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    Pezzi di storia

Crudeltà cavalleresca e un barbaro uso antico
di M. Celle

Bollettino Municipale del Comune di Genova – 30 novembre 1926

Figura per ogni aspetto caratteristica quella che dell'italiano delle nostre repubbliche marinare ci rivela la storia medioevale, caratteristica per il senso pratico e positivo della vita, per la prodigiosa e multiforme operosità, affermantesi in un misto di aperta intelligenza, di sottile astuzia e di ardimento inesauribile, per quel senso di patria, un po' gretto e geloso, ma intimamente radicato nell'animo.

Megollo Megollo Lercari (da un'antica stampa)

Ma singolare fra tutte la figura, eminente e cospicua in tutto il Medio-Evo, del mercatante e del navigatore di San Giorgio in cui avviene di sentire stranamente accoppiata alla più rara generosità cavalleresca la più rozza crudeltà, che ha talora del tragico insieme e del grottesco.
Sono certo presenti alla mente di ognuno esempi d'una magnanimità leggendaria proprio negli anni più torbidi e disgraziati della storia di tutti i popoli: Luciano Doria, il vincitore e il martire di Pola, in Ischiavonia, dove lo stringe estrema penuria, dona ai più poveri del suo manipolo di prodi tutto ciò che possiede e, fatto povero anche lui, ad un soldato che ancora gli si rivolge per soccorso, getta anche la sua fibula preziosa, l'ultimo e più caro oggetto che gli resti da offrire.
Indice di squisita gentilezza d'animo quell'episodio di cui si legge il racconto con gradevole sorpresa, per quello schietto tono di fiera esecrazione, in uno dei primi continuatori di Caffaro, Ottobono Scriba: agli «uomini di Laigueglia» veniva imposto nell'anno 1182 dai consoli genovesi di consegnare il castello loro e tutta la terra per aver commesso l'«orrendo misfatto» d'aver catturata e condotta prigioniera una gentil donna, Maria di Ottobono degli Alberici, sorpresa in viaggio per Nizza, perché se altro avrebbe potuto perpetrarsi contro giustizia un tale delitto non avrebbe dovuto in alcun modo andare impunito.
Con l'esempio di una scrupolosa e inflessibile rigidezza di coscienza fa prova della propria nobiltà di sentire quel gentiluomo di cui è ricordo in una lapide marmorea posta a capo di una breve viuzza, Simone Vignoso, il conquistatore e governatore dell'isola di Scio, che volle inflitta al proprio figliolo la grave pena comminata contro chiunque trasgredisse al severo divieto di recar danno alle terre degli Sciotti, facendolo vergare inesorabilmente con i grappoli dell'uva rubata appesi al collo (interessante il racconto che ne fa con ricchezza di particolari il Giustiniani).
Accadde invece sovente che una tale nobiltà d'intenti si risolvesse in brutale violenza, impulsiva degenerazione d'un istinto generoso. Si narra di Salagro Di Negro che nel 1334, essendo comandante di una piccola flotta, si imbattesse in un convoglio di Catalani, di cui costituivano in buona parte l'equipaggio eletti cavalieri con le rispettive consorti. Di costoro molti perdevano la vita nella zuffa che ne era tosto seguita e le donne venivano quasi tutte catturate e condotte a Cagliari, per esservi rimesse in libertà.
Il capitano aveva severamente disposto perché nessuno ardisse di mancar di deferenza a quelle dame e, come gli venne all'orecchio che la più bella di esse era stata sgozzata dal marito per salvarla dall'onta cui la temeva esposta, ordinò senz'altro che si mozzasse il capo a quell'uomo colpevole d'aver dubitato dei Genovesi.
Nessuna meraviglia quando si pensi ad un santo sdegno altamente patriottico espresso in una forma di studiata e raffinata crudeltà, come in quell'episodio fatto, per la prima volta, argomento di una gustosissima lettera indirizzata dall'umanista Bartolomeo Senarega a Giovanni Pontano, originale documento che si conserva di seguito agli Annali degli Stella in un Codice della Nazionale di Parigi, inserito dal De Simoni negli Atti della Società Ligure di Storia Patria. Vi si dimostrava come fosse costume dei genovesi lontani dalla patria rispondere alla straniera provocazione occhio per occhio, dente per dente.
Viveva dunque intorno all'anno 1312 alla corte di Trebisonda dell'imperatore Alessio II Megollo o Domenico Lercari dell'illustre famiglia da cui era uscito anche lo sventurato doge Gian Battista, uno dei più lodati eroi di Paolo Giacometti. Megollo alla corte di Trebisonda, dove lo tratteneva l'interesse dei suoi traffici, fece la persona dabbene fin che ebbe a che fare con persone dabbene. Ma un giorno gli accadde che un tal greco di nome Andronico, satrapo dell'imperatore, venuto con lui a diverbio, uscisse in aperte contumelie offensive per lui e per i suoi connazionali e lo gratificasse di una guanciata.
Non riuscendo Megollo ad ottenere dall'imperatore la pronta giustizia richiestagli, si presentava a Genova in rossa veste, barba e capelli intonsi, eccitando alla vendetta. Due galere armate in tutta fretta venivano messe a sua disposizione e con esse il Lercari prendeva a correre il mare spargendo la distruzione nei domini dell'odiato Alessio, e a quanti sudditi di lui gli cadevano tra mani faceva recidere naso ed orecchie che si prendeva cura di conservare sotto sale.
L'insolito documento della sua atroce vendetta consegnò un giorno ad un vecchio, le cui implorazioni avevano finito per muoverlo a pietà, perché ne facesse un presente al suo signore e gli riferisse a suo nome che egli non avrebbe cessato dal metter nasi in salamoia sino a che non gli fosse consegnato il cortigiano impudente. Ma come se lo trovò tremante e supplichevole in suo potere, si limitò a percuoterlo con un calcio al viso dichiarando vile per un genovese incrudelire contro femmine.
A quell'uso barbaro che sembra fosse divenuto, né più né meno, uno dei tanti sistemi di far la guerra si incontrano curiosi accenni nei nostri antichi annalisti.
Ecco la risposta di Oberto Spinola all'imperatore che cercava dimostrargli, alla presenza dell'Arcivescovo Magontino, l'opportunità che i Genovesi non intervenissero quindi innanzi negli affari di Sardegna, ma lasciassero l'isola in pace ai Pisani: «Se poi i Pisani di noi hanno a dolersi, noi quali possessori accettiamo volentieri di avere e di far giustizia innanzi a voi, siccome davanti al nostro Signore. Ma se invece son qui venuti per sentir questa che sentenza non è, ma sol voce dell'imperatore, allora noi naso ed occhi strapperem loro dal capo quando in quell'isola li troveremo, se prima dalla curia apertamente giudicati o condannati non saremo» (traduzione di Giovanni Monleone, e così degli altri brani riferiti).
Altrove invece (anno 1195) la minaccia viene da parte dei Pisani che, facendo preda di pellegrini e di mercanti genovesi, escono in queste belle esclamazioni: «Bagasce, mogli di Veneziani, ancora avete osato di andare attorno per il mare? Se innanzi vorrete andar per mare, gittate il ferro, posate l'arme, andate siccome le femmine vanno, ché altrimenti noi il naso vi taglieremo».
All'anno 1165 è il corsaro Trepedecimo che dichiara tranquillamente ai Pisani: «A prender persone vostre io vado, e per nasi troncare ai vostri se con il Console di Genova concordia non farete».
All'anno 1262 troviamo l'imperatore compiacersi dell'originale supplizio del taglio dei nasi e i Genovesi muoversene a pietà: «L'imperatore poi a disdoro dei Veneziani fece a tutti tagliare il naso e strappargli occhi, eccetto che ad alcuni che andarono salvi per intercession dei Genovesi».
Dovette però essere una geniale trovata del fiero Megollo quella di conservarli in salamoia.

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