Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Eva Braun e l'Italia
di Enrico Altavilla

La Stampa – 11 + 12 + 13 + 14 aprile 1949

Riportiamo di seguito l'intervista alla suocera di Hitler, corredandola con un estratto del filmato che la stessa Eva Braun girò in occasione di uno dei suoi viaggi in Italia, probabilmente nel 1941: Camogli, San Fruttuoso, Portofino, Paraggi, Santa Margherita.
Pare che le visite in Italia siano state più d'una e che abbia soggiornato anche presso l'Hotel Imperiale Palace.


Eva Braun è stata per sedici anni l'amica e per sedici ore la moglie di Hitler e fino ad oggi nessuno ha conosciuto la verità sui suoi amori. Come ha potuto vivere per tanti anni nell'ombra questa donna che era l'amante dell'uomo che in quel periodo dominava la scena politica europea? Com'è accaduto che nessuno ne sospettasse l'esistenza, tanto che sono state attribuite a Hitler le più strane anomalie e perversioni sessuali, soltanto perché non si sapeva che egli aveva al suo fianco una silenziosa e devota amica?
Un anno fa fu pubblicato in tutto il mondo un diario attribuito a Eva Braun che avrebbe dovuto fare luce su questo mistero; ma poi il tribunale di Monaco ha riconosciuto come apocrifa questa opera ed ha condannato il suo autore, Louis Trenker (reo confesso), a una fortissima multa a favore dei genitori di Eva Braun che destinarono la somma ai poveri. E così è ricaduto il mistero su questo episodio storico-amoroso.
Accoglienza poco cordiale
Chi poteva conoscere la verità? Evidentemente soltanto le pochissime persone che erano sempre state a conoscenza della relazione fra Hitler e la Braun; e cioè i parenti di Eva che erano però scomparsi dalla circolazione cercando di farsi dimenticare, anche se nulla avevano da rimproverarsi.
Soltanto dopo molti giorni di ricerca, e dopo aver seguito numerose piste false, sono riuscito a trovare i genitori di Eva Braun a Rupholding, un paesello della Alta Baviera, novecento metri d'altezza, con dei buoni alberghi per gli sciatori ai quali il nuovo corso del marco ha permesso di riprendere gli sport invernali. Frau Franziska Braun e suo marito, lo Studienrat [insegnante] Fritz Wilhelm Otto, vivono in una sola camera-cucina al primo piano d'una villetta requisita per i profughi. Al pianterreno c'è la stalla; e la camera dei Braun è in fondo a un corridoio oscuro sul quale s'affacciano le stanze degli altri profughi.
Quando busso alla porta mi risponde l'abbaiare iroso di Purli, il cane che Hitler aveva regalato ad Eva, dopo averlo ricevuto a sua volta in dono da Ley; e l'accoglienza dei suoceri del Führer non è molto differente da quella del loro cane, perché non hanno grandi simpatie per i giornalisti ai quali finora erano riusciti a sfuggire.
Quando gli americani arrivarono a Rupholding misero in prigione Frau Franziska e sotto vigilanza suo marito; del che approfittò un giornalista per impadronirsi dell'album con le fotografie di Eva che era nascosto nel doppiofondo d'una cassapanca: il che spiega l'antipatia dei genitori di Eva Braun per i rappresentanti della stampa. E neanche per me avrebbero fatto un'eccezione, se non avessi parlato loro di Claretta Petacci, raccontando la storia della favorita di Mussolini e osservando che Claretta ed Eva, fedeli fino alla morte ai loro uomini, rappresentano le figure femminili più interessanti del fascismo e del nazismo. Quest'accenno Eva e Adolf li ha commossi; e un po' alla volta hanno cominciato a parlare.
Pietosa menzogna
«Non ho alcun dubbio - dice Frau Franziska - che mia figlia sia morta. E non è soltanto il mio cuore di madre a dirmelo. Due persone, che mi sono sempre state molto vicine e che non potevano avere alcun interesse ad ingannare una vecchia mamma, mi hanno raccontato di aver visto il cadavere di Eva, prima della cremazione. Si tratta dell'autista e della segretaria di Hitler, che rimasero nel rifugio corazzato della Reichskanzlel [cancelleria] fino al due maggio, riuscendo poi a mescolarsi alla popolazione berlinese e a sfuggire atte ricerche delle autorità russe. Tanto Ernesto Kempka quanto Gerda Christian, che non ebbero il coraggio di far uso dell'ultimo regalo del loro principale (una fialetta di acido cianidrico), hanno raccontato d'aver visto il corpo di Eva dopo il suicidio, quando Martin Borman, Arturo Axmann e il generale Schellemberg lo cosparsero di benzina per cremarlo, mentre il cadavere di Hitler era avvolto in una coperta, di modo che essi non possono giurare sulla sua morte. Ma io sono convinta che è morto, perché amava troppo Eva per abbandonarla in quell'estremo momento».
«Con mia figlia - continua Frau Franziska - ho parlato per l'ultima volta il sette aprile, quando mi telefonò da Berlino per fare gli auguri di Pasqua. Disse che voleva rimanere a Berlino soltanto fino al venti aprile, per il genetliaco di Hitler, e aggiunge che il morale era molto buono. Ma io sapevo che mentiva per tranquillarci; e sapevo che era risoluta a non abbandonare Hitler. E anche Hitler sapeva che Eva era andata volontariamente a Berlino per morire con lui e nel suo testamento, che le autorità alleate hanno dichiarato autentico, ha scritto: «Io non avevo mai potuto credere, in questi anni di lotta, di essere in condizione di assumermi la responsabilità del matrimonio. Ma ora ho deciso di prendere per sposa la donna che, dopo lunghi anni di amicizia fedele, è venuta di sua spontanea volontà in questa città assediata al fine di condividere la mia sorte».
E Frau Franziska è molto orgogliosa di essere la sola altra persona nominata nel testamento, quando Hitler raccomanda a Martin Borman, suo esecutore testamentario, di «non lasciarle mancare i mezzi per un modesto tenore di vita».
Il matrimonio
La madre di Eva mi racconta poi che, prima della cerimonia del matrimonio, che si svolse nella serata del 29 aprile, sua figlia (a quanto le ha raccontato Gerda Christian) era molto triste, forse perché Hitler aveva fatto fucilare il giorno prima suo cognato, l'Obergruppenführer Fegelein, che gli aveva proposto di andare a trattare la resa coi russi. (Fegelein, un ex-maestro di equitazione che era diventato il capo della guardia del corpo del Fuhrer, aveva sposato la più giovane delle tre sorelle Braun, Gretel, che diede alla luce una bimba cinque giorni dopo la morte di Eva e che ebbe perciò il nome della zia. Gretel vive ora a Garmisch-Partenkirchen ed ha 34 anni; la sorella maggiore, Inge, è a Monaco con suo marito, un alto magistrato che è tornato da pochi mesi dalla prigionia in Russia, ed ha 39 anni. Eva, se fosse viva, avrebbe compiuto 37 anni il 6 febbraio).
Ma dopo il matrimonio, che fu celebrato dal consigliere municipale Walter Wagner (il quale pedantemente chiese agli sposi se erano ariani e se erano affetti da malattie ereditarie che potessero impedire le nozze), Eva tornò di buon umore e si mise a cantare delle vecchie canzoni tirolesi. La loro prima e ultima notte di nozze fu trascorsa nella stanza di Hitler. Il giorno successivo si diedero la morte: lui con un colpo di rivoltella in bocca, lei con il veleno. I corpi furono cremati; e sui resti dei cadaveri fu passato, per ordine del generale Schellemberg, un rullo compressore.
Questa è l'unica parte della storia di Eva Braun che, in parte, già era conosciuta; ma nessuno sapeva che Eva aveva conosciuto Hitler fin dal 1929 e che il Führer fu il primo uomo della sua vita, un uomo che non doveva mai più abbandonare fino al giorno della morte. E il racconto di Frau Franziska Braun rivela una serie di episodi inediti che sembrano giustificare l'asserzione di suo marito quando dice che la relazione amorosa fra Hitler ed Eva ha rappresentato il più misterioso e forse il più grande amore di questo secolo.
«Mia figlia - racconta la madre di Eva Braun - dové lasciare il liceo Heydenafer nel 1929 prima di prendere l'Abitur [diploma] perché mio marito, che insegnava alla scuola di arti e mestieri di Monaco, non era più in grado di pagare la retta di questa scuola di lusso, frequentata dalle figlie dei ricchi borghesi. Anche Inge, la mia primogenita, aveva lasciato il liceo e si era impiegata come assistente presso un medico ebreo, che si era specializzato in operazioni di chirurgia estetica per modificare il naso ai suoi correligionari. Eva, invece, che aveva avuto come compagna di scuola la figlia di Enrico Hoffmann, che più tardi doveva sposare Baldur von Schirach, capo della gioventù hitleriana e Gauleiter di Vienna, ottenne dal padre della sua amica un posto di archivista nel negozio di fotografo nell'Amaliengasse. Eva aveva allora diciassette anni, ed era una tipica ragazza bavarese con gli occhi chiari, le treccine bionde, la figura slanciata, i fianchi un po' troppo grossi, ed un seno piccolo ma ben pronunciato e le gambe molto belle. Aveva avuto uno sviluppo tardivo, e non era ancora mai stata a ballare sola con un giovanotto».
«Hitler invece - continua sua suocera - non era un bell'uomo, e si vestiva con molta noncuranza, ma aveva qualcosa che attirava, forse il fascino degli occhi. In quel periodo il suo partito stava traversando un periodo molto difficile perché i finanziatori si erano ritirati e la cassa era vuota. Avendo saputo che Hoffmann aveva guadagnato molti quattrini con le sue fotografie (si diceva - aggiungo io - che si fosse specializzato in «nudi artistici» e che per tal motivo assumeva molte giovani commesse da usare anche come modelle), Hitler decise di andargli a chiedere in prestito ventimila marchi. Ne ottenne soltanto 14.000 che si guardò bene dal restituire, ma in cambio concesse a Hoffmann l'esclusività delle sue fotografie quando assunse il potere, facendogli così guadagnare molti milioni».
La salciccia di fegato
«Il primo incontro fra Eva e Hitler avvenne appunto in questa occasione. Per andare a bussare a quattrini Hitler aveva scelto un'ora tarda, poco prima della chiusura del negozio, nella speranza di trovare Hoffmann solo. C'era invece anche Eva che non aveva mai visto Hitler e non lo riconobbe, e così si limitò a chiamare Hoffmann, che era nel retrobottega. Hoffmann venne e fece le presentazioni, dicendo a mia figlia: «Come, non hai mai sentito parlare del Führer?»; e poi la mandò a comprare un paio d'etti di Leberkäs, una salciccia di fegato di cui Hitler era molto ghiotto. Allora non soffriva ancora dì stomaco e non era costretto a mangiare soltanto purea e cibi molto leggeri. Quando Eva tornò nel negozio, Hitler le chiese se voleva recarsi a passare la domenica nella sua villa nelle vicinanze di Berchtesgaden, insieme alla figlia di Hoffmann; ed Eva accettò, anche perché Hitler non viveva solo, ma con la sorellastra Angela Raubal e la nipote Geli, che aveva un paio d'anni più di Eva e così io non vidi niente di scorretto nell'invito».
Per un paio d'anni le relazioni tra Eva Braun e Hitler rimasero platoniche, ma il futuro capo della Germania nazista, che fino ad allora non aveva mostrato alcun particolare interesse per le donne, cominciò a innamorarsi di questa ragazza semplice e affettuosa, provocando la gelosia di Geli che era segretamente innamorata dello zio. Hitler trattava invece Geli come una figlia ed era molto severo nei suoi riguardi, tanto che una volta l'obbligò a sottoporsi a una visita ostetrica perché la ragazza era tornata a casa molto tardi e Hitler, il quale da giovane aveva sofferto d'una malattia inconfessabile, voleva essere sicuro che non le fosse capitato nulla di male. Quando Hitler conobbe Eva aveva quarant'anni, mentre Eva ne aveva diciassette e Geli quasi venti. Sembrava perciò impossibile che una così spaventosa tragedia dovesse concludere le rivalità di queste due ragazzine gelose per un uomo che poteva esser loro padre.
Suicidio romantico
La tragedia avvenne qualche mese dopo, quando Hitler lasciò la casa della sorella e prese un appartamento al numero 14 della Prinzeregentstrasse di Monaco, assumendo come governante la signora Anna Winter, che rimase al suo servizio fino alla fine, della guerra.
Geli invece avrebbe voluto andare lei a Monaco per accudire lo zio; e quando questi le disse che la cosa non era possibile (voleva poter ricevere Eva senza essere controllato dalla nipote) la ragazza gli confessò il suo amore. Hitler non la prese sul serio, ma rimase atterrito quando Geli cacciò dalla sua borsetta una piccola rivoltella di madreperla con la quale si tolse la vita sotto i suoi occhi.
C'è stato chi ha detto che fu Hitler a ucciderla per gelosia o per altri oscuri motivi, e al processo di Norimberga Baldur von Schirach dichiarò di aver le prove di questo assassinio. La stessa affermazione fu fatta più tardi dal redattore di un giornale americano, ma le prove non sono state mai rese note.
Certo è che l'ingresso di Eva nella vita di Hitler spezzò l'esistenza di Geli Raubal.
Domando a Frau Franziska se Eva sospettò d'essere stata l'involontaria causa della tragedia, e mi risponde di no, perché soltanto molti anni dopo Hitler le raccontò la verità, e cioè che Geli era innamorata di lui. Quando avvenne la tragedia si disse che la ragazza s'era uccisa mentre giocava con una rivoltella; e tutti credettero (o fecero finta di credere) a questa versione.
Del resto Eva e Geli erano molto amiche; e si incontravano spesso anche quando non c'era Hitler per andare a nuotare nei laghi della Baviera. Frau Franziska conserva una fotografia delle sue tre figlie con Geli mentre prendono il sole in riva a un lago con dei costumi più che succinti, dato che indossano soltanto un paio di cortissime mutandine ed hanno il seno nudo. Questa fotografia mi fa ricordare il film che mostrava Gretel, la sorella più giovane di Eva, mentre faceva il bagno nuda sotto una cascata e domando alla madre se anche la più celebre delle sue figlie aveva l'abitudine di andare a nuotare nel costume che faceva onore al suo nome di Eva.
«Mai più - mi risponde, - perché Hitler era gelosissimo e le avrebbe fatto una scenata se lo avesse saputo. Quel film fu girato da Eva, che nello studio di Hoffmann aveva imparato a servirsi della macchina da presa. Eravamo andate a fare il bagno sul Königsee dove, in un angolo nascosto, c'era una cascata di cui le ragazze si servivano come doccia, anche perché dicevano che l'acqua le massaggiava e le faceva dimagrire. Quel giorno l'acqua cadeva con tale forza che ruppe le bretelline del reggiseno di Gretel ed allora Eva le disse: "Visto che ci sei, togliti anche le mutandine da bagno, così ti immortalo nel film come una Ninfa dei laghi".
E questo ricordo la porta a raccontarmi dei loro viaggi in Italia, delle visite a Capri e a Portofino, e dell'esasperata gelosia di Hitler.

Quali donne aveva conosciuto Hitler prima di Eva Braun? Prima di venire a Monaco di Baviera, e cioè durante il periodo in cui aveva vissuto a Vienna in grande miseria, Hitler aveva avuto una sola amante: Giovanna Wachsmann, una ragazza della sua stessa età che era scappata di casa per raggiungerlo all'albergo Schwarzer Adler, ma che poi non seppe resistere alla prova della miseria e lo abbandonò per un uomo più ricco.
E quali donne insidiarono la felicità di Eva, dopo che ebbe inizio la sua relazione con Hitler? A quanto pare nessuna. O, per meglio dire, molte ragazze provarono a conquistare il cuore del führer, ma nessuna ci riuscì, almeno a quanto afferma la madre di Eva, la quale mi racconta che sua figlia non ebbe mai occasione di essere seriamente gelosa di altre donne, al contrario di quanto si sostiene nell'apocrifo diario che le è stato attribuito e che una recente sentenza del tribunale di Monaco ha riconosciuto per falso.
Fra le ragazze che persero la testa per Hitler la più famosa fu Miss Unity Midford, cognata di Sir Oswald Mosley, il capo dei fascisti inglesi. Ella ottenne da von Ribbentrop, che aveva conosciuto a Londra dove il «re dello champagne» tedesco era diventato ambasciatore alla corte di San Giacomo, di essere presentata a Hitler, al quale confessò il suo desiderio di avere un figlio da lui. Inutile dire che in questo bambino Miss Unity già vedeva il futuro führer della Gran Bretagna; e perciò soffrì molto del rifiuto di Hitler, che non ne volle sapere di una simile avventura. E la giovane si rassegnò a vivere in Germania in attesa che il suo idolo cambiasse idea. Soltanto il giorno prima della dichiarazione di guerra, quando comprese che non vi erano per lei più speranze, ebbe una crisi di melanconia e si tirò un colpo di pistola nel «Giardino inglese» di Monaco. La trovarono su una panchina con la testa fracassata, ma ancora in vita; e per ordine di Hitler fu trasportata in Isvizzera, con una vettura ospedale che traversò il confine nello stesso momento in cui Francia e Germania chiudevano le rispettive frontiere. A Basilea un abile chirurgo riuscì a salvarla, impedendo in tal modo che un'altra rivale di Eva, come già la piccola Geli, perdesse la vita per lo sconforto di non essersi riuscita a conquistare i favori di Hitler.
Un'altra donna di cui s'è affermato che fosse l'amante del führer è Leni Riefenstahl, l'interprete del film Eskimo e la regista dello stupendo documentario sulle Olimpiadi del 1936.
«La Riefenstahl - racconta Frati Franziska Braun - ha effettivamente goduto a lungo delle simpatie di Hitler, ma io sono convinta che, almeno da parte di lui, si trattava d'un interesse artistico e non amoroso».
E quando le chiedo come possa spiegare il fatto che Leni ballasse nuda in presenza di Hitler, come hanno affermato molti testimoni interrogati dalle autorità alleate, Frau Braun risponde che non era la sola a dare spettacoli del genere nella Cancelleria del Reich o nella villa del Berghof, dove spesso Hitler ordinava alle artiste che aveva convocato per fargli compagnia di danzare senza veli. Ma era (sostiene Frau Braun) una mania e nient'altro: egli aveva il culto del nudo, imbevuto com'era delle sue idee sulla supremazia della razza tedesca ed anche quando si recava alla festa annuale nel castello di Nymphanburg, durante la quale molte ragazze sfilavano succintamente o niente vestite sui carri allegorici del corteo, egli le invitava dopo lo spettacolo nella sua tribuna senza curarsi della presenza di migliaia di spettatori e le complimentava per la loro bellezza.
Mai però (dice sempre la madre di Eva) che abbia invitato una di queste ragazze a passare la serata con lui.
«A parte questa sua mania - dice Frau Braun - Hitler era un uomo completamente normale, a quanto mi diceva mia figlia, la quale rideva molto di tutte le storie che si raccontavano sulle anomalie e sulle perversioni di Hitler, storie che venivano accettate come buone da tutti, perché nessuno sapeva che Hitler aveva al suo fianco Eva».
Domando a Frau Braun se Hitler fosse generoso con sua figlia e mi risponde che non lo era. Le aveva donato un piccolo appartamento, in una modesta villa della Wasserburgerstrasse di Monaco, ben differente dalla «Camilluccia» della Petacci, e ogni anno, a Natale, le regalava un gioiello di non grande valore. Quasi tutti i gioielli sono andati perduti, perché furono affidati a un aviatore che, pochi giorni prima della fine della battaglia di Berlino, tentò di rompere il blocco con una «cicogna» ma non arrivò a destinazione. Gli altri gioielli (una collana e due anelli per un valore complessivo di mezzo milione) che erano stati affidati a una delle sorelle sono stati sequestrati, perché c'è chi li rivendica, affermando che gli furono rubali a suo tempo dalla Gestapo.
L'unica cosa sottratta al sequestro sono le lettere che Eva ha scritto a Hitler durante i suoi viaggi in Italia dove fu più volte, insieme alla madre e alla sorella Gretel, visitando Capri, Portofino e Ravello. Sono lettere molto ingenue, tipiche per una tedesca che viene nel caldo mezzogiorno. Così su una cartolina dell'albergo Quisisana di Capri trovo scritto: «Mio caro, ero stanca e ho deciso di fermarmi qui senza arrivare fino a Taormina. Qui è meraviglioso, sembra un sogno. (Hier ist, allee wie in einem Traum! [Ecco, proprio come in un sogno!]) Pensa che i limoni pendono dagli alberi (sic). Ti abbraccio, Eva». Se testimonia del suo entusiasmo, questa lettera non è certamente una prova dell'intelligenza dell'amante di Hitler. Però, a quanto ho capito dal racconto di sua madre, era proprio questa sua naturalezza che attirava Hitler, il quale aveva bisogno d'una donna semplice, che lo ascoltasse senza contraddirlo. Ma ne era innamoratissimo, e le telefonava tutti i giorni. Anche quando era al fronte, anche quando andava all'estero.
«Soltanto una volta - racconta Frau Braun - le disse che non le avrebbe potuto telefonare e fu quando andò in Italia, a fare visita a Mussolini, nel 1938. Il fatto è che Hitler aveva una gran paura che Mussolini venisse a conoscenza della sua relazione con Eva».
Vi racconterò il perché di questa sua paura. Circa un anno fa, quando fu pubblicato in quasi tutti i Paesi del mondo il «Diario di Eva Braun», i genitori di Eva compresero subito che si trattava di una mistificazione, perché sapevano che la loro figlia non aveva mai tenuto un diario.
E poi vi erano cento particolari sicuramente falsi che denunciavano come apocrifo tutto il libro: la descrizione di vestiti che Eva non aveva mai posseduto; le cure di bellezza che Hitler avrebbe imposto a Eva di fare obbligandola a mettersi delle fette di carne cruda sul viso; la data del primo incontro fissata nel 1937, e cioè otto anni dopo che Hitler ed Eva s'erano conosciuti; e l'episodio della relazione fra Eva e un certo pittore Kurt, che Hitler Hitler avrebbe personalmente ucciso dopo una folle corsa al volante della sua automobile: lui che non sapeva guidare.
Ma come provare il falso, tanto più che i coniugi Braun non avevano il diritto di adire un tribunale straniero, dato che la Germania non ha ancora un Trattato di pace che restituisca ai tedeschi i loro diritti internazionali?
Per fortuna anche un settimanale tedesco iniziò la pubblicazione a puntate del «Diario»; e Frau Franziska Braun, vincendo l'opposizione del marito, che preferiva non rimettersi in vista, iniziò un processo contro questo settimanale, pur non avendo in mano prove decisive.
Fu il caso ad aiutarla. Sua figlia Inge aveva avuto l'incarico dal direttore d'un quotidiano di rileggere il vecchio romanzo «Le memorie della contessa Larissa» sugli amori di Maria e dell'arciduca Rodolfo per una pubblicazione a puntate. E leggendo la storia degli infelici amanti di Mayerling, Inge Braun scopri che era stato integralmente copiato dal libro l'episodio della visita di Eva a Streicher, «il cui divertimento preferito è di passeggiare innanzi alle dame della sua Corte vestito soltanto degli stivali, dei guanti e del berretto da Gauleiter»: era esattamente, la stessa mania che la contessa Larissa attribuiva a Rodolfo, soltanto che questi invece del berretto da «gauleiter» portava il colbacco. Con tale documentazione non fu difficile convincere i giudici del falso: e il settimanale tedesco fu condannato a una fortissima multa e a sospendere la pubblicazione del diario.
Frau Franziska Braun mi racconta che Eva continuò a lavorare come commessa nel negozio di fotografia di Hoffmann, anche dopo l'inizio della relazione con Hitler il quale, pur volendole molto bene, non si curava dei suoi bisogni materiali e si limitava a darle, di tanto in tanto una busta con un po' di denaro. Soltanto dopo qualche anno egli si decise a regalarle l'appartamentino di Monaco, e a farle allestire due camere nella nuova sede della Cancelleria del Reich, dove Eva passava ore ed ore ad attenderlo, proprio come faceva Claretta nel suo salottino di Palazzo Venezia.
Quando si doveva recare al fronte, Hitler telefonava tutti i giorni a Eva; e soltanto in occasione del suo viaggio in Italia egli le disse di non attendere la solita telefonata, perché non voleva che Mussolini sapesse della sua relazione.
Il fatto è che Hitler non desiderava far conoscere al duce le sue debolezze; e temeva che se Mussolini avesse saputo dei suoi rapporti con Eva Braun lo avrebbe giudicato un uomo come tutti gli altri e avrebbe forse perso quel complesso di inferiorità che lo paralizzava durante i colloqui col führer.
Tuttavia l'amore per la Braun fu più forte del timore che gli italiani sapessero della sua relazione; e le telefonò ugualmente, facendo però finta di dettarle delle lettere, come se fosse stata la sua segretaria, e limitandosi a chiederle, alla fine, se stava bene e se c'erano novità. Quando però Mussolini venne a Berlino e si affrettò a telefonare a Claretta per narrarle del successo che aveva avuto con il suo discorso in tedesco al Maifeld, Hitler se ne stupì e disse: «Che stupido sentimentalismo: So eine alberne Sentimentalitat».
Hitler era molto geloso di Eva e le aveva proibito di uscire sola, di modo che anche quando andava a fare delle compere dovevano accompagnarla le sorelle o la madre. E una volta che intervenne a una festa e si fece fotografare con un giovanotto che le passava una mano intorno alla vita, Hitler le disse che se avesse fatto un'altra sciocchezza del genere egli l'avrebbe piantata senza pensarci sopra.
«Il grande sogno di mia figlia - dice Frau Franziska - era naturalmente di avere un bimbo, ma Hitler non ne volle mai sapere perché non desiderava correre il rischio di mettere al mondo un figlio che potesse non essere degno di lui. O forse la verità è che non poteva aver figli; ma su questo punto nessuno può conoscere la verità. Certo è che sono false tutte le storie che si sono raccontate sul figlio che Eva avrebbe avuto a Dresda e che io avrei tenuto nascosto».
Da questo racconto si può trarre una facile conclusione, e cioè che Hitler ben sapeva che la sua potenza era in parte basata sul mito che si era formato intorno alla sua persona. E non voleva rischiare di compromettere questo mito, né di fronte ai suoi amici né di fronte al suo popolo che sarebbe rimasto molto sorpreso apprendendo che il führer impiegava le ore delle «storiche meditazioni» al Berghof, giocando a ping-pong con la sua amica o facendo con sua «suocera» delle gare a chi mangiava più dolciumi.

Più che nel piccolo appartamento della nuova Cancelleria del Reich gli amori di Hitler e di Eva Braun si sono svolti quasi sempre nella villa di Berghof, presso Berchtesgaden, o nel «nido d'aquila» che Hitler s'era fatto costruire a 2400 metri d'altezza sulle montagne bavaresi. In questa villa Eva non temeva le indiscrezioni e poteva far da padrona di casa ai pochi intimi che erano ammessi a godere dell'ospitalità del führer; ma tutte le volte che Hitler doveva ricevere una visita ufficiale pregava la sua amica di ritirarsi nelle sue camere e di non farsi vedere fino alla partenza dell'ospite.
Severa etichetta
Nella villa bisognava rispettare un'etichetta molto severa perché Hitler teneva molto alle forme.
«La sera - mi racconta la madre di Eva Braun - dovevamo indossare tutti l'abito da cerimonia, anche se eravamo in famiglia, e cioè soltanto Hitler, i suoi aiutanti, Eva e i suoi parenti. Durante il giorno Hitler non si faceva vedere, se non per l'ora del the, di cui approfittava per fare un pisolino in poltrona con le mani nelle mani di Eva, mentre Arturo Rannenberg, il maggiordomo, suonava la fisarmonica in sordina dopo aver spento la luce elettrica ed acceso le candele».
«Alle 20 in punto, dovevamo trovarci tutti riuniti in un salottino dove Hitler ci offriva l'aperitivo prima del pranzo. Lui non beveva però che un the fatto con bucce di mele e qualche volta un sorso di liquore di mirtillo. Poi mi dava il braccio, mentre Eva prendeva il braccio di mio marito o di qualche altro ospite e così, tutti in corteo, entravamo nella stanza da pranzo. Una sola volta, che io ricordi, ci fu un ritardo perché Eva si presentò con un paio di scarpe dalla suola ortopedica che avevamo comprato a Genova e che allora non erano conosciute in Germania. Hitler, che non amava le eccentricità, le ordinò di sostituirle con «qualcosa di più decente»; ed Eva scappò via piangendo dal salottino, mentre il führer, che non si rendeva conto di averla offesa, ai meravigliava delle sue lacrime».
«A tavola io sedevo alla destra ed Eva alla sinistra di Hitler. Il pranzo era semplice, anche perché Hitler doveva contentarsi di purea o di pappa di avena, e noi non volevamo indurlo in tentazione mangiando delle ghiottonerie».
«Tuttavia, di tanta in tanto, rubava con la forchetta un buon boccone dal mio piatto e chiedeva al dottor Morell, il suo medico personale: "Dottore, posso fare uno strappo alla regola?". Ma Morell era inflessibile e continuava a fargli iniezioni ricostituenti che gli facevano più male che bene e lo rendevano sempre più nervoso. Quando intervenne al matrimonio di mia figlia Gretel io gli chiesi di firmare il menu del banchetto nuziale ed Hitler, dopo aver provato due volte con la mano tremante a firmare il cartoncino, dovette rinunciarvi perché non riusciva a tener stretta la penna. Già allora noi sospettavamo che il dott. Morell fosse al servizio degli Alleati, ma Hitler si metteva a ridere tutte le volte che glielo dicevamo».
«Nei primi tempi usavamo riunirci alla buona, dopo il pranzo, per chiacchierare e soltanto quando Ribbentrop gli insegnò che in Inghilterra le signore hanno l'abitudine di alzarsi a fine dessert, per lasciare gli uomini soli con i loro bicchierini di Porto (e in realtà per poter andare a lavarsi le mani senza esser disturbate e per lasciare agli uomini la possibilità di fare altrettanto), Hitler decise che quest'usanza britannica doveva essere adottata anche al Berghof, con la sola differenza che erano gli uomini ad alzarsi e a passare in un salotto dove discutevano per una paio d'ore della situazione politica».
«Più, tardi dovevamo assistere alla proiezione di un film, di solito americano, e Hitler aveva spesso la pazienza di vederlo due volte di seguito, obbligandoci tutti ad andare a letto a tarda ora. Una volta mio marito ed io eravamo riusciti a svignarcela e mentre ci avviavamo verso la nostra camera io dissi: "Che barba quel film"; e mi sentii rispondere da Hitler, che si era alzato anche lui e si trovava alle nostre spalle: "Ha ragione, Frau Braun, stasera era proprio una barba"».
Borman è vivo
«L'ultima volta che ci siamo trovati riuniti tutti al Berghof è stato per il Natale del 1944. Hitler aveva promesso di venire, ma poi preferì rimanere fra i suoi soldati, e fu allora che Eva decise di raggiungerlo a Berlino e di non abbandonarlo più. Era invece presente Martin Borman, il quale subì in silenzio la provocazione di Eva, la quale si mise a cantare le vecchie canzoni di Natale, che Borman aveva proibito». (E a proposito di Borman dirò che, durante la mia permanenza a Rupholding, un settimanale di Monaco di Baviera ha pubblicato due lettere inviategli da Borman e che i periti calligrafici hanno riconosciuto la grafia come quella dell'erede di Hitler. Le lettere non dicono gran che; ma provano che Borman è vivo e che probabilmente si trova nella Germania occidentale).
«Fu un Natale triste - continua Frau Braun - perché le mie tre figlie soffrivano della mancanza dei loro uomini. Hitler non era venuto e sì limitò a telefonare brevemente dal Gran Quartiere generale; il marito di Inge era prigioniero dei russi; e il marito di Gretel era con Hitler, al comando della sua guardia del corpo, senza immaginare che fra pochi mesi il suo capo lo avrebbe fatto fucilare.
«E fu quella una delle ultime volte che vidi mia figlia. Pochi giorni dopo partì per Berlino, per andare a raggiungere l'uomo al cui fianco viveva da tanti anni. Non so se sapesse di andare incontro a morte certa; ma era risoluta - e me lo disse - a condividere il destino di Hitler fino alla fine».

© La Gazzetta di Santa