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    Pezzi di storia

Portoria, 1746 – Armati di sassi
di Maurizio Corona

Focus Storia – 23 dicembre 2016

La rivolta di Portoria, con la quale i genovesi si liberarono dei soldati asburgici, parte dalla pietra scagliata da un ragazzino

quadro "La cacciata dei tedeschi da Genova per il moto del Balilla"
Emilio Busi e Luigi Asioli, 1842, Museo Civico di Pistoia

La città è occupata dalle truppe di Maria Teresa1 d'Austria, alle quali, senza combattere, tre mesi prima si era consegnata. L'umiliazione per la resa e le continue prepotenze del nemico hanno generato nella popolazione insoddisfazione e rabbia crescenti. E' un pomeriggio gelido e piovoso. Un drappello di soldati austriaci spinge a fatica un pesante mortaio lungo le vie dell'antico sestiere di Portoria. Improvvisamente la strada cede sotto il peso dell'arma, che sprofonda nella buca apertasi lungo l'acciottolato, incagliandosi. La curiosità fa avvicinare una piccola folla. I militari austriaci inveiscono contro gli astanti pretendendone con arroganza l'aiuto. Nel tentativo di farsi ubbidire, un ufficiale alza minaccioso un bastone. A quel punto un ragazzo scaglia contro i soldati un sasso e subito un'altra persona lo imita e poi un'altra ancora. In breve il lancio di pietre si fa tanto fitto da costringere la pattuglia austriaca a battere in ritirata abbandonando il mortaio.

Il vaso di terracotta
Come si era giunti a quel punto? Nel 1740 alcune potenze non riconobbero legittima la successione di Maria Teresa a suo padre, l'imperatore Carlo VI d'Asburgo. Era il pretesto per innescare il terzo dei conflitti di successione che insanguinarono l'Europa nella prima metà del '700. Si formarono due fronti: da un lato Austria, Inghilterra, Olanda e Regno di Sardegna; dall'altro Francia, Spagna, Regno di Napoli, Baviera, Sassonia e Prussia. Ma che cosa c'entrava Genova? Ecco i fatti.
Anno 1745,1° maggio. La piccola repubblica firma il trattato di Aranjuez concludendo un'alleanza difensiva e offensiva con le corti borboniche di Parigi e Madrid, interrompendo una neutralità lunga oltre due secoli imposta dalla necessità di non esporre Genova alle prepotenze delle grandi monarchie.
Come sentenzia il Consiglio della repubblica, c'è da "temere più la pace che la guerra". Genova è "un vaso di terracotta" circondato da "molti vasi di ferro". L'alleanza mira a garantire alla repubblica l'integrità territoriale, minacciata dal re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia; e, magari, anche qualche piccolo ampliamento. Il fatto curioso è che Genova quando entra nel conflitto dichiara guerra soltanto al re di Sardegna e non a Maria Teresa d'Austria, la sua maggiore alleata. Una considerazione va fatta: se è vero che la rivolta genovese del 1746 fu entusiasticamente celebrata nell'epopea risorgimentale, è altrettanto vero che quella sollevazione popolare avvenne in un conflitto combattuto più contro i fratelli piemontesi che contro gli invasori austriaci.
Anno 1746. La campagna militare arride all'alleanza "borbonligure", ma l'anno dopo le sorti della guerra si ribaltano e l'esercito franco-spagnolo, sconfitto pesantemente a Piacenza, abbandona l'Italia. Genova resta isolata e in balia del nemico.
1° settembre. L'esercito austriaco si affaccia sulla città dal passo della Bocchetta. Il governo genovese tenta inutilmente di chiamarsi fuori asserendo che non è in guerra contro Maria Teresa d'Austria. Poi, il timore di subire un saccheggio e la preoccupazione per l'arrivo delle truppe sabaude inducono Genova ad arrendersi senza opporre resistenza.
Il comandante dell'esercito austriaco, il maresciallo Antoniotto Botta Adorno, la cui famiglia ha lontane ascendenze genovesi, impone però condizioni durissime: Genova deve consegnare al nemico le porte della città, cedergli le proprie artiglierie e, soprattutto, pagare un pesante tributo di guerra, 3 milioni di scudi d'argento (in pratica, l'equivalente delle entrate percepite dalla repubblica in cinque anni!).
5 dicembre. Ma mercanti e patrizi si sottraggono all'imposizione fiscale emigrando a Lucca e in Toscana, mentre il popolo paga per tutti. Così l'odio per gli austriaci culmina nella sassaiola di Portoria.

Così ha inizio - secondo le cronache dell'epoca - l'insurrezione genovese del 1746. Il giorno dopo quell'episodio, un centinaio di granatieri austriaci viene inviato nel sestiere a riprendere il mortaio. All'angolo tra la via Lomellini e la via San Luca le truppe di Maria Teresa sono investite da un altro fitto lancio di sassi che le costringe a ritirarsi in disordine. E' una nuova vittoria del popolo di Genova, della "feccia più vile" della città, come scrivono i cronisti dell'epoca. I rivoltosi sono "garzoni di tavernai, pattumai, ciabattini, fognai, facchini da carbone e da vino, pescivendoli". Sotto una pioggia battente sciamano per le strade gridando "Serra, serra botteghe!".
Divisi in squadriglie, si impossessano dei fucili dei posti di guardia e fanno piazza pulita delle botteghe degli armaioli. Poi convergono in armi verso la Porta di San Tommaso, tenuta dagli austriaci, e lì sparano i primi colpi di fucile contro gli invasori. Le truppe di Maria Teresa rispondono al fuoco e la mischia si trasforma in battaglia. Gli austriaci piazzano un cannone che spazza via Balbi. Gli insorti ne oppongono uno loro.
Intanto le loro file si ingrossano. Al popolo minuto si uniscono mercanti, bottegai, artigiani, artisti, militari sbandati dell'esercito della repubblica arresosi agli austriaci, e persino preti e frati. Il cerchio sociale della rivolta si allarga. Solo i nobili ne rimangono estranei, divisi tra una minoranza, che vorrebbe aiutare i rivoltosi e combattere al loro fianco, e la maggioranza, che preferisce stare a guardare, "godere della congiuntura'', non "dare le armi al popolo, ma lasciare che se le prendano". E mentre i nobili discutono, rinchiusi nel tepore delle sale del Palazzo Ducale, fuori, nei pressi della Porta di San Tommaso, sotto un freddo pungente, i combattimenti proseguono per tutto il giorno sino al calar delle tenebre. Quella stessa notte l'insurrezione popolare ha il suo gruppo di comando. Ne fanno parte Tommaso Assereto, Carlo Bava, Giuseppe Tezoso e Camillo Fiorentini.

Il 7 dicembre gli insorti rafforzano le proprie posizioni e occupano le mura e le porte della città sul lato della valle del fiume Bisagno. Gli austriaci si rendono conto di non essere in grado di soffocare la rivolta e la mattina del giorno dopo si accordano con una delegazione degli insorti per una sospensione dei combattimenti. La tregua, inizialmente fissata per tre ore, poi è prorogata per il resto della giornata e per la notte seguente. Contemporaneamente hanno inizio le trattative, che proseguono anche il giorno dopo.

Un mito: il Balilla
In nessuna delle opere scritte all'epoca della rivolta genovese del 1746 si fa menzione di Balilla. Non si parla di lui negli Annali d'Italia di Ludovico Antonio Muratori né nel Compendio delle storie di Genova dello storico Francesco Maria Accinelli e neppure nella Storia di Genova negli anni 1745, 1746, 1747, di Gian Francesco Doria.
Per l'identificazione del lanciatore del sasso a Portoria bisogna attendere quasi un secolo. E' nel 1845, infatti, che nelle pagine dell'Almanacco ligure, si legge come l'iniziatore dell'insurrezione sarebbe stato tal Giovanni Battista Perasso, detto il "Balilla"; nato l'8 aprile 1729 nel villaggio di Pratolongo, in valle Scrivia. Lo rivela un personaggio di spicco della Genova dell'epoca, Michele Giuseppe Canale, giornalista, romanziere, storico e, tra l'altro, istitutore del giovane Goffredo Mameli. Venti anni dopo, nel 1865, si viene a conoscenza dell'esistenza di un altro Giambattista Perasso, genovese doc di sei anni più giovane dell'omonimo di Montoggio. Da quel momento la querelle sull'identità di Balilla diviene un tema ricorrente per gli intellettuali genovesi, come la disputa sui natali di Cristoforo Colombo. In musica. Nel 1847 Goffredo Mameli nel Canto degli italiani, il futuro inno nazionale, compone i versi "i bimbi d'Italia / Si chiaman Balilla". Da allora il mito del ragazzo di Portoria entra definitivamente nell'immaginario risorgimentale. La sua fama cresce durante la Grande guerra e raggiunge la massima popolarità durante il ventennio fascista. Balilla dà il nome alla più diffusa delle automobili, a uno dei più amati calciatori di quegli anni (così era soprannominato dai tifosi Giuseppe Meazza), al moschetto usato nelle esercitazioni premilitari, alla bomba a mano in dotazione alla fanteria (che, secondo i maligni, non faceva più danni di un sasso) e all'Opera nazionale destinata a inquadrare e indottrinare la gioventù italiana. Ma proprio in quegli anni accade un fatto singolare. Nel 1927, nell'approssimarsi del bicentenario della nascita di Giambattista Perasso di Montoggio, si vorrebbe dichiarare la sua casa natale monumento nazionale. Il ministro della Pubblica istruzione Pietro Fedele, per essere certo dell'identificazione di Balilla, si rivolge alla Società ligure di storia patria. Il responso attesta che nulla consente di individuare con certezza il ragazzo che a Portoria diede il via alla rivolta e che, anzi, a prestar fede all'unico documento coevo, il Bellum genuense, l'iniziatore della sassaiola sarebbe stato un ragazzetto di dieci anni, soprannominato "Mangiamerda".

Il 10 dicembre, alle dieci del martino, riprendono gli scontri. Le campane della città chiamano a raccolta i genovesi, che in armi si dirigono verso le postazioni conquistate nei giorni precedenti. Con loro ci sono anche gli abitanti delle montagne che circondano Genova e i paesani della valle del Bisagno. I combattimenti per le vie cittadine diventano ora dopo ora sempre più accaniti. Alle cinque del pomeriggio, dopo un'ultima tenace resistenza nei pressi della Porta di San Tommaso, l'esercito asburgico è costretto a ritirarsi da Genova che, grazie al coraggio e al valore dei suoi abitanti, si riappropria da sola della sua autonomia.
Quella notte la città festeggia la vittoria illuminandosi a giorno. Come scrisse in un dispaccio al suo governo il rappresentante francese a Genova Pierre Paul de Guymont «una quantità incredibile di candele apparve alle finestre e alcuni per meglio testimoniare la loro gioia utilizzarono fiaccole dell'altezza di un uomo».

Il còrso divisa 1
Il soldato: Fuciliere (tirailleur) del reggimento còrso Giacomoni.
La storia: Esiste una lunga tradizione di milizie còrse al soldo di Genova: nel 1529 erano in 650 nei ranghi della repubblica; molti furono reclutati da Andrea Doria durante la conquista della Corsica nel 1564. Abili nella contro-guerriglia, formavano una fanteria bene addestrata, fondamentale nelle campagne contro il ducato di Savoia e i Turchi. Alla fine del '600 erano oltre 3mila, al comando di capitani espressi dalle famiglie nobili còrse (come i Giacomoni); nel 1545 divennero reggimenti. Anche se non combatterono contro gli austriaci, erano attivi a Genova in quegli anni.
L'uniforme: Tricorno di feltro nero bordato d'argento per gli ufficiali, di bianco per la truppa, abito e calzoni indaco, risvolti rossi, ghette bianche, buffetteria2 di cuoio, sacca di tela.

1684, il Re Sole bombarda Genova
Il 17 maggio 1684 un'ingente flotta battente bandiera francese si schiera minacciosa ad arco sbarrando l'ingresso del porto di Genova. Il blocco è attuato da più di 150 navi agli ordini dell'ammiraglio Abraham Duquesne, l'ultrasettantenne lupo di mare di Dieppe, divenuto famoso in tutto il Mediterraneo per i suoi duelli con il corsaro barbaresco Hussein Rais, detto nelle fonti occidentali "Mezzomorto".

L'austriaco divisa 2
Il soldato: Granatiere.
La storia: L'Austria non aveva una Guardia; questa era la sua fanteria d'élite.
L'uniforme: Colbacco di pelo d'orso con un decoro rosso papavero e nappina gialla: visto che i granatieri lanciavano bombe a mano - da qui il nome - furono i primi ad adottare i cappelli alti di pelliccia, perché i tradizionali cappelli a tesa larga avrebbero interferito con il loro lancio; sulla nuca c'era una parte in stoffa, il Lehnstuhlmutzl, con i colori del reggimento. Poi, girocollo nero, giacca bianca a tre bottoni con risvolti rossi, panciotto bianco, ghette nere per l'inverno e bianche per l'estate, buffetteria in cuoio e una sciabola corta in aggiunta a moschetto e baionetta.

Sulla nave ammiraglia è imbarcato anche Jean Baptiste Colbert, marchese di Seignelay, omonimo figlio del grande Colbert e succedutogli nel 1683 come segretario di Stato alla Marina. Su un altro vascello alloggia il comandante in seconda, Anne Hilarion de Costentin, conte di Tourville, un ex cavaliere di Malta, da molti considerato il miglior ammiraglio di Luigi XIV. Infine, sulla galea capitana si trova Louis de Rochechouart, duca di Mortemart, appena ventunenne ma già generale delle galee, nobile di antico lignaggio e nipote di madame de Montespan, l'ex favorita del Re Sole.
La flotta francese dispiegatasi davanti a Genova è composta da una quindicina di vascelli partiti da Tolone, una ventina di galee mossesi da Marsiglia, dieci galiotes à bombes, le galeotte bombardiere, l'ultimo ritrovato dell'ingegneria navale militare d'Oltralpe, e da poco più di un centinaio di navi da carico e da trasporto.
La trattativa. La mattina del giorno dopo sei inviati della repubblica genovese salgono a bordo dell'ammiraglia francese per parlamentare. Non sono ascoltati e possono solo prendere atto dell'ultimatum di Luigi XIV. Il sovrano francese esige l'immediato disarmo e consegna delle quattro nuove galee che di recente hanno rinforzato la flotta genovese. Pretende poi l'invio a Versailles di una delegazione che gli porga formali e adeguate parole di scusa per la condotta antifrancese della città, culminata nel secco rifiuto di concedere l'apertura di un magazzino di sale a Savona a beneficio delle truppe francesi di stanza a Casale Monferrato, e nei reiterati sgarbi compiuti ai danni dell'ambasciatore di Luigi XIV a Genova, François Pidou de Saint Olon.

mappa La flotta francese cannoneggia Genova nel 1684

Ai parlamentari liguri vengono date poche ore. I consiglieri si riuniscono a Palazzo Ducale, dove il Minor Consiglio vota per resistere. Gli eventi precipitano alla notizia che una piccola imbarcazione genovese è stata catturata da una galea francese. Senza attendere la scadenza del termine, i Magnifici - così sono soliti chiamarsi tra loro i membri del Consiglio genovese - danno ordine alle batterie costiere di aprire il fuoco sulla flotta nemica. I francesi si affrettano a far retrocedere le galeotte bombardiere, inizialmente ancorate a distanza troppo ravvicinata dalle difese di terraferma. L'ammiraglio Duquesne le fa ormeggiare a un chilometro dal molo del porto. A tarda sera i loro 20 mortai iniziano a bombardare la città, imitati dai cannoni dei vascelli. Così hanno inizio i fatidici 11 giorni che minacciano di "disfare" Genova.
Attacco a oltranza. Dopo 4 giorni di fuoco ininterrotto il bombardamento viene sospeso. Il marchese di Seignelay - considerato dagli storici come l'ideatore del raid - ripropone l'ultimatum aggiungendovi la richiesta di 600.000 lire a titolo di risarcimento delle spese dell'operazione e la concessione di un deposito di sale a Savona. I parlamentari genovesi anche questa volta rifiutano.
I francesi tentano allora due sbarchi; ma entrambi non hanno successo e la flotta di Luigi XIV riprende a bombardare la città sino alla sera del 28 maggio. La mattina del giorno dopo, però, leva le ancore e fa vela verso Ponente. Il governo genovese non si è piegato e la città non è caduta.


1 Maria Teresa (1717-1780) Prima e unica donna a ereditare i possedimenti degli Asburgo, regnò su un vasto impero e fu un'abile politica e un'accorta riformatrice. Creò un esercito permanenente.
2 equipaggiamento costituito da cinghie per il trasporto delle armi, delle munizioni e degli attrezzi, fondine per pistole, bandoliere e giberne per cartucce, zaino, ecc.

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