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    Pezzi di storia

Dell'unificazione della moneta
di Cesare Cantù

Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia – 4 marzo 1867

Chi parte da Firenze, ben provveduti di viglietti di quella Banca, quando arriva, per esempio, a Bologna non può valersene per pagar la colazione; non a Milano o Torino per compensarne il cocchio che lo rimette a casa. Può dunque anche un ricco trovarsi a disagio di moneta. forziere
Non voglio qui entrare nella or tanto viva quistione dell'unicità o pluralità delle Banche, ma solo mostrare lo sconcio che deriva dall'avere, ne' differenti paesi, differenti rappresentanti del valore. La moneta in fatto era stata inventata perché s'avesse un campione unico del valore, a fronte della varietà in cui si tentonava quando tutto facevasi per baratti.
Quel valore unico fu riconosciuto dalle piccole società, poi dalle grandi in cui quelle si fondeano. Ormai l'Europa forma una società sola, di simile civiltà, di unica religione cristiana, salvo una piccola e vergognosa eccezione; di forme governative sempre più somiglianti: le strade ferrate avvicinano le genti anche più remote; non le impediscono i passaporti. Perché non si avrebbe la comodità d'una moneta unica?
E questo è il progetto su cui insiste il signor De-Parien, membro dell'istituto, e vice presidente del Consiglio di Stato1, proponendo una unione monetaria delle genti latine.
Ne' Capitolari, Carlomagno raccomandava pondera justa et æqualia: ma anziché vedervi, come taluno, un voto d'unificazione pel suo impero, vi scorgiamo una reminiscenza biblica ad evitare le frodi. Bensì in un capitolare di Lodovico il Pio, leggiamo: «Avendo già, tre anni sono, ammonito e stabilito che tutte le altre monete cessassero, ora a tutti vogliamo sia noto che dal prossimo San Martino ciascun conte nella sua giurisdizione dee aver adempito questo nostro comando: né da quel giorno ricevasi altra moneta che quella del nostro regno.» (Canciani, leges Barbarorum III, 176).
Il conte Gaspare Scaruffi di Reggio fin dalla fine del 500 (1579) nel Discorso sopra la moneta e la vera proporzione fra l'oro e l'argento, proponeva di ridurle uniformi di tipo e di valore.
E i nostri economisti furono certamente i primi che nettamente discorsero della moneta; né lascierò di rammentare la bella riforma fattane nel 1775 pel Milanese, e come fin dal 1780 il Beccaria, o piuttosto Paolo Frisi, suggerissero la unità di misura dedotta da parte aliquota di un arco del meridiano e colla divisione decimale. Ma non è mai in Italia che si badi a chi ha ragione troppo presto: noi proponiamo, altri eseguisce: differenza di cui non sempre tien calcolo la boria nazionale.
Più chiaramente che lo Scaruffi, nel passato secolo, Hegewisch, professore a Kiel, proponeva una moneta unica in Europa, che agevolerebbe il commercio, semplificherebbe le operazioni di cambio, scemerebbe l'aggiotaggio, e schiverebbe noie e perdite a' viaggiatori. Per ottenerla egli suggeriva che il fino ne fosse determinato in modo, che gli orefici più non trovassero vantaggio a rifonder le monete, e queste si coniassero in modo, che il logoro fosse il men possibile. Le difficoltà si spianerebbero mediante un congresso europeo, dove le nazioni accettassero per unico campione l'oro; l'argento potrebbe essere conservato in ogni paese sulla base attuale, finché scomparissero gli ostacoli che s'accampavano al sistema di monetazione universale fondata sull'oro. Non gli fu dato ascolto, ma ora l'idea rinasce, e come i concordati precedettero l'era dell'indipendenza reciproca di Chiesa e Stato, così cominciossi da leghe particolari.
Vi fu testé un momento, dove le quattro potenze, che pure attengonsi al campione francese dell'anno XI, trovavansi però differenti fra loro, di modo che il 50 centesimi italiano o francese valeva meno che il suo analogo del Belgio; la lira nostra più che il franco svizzero, e men che quello di Francia o del Belgio, talché era proibita l'ammissione rispettiva; e ordinanze del nostro regno escludevano dalle casse pubbliche il franco svizzero, qual una falsificazione. A togliere gli scomodi fu riunito nel 1864 un congresso ove dell'Italia erano deputati i signori Artom e Pratolongo, e il risultato fu la convenzione del 23 dicembre 1865 fra il nostro regno, la Francia, il Belgio e la Svizzera, approvata poi dai rappresentanti dei diversi paesi, e certamente men che ad altri incomoda al nostro, dove poco o nulla modificava.
Trattavasi di un fatto, che in altri tempi qualificavasi di falsificazione, cioè il batter moneta di valore inferiore al legale. Pure l'esperienza di mezzo secolo ha giustificato l'uso inglese d'aver una moneta fina, normale, indeterminata di quantità, ma precisa di qualità, che può considerarsi come oro, garantito, coll'impronta dello Stato: e accanto ad essa batterne un'altra convenzionale, e per ordine dello Stato, inferiore di qualità the serve di spicciolo, che il privato non è tenuto a ricevere se non in determinata quantità, e che lo Stato si obbliga ripigliare pel valore di corso.
Altre volte questa comodità non si cercava che colle monete erose, dette bilione dallo spagnuolo vellon, che significa rame2. Poi anche gli Stati Uniti, come l'Inghilterra, l'applicarono all'argento. La Svizzera, che nel 1850 all'immensa varietà delle monete particolari vi avea surrogata una, secondo il campione d'argento metrico francese, nel 1860 risolse di accettar come legale il napoleone d'oro, e batter argento da due franchi in giù con 2/10 di lega, invece di 1/10 qual era prescritto in Francia.
Benché dapprima la disapprovasse, non tardò a seguitarla il Regno d'Italia, per la legge 9 giugno 1862; invece di 900/1000 di fino, riducendolo a 835. La buona prova diede vittoria a tale partito sopra le opposizioni che in Francia e nel Belgio vi si faceano, e che trovansi nitidamente esposte nel rapporto di M. De Lavernay al Consiglio di Stato, di M. Louvet al corpo legislativo, di M. Dumas al Senato; e una legge del 1864 autorizzò anche in Francia l'emissione di 30 milioni di pezzi da 50 e da 20 centesimi, al titolo di 835, da riceversi solo fin a 20 franchi.
Chi tien dietro a siffatte quistioni, ricorda lo spavento che pochi anni or fa si ebbe sulle cangiate proporzioni fra i due metalli fini, dacché gli Urali, l'Australia e la California versavano tanta quantità d'oro, che, mentre prima del 48 erasi estratto il doppio d'argento in valore, sicché dalla scoperta dell'America si suppongono cavati 30 miliardi d'argento e 15 di oro, da quell'anno al 1863 si ebbero 3,500 milioni d'argento contro 10,500 d'oro. Di là la quistione sull'unico metallo, che fu saviamente svolta anche da' miei colleghi nel Reale Istituto di scienze lombardo3.
I danni del doppio campione, per ragioni che son conosciute, non vennero nel fatto così gravi, quanto prevedevasi; e malgrado la teoria economica, se la convenzione accennata s'accorda nel nominare la moneta d'oro prima di quella d'argento, pure ritiene il solo pezzo da 5 franchi come legale, e gli spezzati come bilione. Si hanno così degli spiccioli comodi, mentre il campione resta ancora di un valore facilmente usabile; e la vera unità non è più il pezzo di 5 grammi, bensì quello di 25 a 900/1000 di fino.
Credesi così risolta la difficoltà che sorgeva in pratica dal doppio campione, dacché le esportazioni dell'argento toglievano lo strumento più opportuno alle piccole transazioni4; non toccavasi al sistema metrico pel peso né per la misura, ed estendevasene il vantaggio ai quattro Stati. Ma la lega di cui discorriamo fece comprendere la possibilità di estenderla a tutta l'Europa, talché la moneta non perdesse nulla portata dal capo Finisterre5 infino a Malta, mediante la somiglianza di fabbrica e la reciprocità di corso.
Quando l'Austria, negli ultimi anni della sua dominazione in Lombardia, batté il fiorino per avere un denominatore comune colla Prussia, noi le suggerivamo di fare una lieve alterazione, per la quale, invece di L. 2 46 91 valesse L. 2 50; con ciò il doppio fiorino sarebbe equivalso allo scudo di Francia e di Piemonte, facilitando la convertibilità interna ed esterna. Non ci si ascoltò per l'idea allora prevalente e ruinosa dell'unificazione dell'impero.
Meglio l'intese il Governo pontificio, che, sebbene possedesse il sistema decimale ben prima de' Francesi, e una lodevolissima moneta, adottò esso pure, nel giugno del 1866, la lira pontificia di 5 grammi d'argento, e di grammi 0,32258 di oro a 900 millesimi di fino, e non tarderà a modificare il rame. Così tutta l'Italia ha unica moneta, ed abbracciando Belgio, Svizzera e Francia, la si estende a più di 75 milioni di abitanti.
Già la Nuova Granata, l'Equatore, il Chili ridussero la piastra al valore esatto del napoleone colla divisione decimale. Non troppo dista la dramma greca dalla nostra lira, e la sua somiglianza con quella rende importante l'accordo. Il dollaro americano ha qualche differenza dallo scudo nostro. Più facile sarà ridurvi la Spagna e il Portogallo. L'Inghilterra non avrebbe che a dedur 20 centesimi dalla sovrana; ma si sa ch'ella è gelosa dell'integrità di quella moneta, a segno che, se dal peso di grani 123,274 scenda a 122,500 può essere rifusa d'offizio; onde sarà ben difficile persuadere ad abbassarla a 825 millesimi perché equivalga a 5 scudi nostri.
Intanto il viaggiatore deve vedersi cambiato il suo marengo, con 15 scellini, e 6 pence, cioè perderci da 5 pence. La rifusione poi, o anche la tolleranza parrebbe men conveniente a un paese che ha in circolazione circa 95 milioni di sterline, cioè oltre 2,000 milioni di franchi. Ma il franco, vogliasi poi d'argento o d'oro, acquistò già a quest'ora ben maggiore diffusione, potendo contarsi che, dopo il 1803, furono battuti dalla Francia 1,167,441,720 franchi prima del 1845, poi fino al l866 per franchi 5,414,673,250; vi vanno aggiunti circa 420 milioni battuti in Italia, cioè:
Napoleone re d'Italia 64,999,080
Gioachino Murat  331,580
Vittorio Emanuele I  3,196,480
Carlo Felice  29,631,740
Maria Luigia 10,529,480
Carlo Alberto 66,219,100
Vittorio Emanuele II 241,324,490
Governo provvisorio di Milano 326,860
oltre i governi provvisori di Venezia, Firenze, e i nuovi conii di Roma. Se vi si aggiunga da 20 milioni d'oro belgico, si somma a 9000 milioni la moneta di tipo francese, cioè più del quadruplo dell'oro inglese circolante.
La Germania solo nel 1857 ravvicinò i suoi tre sistemi, in modo che 4 fiorini del sud valessero 6 fiorini d'Austria, e 4 talleri di Prussia; onde sarà ritrosa a un nuovo cambiamento, che sempre arreca uno scomodo; tanto più che colà predomina, anzi è quasi unico l'argento, modificato è vero da tanta diffusione della carta.
Pure sin dal 1838 Hofmann, direttore dell'uffizio statistico di Berlino, consigliava d'introdur in Germania il campione d'oro, e testé Sôtbeer domandò si fabbricassero pezzi da 20 franchi collo stemma germanico. La base però della monetazione tedesca, pur adottando il peso metrico, sta sull'argento puro, anziché a 9/10. La Prussia, il cui tallero risponde a franchi 3 71, basterebbe lo elevasse a 3 75, e allora il tallero doppio di 7 50 diverrebbe facilmente commutabile colla moneta dell'unione nostra.
L'esempio dato da queste potenze sarebbe seguito dalle altre; acquisterebbe un'importanza capitale il trattato 23 dicembre 1865, che passò quasi inosservato nel paese nostro: avviando all'uniformità di moneta almeno in Europa. E' consolante che l'Austria diresse testé ai gabinetti di Parigi e di Francia una nota intorno alla quistione monetaria, e se n'è pure gettato discorso alla Camera de' Comuni.
Quando noi pensiamo che il fiorino, il ducato, la pistola, il soldo, la lira, lo scudo, lo zecchino, la parpajola, la moneta ed altre denominazioni, correnti in tutta Europa, son d'origine italiana, e attestano la grande estensione del nostro commercio in altri tempi, ci rallegriamo che il nostro sia stato uno de' primi paesi ad adottare una lingua monetaria universale, di cui è l'Alpha la lira nuova; e che a tant'altre unificazioni può aprire il calle, anche per chi non sogni la pace universale. E chi sa che denominazioni italiane potessero applicarsi alla moneta normale, sia poi d'argento o d'oro chiamando, per esempio, scudo il pezzo da 5 fr., e zecchino quello da 10, invece di Weltmünze come proporrebbe il barone de Hock, oppure Statere o talento o altro nome classico.
E perciò io invocai testé l'attenzione dello Istituto Lombardo su studi e fatti che avranno importanza estesissima e lunghissima, togliendo anche quest'altra barriera fra le nazioni raccolte sotto il nome di cristianità; e avvicinando a quella Confederazione europea, che fu preconizzata testé da una voce augusta, e dal trono, nel paese che suol dare la moda agli altri.


1 La question monétaire en France et à l'étranger. - L'union monétaire ou Münzverein latin, par M. E. De-Parien de l'Institut.
2 Lega di argento e rame, che si dice "ricco" se predomina l'argento, "povero" in caso contrario.
3 Vedasi Frisiani, Modificazione dell'attuale sistema monetario: negli atti dell'Istituto lombardo 1855. Egli propugna l'unico metallo, l'oro; legandolo con metalli bassi p.e. zinco, si avrebbero il franco e i suoi submultipli nelle dimensioni metriche convenute.
4 Si valutò che dal 1852 a tutto il 1860 in Francia l'esportazione dell'argento sorpassava l'importazione di 1533 milioni; cioè scemava di 70 milioni l'anno l'effettivo argento in quell'impero. Dopo d'allora la differenza scemò, anche per l'esaurimento della materia.
5 Uno dei punti più occidentali della Spagna peninsulare

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