Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

La vita facile – Notturno
di Marco Ramperti

La Stampa – 11 agosto 1927

Gotta Salvator Gotta

Otto di sera. Salvator Gotta mi riaccompagna nella sua vettura, fresca d'acquisto e di vernice, da Santa Margherita a Paraggi. L'ora è dolce, è confidente, e vorrei pure parlare all'amico. Ma non posso parlare al manovratore: l'autore del Figlio inquieto lo è soltanto da un mese. Serbo dunque un mutismo prudente, e del resto opportuno a godere le bellezze del paesaggio e del tempo.
Il silenzio non è interrotto che da qualche esclamativo ai pochi scarti del volante, subito ripreso con mano ferrea. Mi arrischio a dire, con doppio senso cortese, che la più bella donna del mondo non distrarrebbe in questo momento il pilota scrittore.
Golfo Tigullio è una meraviglia. L'ultimo sole calcina le pietre ardenti. Il mare, senza una vela, è così placido e assorto che se, per modo di dire, ci cadessimo dentro, il tonfo arriverebbe sino alla Spezia. Dai poggi circostanti s'alternano squille conventuali d'Ave Marie, campanelle alberghiere d'invito a cena.
Si direbbe uno di quei dialoghi tra Carnevale e Quaresima che si recitavano nel trecento. Che sopore! E che splendore! Decisamente il momento è così bello, che mi lascio andare a una confessione patetica: - Vedi, caro, io comincio a vivere a quest'ora…
Uno scossone: questa volta più sensibile. Ahi! Abbiam visto l'abisso a due dita. Cattivo collega! Appena gli avevo detto che cominciavo a vivere, e mi voleva morto. Ecco i letterati. Per fortuna l'automobile di Gotta resiste a tutto. Dice egli stesso che se l'ha acquistata, è stato per assicurarsi l'immortalità. E' già disceso in sei o sette burroni, risalendone incolume. E' come quegli orsetti di felpa che si possono gettare dappertutto, e non si ammaccano neppure. Tutto in mano di Gotta ha la vita lunga: dal ciclo dei Vela alle vetture. Avviso ai critici, e ai manovratori, che per caso ne dubitassero.
1° atto: 85 minuti
Nove di sera. Dopo cena, al fresco. Un fiato di vento sul mare: sfiorante, sfinito. Una passata d'angeli. Il palpito d'un flabello invisibile. Ondette da nulla, sufficienti solo a confondere, appena segnate, le tracce delle barche che passano.
Tosto che imbruna, tra roccia e roccia, l'acqua prende i riflessi di un vecchio specchio: qualche volta incrinato, ma di rado. Un motoscafo s'allontana in linea retta, rapido, con un tuffo di topo. Una cannonata dalla Spezia, un colpo di frusta dalla riva. I vetturini offrono le loro carrozze del quarantotto, tirate da cavalli stanchi, a capo chino, ma con dei grandiosi pennacchi in testa, come generali a riposo.

Giordano Umberto Giordano

Tra il sartiame delle navi di mogano e di cedro che i milionari d'America guidano e lasciano qui, inter pares, all'ombra delle nostre corazzate, ho intravisto passare una bella testa sale e pepe. E' il maestro Giordano che compie la sua passeggiata vespertina. Cammina senza cappello nel vento delle strade, come sempre quando è in periodo d'ispirazione; e va così sollecito, ginnastico e smemorato, che un po' di polvere sempre lo segue, come all'alipede Mercurio.
E' a causa della polvere che i capelli sembrano grigi. Umberto Giordano è ancora il più diritto e prestante dei musicisti europei. Una indiscrezione. Egli sta componendo un'opera in un atto, che durerà esattamente ottantacinque minuti, su libretto di Forzano. E cammina, e cammina. Qualche volta il maestro Polo l'accompagna. Poi cede il passo a un altro allenatore. Se gli capita d'entrare in un caffè, mentre l'orchestrina va suonando qualcuno dei pezzi in voga, e di segnare un accordo che lì per lì gli è venuto all'estro sulle cinque righe d'un block-notes, i clienti che non l'hanno riconosciuto si mettono in mente ch'egli abbia trascritto il motivo di Manola, per sonarselo poi a casa sul mandolino.
Sulle scogliere del faro
Le dieci. Ascolto il solito galantino sciorinare i complimenti di rito alle signore del solito petit comité. Come il mare, ormai ottenebrato e così pochi lumi a galla, comincia a far paura, il madrigalista è del parere che la sua oscurità non dipenda dall'abbandono del sole, ma da quello delle bagnanti. Sono le belle persone che fanno chiaro alle onde. E a bagno finito, il mare mette il broncio d'essere lasciato solo…
Quasi a smentirlo, ecco che si fa scuro anche a terra. Una delle tante interruzioni di corrente di queste sere agostane. La terraferma è meno galante del Tirreno: mette il broncio alle signore anche quando le signore sono presenti.
- Niente paura - riprende l'altro, volto alle dame, imperterrito -: i vostri occhi faranno le veci dei fanali.
Non è vero niente. Per brillante che sia, uno sguardo di donna fa sempre meno lume d'un cerino. E' la rivincita dell'industria sull'estetica. Ma è quando è spenta ogni luce che si comincia a sentire il mare. Ed è una sorpresa: una paurosa rivelazione. Il lagno, che pareva così affranto, dell'onda, s'alza sino al clamore e al furore, grida con voce perentoria i suoi poteri eterni, i suoi misteri di millenni, il suo anelito che non ha tregua. Mostro in catene entro una caverna senza fine.
Sono andato, con Raffaele Calzini, a sentirmi questo mare notturno sulle scogliere del faro. Umiliati, rimpiccioliti tutti e due, con l'obbligo di tacere. Per l'enorme tenebra tirrenia, i raggi esploranti in qua e in là dalla vedetta facevano pensare alle principesse supplichevoli delle fiabe, in cima alle torri in cui le rinchiusero prigioniere. Avevamo intorno una danza aggirante di spiriti. Ma a poco a poco ci sentivamo rassicurati, come il raggio abbagliante tornava appunto su noi cadenzato, in misura.
Il ritmo del faro, è la sua grandezza. Sentiamo allora l'uomo che lo governa. Non è una luce che supplica, che invoca, quella che passa in tempo di danza. E' luce lieta di forza. I fuochi intermittenti degli antichi non dovevano avere, per fulgidi che fossero, un tale potere. Lo spavento del mare non può essere vinto veramente che alla musica ombra di un faro. Allora si può guardare senza batter ciglio alle acque per cui passarono tanti squali e corsari, e gli almiranti terribili e i sommergibili tedeschi; e aspettare con tranquilla curiosità che l'orrenda tenebra sia esplorata, come ci promisero, dalle lampare in cerca di pesce e alla larga dai delfini – u' delfin! - oppure dai fuochi artificiali in onore d'un santo patrono, o d'un sottosegretario di passaggio.
Un lenzuolo abbandonato
Ogni mattina, tra Levanto e Sestri, si trova sull'acqua un lenzuolo abbandonato.
Bianco, ampio, di finissimo lino. Lenzuolo da Orcadi: se mai le Orcadi ne usassero; o fossero così prodighe da spogliarsi a pro' dei mortali. cartolina
S'è pensato, la prima volta, a un delitto. La seconda volta, a un'avventura. Poi non se n'è capito più nulla. Il mistero è stato chiarito, finalmente, da un aviatore reduce da un'esplorazione notturna.
Si tratta di una giovine americana, dal nome liliale e dal cognome complicato, la quale non si bagna che di notte.
Sola. Ignuda. Con la luna.
Porta un fazzoletto in testa, e quel lino addosso. Il fazzoletto, annodato semplicemente a due cocche, fa le corna alla luna. E la luna a lei.
Non appena preso il largo, ella abbandona il lenzuolo, godendosi intero per le belle membra il fresco notturno. Dieci minuti dopo un domestico la raggiunge in motoscafo, dove si trova, portandole due sandwicks1, un flip2, e gli abiti da rivestire.
Questo ha raccontato l'aviatore, il quale assicura d'aver sorpreso la scena durante un volo a motore spento. Avviso a tutte le Orcadi, del mito e della realtà, che oggi possono essere spiate anche dall'alto.
- Scusate - ho avuto il candore di chiedere -: ma una giovinetta così pudica, che non lascia la riva né vi ritorna se non rivestita, non si vergogna del domestico?
- In America - m'hanno risposto - un servitore non è un uomo. In questo, i cittadini della Repubblica la pensano esattamente come l'aristocratica madame de Staël.
Bagnanti sotto la luna
Quest'anno, grazie alla severità delle contravvenzioni, ma soprattutto al declino della moda, nessuno ha insistito nella propaganda dei bagni nature.
Pareva, anche l'anno scorso, a sentire certi germani e scandinavi, che la nostra deperita umanità non potesse assolutamente farne a meno. Uno poi volle spiegarmi perché essi fossero in uso per l'Adriatico, soprattutto sulle coste slave, e non sul Tirreno. Vi sono, egli diceva, delle acque caste e delle acque lascive. Una peccaminosa parola è nata, appunto, da queste tre: bord de l'eau [bordello].
Dipende dalla quantità di jodio che l'onda contiene, o da certi influssi di vento e di sole. Le acque di Creta erano erotiche; quelle di Corinto, ardentissime. Le acque sicule, secondo Diodoro, erano invece virtuose. Il costume di bagnarsi in calzoncini deve aver avuto origine in Sicilia. Viceversa, su molte sponde americane, ed anche su alcune croate, non si concepisce che il bagno in libertà, che è assai più piacevole, vi assicuro. E più igienico. Soprattutto, vi parrà strano, se il tuffo avviene di notte. La luna piena è salubre quanto il sole. Provatela. Ve la garantisco…
Il mio interlocutore era uno studente di Eton, e sembrava vergognarsi della maglia, ner'azzurra, secondo la rituale divisa universitaria, ch'era costretto a portare. Anche due sue cugine andavano a tuffarsi, non so in che costume, solo dopo il tocco. Qualcuno le aveva viste nuotare lente, tacite, con sciacquio dolce, sotto una torre dove era stato prigioniero Francesco I - piccola consolazione allo spettro del re galante! - o con la luna piena, o col mare più sinistro, attente coi piedi alle alighe, cogli occhi ai lumi vaganti, e pronte ogni volta a tuffare il capo sott'acqua al ritmico passaggio del faro. Ebbre di solitudine, l'odor delle resine ricordava loro i giardini dei cimiteri inglesi.
- Voi, che ne dite?
- Dico che incontrare, sotto la luna, una bagnante, mi fa lo stesso effetto di quando vedo di notte una lucertola. Mi sembrano, anche le lucertole, in contravvenzione. Ma chi sa? Ci penserò: ve lo saprò dire.
La pesca con la «lampara»
Siamo andati a pescare con la lampara. Il pescatore, una signora, una signorina, io, e un altro invitato: un giovine dabbene, e molto gracile, che aveva esitato ad imbarcarsi dicendo di soffrire il mare.
Infatti, di lì a poco, ha cominciato ad agitarsi e a impallidire. Ma proprio in quel momento le reti facevano presa, e le signore erano tutt'occhi all'acqua trepidante, piena di brividi e di bottino.
- Ahimè! - faceva il giovine gracile; e appoggiava una mano al parapetto della barca; l'altra sul cuore, come uno in punto di testamento. Ma ciò che gli usciva di bocca non erano ancora le ultime volontà.
- Poveretto! - faceva la signora, senza però lasciare l'acqua cogli occhi.
- Beva del fernet - consigliò la signorina. E stava per indicargli dove era la fiaschetta; ma proprio allora saltò fuori il delfino - u' delfin! - a mettere quei suoi tuffi e tomboli bizzarri nella fluorescenza azzurra delle lampade; cosicché non ebbe neppure il tempo di fargli segno.
- Oh bello! - esclamarono, ad una voce, signora e signorina.
Il pescatore, invece, era di pessimo umore. Per il giovine che vomitava, imbrattandogli le reti, e per il delfino che gli avrebbe mangiato il pesce.
- Poveri pesci! - esclamarono le due donne, sbiancate in volto alla idea della strage. Le vidi, finalmente, commosse. Intanto il giovine dabbene, con la faccia esangue sull'acqua, pareva invocare u' delfin che inghiottisse d'una boccata anche lui; mentre io mi domandavo dove potesse essere quella fiaschetta del fernet, cui ormai né la signora né la signorina non pensavano più, tanta era l'afflizione pei poveri pesci di cui altri orribili pesci non avrebbero avuto pietà.
…Ma domattina non troveremo che un lenzuolo bianco, vagante come il velo d'Ofelia, tra le foglie perdute degli ulivi e le micce spente dei fuochi artificiali.


1 sandwiches
2 bevanda calda alcolica

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