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    Pezzi di storia

I restauri delle vie romane e vicinali nel 1604
di Arturo Ferretto

Il Mare – 16 + 23 gennaio 1926

Curiosità storiche di Rapallo, di Chiavari e della Fontanabuona

La storia della viabilità nei tempi andati è la storia dei nostri commerci.
Ognuno riconosce l'importanza della via prettamente romana, che feriva il cuore di Rapallo, seminata di pellegrinarii, o ospizii, il cui nobile scopo era quello di dare ricetto, ed un pane ai viaggiatori e agli ammalati, via che da Sestri andava a Varese [Ligure].
Le vie che da Rapallo andavano a Monti, da Rapallo a Coreglia, da Carasco all'alta Valle di Sturla, da Recco-Uscio-Piandepreti-Gattorna, a Torriglia, mappa 1 chiamavansi vie vicinali e più comunemente lombarde o di Piacenza.
I restauri di esse, quando occorreva, stavano a cuore del Senato genovese, che prendeva i necessarii provvedimenti, perché libero fosse il transito e non fosse in alcun modo incagliato il commercio.
Il Senato avea già provvisto per una nuova strada, terminata nel 1604, per la quale, con decreto del 4 febbraio, veniva ordinato che a spese dell'erario si dovessero porre due lapidi, una a Sestri e l'altra a Cervara.
La strada chiamossi strada Sestri-Sarzana, parte della quale si sfogava sul tracciato della vecchia via romana.
Contemporaneamente si pensava ad altre strade, onde il Capitano di Chiavari, il 6 luglio del 1604, scriveva al Senato:

«Dal m.co Filippo Lomellino eletto commissario di V.V. S.S. Ser.me per conto della nuova strada avranno trovato la prontezza trovata in tutte queste Comunità di obbedire a' loro comandamenti e del principio dato sin mercardì passato a far detta nuova strada in questa giurisdizione alla quale anderanno apresso sino alla fine. Ora con questa occasione di metter mano a simile lavoro, si sono svegliati e rianimati tutti questi popoli a dover procurare di ridurre ad effetto la deliberazione già da loro fatta li mesi adietro e passata nei Consigli di una nuova strada alla volta di Piacenza che restando migliore è più comoda per le condotte di quella, che vi è al presente, dii occasione di repigliare il traffico e commercio per la Lombardia, per l'incomodetà delle strade quasi perduto afatto. Mi è parso tanto giusto e ragionevole questo loro pensiero, anzi tanto necessario, a fine di sradicare l'ozio in questo paese che è causa potissima di tanti mali e disordini, che seguono e che induce questi uomini a star sopra l'arme e l'inimicizie. Ma perché nel modo di venirne all'esecuzione fra li capellani delle ville vi si trova discrepanza, desiderandola alcuni per la via di Valdesturla et altri per Valdelavagna, e per quanto sono informato resteria più comoda, ancorché di più spesa quella di Valdesturla, restando a ciò provvigione da V.V. S.S. Ser.me potriano così piacendole commettere tanto l'approvazione di far detta strada quanto la deliberazione del luogo più a proposito al sopradetto m. Filippo Lomellino.»

Il Capitano di Chiavari martella ancora il chiodo, finché è caldo, rincara la dose, e con altra lettera del 2 agosto 1604 espone al Senato la probabilità dell'aumento del traffico nella sua giurisdizione, e tra le due vie, non si trova confuso in un bivio, e si mostra subito fautore di quella di Valdesturla, e cominca a far l'elogio della sua grande comodità, dicendo:

«Dal Ponte di Carasco che è luogo che o per una strada o per l'altra conviene arrivare sino a Borzonasca sono lenzi 120 di strada, assai comoda et a parer mio di non gagliarda spesa, massime voltando per mezzo di un ponte di non molta grandezza che per un tempo potrà farsi di legname, la strada dal Levante al Ponente che per lo gran spazio causerà l'andar sempre a piano. Il camino, oltre diverse ville, che s'incontrano per mezzo delle quali si passa come a dire li Prati, Borgonovo e Borzonasca, resta sempre frequentatissimo di abitazioni e domestichissimo, e conseguentemente più sicuro e più volentieri visto da passieggeri e da mulattieri, i quali ancora per questa via vengono a ricevere questa comodità, di più che, mentre torni loro assunto di spedirsi presto, trovano nei sopradetti luoghi negozianti, che smaltiscono le loro mercanzie, a segno che non volendo, non sono costretti ad arrivare sino a Chiavari. Da Borzonasca poi sino in Gere, seguitando la maggior parte della strada frequentatissima e piana sono lenzi 193, ne' quali pure non sarà bisogno di gran spesa. Si comincia poi a salir la montagna che non è molto aspera e la maggior pare terreno, che si può raddolcire, con strada a lumaca, e conseguentemente non darà occasione di grossa spesa, restando di più frequentata di abitazione e case, che è cosa degna di molta considerazione e di detto luogo di Gere sino alla sommità del Monte che finisce il territorio, si contano lenzi 105, tal che tutto il cammino dal ponte di Carasco sino alle confine resta lenzi 718 de palmi 100 l'una che sono un poco più de 10 miglia e dal ponte di Carasco sino a Chiavari miglie tre di strada piana e facile da accomodare che in somma fanno miglia 13 in più, e quando per tutte le rivolte da farsi si venghi ad allungare un miglio, la spesa non viene ad essere di molta considerazione. Dalla cima del Monte sino alle Cabanne dove conviene fare scala per Piacenza, tanto a passare da una parte come dall'altra, non vi sono che lenzi 84, e ancorché sia discesa è però assai dolce e comoda, e tutta terra in modo che con grandissima facilità e pochissima spesa potrà il Principe Doria farla accomodare».

Il Capitano concludeva la sua difesa, accennando alle 14 miglia che sarebbero dalle Cabanne a Chiavari e che il passo non sarebbe mai chiuso per le nevi «mentre gli altri così di Valdelevagna come di Fontanabuona sogliono alle volte star chiusi ed impediti per parecchi giorni, che sarebbe di grande impedimento al commercio se si facesse da altra parte».
E continua a suonar la tromba contro la altra strada, affermando:

«Venendo ora a trattare dell'altra strada di Valdelevagna dal ponte di Carasco insino a Calvari sono lenzi 250, ancora che vertendo il cammino dal fiume per la falda della montagna, come sarà necessario fare, si verrà a causare maggiore lunghezza e giro, se ben resta assai piana. Da Calvari poi salendo due altissimi monti uno boschivo e facile d'accomodare per essere terreno, ma con molti giri e l'altro di scogli durissimi, ci sono sino alla sommità che resta confine del Principe lenzi 397, però come che l'altissima montagna per essere tutta pietra e fuor di modo rapida resta impossibile accomodarsi senza una grandissima spesa, sarebbe necessario facendosi la strada da quella parte divertire il cammino ordinario con circondare intorno detta montagna il che – seben causeria più facilità a passarla – la farebbe però più lunga assai, ma con tuttociò non potria schivare occidità del paese deserto e privo di abitazioni, e lontano a modo dalle ville, che resteria molto periculoso per li passeggieri ed in lunghezza che secondo le misure fatte per via della montagna a drittura, pare che dal ponte di Carasco sino alli confini poi sino alle Cabanne dove, come si è detto, conviene ad ogni modo far scala, vi sono lenzi 330, e mentre si divertisse il cammino sopradetto della montagna, non ha dubbio che sarebbe tratto maggiore, talché, dove ora per questa via di Valdelevagna, alle misure prese, restano dal ponte di Carasco sino alle Cabanne più de miglia 13 e mezzo, mentre si diverte la montagna, come si è detto, e con altre rivolte necessarie non potrà essere di meno di miglie 15 in più e con le tre miglie da Carasco a Chiavari verrà ad esser cammino almeno di miglia 18: strada molto più lunga, più deserta e più incomoda a ridursi che l'altra di Valdesturla».

Il Capitano chiavarese insisteva ancora sulle spese maggiori per la strada di Valdilavagna, meno numerosa di ville, di persone e di trafficanti dell'altra valle, e che la cosa più degna di considerazione era che nelle spese fatte dal Vicariato di Chiavari, Valdisturla concorreva per il ventinove per cento e Valdilavagna solo per l'otto, di conseguenza si doveva tener calcolo di chi spendeva molto, di fronte a chi spendeva poco. Siccome gli uomini di Chiavari avevano maggiori interessi nelle ville di Valdilavagna che in quelle di Valdisturla pregava il Senato di eleggere due cittadini col mandato di riferire ciò, che avrebbero creduto più espediente.
Date queste divergenze, il bene pubblico subiva il danno e le beffe, onde Gerolamo Rivarola, rappresentante della Comunità di Chiavari, il 13 agosto del 1604, scriveva al Senato:

«La strada, che cammina e sempre ha camminato da Chiavari a Piacenza è ridutta da un pezzo in qua in tale stato guasta e discomoda, che apena più vi si può passare né a piedi né a cavallo, il che siccome ha aportato et aporta grandissimo danno a quel vicariato e in l'avvenire è per apportarli maggiore per il mancamento del traffico che prima vi era in portar da quelle parti grani, risi, formaggi, lino ed altre coze e vettovaglie, e meritando perciò un tal danno riparo, pensando il Consiglio di Chiavari al modo, deliberò con li aggiunti, alla presenza del m. Capitano, di far accomodare detta strada sotto il modo e forma che fu stimata convenirsi, e perché in la spesa che perciò fosse stato necessario fare, vi dovevano, com'è ragione, concorrere le ville di quel vicariato, poiché si tratta d'utile universale, essendo stati chiamati per la comprovazione, si è ritrovato differenza tra loro».

Alla deliberazione non erano intervenuti i cappellani secondo la forma delle leggi, onde il Rivarola supplicava che, essendo l'utilità pubblica evidente, non ispettava ai particolari impedirla.
Anche da Rapallo si chiedevano provvedimenti.
Il Sindaco del Quartiere dell'Olivastro, prima del 27 agosto del 1604, trasmetteva al Senato la seguente:

«L'inverno passato da un gran diluvio d'acqua fu rovinata la strada sotto li muretti delle Saline appresso al Borgo di Rapallo verso Ponente, in maniera tale che non se li può andare né passare salvo con grandissima difficoltà e pericolo, e se non si accomoda fra pochi giorni in questo inverno in maniera alcuna non se li potrà passare, e li uomini delli Quartieri di Pessino ed Olivastro, quali sono necessitati andare ogni giorno a detto borgo per comprare cose concernenti al vivere quotidiano, et anche alla Corte, per provvigione di giustizia sì civile come criminale, e parte di loro alla chiesa parrocchiale, dove sono soggetti per li Santissimi Sacramenti, non avranno modo alcuno di andarle, oltre che anche tende in pregiudizio dei viandanti li quali soleno in tempo di pioggia passare da quelle parti».

Il Sindaco pregava il Doge ed i Senatori di deputare chi meglio a loro sarebbe parso per accomodare dette strade, con facoltà di tassare, e condannare senza appello, trattandosi si opera «tanto necessaria e pia».
Il Senato, il 27 agosto, trasmise la supplica a Marino Migone, podestà di Rapallo, il quale, al 29 agosto, emanò una grida, ordinando che chi voleva opporsi al contenuto in detta supplica doveva comparire alla corte,e far le proteste negli atti di Gio: Battista Maragliano, notaro e cancelliere della corte di Rapallo.
Andrea Borzese, e Francesco Bardi, consiglieri, a nome del Consiglio di Rapallo, il primo settembre del 1604, protestarono direttamente col Senato, dicendo che la strada, di cui si parlava nella supplica, era situata nel quartiere di Amandolesi1, al quale e non ad altri, spettava rifarla, così mappa 2 essendo regolato ed ordinato nel paese in simili contingenze di strade vicinali; e se era strada pubblica, anche per ciò esistevano ordini e consuetudini e non desideravano la deputazione di persone per l'accomodamento, ma bastava un ordine agli agenti di Amandolesi, perché ciò facessero.
Battista Raggio, Nicolosio Fasseto, Gio: Maria Bianco, Gregorio Arena e Simone Solari, agenti del quartiere di Borzoli, a nome degli altri colleghi, il 2 settembre del 1604, giuocando a scarica barile, esponevano al Senato che soltanto al quartiere di Amandolesi spettava la rifazione della strada, dalla quale essi erano lontani, essendosi già pronunciati in materia i Padri del Comune di Genova, dichiarando che «esso passo» ersa nel quartiere di Amandolesi «e per essere consuetudine antichissima che non si trova in contrario che ogni quartiere della Podesteria di Rapallo rispettivamente ha sempre mai fatto separatamente da per lui riparare in suo quartiere in simili casi».

Sulle spalle del quartiere di Amandolesi si cercò di gettare la croce, ma Battista Tassara, sei (che equivaleva a capo) ed agente di esso, non volle essere il povero cireneo, ingaggiò la schermaglia, e il 4 settembre del 1604 scrisse in questo modo al Podestà di Rapallo:

«Quella strada quale si tratta di accomodare non è altrimenti posta sul quartiero di Amandolesi, come ne appare, sì per le scritture della caratata come per altre scritture, e come si può vedere oculata fide, oltreché gli uomini di detto quartiere non si servono né sono soliti servirsi di detta strada a modo alcuno, e coloro che se ne servono e sentono il comodo, devono sentire l'incomodo, laonde, trattandosi d'interesse, detto quartero d'Amandolesi dice che non è altrimenti tenuto e obbligato all'accomodamento di detta strada, come si offere far risaltare e così require che sia dichiarato».

Giunge pure in buon punto un anonimo, forse sammargheritese, e perdoniamogli pure la sua lettera orba, giunta al Senato, il 3 settembre del 1604, perché piena di curiosità storiche.
Batte così il battocchio della sua campana:

«La strada, della quale fa menzione la supplica del Sindaco di Olivastro, è strada vicinale, situata nel sestero di Amandolesi appresso il borgo di Rapallo, che corre verso il logo di S. Margherita e Portofino: è necessario si accomodi dove l'acqua ha rovinato, però la spesa la devono fare gli uomini di detto sestero di Amandolesi, dove è situata come già per sentenze è stato dichiarato per più volte ovvero gli uomini del borgo di Rapallo, poiché ambedue contendono di giurisdizione in detta strada de' mestrali a chi spetti dar mete (tariffe) alle cose, che ivi si vendano, e quando per il passato è stato necessario che si accomodi essa strada la spesa l'hanno fatta detti sesteri di Amandolesi e Borgo di Rapallo poiché gli altri sestieri sono obbligati d'accomodare le strade, che in essi rispettivamente sono situate come è seguito pure in refazione d'un ponte che è apresso il borgo di S. Margherita, rovinato quattro volte dalle acque. Gli uomini di Santa Margherita han fatto la spesa di detta refazione, senza aiuto di niuno, dove hanno speso in quattro volte mille scuti come se ne farà fede, se sarà di bisogno, e non è dovere che detti uomini di S. Margherita e del luogo di Portofino, che è sestero di Pessino, concorrino alle spese delle strade vicine al detto borgo di Rapallo loco ricco e lontano da detti lochi di S. Margherita e Portofino e che accade dar noia a V.V. S.S. Ser.me. Non sa il detto Sindaco di Olivastro che li M. Padri del Comune di questa Ser.ma Rep.ca hanno ordinato al M. Podestà di Rapallo che intimi alli detti uomini di Amandolesi che accomodino detta strada. Si dice inoltro che l'anno del 1589 V.V. S.S. Ser.me concessero la scrivania di Rapallo, che si vendette per L. 1400 in circa, le quali dovessero servire per accomodare la strada, ma gli uomini di Rapallo ne fecero altra spesa. L'anno 1595 essi del borgo di Rapallo vendettero gran quantità di pali, che si erano piantati di denari di detta scrivania, li quali più non li servivano, e se l'hanno ritenuti apresso sino al presente onde il dovere, che prima essi dessero conto di detta scrivania conforme l'ordine di V.V. S.S. Ser.me e poi il restante della spesa farli detti uomini di Amandolesi e di Rapallo».

E Santa Margherita non avea torto.
Nel tempo stesso il Senato, con lettera dell'8 settembre, dava contezza al Giusdicente di Rapallo che Agostino Casaccia, sindaco ed agente della valle di Oltramonte, ossia Fontanabuona, che gli uomini della valle non erano per nulla obbligati ad accomodare la strada in discorso, perché lontani da quella valle da sei a dodici miglia, quindi non aveano alcuna utilità dalla strada, e poi non aveano mai concorso in simili spese, anzi ne erano stati esentati. Sarebbe una novità se fossero astretti ad una contribuzione, perché in ta caso domanderebbero che i rapallesi concorressero alla costruzione di tre ponti, distratti dalle innondazioni.
Il Senato stufo di queste tergiversazioni, il 15 settembre trasmetteva la pratica all'esame dei Padri del Comune.
Il Podestà di Rapallo non riposò sugli allori, ed il 21 ottobre informò il Senato che per acconciare la strada che va verso Piacenza, e che al presente era impraticabile, avea radunato il Consiglio ed i Cappellani delle ville, ordinando che costituissero speciali soprastanti alla cura del lavoro: il Consiglio ubbidì in tutto, ma i Cappellani si opposero col pretesto di non essere contenuti a contribuire a spesa alcuna, tanto più che, essendo comparsi in Senato, avevano ottenuto «che il racconcio di questa strada debba essere fatto a spese solamente di coloro che hanno terre o abitato apresso la strada». Il Podestà insisteva ancora che la strada essendo Romea e diretta per cammin dritto alla Lombardia, era differente da quelle che sono vicinali, che servono alle ville, per la cui comodità erano fatte «e siccome alla spesa di questa verrebbe ad esser obbligata solamente la villa, così a quest'altra è tenuta tutta la giurisdizione che ne sente e può sentir benefizio».
Continuava sempre la burocrazia, ma il Capitano di Chiavari, non sonnecchiando, tornava a tastare il terreno, e il 28 ottobre del 1604 scriveva:

«La strada di qua alla volta di Piacenza son già trent'anni che non è stata accomodata né racconcia (che per quanto sono informato passano li cinquanta e più) che senza aver pensiero di ampliarla, ma solo di metterla a segno da poter per essa comodamente e sicuramente camminare, non è così poca la fatica e spesa per tal conto necessaria, perché essendo essa di 14 miglia di cammino almeno, e rispetto alla lunghezza del tempo e dell'acque divenuta in molti luoghi pericolosa per la strettezza dei passi e per le pietrose salite forzatamente fatte viene per conseguenza a tener necessità di non così poco riparo. Già ventidue anni sono V.V. S.S. Ser.me, informate di questo bisogno, scrissero al M. Capitano di quel tempo che la facesse accomodare, ma per la condizione che fosse a spese di coloro che vi aveano bene, come cosa impossibile, si tralasciò e da quel tempo in qua come per ogni ragione si ha da credere, è andata sempre peggiorando e ora è ridotta a segno che con gran difficoltà e pericolo si cammina».

Anch'egli, come il Giusdicente di Rapallo, avea radunato il Consiglio e i Cappellani, ma questi recalcitravano come i colleghi delle ville rapallesi.
Al Capitano di Chiavari Orazio Grimaldi stava a cuore l'acconciamento della strada romana sì dal Levante come dal Ponente, e l'8 novembre del 1604 scriveva al Senato di aver dato gli ordini opportuni perché con sollecitudine si iniziassero i lavori e di «dare presenzialmente una vista alla strada tra qui e Rapallo che è la più trista di questa giurisdizione e dove si cammina con più lentezza all'accomodamento, e così condotto meco l'Architetto venuto jeri da queste parti, me li son trasferto oggi e preso per cammino nota distinta di tutto quello che resta necessario a questo lavoro: giunto in Rapallo ho fatto chiamare gli Agenti della Comunità e li ho esposto la deliberata intenzione di V.V. S.S. Ser.me; e non vedendo in loro quella prontezza che saria ragione, ma che si vanno scusando tra la stagione molto innanzi e per essere quella Comunità al presente molto esausta, mi son risoluto farli l'ordini penali che per spingerli a questa fazione mi son parsi necessarii. Ancora che ne sia accomodata una conveniente parte, me ne resta però ancor assai della trista e fra le altre verso Zoaggi è tristissima dove ho imposto loro che debbino metter mano subito con venticinque o trenta uomini almeno».
Il 14 novembre parecchi uomini di Chiavari, che non si firmano, protestano col Senato cantando in musica che non concorsero mai nella contribuzione delle spese per la strada, né concorrono adesso, onde il Capitano, venuto forse a conoscenza di tutto ciò, si sfogava lo stesso giorno scrivendo che «in questo luogo di Chiavari per naturale inclinazione gli uomini per la maggior parte sono fra di loro pieni d'invidia e d'emulazione, però ora in questo particolare di accomodar la strada di Piacenza si è scoperta in loro passione e malignità estrema».
Radunato il Consiglio ed i Cappellani vi fu uno scacco matto, cioè quindici voti favorevoli e trentasette contrarii, ed il Capitano non celava il suo grande risentimento. Non ebbe più quiete ed esplicò il suo zelo, onde credette opportuno di visitar tutta la strada, mandando il 18 novembre un rapporto al Doge, ove dice: «Nella strada di Zoagli si lavora forte e così di là da Rapallo ed a Recco, dove fui jeri sino alli confini».
Con lettera del 26 novembre scriveva di aver imposto agli Agenti di Rapallo che, fra il termine di dieci giorni, dovessero terminare i lavori in corso, per i quali si erano già spese L. 6000, e:

«Nel piano di Rapallo dove resta la strada molto fangosa e cattiva vicina al prato che resta a banda sinistra nell'andare a Recco, e nel quale vi è già un poco di sentiero per il quale camminano li pedoni, far aprire il passo nel detto prato ed in esso accomodarli la strada romana per fare che tutti possano passare a cavallo per esso comodamente e lasciando la strada vecchia nella maniera che le sarà ordinata dall'Architetto e li ponti di legno che sono nel detto piano sopra quali al presente passano li pedoni, accomodarli in maniera forti e larghi che le cavallerie e bestie vi possano passare sopra comodamente, nel modo che li sarà detto dall'Architetto come di già è stato ordinato. Di più si ordina che alla marina passato il luogo di Rapallo venendo verso Chiavari dove al presente batte il mare e venendo grosso è difficile potervi passare e debbano farli un riparo di muraglie o di pali riempiendo di sassi parte, di maniera che si possi passare comodamente senza essere impedito dalla marina in ogni tempo. E di più seguitino di rizzolare et accomodare la strada del piano fuori di Rapallo verso Recco in dove resta il disegno nella maniera già cominciata ed allungare li fossi ossia bedali nelli luoghi dove fa bisogno e questi lavori andarli facendo alla giornata senza perdimento di tempo».

La strada, non ostante la riluttanza dei cappellani, fu restaurata: si lasciò la vecchia via romana, che dai muretti, costeggiando le alture, andava a passare al ponte della Prina, il gran ponte romano a Sant'Anna, scoperto dall'ultima innondazione e che fornì materia di studio all'amico carissimo Arch. Federico Cuneo. Egli stesso ebbe a dirmi che la strada romana chiamata Emilia, passava sulle alture.
La relazione del 1604 conferma la sua opinione, giacché allora una nuova via per pedoni e cavalli fu aperta nei piani con relativi fossi e bedali.


1 L'antico quartiere Amandolesi comprendeva gli attuali sestieri Cerisola e Cappelletta, oltre alle frazioni di San Martino di Noceto, S. Maria del Campo, San Pietro di Novella, Montepegli e San Quirico.

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