionale, spinsero il presidente del Consiglio britannico, N. Chamberlain, e il ministro delle Colonie, M. MacDonald, ad annullare la Dichiarazione Balfour e gli impegni assunti con il mandato: si voleva ora trasformare la Palestina in uno Stato arabo sotto la protezione britannica.
I disordini ebbero inizio, come s'è detto, il 19 aprile del 1936 e le violenze furono rivolte inizialmente contro gli Ebrei di Giaffa, sedici dei quali furono uccisi in un solo giorno. Alcuni giorni dopo l'Alto comitato arabo proclamò uno sciopero generale dei lavoratori, del commercio e dei trasporti i cui obiettivi comprendevano tre punti principali: interruzione dell'immigrazione ebraica, proibizione di vendere terre agli Ebrei e formazione di un potere eletto dagli abitanti del paese. Si trattava in poche parole di trasformare la Palestina in uno Stato arabo. Con il passare dei giorni, i disordini crebbero d'intensità e il terrorismo arabo si diffuse in tutto il paese. Quando poi venne chiuso il porto di Giaffa - dal quale dipendevano sia l'immigrazione ebraica sia il commercio ebraico, ma dove neppure un ebreo era autorizzato a lavorare - vennero adottate particolari disposizioni per scaricare i battelli sulla costa di Tel Aviv: furono così poste le premesse per la creazione di un porto in questa città ebraica.
Lo sciopero proclamato dagli Arabi non danneggiò economicamente la comunità ebraica; al contrario: il numero degli operai ebrei nelle colonie agricole e nel porto di Ḥaifā crebbe considerevolmente, la produzione agricola degli Ebrei aumentò e la popolazione si organizzò con coraggio e intelligenza per far fronte alle difficoltà della situazione.
Nonostante le provocazioni, gli Ebrei non attaccarono mai Arabi innocenti; nessun centro ebraico fu abbandonato e furono anzi creati nuovi agglomerati. I danni provocati dallo sciopero all'economia araba furono invece enormi, e pressioni sempre più forti furono quindi esercitate sull'Alto comitato arabo perché interrompesse lo sciopero. In seguito all'intervento dei sovrani arabi, il risultato fu raggiunto l'11 ottobre 1936.
Nel frattempo, il 18 maggio 1936, il nuovo ministro delle Colonie aveva annunciato al Parlamento britannico la nomina di una Commissione d'inchiesta per indagare sulle cause dei disordini e per esaminare le lagnanze delle due parti. Sotto la direzione di lord Peel, la Commissione arrivò in Palestina l'11 novembre 1936. Weizmann comparve davanti a essa e parlò dei sei milioni di Ebrei europei la cui esistenza e il cui avvenire dipendevano dall'immigrazione e dalla creazione di uno Stato ebraico. Uno Stato siffatto era dunque una necessità urgente per gli Ebrei d'Europa, che avevano del resto sia la volontà sia le possibilità, economiche e culturali, di crearlo e assicurarne la sopravvivenza.
Queste considerazioni fecero una profonda impressione sulla Commissione e influirono indubbiamente in modo consistente sulle sue conclusioni circa la creazione di uno Stato ebraico su una parte - in verità piccola - della Palestina. Il rapporto della Commissione fu pubblicato il 7 luglio 1937; la prima parte comprendeva un panorama storico, che illustrava gli antichi ininterrotti legami tra Palestina e popolo ebraico, le sofferenze dell'esilio, gli insediamenti ebraici in Palestina, i valori immortali creati dal popolo ebraico, l'importanza di tale patrimonio per l'umanità e la volontà indomabile degli Ebrei di ridare vita alla loro patria. Mai, fino a quel momento, neppure nell'ambito della letteratura sionista, era stata pubblicata una descrizione più esauriente della storia degli insediamenti ebraici in Palestina relativamente alle ultime tre generazioni.
La Commissione ricordò poi che anche la popolazione araba aveva ricevuto la sua parte di benefici dall'immigrazione e dall'insediamento ebraico in Palestina: gli impegni assunti a questo proposito con il mandato erano stati rispettati e l'economia araba non aveva sofferto in alcun modo per la creazione di una sede nazionale ebraica. Il rapporto della Commissione rivelava inoltre per la prima volta un aspetto centrale della Dichiarazione Balfour: "Siamo stati autorizzati a verificare i documenti si legge sul rapporto - e abbiamo potuto constatare che con le parole "creazione di una sede nazionale ebraica in Palestina", il governo di Sua Maestà aveva riconosciuto la possibilità, col tempo, della nascita di uno Stato ebraico, ma non era stato in grado di garantirla".
Il rapporto della Commissione citava poi il presidente Wilson, il quale il 3 marzo 1919 aveva detto: "E' evidente che gli alleati, con il completo accordo del nostro governo e del nostro popolo, hanno deciso di creare un commonwealth ebraico in Palestina"; il rapporto aggiungeva che l'emiro Faisal, rappresentante degli Arabi alla Conferenza della pace, aveva accettato la Dichiarazione Balfour e aveva promesso, d'accordo con Weizmann, la cooperazione tra Stato arabo e Palestina e l'accettazione di una massiccia immigrazione ebraica e di una sistemazione quanto più rapida possibile nel paese.
Il rapporto della Commissione concludeva affermando che la Palestina a ovest del Giordano doveva essere divisa in due parti, di grandezza ineguale, con l'obiettivo di creare uno Stato ebraico sulla parte più piccola (a nord e a ovest) e uno Stato arabo, con la Transgiordania, a sud e a est.
Con il rapporto della Commissione il governo britannico pubblicò anche un Libro Bianco, nel quale il governo stesso faceva presente di aver esaminato il rapporto e di averne approvato sia le valutazioni generali che le conclusioni. Lloyd George, presidente del Consiglio all'epoca della Dichiarazione Balfour, attaccò violentemente il rapporto, definendolo tra l'altro "vergognoso" in quanto misconosceva tutte le promesse fatte in precedenza agli Ebrei. In seguito anche ad altre critiche mosse al rapporto, sia alla Camera dei Comuni che a quella dei Lords, il governo ritirò la sua approvazione e decise di sottoporre il problema alla Società delle Nazioni e di formulare poi nuove proposte al Parlamento.
Al Congresso sionista riunito a Zurigo nell'agosto del 1937, i sionisti americani e alcuni sionisti della Palestina si opposero alle proposte della Commissione in merito al progetto di divisione del paese e la maggioranza dei delegati decise che "le proposte della Commissione non potevano essere accettate e che il Congresso dava mandato all'Esecutivo di trattare con il governo britannico riguardo ai progetti di creazione di uno Stato ebraico. Qualora venisse accettata una proposta diversa per la creazione di uno Stato ebraico, il Congresso sarebbe stato nuovamente chiamato a discuterla e a decidere in merito". Solo una piccola minoranza dei delegati (in particolare quelli del movimento Ha-Shomer ha-Ẓa'ir) respinse l'idea dello Stato ebraico e chiese la creazione di uno Stato binazionale.
Il governo britannico nominò nel frattempo una nuova commissione, presieduta questa volta da sir John Woodhead, con l'incarico di preparare un nuovo progetto di divisione. Questo progetto rappresentò un'offesa sia per gli Arabi che per gli Ebrei, in quanto prevedeva l'annullamento del mandato e l'installazione di un potere britannico diretto in Palestina. Era quindi necessario dare impulso a qualsiasi prezzo all'immigrazione, anche senza l'autorizzazione del governo.
Il primo tentativo di introdurre immigranti senza autorizzazione risaliva al 1927, quando il governo aveva ridotto al minimo il numero dei permessi. Al 1933 risaliva invece il primo arrivo illegale di un battello carico di immigranti (si trattò allora di un battello greco con 150 persone a bordo). Pertanto, quando nel 1938 il governo decise di adottare misure restrittive, l'immigrazione illegale cominciò ad assumere dimensioni sempre crescenti: giungevano battelli il cui carico poteva arrivare anche a 1.400 passeggeri. I governi dei paesi d'origine (Polonia, Romania, ecc.) dal canto loro incoraggiarono e facilitarono queste partenze. Fino al 1948, anno della nascita dello Stato d'Israele, arrivarono circa 115.000 persone sprovviste di autorizzazione.
Contro questa corrente ininterrotta il governo britannico mobilitò tutte le sue forze presenti nel Mediterraneo e lungo le coste della Palestina; riuscì a rimandare indietro alcuni battelli, mise in prigione molti passeggeri, trasferendoli a Cipro in appositi campi di raccolta, ma, nonostante tutti questi sforzi, gli immigranti continuarono ad affluire in Palestina. Nel 1939 il governo britannico invitò i rappresentanti dell'Irāq, della Giordania, dell'Egitto e degli Arabi della Palestina da una parte, e l'Agenzia Ebraica e i rappresentanti degli Ebrei della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e della Polonia dall'altra, allo scopo di discutere il problema palestinese.
Gli Arabi della Palestina si rifiutarono di incontrare gli Ebrei e fu quindi necessario organizzare due riunioni separate sotto la presidenza di Chamberlain. Dopo alcune riunioni il 15 marzo 1939 MacDonald, ministro delle Colonie, sottopose al Parlamento il testo finale della soluzione adottata dal governo. Tale soluzione prevedeva: 1) la formazione di un governo palestinese indipendente, né arabo né ebraico; 2) la redazione, da parte dell'Assemblea nazionale del popolo palestinese, della Costituzione del nuovo Stato indipendente; 3) l'immigrazione, nei cinque anni successivi, di 10.000 Ebrei ogni anno, con un supplemento previsto di 25.000 profughi qualora le capacità di assorbimento del paese lo consentissero; dopo i cinque anni, il proseguimento dell'immigrazione era subordinato al consenso arabo (il che voleva dire la cessazione dell'immigrazione ebraica); 4) la facoltà, da parte del Commissario governativo, di limitare la vendita delle terre nel periodo di transizione; a questo scopo, il paese era diviso in tre distretti: nel primo (2-3%) la vendita sarebbe stata libera, nel secondo (5%) sarebbe stata limitata e nel terzo (che avrebbe compreso la maggior parte del paese) la vendita agli Ebrei sarebbe stata proibita. La creazione di uno Stato palestinese doveva infine coronare il processo nel giro di un ventennio.
Nonostante una forte opposizione dei laburisti, dei liberali e di alcuni dirigenti conservatori, tra i quali W. Churchill e L. Amery, il 23 maggio 1939 il Parlamento approvò il Libro Bianco. In risposta, il presidente dell'Esecutivo sionista a Gerusalemme, Ben Gurion, pubblicò la seguente dichiarazione: "I pionieri di Palestina, che per tre generazioni hanno dimostrato la loro tenacia nella trasformazione e nello sviluppo di una terra desertica, mostreranno il loro coraggio anche nella difesa dell'immigrazione, della sede nazionale e della libertà del popolo ebraico".
Al XXI Congresso sionista, riunito a Ginevra nell'agosto del 1939, Weizmann dichiarò: "Il terrorismo arabo è scoppiato nell'aprile del 1936; durante questi tre anni il popolo ebraico ha creato in Palestina cinquanta nuovi centri. Il legame eterno tra il popolo e la sua patria non sarà spezzato".
Alcuni giorni dopo la conclusione del Congresso, scoppiò la seconda guerra mondiale e, in queste mutate circostanze, Ben Gurion rilasciò la seguente dichiarazione: "Noi lotteremo con la Gran Bretagna contro Hitler come se il Libro Bianco non esistesse; noi lotteremo contro il Libro Bianco come se la guerra non fosse scoppiata". 130.000 uomini e donne in età militare si arruolarono cosi per la guerra contro i nazisti, mentre i dirigenti arabi del paese e i capi di alcuni paesi arabi (come l'Irāq e l'Egitto) si schierarono invece al fianco di Hitler.
Per molto tempo i capi dell'esercito britannico si opposero alla creazione di una unità militare ebraica indipendente; finalmente, nel settembre del 1944, contro il parere delle gerarchie militari, Churchill decise di riconoscere la Brigata Ebraica costituita in Palestina, che poté quindi combattere al fianco delle altre formazioni alleate contro Hitler e Mussolini. In seguito, l'entrata in guerra degli Stati Uniti rese evidente ai più che al termine del conflitto gli Stati Uniti e non la Gran Bretagna sarebbero stati la potenza dominante sulla scena mondiale.
Ben Gurion partì quindi alla volta degli Stati Uniti con l'obiettivo di mobilitare l'ebraismo americano per ottenere l'abolizione del Libro Bianco inglese e, alla fine della guerra, la creazione di uno Stato ebraico. Nel maggio del 1942 si riunirono per la prima volta in una conferenza (indicata come Conferenza di Biltmore, dal nome dell'albergo dove si svolse) tutte le organizzazioni e i partiti sionisti degli Stati Uniti. Anche Weizmann prese parte a tale conferenza, al termine della quale venne adottato all'unanimità (con una sola astensione) il cosiddetto programma Biltmore, così formulato: "Il nuovo regime mondiale che nascerà dalla vittoria potrà fondarsi sui principî della pace, della giustizia e dell'eguaglianza soltanto se sarà stato risolto il problema della patria ebraica. La Conferenza chiede pertanto: 1) che i porti della Palestina siano aperti all'immigrazione ebraica; 2) che l'Agenzia Ebraica nome ufficiale dell'Esecutivo sionista sia autorizzata a convogliare l'immigrazione in Palestina e a ridare vita al deserto, sviluppando anche le zone disabitate e abbandonate; 3) che la Palestina divenga sede della comunità ebraica, come componente del nuovo assetto democratico mondiale".
Alcuni giorni dopo la fine della guerra in Europa, arrivò in Francia Ben Gurion, presidente dell'Esecutivo sionista, il quale ebbe un incontro con il ministro francese degli Affari Esteri. Al ministro che gli chiedeva: "Come potrà essere creato uno Stato ebraico senza che vi sia una maggioranza ebraica della popolazione?", Ben Gurion rispose: "Le porte della Palestina si spalancheranno e gli Ebrei saranno ben presto in maggioranza". Il ministro aggiunse: "Ma i paesi arabi vi permetteranno di creare uno Stato ebraico?" e Ben Gurion replicò: "Siamo sempre stati pochi di fronte a molti. Lo saremo anche questa volta e vinceremo".
Dopo un incontro con il ministro britannico delle Colonie, fu chiaro a Ben Gurion che gli Ebrei avrebbero dovuto contare esclusivamente sulle loro forze. Anche se egli sapeva che la Russia era segretamente favorevole alla creazione di uno Stato ebraico, sapeva anche però che Stalin non avrebbe certo rischiato la guerra per la causa degli Ebrei. Ben Gurion era anche a conoscenza del fatto che le organizzazioni ebraiche di difesa operanti clandestinamente in Palestina non potevano comprare armi pesanti né esercitarsi con esse, mentre era invece assolutamente necessario riuscire ad acquistare in tempo armi di questo tipo e porre contemporaneamente le basi per la creazione di un'industria di guerra.
Sapendo che al termine del conflitto gli Stati Uniti avrebbero smantellato una buona parte della loro industria bellica, Ben Gurion fece quindi venire immediatamente a New York l'ingegner Ch. Slavin, che dirigeva in quel periodo l'industria militare clandestina in Palestina, e lo incaricò, assieme a Y. Dori, capo di stato maggiore della Haganah (Difesa), che si trovava in quel momento a New York, di acquistare le macchine necessarie alla fabbricazione di armi. Le macchine così comprate vennero immediatamente inviate in Palestina.
I due anni successivi alla fine della guerra furono i più difficili per le relazioni tra gli Ebrei e il governo mandatario. L'intensificazione degli attentati da parte di due organizzazioni terroristiche (Eẓel e Leḥi) e l'inizio di una rivolta che coinvolse l'intera Haganah spinsero le autorità britanniche a effettuare una serie di perquisizioni sia nelle città che nelle campagne e portarono alla requisizione di molte armi. Nonostante ciò, tutte le spedizioni di macchine pesanti arrivarono a destinazione, anche nel periodo in cui gli Inglesi occupavano ancora il paese, e nessuna di queste macchine cadde nelle loro mani, anche se non fu possibile utilizzarle fino alla partenza degli Inglesi stessi.
La fine del 1945 vide anche la prima vittoria del Partito laburista britannico a schiacciante maggioranza. Questo avvenimento sollevò grandi speranze nel popolo ebraico, e in particolare all'interno del movimento sionista, in quanto il Partito laburista sosteneva ormai da molto tempo il sionismo e il suo programma. Nello stesso anno si riunì a Londra una Conferenza sionista, la prima dopo la fine della guerra e dopo lo sterminio di sei milioni di Ebrei europei da parte dei nazisti. In quell'occasione Ben Gurion ammonì energicamente che non c'era alcuna certezza che i laburisti, una volta al potere, facessero quanto avevano richiesto stando all'opposizione.
Poco tempo dopo, la realtà si rivelò anche peggiore di quella prevista da Ben Gurion. Nel novembre del 1945, E. Bevin, ministro degli Affari Esteri, dichiarò al Parlamento che il contrasto tra Arabi ed Ebrei non era componibile e che era quindi necessario porre la Palestina sotto controllo internazionale. Questo significava, in altri termini, che sarebbe stato mantenuto il potere britannico, ma senza il mandato e gli impegni che esso comportava.
Il 15 febbraio del 1947 Bevin annunciò al Parlamento che il governo britannico non poteva accogliere le richieste degli Arabi e degli Ebrei e che aveva quindi deciso di sottoporre tutti i problemi in discussione all'Organizzazione delle Nazioni Unite. Nel dicembre del 1946 si riunì il XXII Congresso sionista, il primo convocato dopo la fine della guerra. Durante le sedute si manifestarono delle divergenze tra Weizmann, presidente dell'Organizzazione Sionista, e Ben Gurion, presidente dell'Esecutivo, a proposito dell'atteggiamento da adottare nei confronti della Gran Bretagna. Ben Gurion riteneva che il centro di gravità della politica sionista dovesse essere spostato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti; Weizmann aveva invece ancora fiducia nella Gran Bretagna e abbandonò quindi i lavori congressuali.
Al termine delle sedute, il Congresso adottò questa risoluzione: "L'obiettivo principale del mandato può essere realizzato soltanto con la costituzione di uno Stato ebraico. Il Congresso si oppone a ogni forma di amministrazione fiduciaria in sostituzione del mandato e rivolge un appello alle Nazioni Unite e a tutti i paesi membri, chiedendo di sostenere le richieste del popolo ebraico per la creazione di un proprio Stato in Palestina e per la sua ammissione in seno alla comunità delle nazioni".
Durante i lavori del Congresso, Ben Gurion concentrò l'attenzione sul problema della sicurezza, che rappresentava, a suo giudizio, il problema centrale degli insediamenti ebraici in Palestina e che avrebbe deciso in definitiva la sorte di tutto il popolo ebraico. Durante una riunione della Commissione politica del Congresso, le cui deliberazioni non vennero rese pubbliche, egli si espresse in questi termini: "Oggi siamo di fronte a una situazione completamente nuova. La Palestina è circondata da paesi arabi indipendenti e poco conta se questa indipendenza, dal punto di vista politico, culturale ed economico, è soltanto formale. Per quanto concerne la nostra sicurezza, si tratta comunque di Stati indipendenti che possono comprare e produrre armi, creare e addestrare degli eserciti. Gli attacchi degli Arabi palestinesi non mettono in pericolo la sopravvivenza della popolazione ebraica, ma può anche succedere che gli Stati arabi confinanti decidano di attaccare gli Ebrei con i loro eserciti, ed è quindi necessario adoperarsi immediatamente per intensificare al massimo la nostra preparazione. Il dovere del popolo ebraico e del movimento sionista è di affrontare i problemi della sicurezza in tutta la loro ampiezza, la loro gravità e la loro urgenza, e di prevedere tutti i possibili pericoli. Forse gli Stati arabi non sono ancora pronti, ma noi ci troviamo attualmente alla vigilia di profondi mutamenti, e non possiamo aspettare che il pericolo maturi. Dobbiamo quindi prepararci immediatamente, facendo ricorso a tutte le nostre risorse tecniche e finanziarie. Questo è l'obiettivo fondamentale del sionismo in questo momento".
A quell'epoca, pochi comandanti della Haganah (la forza militare clandestina degli Ebrei durante il mandato britannico) avevano un'esperienza militare, e quasi nessuno pensava all'eventualità di un conflitto. Nell'aprile del 1947, le armi della Haganah comprendevano: 10.003 fucili (dei quali 8.720 utilizzati per la difesa locale), 1.900 pistole mitragliatrici, meno di 200 mitragliatrici e circa 450 fucili mitragliatori. L'"armamento pesante" era formato da 672 mortai da 2" e 96 da 3". Non vi era naturalmente neppure un cannone, né armi anticarro, né antiaerea; mancavano completamente i mezzi corazzati e qualsiasi tipo di forza aerea e navale. Al contrario, gli eserciti arabi contavano invece ben 153.000 soldati equipaggiati con tutte le armi normalmente in dotazione agli eserciti regolari.
Nel febbraio del 1947 E. Bevin sollevò il problema della Palestina all'ONU, e l'Assemblea generale cominciò la discussione nel maggio del 1947. Il rappresentante sovietico, A. Gromiko, sorprese l'Assemblea e l'opinione pubblica mondiale quando, nel suo intervento, chiese la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. "Sarebbe ingiusto disse Gromiko non prendere in considerazione l'aspirazione degli Ebrei a creare un proprio Stato indipendente e privarli del diritto di realizzare questa aspirazione; sarebbe ingiusto soprattutto se teniamo presente tutto quello che gli Ebrei hanno dovuto sopportare durante la seconda guerra mondiale".
Alla fine della discussione l'Assemblea decise di costituire una speciale commissione con l'incarico di studiare il problema della Palestina. Verso la fine di giugno del 1947 la Commissione arrivò in Palestina e agli inizi di settembre, terminate le indagini, rese pubbliche le sue conclusioni, che si articolavano nei seguenti punti accettati da tutti: 1) mettere termine quanto prima al mandato britannico; 2) dare al più presto l'indipendenza alla Palestina; 3) ridurre al minimo indispensabile il periodo di transizione; 4) rendere l'ONU responsabile dell'amministrazione del paese durante il periodo di transizione.
Su altri aspetti del problema i pareri all'interno della Commissione erano invece risultati divergenti. Una minoranza dei suoi membri proponeva la formula dello Stato federale, con una parte, limitata, del territorio per gli Ebrei e una, molto maggiore, per gli Arabi. La maggioranza proponeva invece di dividere il paese in due Stati legati tra loro da un'alleanza economica e di conservare Gerusalemme sotto controllo internazionale.
In quegli stessi giorni era riunito a Zurigo l'Esecutivo sionista, il quale manifestò la sua soddisfazione per le proposte formulate dalla maggioranza e decise di definire la posizione ebraica dopo le deliberazioni dell'Assemblea dell'ONU. Il 29 settembre 1947 l'Assemblea approvava a maggioranza la spartizione della Palestina; a favore, dopo le deliberazioni dell'Assemblea dell'ONU, votarono trentatré paesi, tra i quali l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti; tredici votarono contro, tra i quali sei paesi arabi, quattro musulmani non arabi (Pakistan, Iran e Turchia) e inoltre India, Grecia e Cuba; tredici paesi si astennero.
Di fronte a questi risultati, il governo britannico annunciò che avrebbe dato attuazione alle decisioni dell'Assemblea soltanto se gli Arabi e gli Ebrei le avessero approvate. Questa dichiarazione britannica rafforzò l'opposizione araba e gli Stati arabi annunciarono la loro intenzione di lottare con la forza contro la costituzione di uno Stato ebraico. Tra il 1939 e il 1947 erano praticamente cessati gli atti di violenza contro la popolazione ebraica da parte degli Arabi, i quali avevano capito, dopo l'esperienza dei disordini del 1936-1939, che non erano in condizione di indebolire e danneggiare gli Ebrei con attacchi diretti. I disordini avevano provocato danni maggiori agli Arabi che agli Ebrei, la cui forza era anzi uscita accresciuta dall'esperienza. Il movimento per gli insediamenti ebraici aveva infatti occupato nuove terre, la sorveglianza delle località controllate dagli Ebrei si era rafforzata e per oltre otto anni la tranquillità aveva regnato nel paese.
Di fronte alla ripresa delle ostilità arabe nei confronti degli Ebrei, accompagnata dal ritorno del muftī come capo degli Arabi della Palestina e dall'attività della Lega degli Stati arabi contro il sionismo, nell'agosto del 1947 Ben Gurion pose questo drammatico interrogativo: "Possiamo considerare garantita l'esistenza fisica della popolazione ebraica in Palestina?" E aggiunse queste inquietanti considerazioni: "Non si tratta solo della sopravvivenza dei 600.000 Ebrei che vivono nel paese. Il problema è anche un altro, e non meno drammatico: se per disgrazia la popolazione venisse sterminata (e sei milioni lo sono stati in questi anni) il popolo ebraico è ancora in condizione di ricostituire una popolazione per la Palestina? Dobbiamo fronteggiare gli Arabi, non solo i gruppi irregolari, ma anche gli eserciti arabi regolari che sono dotati di un equipaggiamento militare completo: mitragliatrici e cannoni, aerei e mezzi corazzati. Saremmo colpevoli di fronte a noi stessi se non avessimo il coraggio di guardare in faccia questa dura e amara realtà. In questi termini va posto il problema delle speranze e del futuro di tutti gli Ebrei che sopravvivono nel mondo. Saremo in grado di far fronte a questa situazione? Siamo poco numerosi, ma abbiamo a nostro favore vantaggi non trascurabili, morali e intellettuali, la cui importanza può rivelarsi determinante. Questi vantaggi potranno rivelarsi utili se noi ci prepareremo ad affrontare qualsiasi eventualità, qualsiasi pericolo; se ci prepareremo con lo slancio e la prontezza richiesti, se considereremo questa preparazione come il problema centrale che abbiamo di fronte, come la missione dalla quale tutto dipende. Durante i prossimi due anni questa missione dovrà costituire l'idea guida di tutte le nostre iniziative, sia all'esterno che all'interno del paese. Nella popolazione abbiamo una sola organizzazione senza differenze ideologiche o politiche, senza destra o sinistra, operai o proprietari; questa organizzazione è la Haganah e noi la addestreremo in tempo perché sia in grado di svolgere il ruolo decisivo che le compete".
Subito dopo l'approvazione della spartizione, ripresero in Palestina i disordini fomentati dagli Arabi. L'Alto comitato arabo proclamò uno sciopero di tre giorni e il 2 dicembre una folla di Arabi incendiò il centro commerciale ebraico di Gerusalemme. In quell'occasione la polizia britannica impedì a membri della Haganah di portare aiuto ai loro confratelli. Due settimane dopo il voto dell'Assemblea, la Lega Araba si riunì al Cairo e decise di inviare in Palestina dei militari arabi spacciati come volontari. L'amministrazione britannica non fece nulla per prevenire questa invasione militare e rifiutò persino di collaborare con la Commissione incaricata di verificare l'esecuzione delle decisioni dell'ONU. Fu appunto in questa situazione che gli Arabi che vivevano sulle terre destinate allo Stato ebraico cominciarono a fuggire verso i paesi arabi, ubbidendo così agli ordini ricevuti dall'Alto comitato arabo. Contemporaneamente si intensificarono gli attacchi delle bande arabe, rafforzate dai militari dei paesi arabi vicini. Negli scontri che ebbero luogo a Ḥaifā ebbe il sopravvento la Haganah, la quale promise agli abitanti arabi eguaglianza di diritti e totale libertà a condizione che venissero consegnate tutte le armi. Il Comitato arabo locale accettò, ma l'Alto comitato arabo che si trovava in Egitto ordinò agli Arabi di abbandonare Ḥaifā: entro due settimane l'armata araba sarebbe entrata nella città e avrebbe gettato a mare tutti gli Ebrei.
Ubbidendo all'ordine, circa 60.000 Arabi abbandonarono immediatamente la città, ma altri 40.000 rimasero; pressappoco lo stesso avvenne anche a Tiberiade, a Safed, a Beth-Shean e a Giaffa, dove restarono circa 3.000 Arabi. L'Alto commissario promise all'Esecutivo sionista che la circolazione sulla strada di Gerusalemme non sarebbe stata interrotta, ma gli Arabi bloccarono la strada e strinsero d'assedio la capitale. Alla fine del mese di marzo del 1948 si svolse la prima grande operazione militare, che riuscì a riaprire la strada ai convogli diretti alla città; questa volta, l'esercito britannico restò praticamente inattivo.
Agli inizi di aprile, il Comitato esecutivo sionista, riunito a Tel Aviv, approvò il programma del Consiglio nazionale per la formazione di un governo provvisorio di 13 membri, che sarebbe restato in carica fino al momento in cui fosse stato possibile indire delle elezioni democratiche; il Comitato approvò anche la costituzione di un'assemblea di 37 membri come Parlamento provvisorio con la presenza dei rappresentanti di tutti i partiti attivi all'interno della popolazione ebraica.
Il 10 aprile del 1948 Ben Gurion fece questa dichiarazione: "La situazione dell'attuale governo della Palestina continua a deteriorarsi, ma esso cerca ancora, alla vigilia della sua partenza, di ostacolare qualsiasi tentativo di difesa da parte della popolazione ebraica. Il 15 maggio prossimo il mandato avrà ufficialmente fine, e il paese si troverà aperto a un intervento massiccio dei paesi arabi. Il rapporto numerico tra gli Ebrei della Palestina e gli Arabi (esclusi quelli dell'Africa del Nord) è di uno a quaranta. Gli Arabi hanno uno statuto nazionale di cui gli Ebrei sono ancora privi. Contro di noi vi sono sette Stati arabi indipendenti: Libano, Siria, Transgiordania, Iraq, Egitto, Arabia Saudita e Yemen. Questa situazione ci mette di fronte a un problema di dimensioni enormi, quale da oltre 1.800 anni non avevamo dovuto affrontare: un problema da cui dipende la nostra sorte. L'alternativa non è tra difenderci o arrenderci: il problema è piuttosto sapere come dobbiamo combattere per assicurarci la vittoria […]. L'attacco degli Arabi è cominciato il 31 novembre ed è andato avanti fino a oggi senza interruzioni. Durante questi quattro mesi il nemico non è riuscito a invadere nessuno dei nostri centri, anche se molti di essi sono isolati, poco abitati e assai distanti tra loro. Nessun nostro centro è stato distrutto e nessuno abbandonato; sono invece stati abbandonati parecchi villaggi arabi. In questi giorni è in corso un'offensiva su larga scala contro Gerusalemme, ma la popolazione ebraica non ha per nulla abbandonato il campo. Questo ci conferma che possiamo avere fiducia nell'avvenire, anche se non possiamo certo trarre delle conclusioni definitive".
Dopo discussioni protrattesi per circa dieci giorni, il Comitato esecutivo prese questa decisione: "In conformità all'opinione espressa dal movimento sionista mondiale e con l'accordo di tutta la Casa d'Israele, con la fine dello sleale governo mandatario cesserà ogni potere straniero, il popolo si ristabilirà sulla sua terra e sarà indipendente nella sua patria". Venne anche deciso che per quanto concerneva la sicurezza (mobilitazione, difesa, direzione delle operazioni militari) la guida sarebbe rimasta nelle mani del governo provvisorio. L'Organizzazione Sionista si sarebbe invece occupata dell'educazione all'estero, del problema dei pionieri, dello sviluppo di Gerusalemme e del reperimento dei fondi.
Nonostante mancasse ancora più d'un mese alla fine del mandato, questa decisione rese possibile la Dichiarazione d'indipendenza del 14 maggio 1948, con la quale venne fondato lo Stato d'Israele. Quel giorno i membri del Parlamento provvisorio si riunirono e la proclamazione della nascita dello Stato d'Israele fu approvata all'unanimità al canto della Ha-Tikvah (inno nazionale), mentre nelle strade danzavano folle esultanti. La sera di sabato 15 maggio 1948, il presidente del Consiglio, Ben Gurion, pronunciò un discorso che venne trasmesso per radio: "E' accaduto ieri in Israele un fatto che solo le generazioni future potranno capire in tutta la sua portata storica. In questi giorni ognuno di noi ha un solo dovere: costruire con amore, fiducia e sentimenti fraterni lo Stato d'Israele, difenderlo con tutta la sua anima e con tutte le sue forze fino a quando sarà necessario […]. In questi giorni ricordiamo con amore e riconoscenza particolari tutti i pionieri e i difensori di tre generazioni che ci hanno permesso di arrivare a questo giorno - i fondatori di Mikveh Israel, Petaḥ Tikvah, Rishon le Zion e Rosh Pinnah; i costruttori dei nuovi centri nel Negeb e sulle alture della Galilea; i fondatori della Ha-Shomer e della Legione Ebraica, e gli eserciti che oggi si trovano al centro di eroiche battaglie, da Dan a Beersheba. Molti di essi non sono più tra noi, ma il loro ricordo non uscirà mai dal nostro cuore e da quello di tutto il popolo ebraico. Tra quanti sono ancora vivi vorrei ricordare questa sera solo il nome di quel grande uomo che, pur se non ricopre una carica ufficiale e non riscuote per tutte le sue idee il nostro consenso, resterà sempre l'eletto del popolo perché nessuno ha contribuito come lui a tutte le conquiste pratiche e politiche del sionismo: il dottor Chaim Weizmann. Ieri è stato fondato lo Stato d'Israele e il nostro governo provvisorio si è già rivolto a tutte le nazioni del mondo, grandi e piccole, d'Oriente e d'Occidente, comunicando l'esistenza del nostro Stato e il nostro desiderio di collaborare con l'ONU per la pace, il progresso e la prosperità del mondo […]. Non ci facciamo alcuna illusione sulla possibilità che il nostro cammino, anche dopo il riconoscimento ufficiale, sia in futuro cosparso di rose. Il cammino che abbiamo davanti è lungo, difficile e irto di spine. […] Dobbiamo prepararci ad accogliere le masse dei nostri confratelli esiliati e perseguitati, quelli che si trovano a Cipro e nei campi d'Austria e di Germania, così come tutti gli altri esiliati che affluiranno ormai con fierezza verso il loro paese liberato. Noi li accoglieremo con amore fraterno e ci adopreremo perché essi possano mettere radici nella loro patria. Lo Stato d'Israele fa appello a ognuno di noi perché compia con fiducia i doveri connessi alla difesa, alla costruzione del paese e all'assorbimento degli immigrati. Così facendo saremo degni dell'ora che stiamo vivendo".

Obiettivi attuali del sionismo
Il XXIII Congresso sionista venne riunito a Gerusalemme nel 1951 e in tale occasione il movimento sionista, partendo dalla nuova realtà della costituzione dello Stato d'Israele, adottò il Programma di Gerusalemme, nel quale il ruolo futuro del sionismo era così sintetizzato: "Rafforzare lo Stato d'Israele, riunire gli esiliati e assicurare l'unificazione del popolo ebreo".
Nel 1968, dopo la guerra dei sei giorni, venne riunito il XXVII Congresso sionista, durante il quale il movimento sentì l'esigenza di ampliare gli obiettivi del Programma di Gerusalemme che vennero così riformulati: a) unità del popolo ebraico e centralità dello Stato d'Israele nella vita del popolo; b) riunione del popolo ebraico nella sua patria storica attraverso l'immigrazione da tutti i paesi; c) rafforzamento dello Stato d'Israele, fondato su una visione profetica di giustizia e di pace; d) conservazione dei caratteri specifici del popolo ebraico mediante la promozione e il rafforzamento dell'educazione ebraica e dei valori culturali e spirituali ebraici; e) difesa dei diritti degli Ebrei ovunque si trovino.

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