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    Pezzi di storia

L'odore del Tigullio
di Giovanni Titta Rosa1

Nuova Stampa Sera – 12 settembre 1952

Il Tigullio - ma va là che lo sapete - è quel golfo dell'alto Tirreno che comincia dalla punta di Portofino e finisce sulla penisola di Sestri Levante, o viceversa. Un arco di poco più di trenta chilometri, col mare a destra, e pini, lecci, ulivi, palme, oleandri, bougainvilles, case, ville, alberghi, paesi e città a sinistra. cartolina
Talvolta, ville e alberghi, e le piante che ho nominate, si trovano anche a destra; e allora il mare è là sotto, tra gli scogli, e piante e risacca frusciano insieme e discorrono a lungo.
La sera, appena le nuvole che si distendono a forma di squali infocati sulla montagna di Portofino hanno cessato di ardere e cominciano a incenerirsi contro il cielo verde, il faro di Portofino saluta la lanterna di Sestri, e continuano così tutta la notte a dialogare. Poco dopo, il golfo si semina di lampare; e barriere di luci s'alzano sul buio delle rive.
I villeggianti - quei pochi che, credendosi romantici, amano attardarsi sulla spiaggia ormai deserta - si indicano l'un l'altro quelle barriere luminose; dicono Portofino, Paraggi, Santa Margherita, Rapallo, Chiavari, Lavagna, Cavi, Sestri; e non di rado, almeno i primi giorni, si sbagliano. Quando non sbagliano più, si considerano villeggianti autorevoli.
Tale doveva anche essere il signor B. clamoroso industriale milanese che, sulla punta del molo di Sestri, faceva l'altra sera a un gruppo di amici appena arrivati in macchina questa prima lezione di geografia locale; perché «quando s'arriva a una località, diceva, la prima cosa è l'orientamento, è sapere che cosa ci abbiamo attorno». «E allora dove l'è Genova?», chiese una ragazza con calzoncini neri, e pullover verde con borsa gialla dondolante in mano. «Scusi, signorina, ma Genova non è mica nel golfo Tigullio. Genova è nel golfo di Genova, che l'è molto più grande, si sa». Nessuno rise, forse perché la geografia è una materia tradizionalmente ignorata dall'italiano medio.

Il quale italiano medio si sta, invece, come sapete, motorizzando; ciò che mi fa piacere, se non propriamente come pedone, almeno come ammiratore del progresso. E che non ci sia progresso senza una furiosa motorizzazione, l'ho constatato ancora una volta in un crocicchio del centro di Santa Margherita dove, tra un'edicola di giornali, e un salvagente, ho rifatto anch'io la classica prova di contare, orologio alla mano, quante macchine passano in un quarto d'ora. Ne ho contate - erano le 5 del pomeriggio - 170, cioè in media 12 al minuto, esclusi i vari scooteristi.
Voi direte che si trattava d'un'ora di punta; e difatti, una media notevole di quelle macchine trasportavano giovani donne al caffè, ai the e alle canaste di Portofino e di Rapallo.
Non ho nessuna intenzione di descrivervi le bellezze o almeno le abbronzature di quelle donne: o le loro vesti succinte, o i loro seni così bene sul davanzale; sono finiti da un pezzo, in letteratura, i bei tempi di Gabriele.
Io notavo soltanto che la strada odorava, se così si può dire, d'asfalto, di gomma bruciata, di benzina, forse di vernice (molte di quelle automobili erano nuove, e parecchie «in rodaggio»); di tutto odorava, fuor che di mare. Ho ricordato allora i tempi di quando, appena si scendeva alla stazione di Santa Margherita, il primo odore che s'avventava alle nari, anche di uno che non fosse per niente il celebre odorista conte Magalotti, era soltanto l'odore del mare: fresco, ventilato, fragrante. Vi si mescolavano, certo altri odori, d'oleandro, di gelsomino d'Arabia, e, in certe stagioni, di rose; ma quello del mare li dominava, ed era il saluto che il mare, smagliante là sotto, ti mandava, invitandoti a respirarlo a pieni polmoni.
Ora non arrivo a dire che il mare, là sotto, tra barche, panfili, ombrelloni e ciottoli, non ci sia più, o che non odori più come una volta; ma ora c'è quella barriera che ho detto, carica di ben altre emanazioni; e l'odore del mare te lo devi andare a cercare come un cane da tartufi.
E' stata appunto questa scoperta che mi ha messo in testa un'idea forse bizzarra: cercare l'odore del Tigullio. E poiché il Tigullio comincia dalla punta di Portofino, io da uomo sistematico, ho cominciato la ricerca ab initio, andando a Portofino.
Portofino odora di gelato e di sigarette americane: questo, almeno, è l'odore che domina nella piazzetta fra le diciotto e le venti. Odora, anche di donne: che, davanti a due o tre caffè stanno sedute come idoli, e non ti guardano. Oppure fingono di non guardare? E' certo che i loro sguardi sono astratti, lontanissimi da tutto quanto le circonda.
Sappiamo tutti che uno dei caratteri della «bella donna» d'oggi è il distacco: e si crederebbe a una nuova specie di superbia sessuale, se non si pensasse che quei modi derivano in fondo da un estetismo d'origine cinematografica. Se poi si aggiunge che a Portofino arrivano spesso famose dive del cinema, è facile dedurre che anche le nondive avranno imparato a guardare cosi.
In realtà, questo loro stare come dentro a una scena è accresciuto dal fatto che la piazzetta di Portofino pare veramente un palcoscenico, con le facciate delle case a far da quinte, e dove non mancano neppure i praticabili.
E allora si pensa che da un momento all'altro debba avviarsi un dialogo tra quelle belle così ieraticamente mute e intrecciarsi la scena di una commedia; oppure, che debba arrivare la macchina da presa con Salvator Gotta in testa, ch'è un po' il regista di Portofino.
Intanto, mi domandavo se non fosse in questa oscillazione tra finzione e realtà l'attrazione maggiore di Portofino, dove anche il mare pare dipinto, e lo stesso altalenare delle barche, dei motoscafi e degli yachts, allineati così pittorescamente nel piccolo porto, sembra mosso da un meccanismo da palcoscenico.
Anche le merlettaie, immobili davanti alla porta di casa, e lungo la strada che sale a San Giorgio, intente con un quieto giocar di dita al lavoro silenzioso del tombolo, la cameriera in gingheri che arriva col vassoio delle coppe di «paciuga» e lo stesso pescatore coi pantaloni blu arrotolati a mezza gamba, o il ragazzetto che gioca sul lastricato con il cane, accrescono l'illusione di trovarsi come dentro una rappresentazione.
Da questa illusione s'esce solo varcando il limite vietato alle macchine e ai pullman che s'affollano dietro la piazza; che è appunto come uscire da un palcoscenico.
Se Portofino è un teatro, Paraggi è una bomboniera. E di che può odorare una bomboniera? Quando ci sono arrivato io, odorava di parrucchiere, di ciprie, d'essenze, d'olio solare. Di mare, no. Ma il mare era lì sotto, liscio come una seta, sul quale ogni tanto un motoscafo di lusso suscitava biancocrinite spalliere di schiume, e scompariva verso Portofino o Santa Margherita.
Dietro, eretta e sottile come un'asta, le braccia tese a una corda invisibile, inguainata nel sobrio «due pezzi», schiena, reni e gambe ignude, scivolava veloce sul suo sci acquatico, la solita ragazza: capelli al vento e seni erti, come certe vittorie che decoravano una volta la prua dei navigli.
Un po' d'odore, e anche forte, di pesce, non di mare, si coglie a Santa Margherita, nel mercato, appunto, del pesce; ma questa è la parte popolare di Santa Margherita, dove è ancora possibile salutare qualche vecchio lupo di mare, coi pantaloni arrotolati sui piedi nudi e la pipa in bocca. Sorge magari il dubbio che si tratti di lupi di mare decorativi, ma l'amico Vittorio G. Rossi, che è di qui, assicura di no. Crediamogli.
«Allora l'odor di mare lo troveremo a Rapallo?», gli chiediamo, già delusi per questa ricerca impossibile.
«Forse no - ci risponde l'amico Rossi -, Rapallo odora troppo di gente, di benzina e di stranieri per odorar di mare. Un pizzico di questo odore lo potrai trovare forse in qualche scoglio sotto Zoagli, non però dove si rosolano al sole delle lucertole umane».
Umane lucertole, cioè ragazze in bikini, le avevamo già adocchiate su quelle nude scogliere, distese immobili al sole d'agosto; e non avevamo voluto turbare la loro edenica solitudine.
Invece, avevamo salutato un sentore di mare a Camogli, ma era mescolato a odor di catrame; cosa naturale, chi pensi che Camogli è paese di calafati, e poi Camogli non fa parte del Tigullio.
A Chiavari, cercammo ovunque con nari da segugio; c'era dappertutto odor di fondaco, cosa altrettanto naturale, per chi sa che Chiavari è città di traffici e commerci. Sicché, sorvolando l'umanità seminuda esposta al sole da Lavagna a Cavi, ce ne tornammo a Sestri Levante, nella stessa condizione del Griso, dopo la manzoniana notte degli inganni.
E qui chiedemmo a un pescatore che rammendava le reti all'ombra d'un leudo dove mai avremmo potuto trovare e gustare l'odore del Tigullio. Ma costui non capì, sospettò che lo si volesse prendere in giro, borbottò una risposta che voleva forse dire: «Caro signore, non mi secchi l'anima».
L'odore del Tigullio era una nostra fantasia, una fantasia da sfaccendati.


1 Scrittore e critico letterario, al secolo Giovanni Battista Rosa (1891-1972)

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